All’ombra della guerra con l’Iran Israele trova un altro modo per punire Gaza

Ohood Nassar, Gaza

1 marzo 2026 – Aljazeera

La repressione delle attività delle ONG e il blocco degli aiuti causato dalla chiusura dei valichi di frontiera costituiscono un’altra punizione collettiva

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno iniziato a essere presi dal panico.

Si sono ricordati di come nel passato i valichi fossero stati chiusi causando carestie e si sono precipitati nei mercati per acquistare tutto ciò che potevano. A causa di ciò i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Ben presto è giunta la notizia della chiusura dei valichi di frontiera.

Tutto questo è accaduto proprio mentre scadeva il periodo di tolleranza concesso da Israele a 37 ONG prima del loro ritiro da Gaza per non aver soddisfatto i requisiti di registrazione. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (noto anche con l’acronimo francese MSF), Medical Aid for Palestinians UK, Handicap International – Humanity & Inclusion, ActionAid, CARE, ecc. avrebbero dovuto smettere di operare a Gaza.

All’ultimo momento una sentenza della Corte Suprema israeliana ha permesso alle ONG di continuare ad operare nell’attesa che venga esaminato il loro ricorso contro il divieto. Ma nonostante la decisione queste organizzazioni non possono continuare a funzionare pienamente. Questo perché l’occupazione israeliana continua a impedire l’ingresso dei loro rifornimenti e del personale straniero a Gaza.

Secondo queste ONG esse insieme sono responsabili della metà delle distribuzioni alimentari nella Striscia e del 60% dei servizi forniti negli ospedali da campo.

Per molte famiglie a Gaza questo significa fame, perché i pacchi alimentari non verranno distribuiti e i mezzi di sussistenza andranno persi.

Sappiamo che non è che le ONG non rispettino le nuove regole di registrazione, così come la chiusura dei valichi di frontiera non è una questione di sicurezza. Si tratta dell’imposizione di un’ennesima forma di punizione collettiva ai palestinesi.

Anche se la Corte Suprema si pronunciasse miracolosamente contro il divieto imposto alle ONG, l’occupazione israeliana troverebbe comunque un altro modo per cacciare queste organizzazioni straniere da Gaza. Ciò è stato reso chiaro questo mese, quando è stato rivelato che World Central Kitchen, che gestisce decine di mense popolari in tutta la Striscia e che non è nella lista delle espulsioni, potrebbe sospendere le sue attività.

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza ciò è avvenuto perché Israele ha bloccato l’ingresso della maggior parte dei camion di rifornimento dell’organizzazione. Di conseguenza non ci sono abbastanza rifornimenti per continuare a cucinare. World Central Kitchen aveva precedentemente affermato di servire 1 milione di pasti al giorno.

Quindi ora nel mezzo della guerra con l’Iran, che potrebbe durare settimane o mesi, centinaia di migliaia di famiglie non avranno più cibo a sufficienza.

Tutto questo si aggiunge alla continua guerra di Israele contro l’UNRWA. Fin dalla sua creazione alla fine del 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite è stata la spina dorsale del sostegno internazionale ai rifugiati palestinesi. Ha la maggiore capacità di risposta alle emergenze e la più ampia gamma di servizi offerti. Eppure, Israele ne ha vietato le operazioni e ha bloccato l’ingresso dei suoi rifornimenti nella Striscia.

Attraverso un’incessante attività di lobbying Israele è riuscita a ottenere tagli sostanziali al bilancio dell’UNRWA. Di conseguenza, il mese scorso 600 dipendenti sono stati licenziati. Gli stipendi dei restanti sono stati ridotti del 20%.

Il divieto imposto alle ONG probabilmente comporterà anche la perdita del lavoro per migliaia di persone. E questo in un momento in cui la disoccupazione a Gaza ha superato l’80%.

Anche la mia famiglia ne soffrirà. In passato, abbiamo beneficiato di aiuti alimentari e di beni di prima necessità da parte delle ONG, e mio fratello è riuscito a trovare un lavoro temporaneo come autista per una di esse.

La possibile chiusura delle organizzazioni internazionali rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di migliaia di civili che dipendono da loro per i servizi e l’impiego. La chiusura dei valichi di frontiera potrebbe significare un’altra crisi alimentare.

Si tratta di una forma di punizione collettiva che ancora una volta non farà notizia. Israele è costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere le nostre vite sempre più insopportabili, ancora più impossibili nella nostra patria devastata.

Due anni e mezzo di genocidio israeliano hanno distrutto ospedali, scuole, università, strade, reti fognarie e di acqua potabile, impianti di trattamento delle acque, la rete elettrica e innumerevoli generatori e pannelli solari.

La stragrande maggioranza della popolazione vive vite primitive in tende o rifugi di fortuna che non possono proteggere le persone dal caldo o dal freddo estremi.

L’acqua è contaminata, il cibo è insufficiente, la terra è stata distrutta e avvelenata.

Ora saremo privati ​​di quel poco di sostegno internazionale che abbiamo ricevuto.

E qual è l’obiettivo di tutto questo? Spingerci sempre più vicini alla disperazione e alla resa definitiva, farci desiderare di lasciare la nostra patria da soli. Una pulizia etnica col generale beneplacito.

Tutte le organizzazioni che Israele sta cercando di bandire sono straniere. La maggior parte di esse ha sede in paesi occidentali. Eppure i governi occidentali non hanno quasi mai condannato le azioni intraprese da Israele contro le proprie organizzazioni. Non c’è stata indignazione per il fatto che l’occupazione stia cercando di distruggere le forniture umanitarie internazionali per avere il controllo totale sulla distribuzione degli aiuti.

La punizione collettiva è una violazione del diritto internazionale. Gli Stati sono obbligati ad andare oltre le condanne verbali e ad agire imponendo sanzioni. Finché ciò non accadrà noi a Gaza continueremo a essere sottoposti ad atti di punizione collettiva sempre più brutali da parte dei nostri occupanti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Scrittrice residente a Gaza, Ohood Nassar è una giornalista e insegnante di Gaza. Ha scritto per We Are Not Numbers, New Arab, Institute for Palestine Studies, Electronic Intifada e Prism.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cinque cose che abbiamo imparato dal 7 ottobre

Noura Erakat

8 ottobre 2024-Mondoweiss

Nota del direttore: questa è la trascrizione di un discorso pronunciato da Noura Erakat il 30 agosto 2024 a Chicago come parte di un panel intitolato “All Eyes on Palestine”, alla conferenza “Socialism” a Chicago. Viene riproposto qui come parte della serie Mondoweiss Reflections on a Genocide.

