Il New Yorker pubblica nuovi dettagli su come le accuse di abusi sessuali contro Karim Khan abbiano bloccato l’indagine della CPI

Imran Mulla

7 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’articolo del New Yorker riprende alcuni interrogativi riguardanti le accuse di molestie sessuali contro il procuratore della CPI che in precedenza erano stati sollevati solo da MEE.

Dopo che il periodico New Yorker ha pubblicato nuove notizie a proposito della causa in corso sono emersi ulteriori dettagli sull’indagine riguardo a una denuncia per presunte molestie sessuali contro il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

L’articolo riprende molti particolari precedentemente riportati da Middle East Eye.

Ma l’articolo del New Yorker, pubblicato in rete domenica e intitolato “L’Aia a processo”, dà conto di nuove informazioni sul ruolo di Thomas Lynch, assistente speciale di Khan, che egli aveva incaricato di mantenere i contatti con Israele sull’indagine della CPI riguardo alla Palestina.

L’articolo del New Yorker riporta “alcuni sospetti secondo cui Lynch stesso o qualcuno vicino a lui avrebbe giocato un ruolo” nel far filtrare ai media nell’ottobre 2024 la dichiarazione di quattro pagine dello stesso Lynch agli investigatori della CPI contro Khan riguardo alle accuse di molestie sessuali.

Secondo il New Yorker un “indirizzo mail anonimo” avrebbe fatto filtrare ai giornalisti rapporti di seconda mano su Khan in cui si sosteneva falsamente che Khan “come misura preventiva” aveva pubblicamente “accusato il Mossad israeliano di averlo minacciato e ricattato.”

Il New Yorker riporta anche che la mail “di seguito si pronunciava a favore del Mossad” e affermava che Khan lo aveva fatto “come manovra di copertura”.

La mail elencava anche nomi e numeri di telefono di Lynch, dell’accusatrice di Khan e di altri presso la CPI e conteneva la parola ebraica per “telefoni”, insieme ad alcuni numeri.

Il New Yorker riporta inoltre che registrazioni delle comunicazioni del giorno in cui è comparso un post di un account di X riguardo alle accuse dimostrano che Lynch “aveva incontrato l’accusatrice prima della telefonata durata un’ora di quest’ultima con Khan”, e che l’account di X è apparso per la prima volta 90 minuti dopo la chiamata.

[L’articolo] afferma che “la registrazione delle comunicazioni dimostra anche che Lynch ha manifestato sorpresa quando è emersa per la prima volta la fuga di notizie e ha detto agli inquirenti di non esserne il responsabile. La mail e l’account di X erano parte di un’operazione israeliana per influenzare [l’opinione pubblica] o i riferimenti al Mossad e le lettere in ebraico erano un goffo tentativo di depistaggio?”

Il pezzo del New Yorker racconta anche per la prima volta che la donna che accusa Khan di molestie sessuali, una funzionaria della CPI, “aveva sostenuto all’interno [della CPI] che egli avrebbe dovuto andare più lentamente nell’accusare i leader israeliani e non affrettarsi a rendere pubblici mandati di arresto ad alto livello.”

Ciò contraddice precedenti articoli del Wall Street Journal che ha riportato ripetutamente che la denunciante, le cui accuse sono state fatte alla fine dell’aprile 2024, appoggiava i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant.

A luglio la donna ha detto a MEE che non c’è alcun rapporto tra la sua denuncia e l’indagine di Khan su Israele e ha affermato di appoggiare ogni indagine sotto la giurisdizione della Corte. Khan si è messo in congedo a tempo indeterminato a maggio in attesa dei risultati di un’indagine indipendente dell’ONU sulla denuncia contro di lui.

Minacce e pressioni che hanno preso di mira il procuratore si sono manifestate nel corso degli ultimi due anni quando Khan ha cercato di raccogliere prove e istruire un processo contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altri politici israeliani per la condotta della guerra contro Gaza e la sempre più rapida espansione delle colonie e delle violenze contro i palestinesi nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Il New Yorker afferma che lo scandalo che riguarda Khan ha “già ostacolato il tentativo di chiamare Israele a rispondere del numero di morti a Gaza.” Il suo articolo arriva dopo un’inchiesta di MEE all’inizio di agosto che rivelava:

– Minacce e avvertimenti diretti contro Khan da parte di importanti politici, compresi l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron e il senatore statunitense Lindsey Graham;

– calunnie contro Khan da parte di colleghi e amici di famiglia;

– timori per la sicurezza di Khan suggeriti dalla presenza all’Aia, dove ha sede la CPI, di una squadra del Mossad;

– fughe di notizie sui mezzi di informazione riguardo alle accuse di molestie sessuali contro Khan.

