Naftali Bennett: il falco della destra israeliana sulla soglia del potere

Shir Hever

1 giugno 2021 – Middle East Eye

L’ex ministro della Difesa ha detto di non avere problemi ad uccidere gli arabi e ha sollecitato il bombardamento di Gaza. Ora sembra che metterà fine ai 12 anni di potere di Netanyahu

Trasferendo il suo sostegno da Benjamin Netanyahu al leader dell’opposizione Yair Lapid [alla guida di Yesh Atid (“C’è un futuro”), partito politico israeliano centrista e laico, ndtr.], e assicurandosi con molte probabilità la carica di primo ministro, Naftali Bennett è finito sulle prime pagine non solo all’interno di Israele ma anche sui media internazionali.

Diventare primo ministro dopo 12 anni di Netanyahu sarebbe un momento epocale per Israele e per il mondo, ma non arriverà senza turbolenze. Lapid, sebbene amico personale di Bennett, sta formando un’ampia coalizione di partiti politici piccoli e frammentati di sinistra e di estrema destra. Non sarà semplice esercitare il potere.

In quanto politico legato al movimento ebraico nazionale ortodosso, che si batte per espandere i confini dello Stato di Israele per ragioni teologiche, Bennett fa parte dei leader della destra israeliana.

Egli ha ripetutamente promesso ai suoi elettori che non formerà una coalizione con i partiti che definisce di “sinistra”, dal centrista Yesh Atid di Lapid al partito Meretz [di ispirazione laica, sionista e socialdemocratica, ndtr.] guidato da Nitzan Horowitz. Ma nei giorni scorsi Bennett ha infranto le sue promesse elettorali e ha annunciato la sua intenzione di entrare nella coalizione di Lapid, che comprende la sinistra e i palestinesi, in cambio della nomina a primo ministro.

Nel 1996 Bennett era un ufficiale dell’esercito quando nei pressi del villaggio di Kafr Kana in Libano chiese un bombardamento d’artiglieria per coprire la ritirata della sua unità. Tale fuoco di sbarramento uccise oltre 100 civili libanesi. Bennett fu quindi etichettato come un codardo per aver ordinato la ritirata e il supporto dell’artiglieria.

Come molti dei principali attori politici israeliani, tra cui il procuratore generale Avichai Mandelblitt [dal 2004 al 2011 Chief Military Advocate General, la più alta autorità giuridica nelle forze armate israeliane, ndtr.] e il leader di Yisrael Beiteinu [partito politico israeliano, appartenente all’area dell’ estrema destra nazionalista, sionista e laica, ndtr.] Avigdor Lieberman, Bennett ha iniziato la sua carriera politica con il ruolo di responsabile del personale dell’ufficio di Netanyahu, per breve tempo nel 2005, quando il capo del Likud era a capo dell’opposizione.

Questo gli aprì la strada per la direzione del partito nazionale ortodosso associato al movimento dei coloni, allora chiamato Jewish Home [Casa Ebraica, ndtr.]

Divenne il capo del Consiglio Yesha, l’alleanza dei comuni delle colonie illegali israeliane nella Cisgiordania occupata, che funge da guida informale per il movimento dei coloni.

Un leader fuori dal comune

Come politico, Naftali Bennett ha sviluppato un’immagine di uomo pieno di contraddizioni interne, uno che tenta di atteggiarsi a deciso e interventista ma che spesso non riesce ad essere all’altezza di tale ruolo. Guida il movimento dei coloni, ma vive a Raanana, sul lato israeliano della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] Nella sua veste di milionario ed ex manager di un’azienda, è un leader insolito per il movimento dei coloni.

Bennett è alla guida di un movimento religioso, ma sua moglie era laica [ora è ebrea osservante, ndtr.]. Nel 2014, nel corso del conflitto di quell’anno, come ministro dell’Istruzione fece pressioni per un più brutale bombardamento della Striscia di Gaza. Durante l’invasione israeliana Bennett ha usato i contatti con i rabbini militari per ottenere informazioni che secondo lui l’esercito e il primo ministro non avrebbero condiviso con la compagine governativa.