È il giorno 329. La situazione sul campo a Gaza è solo peggiorata. Un quarto di milione di palestinesi probabilmente morirà di fame, carestia e malattie. Nelle parole di Lara Elborno, ogni giorno è il giorno peggiore, e peggiore di quello a cui abbiamo già assistito. Sistematiche violenze sessuali su detenuti palestinesi, rifugiati bruciati vivi in ​​tende di plastica che li hanno soffocati prima che si sciogliessero sulla pelle, epidemia di poliomielite e ora un’incursione totale nella Cisgiordania in quella che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito essere un progetto di pulizia etnica dal fiume al mare.

Questo orrore è amplificato dal fatto che segue tre decisioni della Corte internazionale di giustizia e una richiesta della Corte penale internazionale di mandati di arresto per il capo di Stato e il ministro della Difesa di Israele. Dopo che abbiamo completamente sfatato le bugie più razziste su atrocità che non hanno mai avuto luogo. Persino dopo che una parte solitamente silenziosa degli israeliani ha urlato a gran voce, questo genocidio coloniale continua con crescente crudeltà e un’incessante fornitura di armi che tu e io abbiamo pagato. Non ci sono più parole e certamente ancor meno c’è bisogno di esperti.

Quindi offro umilmente cinque lezioni che il genocidio a Gaza ci ha insegnato.

1. Ha esibito la permanente natura coloniale del diritto internazionale

Per quasi 11 mesi, abbiamo assistito a un genocidio coloniale e all’incapacità del diritto internazionale e delle istituzioni legali di fermarlo. Questo fallimento riflette la natura della Convenzione sul genocidio stessa, che è stata promulgata nel 1948, non perché sia ​​la prima o la peggiore campagna per l’annientamento di un popolo, ma perché è la peggiore che si sia verificata all’interno delle coste europee [nel bacino del Mediterraneo, ndt.]. L’esclusione dei popoli indigeni, africani e asiatici dall’ambito del danno riflette in parte lo sviluppo delle leggi di guerra come progetto europeo che ha deliberatamente relegato i non europei a un “altro selvaggio” non idoneo allo status di civile. La bozza finale della Convenzione sul genocidio ha rimosso la violenza coloniale dal suo ambito e ha rappresentato un’umanità eurocentrica. L’incapacità di arginare il genocidio oggi illumina il fatto che non esiste un diritto internazionale ma un diritto per l’Europa e un diritto per tutti gli altri.

Ecco perché questa battaglia è stata anche ciò che lo studioso palestinese Nimer Sultany ha descritto come “un’epica battaglia legale tra il Sud del mondo e il Nord del mondo”. Si noti come, con poche eccezioni degne di nota, gli Stati del Sud del mondo siano intervenuti presso la Corte internazionale di giustizia per sostenere il Sudafrica, mentre gli stati del Nord del mondo sono intervenuti a nome di Israele. Si noti inoltre come il defunto presidente della Namibia abbia detto alla Germania di non avere autorità per commentare cosa sia e cosa non sia genocidio e che il Nicaragua abbia intentato una causa contro la Germania per complicità nel genocidio. E sebbene il diritto internazionale non sia riuscito a fermare questo, le sentenze internazionali hanno catalizzato [il dibattito sulle ndt.] armi e le sanzioni diplomatiche.

Il fatto più significativo è che ci ha permesso di passare dal discutere della legalità delle operazioni di Israele al descriverle in blocco come illegittime. Questa guerra non è progettata per liberare i prigionieri o distruggere Hamas, ma per spopolare la Striscia di Gaza e continuare la Nakba. Il ritorno della Nakba come cornice attraverso cui comprendere la condotta di Israele dal 1948 a oggi riflette il successo dei palestinesi nell’utilizzare nuovamente il diritto internazionale al servizio della loro emancipazione anche mentre ci troviamo di fronte all’espressione più estrema del progetto eliminazionista del sionismo da generazioni.

2. Questo è un genocidio statunitense dei palestinesi

Nei primi sei giorni della campagna di Israele l’amministrazione Biden ha inviato 6.000 bombe. Questa settimana ha inviato 50.000 tonnellate di armi, cioè l’equivalente di oltre 3 bombe atomiche sganciate su una popolazione assediata a cui è stato negato un alloggio sicuro e qualsiasi mezzo necessario per sopravvivere. Gli Stati Uniti hanno abbinato questo con la concessione di immunità [a Israele ndt.] al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con il sabotaggio diretto dei negoziati di cessate il fuoco.

Significativamente l’amministrazione Biden ha facilitato questa operazione di morte in violazione delle sue stesse leggi e della volontà popolare dei suoi elettori mostrando la crisi della cosiddetta democrazia. Peggio ancora, sta andando ulteriormente oltre per fabbricare il consenso e reprimere il dissenso. Ad esempio, con un voto bipartisan di 269-144, la Camera ha approvato un emendamento per vietare al Dipartimento di Stato di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza sulle vittime palestinesi, nonostante ai giornalisti internazionali venga rifiutato l’ingresso, i giornalisti palestinesi siano presi di mira e le agenzie delle Nazioni Unite come l’UNRWA siano calunniate, non lasciando così altre fonti affidabili da citare.

Nonostante il ruolo degli Stati Uniti nel genocidio ampie fasce di americani insistono sul fatto che ci sia una differenza tra ciò che accade “qui” e “là”. Ricordiamoci [invece ndt.] di una relazione diretta evidenziata da ciò che l’artista e politico martinicano Aime Cesaire ha chiamato “effetto boomerang”. Ciò che viene dispiegato nelle geografie coloniali si manifesta all’interno della relativa metropoli. Ciò è più evidente oggi nella polizia statunitense.