L’amministrazione Trump ha sanzionato Khan in febbraio. Khan è andato in congedo a metà maggio, poco dopo che è fallito un tentativo di sospenderlo e nel bel mezzo dell’indagine in corso da parte dell’ONU riguardo alle accuse fatte dalla funzionaria della CPI.

L’articolo del New Yorker evidenzia come indiscrezioni riguardo alle denunce di molestie sessuali contro Khan abbiano contribuito a bloccare il perseguimento di governanti israeliani e che queste accuse sono state presentate come la ragione della sua causa contro Netanyahu e Gallant.

In un editoriale del 16 maggio il Wall Street Journal ha sostenuto che Khan aveva utilizzato i mandati di arresto per “distrarre dal suo comportamento”. Ha descritto come “viziata” la causa della CPI contro Netanyahu. Ma, come raccontato in precedenza da MEE, la decisione del procuratore di chiedere i mandati di arresto è stata presa sei settimane prima delle accuse contro di lui alla fine dell’aprile 2024.

Il New Yorker afferma che la pagina editoriale del WSJ “appoggia sistematicamente Netanyahu.”

Il New Yorker riporta che “nella corrispondenza che Khan ha fornito agli inquirenti (dell’ONU) la sua accusatrice sembra essere molto cordiale, incline a comunicare la sua vita e le sue battaglie personali, molto premurosa verso Khan e sua moglie e forse troppo sollecita.”

“Persino nel periodo immediatamente precedente e successivo alle sue lamentele rivolte ai colleghi (nella primavera del 2024), ha mandato messaggi a Khan, ha affermato di essere contenta di lavorare insieme a lui e suggerito un’opera artistica che lui e sua moglie avrebbero potuto comprare per la loro casa.”

Registrazione di telefonate

Il New Yorker informa che in uno scritto a Khan del maggio 2024 la donna “sembrava preoccupata che macchinazioni politiche potessero guidare l’indagine, dicendogli che lei si rifiutava di essere ‘una pedina in un gioco a cui non voglio giocare’”.

Riporta una telefonata registrata tra la donna e Khan il 17 ottobre 2024 in cui lei “non fa mai riferimento ad alcuna avance sessuale o altri comportamenti scorretti, ma lamenta varie volte il fatto di aver sentito pettegolezzi dei colleghi secondo cui lei era ‘ossessionata’ da lui o, peggio, una spia israeliana”.

Il New Yorker afferma: “Ogni tanto (Khan) sembrava sicuro di non essere colpevole di alcun comportamento scorretto, ricordandole ripetutamente che era una sua [di lei] scelta se voleva iniziare un’indagine più complessiva, anche su di lui. ‘La verità verrà fuori’, le assicurava.”

“Eppure, in altri momenti, è sembrato preoccupato che lei potesse presentare una denuncia contro di lui. Le ha detto che “voci su ciò” stavano ‘rinfocolando la faccenda’ e la sollecitava a chiarire formalmente che lei non aveva intenzione di accusarlo di comportamenti scorretti. ‘Allora sarebbe proprio finita,’ diceva, e la CPI avrebbe potuto porre fine al ‘carosello mediatico’ dicendo ai giornalisti: ‘Adesso andate a farvi fottere, lasciatela in pace’.”

Il New Yorker afferma che la donna ha detto falsamente a Khan che non stava registrando la telefonata. Cita anche messaggi di testo tra la donna e un amico all’inizio del 2024 che [il NY] afferma siano stati inclusi nella documentazione presentata agli inquirenti dell’ONU, in cui [il NY] sostiene che “lei ha descritto esplicitamente le avances sessuali da parte di Khan.”

“Lui vuole andare in vacanza o associarmi una missione fuori ufficio di qualche giorno. Sono bellissima, l’odore del mio collo,” ha scritto in un messaggio di testo quell’aprile, dicendo di aver inventato una scusa per liberarsi di lui. Il New Yorker aggiunge: “Una persona vicina a Khan ha detto che gli inquirenti dell’ONU non gli hanno chiesto di rispondere a nessuno di questi indizi.”

Alla fine di luglio MEE ha inviato alla denunciante una lunga lista di domande che trattavano argomenti riguardanti la sua denuncia contro Khan, la sua amicizia con Khan e sua moglie, commenti da lei fatti in messaggi e la telefonata a Khan.