Le dichiarazioni pubbliche di Bennett sono state studiate per collocarlo sul versante estremista, razzista e religioso della politica israeliana. Com’è noto, nel 2013 disse: “Ho ucciso molti arabi nella mia vita e ciò non è un problema” e “i palestinesi sono come un frammento [di bomba] nel sedere”. Nel 2018 ha minacciato di bombardare il Libano e riportarlo all’età della pietra.

Nel 2017 ha paragonato i genitori ebrei che protestavano contro l’indottrinamento religioso nelle scuole israeliane ai “cristiani che incolpano gli ebrei della crocifissione di Cristo” e ha definito gli ebrei di sinistra “auto-antisemiti”.

Queste affermazioni non hanno tuttavia impedito che in programmi satirici venisse deriso come immaturo, pavido e permaloso. Nel 2020 è stata resa pubblica una registrazione del 2018 in cui Netanyahu lo chiamava “cagnolino”, e a cui Bennett ha risposto: “Gli attacchi personali non mi feriscono”. I video bizzarri della sua campagna in cui è travestito da hipster [nel video Bennet intende ridicolizzare la cultura hipster espressa da giovani del ceto medio e benestante, tipica, secondo lui, della sinistra, ndtr.] con una barba finta o mentre parla con un piccione hanno alimentato la sua immagine di buffone.

Nell’aprile 2019, la prima delle quattro elezioni israeliane in due anni, Bennett ha subito l’umiliazione di non aver vinto un solo seggio quando il suo Partito della Nuova Destra non è riuscito a varcare la soglia di sbarramento.

Le complessità

Sotto Netanyahu Bennett ha ricoperto la carica di ministro in vari ambiti: ministro dei servizi religiosi, di Gerusalemme, dell’economia, della diaspora, dell’istruzione e infine ministro della difesa.

Quest’ultimo è stato notoriamente per molti anni un ardente desiderio di Bennett, ma è stato ministro della Difesa solo per pochi mesi, tra il novembre 2019 e il maggio 2020. Durante questo periodo ha per lo più supervisionato i ripetuti bombardamenti contro obiettivi iraniani in Siria, che egli ha affermato avessero ridotto al 30% la presenza delle forze sostenute dall’Iran in Siria. In tale periodo una famosa immagine di Bennett in piedi con una espressione di rabbia sul volto è stata una fonte di ulteriore derisione nei suoi confronti.

La famiglia di Bennett proviene dagli Stati Uniti, ed egli ha rilasciato ai media internazionali in lingua inglese un gran numero di interviste in cui sostiene che la Bibbia assegna agli ebrei la proprietà sulla Palestina. In una di queste interviste mostra agitandola un’antica moneta con lettere ebraiche, sostenendo che essa rappresenti una prova di tale affermazione. Bennett ha detto a Mehdi Hasan di Al Jazeera che i musulmani hanno l’obbligo di accettare il controllo ebraico della Terra Santa sulla base della loro fede.

Nelle elezioni di marzo il partito di Bennett Yamina (“a destra”) ha conquistato solo sette dei 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano. Uno di quei parlamentari, Amichai Chikli, ha giurato di votare contro un governo di coalizione con elementi “di sinistra” e “arabi”, e non si unirà alla coalizione di Lapid.

Alcuni elettori di Yamina hanno reagito furiosamente all’abbandono da parte di Bennett della destra guidata da Netanyahu, che non sembrava in grado di formare un proprio governo. Hanno protestato davanti alla sua casa, e Bennett ha persino ricevuto minacce di morte, costringendolo ad accettare una scorta.

Naftali Bennett potrebbe aver trovato un modo per diventare primo ministro (fintanto che regge questa traballante coalizione), ma ha perso per strada la sua base elettorale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La guerra che Israele ha perso

Shir Hever

21 maggio 2021 – Open Democracy

Le forze armate israeliane posseggono armamenti superiori a livello tattico, ma stanno perdendo legittimità internazionale a livello strategico

Nel 2000, Ariel Sharon, politico israeliano di destra, entrò nella moschea di Al-Aqsa accompagnato da un distaccamento di guardie del corpo. La provocazione innescò la seconda Intifada durata fino al 2005. Sharon all’epoca era il leader del Likud, il partito di opposizione. Gli scontri scoppiati dopo la sua visita attizzarono anche le fiamme del populismo e del nazionalismo nel Paese e meno di un anno dopo, nel marzo 2001, il governo del partito laburista di Ehud Barak cadde e Sharon diventò primo ministro.