Il sociologo Julian Go fa risalire la militarizzazione della polizia statunitense alla guerra ispano-americana del 1898, quando gli Stati Uniti divennero una potenza imperiale nelle Filippine, Guam, Porto Rico, Cuba, Haiti, Nicaragua e la Repubblica Dominicana, catalizzando la trasformazione dell’esercito statunitense in una forza in grado di proteggere i possedimenti coloniali, come dimostrato dai cambiamenti rivoluzionari nelle forze di polizia negli Stati Uniti, quando furono trasformate e “crearono una catena di comando gerarchica, … metodi operativi e tattici tra cui sorveglianza, mappatura, polizia preventiva, addestramento alle armi e unità di polizia a cavallo”. La polizia statunitense riflette l’esercito imperiale statunitense, come dimostrato dall’occupazione di Ferguson [quartiere nero di St. Louis dove nel 2014 si verificarono gravi incidenti a seguito dell’uccisione da parte della polizia di un ragazzo disarmato n.d.t.] e dalla repressione delle rivolte nere più in generale.

Oggi vediamo questo effetto nell’impiego di leggi antiterrorismo per reprimere il dissenso dei manifestanti contro Cop City [costruzione di un’enorme accademia di polizia vicino ad Atlanta, n.d.t.], nella censura dei libri e nell’autorizzazione all’ingresso della polizia nei campus universitari. Potrebbe essere facile descrivere i palestinesi come l’agnello sacrificale per promuovere un programma progressista, ma sarebbe una lettura totalmente errata. Siamo i canarini nella miniera di carbone e la prima linea di ciò che sta arrivando per tutti. Lasciarci morire non vi rende più sicuri.

3. Le università sono un’estensione dell’apparato coercitivo dello Stato

Abbiamo visto come le università siano la più grande fonte di repressione per studenti e docenti. Ad aprile diversi agenti di polizia si sono gettati sul professore della Washing University, Steve Tamari. È stato preso a pugni, colpito al corpo, preso a calci e trascinato per aver continuato a manifestare con i suoi studenti. La polizia gli ha rotto diverse costole e una mano e all’arrivo in ospedale il medico gli ha detto che era fortunato a essere vivo. Ciò che è diventato chiaro è che piuttosto che essere il luogo di produzione di conoscenza e di dissenso, l’università è un’estensione di un apparato coercitivo dello Stato.

Ci sono molte spiegazioni per questo, ma una di queste ha a che fare con i finanziamenti pubblici. Le università sono state soggette alle peggiori misure di austerità. Hanno compensato questa mannaia attraverso donazioni da parte di aziende, in particolare produttrici di armi, che hanno ricevuto molti sussidi pubblici. Mentre il governo taglia i finanziamenti alle università li aumenta alle industrie di armi che a loro volta finanziano le università, coinvolgendole nel complesso militare-industriale.

Nel 2020, il finanziamento USG [United State Government] a Lockheed Martin da solo ha superato tutti i finanziamenti al DOE [Dipartimento dell’Energia, n.d.t.]. Non sorprende che la spesa federale per i produttori di armi sia aumentata vertiginosamente dopo l’11 settembre. Queste aziende traggono profitto in tre modi: fornitura di armi, sicurezza privata e ricostruzione, dimostrando di trarre profitto sia dall’alimentare la guerra sia dalla gestione delle sue conseguenze.

Sono proprio queste aziende a tenere a galla le università: alla Johns Hopkins, ad esempio, negli ultimi dieci anni l’università ha ricevuto il doppio dei soldi dai contractor della difesa rispetto alle tasse universitarie. Oggi, il Pentagono alimenta un quarto delle entrate universitarie. L’università funziona di concerto con il complesso militare-industriale e dipende da questa alleanza.

4. Il sionismo non ha basi morali su cui reggersi

Anche se non siamo riusciti a fermare un genocidio abbiamo reso evidente la bancarotta morale del sionismo, anche se in realtà è proprio Israele ad averne il merito. Lo Stato e la società israeliani ci hanno detto che per sentirsi al sicuro devono spopolare la Striscia di Gaza per “finire il lavoro”. La società israeliana chiede più stupri, più uccisioni, si prendono gioco dei palestinesi che muoiono di fame e vengono fatti a pezzi, i suoi soldati si stanno esercitando ad uccidere bambini, fanno saltare in aria le moschee come annunci di nozze e indossano la biancheria intima di donne recluse come espressione della loro mascolinità. I ​​coloni sionisti americani stanno lasciando Hyde Park e Park Slope per colonizzare le terre palestinesi e poi chiedono che i palestinesi vengano uccisi a causa di quanto sia pericolosa [la loro presenza] mentre si lamentano che “gli insediamenti coloniali si fanno una cattiva reputazione”.

Il sionismo ha storicamente avuto un’influenza morale significativa tra gli americani, comprese persone che potremmo ammirare come W.E.B. DuBois che vedeva nel sionismo un modello per la liberazione delle persone oppresse. Oggi la gente non si schiera per difendere il sionismo. Al contrario, c’è una maggioranza silenziosa che teme il rischio di attacchi, molestie, doxing [raccolta e diffusione di informazioni personali con intenti malevoli, ndt.], perdita del lavoro. Il sionismo è così debole che oggi deve essere mantenuto attraverso la forza coercitiva.

L’AIPAC, che prima operava in silenzio, deve brandire rumorosamente il suo bastone punitivo. Ha versato non meno di 100 milioni di dollari nelle elezioni statunitensi. In particolare, ha speso 8,4 milioni di dollari per fermare la campagna di Cori Bush e se ne è preso il merito, dicendo che “pro-Israele è una buona politica, una buona politica, per entrambe le parti”. Ma, in particolare, i suoi annunci non hanno detto una PAROLA sulla Palestina o su Israele, si sono concentrati sui voti persi e sulla legge sulle infrastrutture. Peggio ancora, ha sostituito Bush con Wesley Ball, il procuratore che ha assolto Darren Wilson[ poliziotto imputato per l’uccisione di un afroamericano,ndt], a Ferguson dicendo che non c’erano abbastanza prove contro l’imputato e mostrando la volontà dell’AIPAC di smantellare i programmi progressisti e anti-carcerari per proteggere Israele. La loro aggressività è un’indicazione della loro debolezza.