Lei ha risposto: “In quanto funzionaria della Corte Penale Internazionale sono tenuta all’ obbligo di riservatezza e integrità professionale e quindi non posso occuparmi delle domande poste o correggere le inesattezze ivi contenute.”

Tuttavia ha aggiunto: “Rigetto in modo categorico le insinuazioni e le descrizioni selettive presentate, che sono assolutamente inesatte, diffamatorie e chiaramente intenzionate a screditarmi personalmente.”

Ha affermato di aver pienamente collaborato con gli inquirenti dell’ONU e di aver ottemperato a “ogni obbligo legale e istituzionale.”

Ha negato ogni rapporto tra la sua denuncia contro Khan e l’indagine del procuratore su Israele e ha detto di non essere affiliata a, o di agire a favore di, alcuno Stato o attore esterno.

Ha affermato: “Continuo ad appoggiare ogni indagine sotto giurisdizione della Corte, come ho sempre fatto. La mia denuncia non ha niente a che vedere con l’indagine della Corte sulla Palestina. Due cose possono essere vere allo stesso tempo, e una non ha assolutamente niente a che vedere con l’altra.” Ha affermato che i fatti dell’anno scorso sono stati “molto penosi e personalmente distruttivi” ed hanno influito in modo significativo sulla sua salute e sul suo benessere.

Cameron: i mandati di arresto “una bomba all’idrogeno”

L’articolo del New Yorker cita anche il fatto che note ufficiali che Khan ha presentato all’Office of Internal Oversight Services [Ufficio dei Servizi di Supervisione Interna] (OIOS) dell’ONU, che attualmente sta indagando sulle denunce di condotta scorretta contro il procuratore, affermano che nel 2024 il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha detto a Khan che la richiesta di mandati di arresto contro politici israeliani sarebbe stata una “bomba all’idrogeno”.

A giugno MEE ha informato che un certo numero di fonti, compresi ex-funzionari dell’ufficio di Khan al corrente della conversazione e che hanno visto gli appunti dell’incontro, hanno detto che Cameron ha anche minacciato il ritiro della Gran Bretagna dalla CPI se la Corte fosse andata avanti con i mandati di arresto.

All’epoca Cameron non ha risposto alle richieste di commentare [queste affermazioni], mentre il ministero degli Esteri britannico ha rifiutato ogni commento.

Il New Yorker informa sul ruolo di Lynch, l’assistente speciale di Khan, che “era noto come scettico sull’emanazione di accuse gravi contro gli israeliani.”

In precedenza MEE aveva riportato che Lynch aveva giocato un ruolo chiave nel presentare accuse di condotta scorretta contro Khan. Tuttavia in privato Lynch ha manifestato alla moglie di Khan dubbi sulle accuse e detto che il tempismo è stato sospetto.

In risposta alle domande di MEE Lynch ha descritto le asserzioni presentate nell’articolo di MEE ad agosto come “false e fuorvianti”.

Ti distruggeranno”

Il New Yorker ha raccontato anche che le accuse della donna sono state più gravi nel momento in cui è iniziata, alla fine del 2024, un’indagine esterna dell’ONU di quanto erano state durante due precedenti inchieste interne della CPI, entrambe chiuse dopo che la donna non vi aveva collaborato.

L’articolo descrive il racconto di Khan di un incontro con l’avvocato anglo-israeliano presso la CPI Nicholas Kaufman, che “si è presentato come autorizzato a fare una proposta da parte di Netanyahu e Gallant.”

Secondo gli appunti di Khan “Kaufman ha detto che se Khan non avesse in qualche modo ritirato i mandati di arresto ‘loro – presumibilmente Israele e i suoi alleati americani – distruggeranno te e la Corte’.”

Come aveva in precedenza fatto con MEE, Kaufman ha negato al New Yorker “di aver mai fatto minacce o sostenuto di parlare per Netanyahu o Gallant, e ha detto che ogni riferimento a danni per la CPI riguardava sanzioni USA.”

Egli ha detto al New Yorker: “Sono andato da Khan da amico e lui mi ha dimostrato che i suoi amici per lui sono sacrificabili se ne ha bisogno per salvarsi la pelle.”

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha sanzionato i giudici della CPI e i vice procuratori di Khan, che hanno preso il suo posto quando è andato in congedo a maggio.”

Ci sono crescenti timori che gli USA potrebbero presto sanzionare la stessa Corte, il che potrebbe mettere in dubbio la sua stessa esistenza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)