Gli eventi di questo maggio in Israele-Palestina sono una spaventosa ripetizione di ciò che era successo nel 2000.

I risultati delle elezioni in Israele nel marzo 2021, le quarte in due anni, sono stati inconcludenti. Benjamin Netanyahu (Likud) non è riuscito a raccogliere una maggioranza per formare un governo nel tempo concessogli. L’8 maggio, immediatamente dopo che il presidente aveva dato l’incarico a Yair Lapid, il leader del partito dell’opposizione Yesh Atid, Netanyahu ha inviato la polizia israeliana ad assaltare la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme durante le preghiere della notte di Al-Qadr [‘la notte del destino’, una delle ultime 10 notti del Ramadan, ndtr.]  ferendo 330 palestinesi.

Il 10 maggio, nell’assediata Striscia di Gaza, alcuni gruppi palestinesi (cioè Hamas e Jihad Islamica) hanno lanciato razzi in risposta alla violazione della moschea. I pogrom di Gerusalemme, durante i quali folle inferocite sono andate a caccia di palestinesi da picchiare o uccidere, si sono allargati ad altre città. A Lod e in altre cosiddette “città miste”, i cittadini palestinesi di Israele hanno organizzato i propri gruppi e un ebreo israeliano è stato ucciso. L’aviazione israeliana ha cominciato una brutale campagna di bombardamenti della Striscia di Gaza, ma i razzi lanciati da Gaza non si sono fermati. Quando è iniziato il cessate il fuoco, dopo 11 giorni, erano stati uccisi 232 palestinesi (inclusi 65 bambini) e 12 israeliani.

Una manovra politica

Quattro elezioni consecutive in due anni non hanno raggiunto una chiara maggioranza per nessun candidato. Dai politici ci si aspetta che mostrino lealtà al proprio gruppo identitario piuttosto che a valori e ideali. Gli ebrei ultra-ortodossi sono diffidenti nei confronti degli ebrei secolari di classe media, i nazionalisti religiosi ortodossi detestano la comunità LGBT e naturalmente i palestinesi sono odiati ed emarginati da tutti i partiti sionisti.

In quest’ultima tornata elettorale, comunque, uno dei quattro partiti che formano la Lista Unita che rappresenta la maggioranza dei cittadini palestinesi in Israele e parte della sinistra israeliana ebraica, si è scisso. Ra’am, il partito che se n’è andato, è guidato da Mansour Abbas, un musulmano conservatore. Paradossalmente questa divisione all’interno della rappresentanza politica palestinese ha rafforzato la legittimità palestinese, con Abbas che gioca il ruolo di chi controlla la situazione, che né la destra né la sinistra possono permettersi di inimicarsi.

Quando è scoppiata la violenza, i politici israeliani, specialmente i sostenitori di Netanyahu, hanno intensificato l’istigazione razzista contro i palestinesi (sia a Gaza che in Cisgiordania o in Israele). Un’atmosfera di odio e paura si è impadronita del Paese con la forza. Dato che i partiti impegnati nei negoziati per formare una coalizione senza Netanyahu rappresentano gruppi con identità opposte oltre a Yesh Atid di Lapid, che rappresenta gli ebrei secolari di classe media, e Ra’am c’è la Nuova Destra di Naftali Bennet che rappresenta ebrei nazionalisti religiosi – essi potrebbero non cooperare più e i colloqui della coalizione si interromperebbero.

Nel frattempo, Lapid ha omesso di pronunciare una sola parola di critica sull’uccisione dei palestinesi da parte dell’esercito e della polizia. Ha tempo fino al 2 giugno per trovare una maggioranza e formare un governo, altrimenti saranno indette nuove elezioni e Netanyahu resterebbe come primo ministro ad interim.