5. Razzismo e potere: l’invisibilità e il potere dei palestinesi

Il razzismo sta facendo un lavoro enorme in questo momento per preparare il pubblico al massacro di massa dei palestinesi e per rendere invisibile il nostro potere. In linea con gli storici stereotipi islamofobi e antisemiti i palestinesi sono stati razzializzati come estranei che non possono integrarsi nella società occidentale, ma stanno invece pianificando di imporre una “Sharia strisciante”. Sono al di fuori della modernità, troppo religiosi e intrinsecamente violenti, sono una minaccia per gli altri e persino per sé stessi a causa degli stereotipi coloniali sugli uomini di colore che sono pericolosi per le loro stesse donne. È questo inquadramento razziale che fa apparire i palestinesi anche come una popolazione in eccesso che può essere sacrificata.

Questo discorso è così disumanizzante che l’indignazione per l’attacco di Israele ai civili non si è verificata, se non per la prima volta ad aprile, in occasione dell’attacco a sette operatori umanitari del World Central Kitchen. L’attacco ha finalmente spinto il comitato editoriale del Wall Street Journal a mettere in discussione la guerra di Israele, notando che non aveva “raggiunto nessuno dei suoi obiettivi di guerra, ovvero restituire tutti gli ostaggi… e scacciare con successo Hamas da Gaza” concludendo che, nonostante i guadagni tattici, una vittoria strategica era lontana.

I nostri 35.000 morti non sono stati sufficienti a far giungere a questa conclusione, né i 4 bambini prematuri che sono marciti nelle incubatrici [rimaste senza elettricità, n.t.d.], né la voce di Hind Rajab che supplicava che qualcuno la salvasse o l’immagine di ciò che restava dei corpi a Sidra Hassouna, appesi alla trave di ciò che restava della loro casa. Gli orrori di Al Shifa non sono stati sufficienti: non i 300 morti, non i corpi in decomposizione devastati e divorati da cani e gatti, non i cadaveri le cui braccia erano legate con lacci e con ferite da arma da fuoco da esecuzione, non lo sventramento del più grande ospedale del nord: le nostre vite non sono state sufficienti, non avevamo nemmeno i requisiti per una presunzione di innocenza.

E proprio mentre veniamo ridotti a nulla, il nostro potere viene apertamente negato. Come ha sottolineato Yazan Zahzah, sono stati i palestinesi e il movimento anti-genocidio a rendere chiaro che Biden non era idoneo a candidarsi e tuttavia il nostro ruolo non viene nemmeno riconosciuto. Ora l’intera elezione presidenziale potrebbe essere decisa dal campo anti-genocidio, tanto che il Partito Democratico, in un altro tentativo di gaslighting [far passare qualcuna/o per pazza/o, n.d.t.] e deviazione di responsabilità, ha descritto i nostri appelli a porre fine ai massacri come pro-Trump

È stato il nostro potere a catalizzare la petizione del Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia e i mandati di arresto della Corte Penale internazionale. È stato il nostro potere a catalizzare una divisione tra il Nord e il Sud del mondo e a mettere in luce la natura coloniale del mondo. È stato il potere della nostra gente in Palestine Action a chiudere tre società Elbit nel Regno Unito, la prima a Cambridge. È stato il nostro potere a costringere la compagnia assicurativa francese AXA a disinvestire tutti i soldi da tutte le principali banche israeliane. Nelle parole di Rafeef Ziadah, che non poteva essere con noi stasera, i palestinesi hanno insegnato la vita al mondo, come i sei prigionieri che hanno usato dei cucchiai per uscire da una delle prigioni di massima sicurezza del mondo. Come la dottoressa Amira Al Souli che ha sfidato il fuoco dei cecchini per raccogliere il corpo di un paziente caduto. Come i giornalisti cittadini palestinesi Bisan Owda e Hind Khoudary che continuano a fare reportage sul terreno sapendo benissimo che il loro gilet da stampa è un bersaglio per i cecchini israeliani.

È il nostro popolo, che è ancora in piedi oggi nonostante 11 mesi di bombardamenti da parte di una potenza nucleare, sostenuta da una superpotenza globale e alimentata da armi provenienti da Regno Unito, Germania e Italia… è la nostra prima linea nell’organizzazione della diaspora in tutto il mondo di giovani palestinesi, prevalentemente donne con l’hijab, che sono l’epitome del femminismo e del potere in questo momento che sfidano le aspettative e stabiliscono nuovi standard.

Siamo potere. Siamo vita. Siamo vittoriose.

[Noura Saleh Erakat è un’attivista palestinese-americana, professoressa universitaria, studiosa di diritto e avvocata per i diritti umani]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gaza: la fame imposta da Israele è mortale per i bambini

Human Rights Watch

9 aprile 2024 – Human Rights Watch

Devastanti racconti di medici e genitori; denunce di una carestia imminente

(Beirut, 9 aprile 2024) – Da quando il governo israeliano ha iniziato a usare la fame come arma di guerra, un crimine di guerra, i bambini di Gaza stanno morendo per complicazioni legate alla fame, ha affermato oggi Human Rights Watch. A Gaza medici e famiglie hanno descritto bambini, così come donne incinte e madri in allattamento, affetti da grave malnutrizione e disidratazione, e ospedali mal attrezzati per poterli curare.

I governi interessati dovrebbero imporre sanzioni mirate e sospendere l’invio di armi per fare pressione sul governo israeliano affinché garantisca laccesso a Gaza degli aiuti umanitari e dei servizi di base, in conformità con gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale e della recente ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia in base alla denuncia di genocidio presentata dal Sudafrica.

Luso della fame come arma di guerra da parte del governo israeliano si è rivelato mortale per i bambini di Gaza”, ha affermato Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch. Israele deve porre fine a questo crimine di guerra e a questa sofferenza e consentire agli aiuti umanitari di raggiungere senza ostacoli tutta Gaza”.

Il 18 marzo 2024 una partnership coordinata dalle Nazioni Unite di 15 organizzazioni internazionali e agenzie dell’ONU che indagano sulla crisi della fame a Gaza ha riferito che tutte le prove indicano un forte incremento delle morti e della malnutrizione”. L’organizzazione afferma che nel nord di Gaza, dove si stima che il 70% della popolazione soffra di una fame di dimensioni catastrofiche, la carestia potrebbe verificarsi in qualsiasi momento tra metà marzo e maggio.

Il 1° aprile il Ministero della Sanità di Gaza ha riferito che 32 persone, tra cui 28 bambini, erano morte di malnutrizione e disidratazione negli ospedali del nord di Gaza. Il 2 aprile Save the Children ha confermato la morte per fame e malattie di 27 bambini. Allinizio di marzo, funzionari dellOrganizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno trovato bambini che morivano di fame” negli ospedali Kamal Adwan e al-Awda, nel nord di Gaza. Nel sud della Striscia, dove gli aiuti sono più accessibili ma comunque decisamente inadeguati, a metà febbraio le agenzie delle Nazioni Unite hanno affermato che il 5% dei bambini sotto i 2 anni risultava gravemente malnutrito.

A marzo Human Rights Watch ha intervistato un medico nel nord di Gaza, un volontario che nel frattempo ha lasciato Gaza, i genitori di due bambini che i medici hanno dichiarato morti per complicazioni legate alla fame che ha colpito sia la madre che il bambino, e i genitori di altri quattro bambini affetti da malnutrizione e disidratazione.

Human Rights Watch ha esaminato il certificato di morte di uno dei bambini e le foto di altri due in condizioni critiche che mostravano segni di deperimento. Tutti erano stati curati all’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, nel nord di Gaza.

I consulenti sanitari di Human Rights Watch hanno anche esaminato immagini e video verificati online di altri tre bambini chiaramente emaciati che sono morti e di altri quattro in condizioni critiche che mostravano anch’essi segni di deperimento.

Il 4 aprile il dottor Hussam Abu Safiya, che dirige lunità pediatrica dellospedale Kamal Adwan, ha dichiarato a Human Rights Watch che solo nel suo ospedale 26 bambini erano morti dopo essere stati colpiti da complicazioni legate alla fame. Ha detto che almeno 16 dei bambini deceduti avevano meno di 5 mesi, almeno 10 avevano tra 1 e 8 anni e che era morto anche un uomo di 73 anni affetto da malnutrizione.

Il dottor Safiya ha detto che uno dei bambini è morto dopo soli due giorni di vita in seguito a grave disidratazione alla nascita, chiaramente aggravata dalla cattiva salute della madre: [Lei] non aveva latte da dargli”.

Nour al-Huda, una ragazzina di 11 anni affetta da fibrosi cistica, è stata ricoverata all’ospedale Kamal Adwan il 15 marzo. I medici hanno detto a sua madre che Nour soffriva di malnutrizione, disidratazione e un’infezione ai polmoni, e le hanno somministrato ossigeno e una soluzione salina. Nour al-Huda ora pesa 18 chilogrammi”, ha detto sua madre a Human Rights Watch. “Posso vedere sporgere le ossa del suo petto.”

Il diritto internazionale umanitario vieta la riduzione alla fame dei civili come metodo di guerra. Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale prevede che affamare intenzionalmente i civili privandoli di quanto sia indispensabile alla loro sopravvivenza, compreso limpedimento doloso delle forniture di soccorso”, è un crimine di guerra.

Dopo gli attacchi di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023 il governo israeliano ha deliberatamente bloccato la consegna di aiuti, cibo e carburante a Gaza, impedendo al contempo lassistenza umanitaria e privando i civili dei mezzi per sopravvivere. I funzionari israeliani che ordinano o eseguono queste azioni stanno commettendo il reato di punizione collettiva contro la popolazione civile e di riduzione dei civili alla fame come metodo di guerra, entrambi crimini di guerra.

Le azioni del governo israeliano che compromettono le capacità dellAgenzia dell’ONU per il soccorso e loccupazione dei rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) di svolgere il suo ruolo riconosciuto nella distribuzione degli aiuti a Gaza hanno esacerbato gli effetti delle restrizioni.

Un medico volontario presso lospedale europeo di Khan Younis, nel sud di Gaza, per due settimane alla fine di gennaio ha affermato che il personale è stato costretto a curare pazienti con scorte mediche limitate. Ha descritto la difficoltà di trattare la malnutrizione e la disidratazione a causa della mancanza di elementi essenziali come glucosio, elettroliti e sonde per l’alimentazione. Ha detto che la madre di un paziente, alla disperata ricerca di soluzioni, ha fatto ricorso a patate schiacciate per creare un liquido improvvisato per lalimentazione tramite sonda. Nonostante l’inadeguatezza sul piano nutrizionale, il medico ha riferito: Ho finito per dire agli altri miei pazienti di procurarsi delle patate e di fare lo stesso”.

Il 26 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia, in una causa intentata dal Sud Africa, ha ordinato misure provvisorie, tra cui la richiesta a Israele di adottare interventi immediati ed efficaci per consentire la fornitura di servizi essenziali e aiuti umanitari di urgente necessità” e altre azioni per conformarsi con la Convenzione sul Genocidio del 1948. Il 28 marzo la Corte ha evidenziato che Israele non aveva rispettato questordine e ha imposto una misura provvisoria più dettagliata che richiedeva al governo di garantire la fornitura senza ostacoli di servizi di base e di aiuti in piena collaborazione con l’ONU, rilevando che la carestia è alle porte.”

I governi dovrebbero imporre sanzioni mirate, compresi divieti di viaggio e congelamento dei beni, contro funzionari e individui responsabili della continua messa in atto di crimini di guerra rappresentati da punizione collettiva, ostruzione deliberata degli aiuti umanitari e riduzione di civili alla fame come arma di guerra.

Diversi Paesi hanno risposto alle restrizioni illegali del governo israeliano sullassistenza inviando aiuti aerei. Gli Stati Uniti si sono anche impegnati a costruire un porto marittimo temporaneo a Gaza. Tuttavia, organizzazioni umanitarie e funzionari dell’ONU hanno affermato che tali sforzi sono inadeguati per prevenire una carestia. Un altro tentativo di consegnare aiuti via mare è stato interrotto dopo un attacco israeliano contro gli operatori umanitari il 1° aprile.

Il 4 aprile, evidentemente in seguito alle pressioni del governo degli Stati Uniti, il governo israeliano ha approvato diverse misure per consentire l’ingresso a Gaza di una maggiore quantità di aiuti.

I governi indignati dal fatto che il governo israeliano affami i civili a Gaza non dovrebbero cercare soluzioni provvisorie a questa crisi umanitaria”, afferma Shakir. Lannuncio di Israele sull’incremento degli aiuti dimostra che la pressione esterna funziona. Gli alleati di Israele come Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania devono premere per una consegna di aiuti a pieno regime e sospendere immediatamente l’invio di armi”.