Due leader di partiti con cui Lapid ha negoziato, Bennet e Gideon Saar (già membro del Likud, scontento della presunta corruzione di Netanyahu), hanno entrambi già insinuato che potrebbero rimangiarsi l’impegno preso durante la loro campagna di non unirsi al governo di Netanyahu. Appena Bennet e Saar hanno cambiato le loro posizioni, Netanyahu ha rapidamente accettato la proposta dell’Egitto di un cessate il fuoco con Hamas.

Per il pubblico israeliano e i media in generale, la manovra di Netanyah è completamente trasparente. Lo stato di emergenza gli dà l’occasione di restare in carica come primo ministro e di bloccare il suo processo per corruzione.

Eppure i politici israeliani che criticano Netanyahu hanno paura di parlare della sua cinica manipolazione della violenza. Se lo facessero, sarebbero marchiati come di “sinistra” o “amanti degli arabi”, entrambi considerati insulti nella politica israeliana. In Israele la paura che la propria lealtà e il proprio nazionalismo vengano mesi in dubbio è più forte della paura dei razzi di Hamas.

Un pesante tributo

A oggi, migliaia di persone sono state ferite e centinaia uccise, mentre i danni economici ammontano a miliardi di dollari, ma la maggior parte delle sofferenze sono state inflitte ai palestinesi, specialmente nella Striscia di Gaza.

Provocazioni e populismo stanno colpendo pesantemente la società israeliana. Molti giovani israeliani non si arruolano più nell’esercito, non per un’opposizione politica alle azioni dell’esercito, ma semplicemente per priorità personali. La corruzione è rampante nel governo, quindi perché dei cittadini qualunque dovrebbero impegnarsi di più e sacrificare anni delle proprie vite all’esercito?

Con questa mentalità di “ognuno per sé”, le istituzioni pubbliche stanno collassando. La polizia si è rivelata incapace o riluttante a fermare i pogrom, a proteggere i manifestanti o ad arrestare ebrei facinorosi e violenti. Quando il capo della polizia ha invocato la calma e parlato di “terroristi da entrambe le parti,” è stato immediatamente rimproverato da Amir Ohana, il ministro della Pubblica Sicurezza, del Likud, che l’ha bollato come personaggio di sinistra.

Analogamente, l’esercito non agisce in modo organizzato, ma come una torma indisciplinata e inferocita. Il brutale bombardamento di Gaza è stato coordinato male e persino la qualità della propaganda che l’esercito israeliano produce per giustificare i bombardamenti è più scadente del solito.

Il 14 maggio l’ufficio stampa dell’esercito israeliano ha ingannato i media stranieri dichiarando che le truppe di terra israeliane stavano marciando dentro Gaza per costringere i combattenti di Hamas a rifugiarsi nei tunnel che sono stati prontamente bombardati. La bugia non è stata creduta perché l’ufficio stampa dell’esercito non ha mandato la stessa disinformazione ai giornali israeliani. I combattenti di Hamas hanno scoperto il trucco ed evitato di entrare nei tunnel.

I servizi di sicurezza israeliane avrebbero potuto prepararsi contro i razzi da Gaza o le proteste in Cisgiordania e in Israele, ma non l’hanno fatto. La loro unica strategia è stata la deterrenza, per causare abbastanza morte e sofferenza in modo da convincere i palestinesi a restare docili per paura. Ma quando i palestinesi superano le proprie paure, come hanno fatto nelle ultime settimane, la deterrenza è inutile.

Una dimostrazione di forza

Il 18 maggio lo sciopero generale dei palestinesi in tutto il territorio israelo-palestinese ha dimostrato un livello di unità senza precedenti evidenziando anche quanto sia divisa l’opinione pubblica israeliana.

La sorprendente forza militare di Hamas nella Striscia di Gaza, la furiosa sollevazione dei palestinesi dopo decenni di discriminazioni e umiliazioni, l’allargarsi delle proteste in Cisgiordania, i palestinesi delusi dalla decisione di annullare le elezioni attese per quest’anno, tutto ciò ha creato il panico nel discorso pubblico israeliano, specialmente sui media.