Fame a Gaza

Si stima che prima delle attuali ostilità 1,2 milioni degli allora 2,2 milioni di abitanti di Gaza si trovassero ad affrontare una grave insicurezza alimentare e oltre l80% dipendesse dagli aiuti umanitari. Israele mantiene il controllo generale su Gaza, compreso il movimento di persone e merci, le acque territoriali, lo spazio aereo, le infrastrutture su cui Gaza fa affidamento e il registro anagrafico. Ciò lascia la popolazione di Gaza, che Israele ha sottoposto a un blocco illegale per più di 16 anni, quasi interamente dipendente da Israele per laccesso a carburante, elettricità, medicine, cibo e altri beni essenziali.

Tuttavia, prima del 7 ottobre giungevano alla popolazione elevate quantità di aiuti umanitari. Prima di questa crisi a Gaza cera abbastanza cibo per nutrire la popolazione”, ha affermato il direttore generale dellOMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. La malnutrizione era un evento raro. Ora le persone stanno morendo e molte altre sono malate”.

LOMS ha riferito che il numero di bambini sotto i 5 anni gravemente malnutriti è aumentato dallo 0,8% prima delle ostilità a Gaza al 12,4 e al 16,5% nel nord di Striscia. Il 3 aprile Oxfam ha affermato che da gennaio le persone nel nord di Gaza sono costrette a sopravvivere con una media di 245 calorie al giorno, meno di un barattolo di fave”.

Secondo unanalisi sulla vulnerabilità nutrizionale condotta a marzo dal Global Nutrition Cluster, una rete di organizzazioni umanitarie presieduta dallUNICEF, il 90% dei bambini di età compresa tra 6 e 23 mesi e delle donne incinte e che allattano in tutta Gaza hanno dovuto affrontare una grave insufficienza alimentare”, mangiando due o anche meno varietà di alimenti ogni giorno.

I bambini con patologie preesistenti sono particolarmente vulnerabili agli effetti devastanti della malnutrizione che indebolisce significativamente il sistema immunitario. E la fame, anche per i sopravvissuti, porta a danni persistenti, soprattutto nei bambini, causando arresto della crescita, problemi cognitivi e ritardi nello sviluppo.

L’8 marzo il Ministero della Sanità di Gaza ha annunciato che a Gaza circa 60.000 donne incinte soffrivano di malnutrizione, disidratazione e assistenza sanitaria inadeguata. Una cattiva alimentazione durante la gravidanza danneggia sia il bambino che la madre, aumentando il rischio di aborti spontanei, morte del feto, compromissione dello sviluppo del sistema immunitario, impatti sulla crescita e mortalità materna.

Anche gli anziani sono particolarmente a rischio di malnutrizione che aumenta la mortalità tra coloro che soffrono di malattie acute o croniche. HelpAge International ha riferito che anche prima di ottobre il 45% degli anziani di Gaza andava a letto affamato almeno una volta alla settimana e il 6% ogni notte.

Limpatto sulla popolazione di Gaza delluso della fame come arma di guerra da parte del governo israeliano è aggravato dal collasso quasi totale del sistema sanitario. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) dei 36 ospedali di Gaza solo 10 sono operativi, nessuno di essi pienamente, sia a causa dei ripetuti, chiaramente illegali, attacchi dell’esercito israeliano contro strutture, personale e trasporti sanitari, nonché delle severe restrizioni allingresso di carburante e altre scorte.

Notizie da Gaza

Il 19 marzo Andrea De Domenico, capo dell’OCHA nei territori palestinesi occupati, ha visitato l’ospedale Kamal Adwan, dove ha riferito che ogni giorno arrivano circa 15 bambini malnutriti a causa della carenza di cibo, acqua e servizi igienici adeguati. Ha descritto le terribili condizioni dell’ospedale, sottolineando i danni in alcune aree e la dipendenza da un unico generatore.

Alcuni dei casi su cui Human Rights Watch ha indagato:

    • Un uomo di Beit Lahia ha detto che il figlio neonato, Abdelaziz, è morto poche ore dopo che sua madre, gravemente denutrita, lo aveva partorito nellospedale Kamal Adwan il 24 febbraio. Ha mostrato a Human Rights Watch il certificato di morte, in cui si afferma che Abdelaziz è nato prematuro. Suo padre ha detto che il personale dell’ospedale ha collegato Abdelaziz a un respiratore perché aveva difficoltà a respirare, ma che dopo poche ore il respiratore ha smesso di funzionare, avendo l’ospedale esaurito il carburante necessario. “Abdelaziz è morto immediatamente”, ha detto. Ha espresso preoccupazione per sua moglie, che sopravviveva con legumi e cibo in scatola, ponendo l’accento sul loro continuo lottare per avere un’alimentazione adeguata.

    • Il padre di due gemelle appena nate ha detto che una delle sue bambine, Joud, è morta all’ospedale Kamal Adwan il 2 marzo, otto giorni dopo la sua nascita, in seguito a malnutrizione. Ha affermato che prima della nascita delle bambine ha fatto di tutto per sfamare la sua famiglia, ma che avevano da mangiare solo pane, senza carne o proteine. Ha detto che, dopo la nascita delle gemelle, sua moglie non aveva latte per allattare le bambine e che quello in vendita nei negozi scarseggiava. Ha descritto il peggioramento delle condizioni di Joud, dicendo che “i suoi arti sono diventati molto freddi e respirava molto lentamente”. Sua suocera ha accompagnato Joud all’ospedale, dove poi è morta. Il padre ha espresso preoccupazione per la salute della gemella sopravvissuta.

    • Fadi, un bambino di 6 anni del quartiere al-Nasser di Gaza City, è affetto da fibrosi cistica, una malattia genetica che provoca danni ai polmoni. La madre di Fadi ha detto che a causa del blocco israeliano ha avuto difficoltà a procurarsi le medicine necessarie e a fornirgli unalimentazione adeguata. A metà gennaio la salute di Fadi era peggiorata al punto che non poteva più camminare, costringendolo al ricovero in ospedale. Prima della guerra Fadi pesava 30 chili, ora ne pesa 12”, afferma. Fadi è stato dimesso dall’ospedale Kamal Adwan il 23 marzo ed è in cura presso un ospedale del Cairo, ha detto un parente il 28 marzo.

    • Wissam Hammad, lo zio di Muhammad, 5 anni, che soffre di paralisi cerebrale, è intollerante al lattosio e al glutine e può mangiare solo cibi frullati, ha avuto grandi difficoltà a procurargli il cibo:

La maggior parte del suo cibo dovrebbe essere frutta e verdura, che è ciò che cerco di comprare. Ma tutto quello che riesco a trovare e permettermi sono le arance. Il problema è che non può masticare, quindi dobbiamo spappolargli il cibo. È tutto molto costoso.

    • Il dottor Ahmed Shahin, un pediatra, ha detto che prima di poter lasciare Gaza il 16 novembre, Osman, suo figlio di 14 anni affetto da paralisi cerebrale, che ha una gastrostomia e utilizza una sonda per l’alimentazione, aveva perso dall’inizio delle ostilità sette chili perché non avevano accesso né al cibo specifico di cui aveva bisogno, come le verdure, né all’elettricità per frullare gli alimenti.

Ostacoli alla fornitura degli aiuti

I continui bombardamenti e le operazioni di terra israeliane, la mancanza di garanzie di sicurezza da parte di Israele, i diffusi danni alle infrastrutture e le interruzioni delle comunicazioni rendono difficile la distribuzione dei pochi aiuti che arrivano a Gaza. Le organizzazioni umanitarie hanno riferito che le forze israeliane hanno attaccato i loro convogli umanitari e i loro operatori. Le forze israeliane hanno anche sparato e bombardato persone che si radunavano per la raccolta degli aiuti, uccidendone e ferendone centinaia.

Il 18 marzo un portavoce del governo israeliano ha dichiarato che gli aiuti che entrano a Gaza non incontrano nessun ostacolo a parte le preoccupazioni per la sicurezza. Altri funzionari hanno incolpato l’ONU per i ritardi nella distribuzione e hanno accusato Hamas di dirottare gli aiuti o la polizia di Gaza di non aver messo in sicurezza i convogli. Il 29 marzo lorganismo del Ministero della Difesa israeliano che governa gli affari civili nei territori palestinesi, il COGAT, ha contestato il rapporto umanitario del 18 marzo emesso dalle Nazioni Unite, che metteva in guardia sull’imminenza di una carestia, e ha affermato che non riflette la situazione nel suo insieme”. Il COGAT ha negato che il governo israeliano stesse intenzionalmente affamando la popolazione civile di Gaza. Il 2 aprile Human Rights Watch ha scritto al COGAT chiedendo commenti sui nostri riscontri, ma al momento della pubblicazione non ha ancora ricevuto risposta.

Tuttavia, l8 aprile lOCHA ha riferito che a marzo solo una delle quattro spedizioni di aiuti alimentari a Gaza che richiedevano un coordinamento è stata appoggiata dalle autorità israeliane. Dal primo gennaio sono arrivate al nord solo nove spedizioni di aiuti del Programma Alimentare Mondiale, l’ultima delle quali, composta da 18 camion, il 17 marzo. Il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che sono necessari almeno 300 camion ogni giorno solo per il nord.

Gli Stati Uniti sono ricorsi al lancio di cibo a Gaza e progettano di costruire un molo galleggiante in mare per fornire aiuti, una proposta criticata da 26 organizzazioni non governative, tra cui Human Rights Watch, in quanto rischiosa, costosa e inefficace”. Il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite Jamie McGoldrick ha sottolineato che il trasporto su strada è lunica soluzione praticabile per aumentare il flusso di aiuti.

Le restrizioni sulla distribuzione degli aiuti rendono particolarmente difficile laccesso al cibo per le persone che necessitano di una dieta specifica. Diversi rappresentanti di organizzazioni umanitarie hanno affermato di non essere stati in grado di fornire alimentazione ai bambini che seguono diete speciali o di raggiungerli. Un membro dello staff del Palestine Childrens Relief Fund ha affermato che erano in grado di fornire solo latte artificiale e non potevano rispondere ai bisogni dei bambini con esigenze dietetiche specifiche. Medical Aid for Palestine ha affermato che gli alimenti speciali che avevano in deposito si sono esauriti rapidamente e da allora non sono stati in grado di trovare e fornire a coloro che ne avevano bisogno alimenti speciali.

Gli aiuti stentano ad arrivare: un quarto della popolazione è a rischio carestia. In queste circostanze le persone con disabilità e quelle vulnerabili soffrono di più. Nell’ambito nutrizionale è difficile sostenere le persone che necessitano di una dieta specifica e di assistenza medica.

Il 1° aprile 2024, a seguito di un attacco aereo israeliano nel centro di Gaza che ha colpito tre veicoli con il contrassegno dellorganizzazione alimentare internazionale World Central Kitchen e ha ucciso sette operatori umanitari provenienti da diversi Paesi, Cipro ha annunciato che le navi che trasportavano circa 240 tonnellate di aiuti per Gaza sarebbero tornate indietro. Alla luce dell’attacco World Central Kitchen, Project Hope e ANERA, tutti fornitori di aiuti alimentari, hanno sospeso le loro operazioni a Gaza, e gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso il loro coinvolgimento nel fornire aiuti attraverso un corridoio marittimo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

 




Sette operatori umanitari a Gaza, compresi cittadini del Regno Unito, degli Stati Uniti e dell’Australia, uccisi in un attacco israeliano, afferma l’organizzazione benefica

Bethan McKernan, a Gerusalemme, e Ben Doherty

2 aprile 2024 – The Guardian

L’esercito israeliano indaga in seguito al fatto che in un convoglio colpito nel centro di Gaza si trovavano degli operatori di World Central Kitchen 

Sette persone che lavoravano per World Central Kitchen [ONG americana, ndt.], un’organizzazione benefica che promuove sforzi per alleviare l’incombente carestia a Gaza, sono rimaste uccise in un attacco aereo israeliano, dice l’organizzazione, gettando nel caos gli sforzi di soccorso umanitario nel territorio palestinese, in quanto l’organizzazione ha detto che avrebbe sospeso le operazioni.