I giornalisti israeliani critici sono stati zittiti, alcuni hanno ricevuto minacce di morte e hanno cercato la protezione di addetti alla sicurezza. Altri giornalisti, al contrario, hanno invocato più violenza, persino il massacro dei palestinesi. (Sui media, un eufemismo usato spesso per un massacro è “foto della vittoria” un’immagine simbolica di distruzione che negherebbe ai palestinesi l’opportunità di dichiarare vittoria.)

A livello tattico, le forze armate israeliane sono dotate di armi superiori, ma a livello strategico stanno perdendo legittimità internazionale. La parte israeliana è completamente prevedibile. Le operazioni militari sono dettate dagli interessi politici di Netanyahu a breve termine. Gli israeliani sono divisi internamente e paralizzati politicamente. La paura di perdere la faccia impedisce loro di cercare dei compromessi.

La parte palestinese, al contrario, è unita, ma imprevedibile e ha molte alternative su come procedere. L’operazione militare, soprannominata da Israele: “Guardiano delle Mura” è finita con un cessate il fuoco. Ma sembra che, nonostante il tremendo bilancio delle vittime palestinesi, la parte israeliana abbia perso.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La violenza fa il gioco di Netanyahu

Akiva Eldar

16 maggio 2021- Al Jazeera

Permettendo l’escalation di violenza, il primo ministro uscente sta sabotando la formazione del governo da parte dell’opposizione.

All’inizio, gli unici israeliani a dirlo forte sono stati i soliti sospetti della sinistra. Poi è stato Moshe Ya’alon, già ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore, a stabilire un collegamento fra gli interessi personali del primo ministro Benjamin Netanyahu e i violenti scontri che, iniziati a Gerusalemme Est, si sono poi allargati alla Striscia di Gaza, alla Cisgiordania occupata e a Israele. “L’escalation della sicurezza serve a Netanyahu e ad Hamas per ragioni di politica interna di entrambi,” ha twittato Ya’alon.

Poi persino Avigdor Lieberman, ex ministro della Difesa e fondatore del partito Yisrael Beitenu [Israele Casa Nostra, ultranazionalista laico, rappresenta soprattutto gli immigrati russi, ndt.] ha dichiarato che: “Lo scopo strategico dell’operazione [militare] è modificare in meglio l’opinione pubblica verso Netanyahu. Fino a quando Lapid ha il mandato di formare un governo, Netanyahu cercherà di estendere l’operazione.”

Infatti il primo ministro israeliano in carica non ha fatto alcuno sforzo per contenere la violenza. Il mese scorso avrebbe potuto ordinare alla polizia di rimuovere i blocchi stradali dalla Porta di Damasco, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Perché ha aspettato fino a quando non è diventata un terreno di scontro fra la polizia e centinaia di giovani palestinesi? Perché ha permesso alla polizia di gettare granate stordenti dentro la moschea di Al-Aqsa durante la preghiera?

Yair Lapid, presidente del partito Yesh Atid, già ministro delle Finanze e leader della cosiddetta “coalizione per il cambiamento”, ha dato una risposta persino prima che iniziasse l’escalation.

Poco dopo le elezioni del 23 marzo ha incontrato Benny Gantz, ministro della Difesa e capo dell’Alleanza Blu e Bianco, e, secondo Yossi Verter, giornalista di Haaretz, gli ha detto ciò che segue: “C’è una cosa che devi considerare. Se Netanyahu sente che gli sta sfuggendo di mano il governo, cercherà di creare un incidente riguardante la sicurezza. A Gaza o lungo il confine nord. Se pensa che questo sia l’unico modo per salvarsi, non esiterà un attimo.”

Durante gli ultimi due anni Netanyahu ha lottato per la sua sopravvivenza politica con tutto quello che aveva a disposizione. È stato accusato di frode e corruzione e, se perdesse il potere, dovrebbe affrontare una pesante pena detentiva.

Ora egli teme la “coalizione per il cambiamento” di cui fanno parte Lapid e Gantz e che si è formata per spodestarlo. Include anche Lieberman, di destra, Naftali Bennett, capo di Yamina, partito di destra, e Gideon Sa’ar, capo di “Nuova Speranza”, formata da fuoriusciti dal Likud, Merav Michaeli, di sinistra, leader del partito laburista [partito di centro, ndtr.], e Nitzan Horowitz, capo di Meretz [partito della sinistra sionista, ndtr.]. Quest’alleanza eterogenea e piuttosto fragile aveva come unico scopo la formazione di un governo che escludesse Netanyahu.

Dopo che per la quarta volta in due anni Netanyahu non è riuscito a formare un governo, il presidente ha offerto il mandato a Lapid, il leader del maggiore partito della “coalizione per il cambiamento” e che ha 17 seggi alla Knesset. La recente ondata di violenza l’ha colto mentre stava per completare i negoziati con gli altri partiti.

Fino a pochi giorni fa alla “coalizione per il cambiamento” mancavano 4 voti sui 61 necessari per compiere questa missione. Ci si aspettava che questi voti arrivassero dal partito palestinese Ra’am, guidato da Mansour Abbas che aveva promesso di unirsi a ogni coalizione politica che fosse riuscita a formare un governo.

Mentre aumentava la tensione a Gerusalemme, Ya’alon ha sollecitato i leader della “coalizione per il cambiamento” ad accelerare la formazione di un nuovo governo. Ma sembra che questo consiglio sia arrivato un po’ troppo tardi.

Il 13 maggio, il blocco è andato a pezzi. Bennett ha annunciato che stava lasciando la “coalizione per il cambiamento” per riprendere i negoziati con Netanyahu. Lapid ha detto che avrebbe continuato il tentativo di formare un governo, ma le sue alternative si sono drammaticamente ridotte.

A parte Mansour, dovrà anche convincere la Lista Unita palestinese a “rimpiazzare” il partito di Bennett. Se fallisse in meno di tre settimane, dovrebbe restituire il mandato al presidente. In questo caso, Netanyahu potrebbe guidare il Paese verso la quinta elezione in due anni e nominare nel frattempo un Procuratore generale che trovi il modo di bloccare il suo processo.

A questo punto ci si deve chiedere se la “coalizione per il cambiamento” che si appoggia sulle forze politiche palestinesi sarebbe in grado di evitare il prossimo ciclo di scontri fra l’occupante e le forze della resistenza. Può un politico palestinese-israeliano rimanere in un governo che ordina alla polizia di attaccare la moschea di Al-Aqsa durante il Ramadan e manda i piloti a gettare bombe a Gaza, uccidendo bambini palestinesi innocenti?

Le differenti reazioni agli eventi attuali dimostrano l’enorme divario fra i partner potenziali della “coalizione per il cambiamento”. Se Abbas e gli altri membri palestinesi della Knesset devono prendere le distanze dai nuovi partner potenziali, i leader sionisti non possono voltare le spalle ai loro elettori che temono le raffiche di razzi di Hamas e la violenza intercomunitaria nelle città miste.

Sa’ar si è affrettato ad appellarsi a Netanyahu e Gantz affinché rispondano con forza agli attacchi contro i civili israeliani. Ha promesso che il suo partito sosterrà la forte risposta governativa a ripristinare la deterrenza. Anche Lapid ha dichiarato che sosterrà le azioni governative “nella guerra contro i nemici di Israele”. Nessuno dei leader del centro-destra ha detto una sola parola sull’origine del conflitto, né ha offerto una strategia per raggiungere un accordo politico.

L’escalation nei territori occupati è un avvertimento che la “coalizione per il cambiamento” deve innanzitutto cambiare la sua futile politica sul conflitto israelo-palestinese e la sua politica discriminatoria verso la minoranza palestinese in Israele. Gli eventi odierni ci ricordano che nessun governo israeliano può permettersi di ignorare questa questione senza danneggiare la sicurezza dei cittadini israeliani, compromettendo le relazioni con i vicini Paesi arabi e inimicandosi la comunità internazionale.

Il conflitto israelo-palestinese è come una macchina che ha solo due marce: “avanti” e “indietro”. Si deve scegliere fra queste due. Non ci sono “freno a mano” o “in folle”. Se non si fanno progressi, si è condannati ad andare indietro.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Akiva Eldar è un giornalista israeliano, ex editorialista e opinionista di Haaretz.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele sceglie la violenza

Haggai Matar

10 maggio 2021- +972 magazine

Dalla repressione a Sheikh Jarrah al bombardamento di Gaza, il governo israeliano ha scelto di incrementare la sua brutalità nei confronti dei palestinesi.