Secondo una dichiarazione rilasciata giovedì mattina gli operatori facevano parte di un gruppo che viaggiava su tre veicoli corazzati che riportavano il logo dell’organizzazione umanitaria. World Central Kitchen (WCK) ha detto che gli uccisi erano originari di Regno Unito, Australia, Polonia e Palestina e uno aveva doppia cittadinanza USA e canadese.

Secondo un giornalista dell’Associated Press che si trovava nella struttura, i corpi degli operatori umanitari sono stati portati in un ospedale della città di Rafah nel sud di Gaza, sul confine egiziano. Le registrazioni dell’ospedale hanno riportato che tre cittadini del Regno Unito erano morti.

L’organizzazione ha affermato: “Nonostante i movimenti fossero stati concordati con l’esercito israeliano il convoglio è stato colpito alla partenza dal deposito di Deir al-Balah, dove la squadra aveva scaricato più di 100 tonnellate di aiuti umanitari in cibo portati a Gaza via mare.”

Erin Gore, presidente di WCK, ha detto: “Questo non è solo un attacco contro WCK, è un attacco alle organizzazioni umanitarie che avviene nella più tremenda delle situazioni in cui il cibo viene usato come arma di guerra. Questo è imperdonabile.”

L’organizzazione interromperà le operazioni nella regione e dice che prenderà una decisione sul futuro della sua attività, sollevando timori che il recente corridoio marittimo da Cipro per la consegna di aiuti disperatamente necessari a Gaza possa fallire a fronte dei ripetuti ostacoli da parte israeliana.

Giovedì pomeriggio Cipro ha detto che le navi recentemente giunte a Gaza stanno tornando indietro con 240 tonnellate di aiuti non consegnati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deplorato le uccisioni, che ha detto essere state provocate da un attacco aereo israeliano. Ha decritto l’incidente come tragico e non intenzionale.

Succede in tempi di guerra. Stiamo indagando accuratamente sui fatti, siamo in contatto con i governi (delle vittime straniere) e faremo di tutto per garantire che non avvenga di nuovo”, ha detto in una videodichiarazione.

L’esercito israeliano ha espresso “sincero dispiacere” per le morti mentre non ha ammesso del tutto di accettarne la responsabilità, aggiungendo che è in corso un’indagine.

Una dichiarazione dell’esercito afferma: “Le IDF (esercito) compiono molti sforzi per rendere possibile la consegna sicura di aiuti umanitari e hanno lavorato a stretto contatto con WCK nei suoi sforzi vitali per fornire cibo e aiuto umanitario alla popolazione di Gaza.”

I tentativi delle agenzie umanitarie di fornire assistenza dove c’è più necessità a Gaza sono stati gravemente ostacolati da un insieme di impedimenti logistici, da un collasso dell’ordine pubblico e dalla farraginosa burocrazia imposta da Israele. Il numero di camion di aiuti entrati nel territorio via terra negli ultimi cinque mesi è stato molto al di sotto dei 500 al giorno che entravano prima della guerra.

A febbraio più di 100 persone sono state uccise quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco in un punto di distribuzione degli aiuti a Gaza City. L’esercito israeliano ha detto che per la maggior parte sono morti nella calca, ma funzionari palestinesi e testimoni lo hanno smentito dicendo che la maggioranza di quelli portati in ospedale presentava ferite da proiettili.

L’ONU ha detto che nel territorio costiero almeno 576.000 persone– un quarto della popolazione – sono sulla soglia della carestia ed è aumentata la pressione su Israele perché accresca il flusso di aiuti.

Le navi con gli aiuti arrivate lunedì trasportavano 400 tonnellate di cibo e prodotti – sufficienti per un mese di pasti – in una spedizione finanziata dagli Emirati Arabi Uniti e organizzata da WCK, ma gli operatori avevano scaricato solo 100 tonnellate prima che l’attacco costringesse l’organizzazione ad ordinare che le imbarcazioni tornassero a Cipro.

Il mese scorso un’altra nave di WCK ha consegnato 200 tonnellate di aiuti in un’esperienza pilota resa possibile da volontari di WCK e da altri a Gaza che hanno costruito un molo con le macerie di edifici distrutti dai bombardamenti israeliani negli scorsi cinque mesi. L’esercito israeliano è stato coinvolto nel coordinamento di entrambe le consegne.

Washington, il principale alleato di Israele, ha caldeggiato la via marittima come nuovo modo per fornire aiuti disperatamente necessari al nord di Gaza, che è ampiamente separato dal resto del territorio dalle forze israeliane.

Israele ha impedito all’UNRWA, la principale agenzia dell’ONU a Gaza, di effettuare consegne nel nord dopo aver sostenuto che molti dei suoi dipendenti erano coinvolti nell’attacco di Hamas che ha scatenato la guerra, ora nel suo sesto mese. Altre organizzazioni umanitarie dicono che spedire convogli di camion al nord è troppo pericoloso a causa delle mancate garanzie da parte dell’esercito di un passaggio sicuro.

In base ai dati israeliani il 7 ottobre circa 1.200 israeliani sono stati uccisi e altri 250 presi in ostaggio, mentre più di 32.000 palestinesi sono stati uccisi nella successiva offensiva israeliana, secondo il locale Ministero della Salute nel territorio governato da Hamas.

José Andrés, il fondatore di WCK, ha dichiarato a X che l’organizzazione umanitaria “ha perso parecchie nostre sorelle e fratelli in un attacco aereo delle IDF a Gaza.”

Ha scritto: “Ho il cuore spezzato e sono addolorato per le loro famiglie ed amici e per l’intera nostra famiglia di WCK. Queste sono persone…sono angeli…Ho lavorato al loro fianco in Ucraina, a Gaza, in Turchia, in Marocco, alle Bahamas, in Indonesia. Hanno un volto…hanno un nome.”

Ha detto che il governo israeliano avrebbe dovuto “fermare queste uccisioni indiscriminate.”

Il Primo Ministro australiano, Anthony Albanese, ha identificato la persona uccisa di nazionalità australiana come Zomi Frankcom e ha definito il suo lavoro “straordinariamente importante.”

Albanese ha detto che il suo governo avrebbe convocato l’ambasciatore israeliano riguardo ad un incidente che ha detto essere “al di là di ogni ragionevole circostanza”, aggiungendo: “l’Australia si attende una piena assunzione di responsabilità per la morte di operatori umanitari, che è assolutamente inaccettabile.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)