L’acuirsi della violenza degli ultimi giorni in Israele-Palestina è principalmente il risultato di una serie di scelte fatte dal governo israeliano. Mentre tale violenza è tutt’altro che inedita nella nostra regione ed è intrinseca alle pluridecennali politiche oppressive di Israele, ci sono scelte che in ultima analisi sono utili agli interessi del primo ministro Benjamin Netanyahu, che sta lottando disperatamente per salvare la sua carriera politica ed evitare la possibilità di finire in carcere.

Le scelte pericolose sono di fatto cominciate con l’inizio del mese santo musulmano del Ramadan, quando le autorità israeliane hanno preso l’incomprensibile decisione di collocare nuovi posti di controllo provvisori all’ingresso della Porta di Damasco, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Poi hanno attaccato i palestinesi che si erano riuniti lì per festeggiare la rottura del digiuno quotidiano con amici e famiglie. Ci sono volute due settimane di violenza poliziesca e la risoluta risposta da parte dei manifestanti palestinesi perché la polizia si ritirasse.

Nel contempo la ripresa delle manifestazioni settimanali e delle veglie quotidiane nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est per protestare contro l’espulsione forzata di famiglie palestinesi ha visto la polizia fare uso di una forza brutale contro gli abitanti e i dimostranti. Come ha informato Oren Ziv di +972, la polizia è andata accentuando la violenza in un quartiere che è diventato un importante simbolo della spoliazione dei palestinesi.

A Sheikh Jarrah Israele sta cercando di restituire ad ebrei terreni che si sostiene siano stati in precedenza di proprietà di ebrei prima del 1948. Così facendo sta espellendo famiglie palestinesi che prima del 1948 [anno di nascita di Israele, ndtr.] erano proprietarie di terreni in quello che è diventato Israele, senza consentire loro di rivendicare la terra che hanno perso durante la Nakba [la Catastrofe, ossia la pulizia etnica subita dai palestinesi dal 1947 al 1948, ndtr.]. È difficile trovare una forma più palese di discriminazione razzista.

Negli ultimi anni lanci di pietre e scontri attorno alla moschea di Al-Aqsa nel periodo del Ramadan sono diventati frequenti. Spesso finiscono subito dopo essere iniziati, con la polizia che decide di lasciare che le proteste si esauriscano da sole. Questa volta la polizia ha optato per una violenza esagerata, ferendo negli ultimi giorni oltre 300 palestinesi sulla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio. Ciò include un certo numero di giornalisti, tra cui Faiz Abu Rmeleh, membro del collettivo Activestills [gruppo di fotogiornalisti impegnati nella controinformazione su Israele/Palestina, ndtr.] e collega di +972, a cui hanno sparato con proiettili di acciaio ricoperti di gomma e picchiato dalla polizia.

Ma la violenza poliziesca non si è fermata lì: alcuni reparti sono entrati nella moschea di Al-Aqsa ed hanno lanciato granate stordenti contro i palestinesi che vi si trovavano. Il valore simbolico di poliziotti armati che calpestano tappeti da preghiera e aggrediscono fedeli in uno dei luoghi più sacri per l’Islam e durante il suo mese più santo è risultato evidente a tutti e non avrebbe potuto avvenire senza che qualcuno prendesse deliberatamente la decisione di intraprendere un’iniziativa così estrema.

Quando i cittadini palestinesi di Israele hanno organizzato autobus per andare a pregare nella [moschea di] Al-Aqsa e per proteggerla, le autorità hanno risposto chiudendo le strade 1 e 443. Così facendo hanno impedito a migliaia di musulmani che stavano digiunando di andare a Gerusalemme per esercitare la libertà di culto, lanciando granate assordanti contro quelli che hanno iniziato a marciare nonostante gli ordini della polizia. Essa ha spiegato la sua decisione affermando di voler impedire che 20 potenziali “istigatori” raggiungessero la capitale. Persino importanti giornalisti israeliani, che spesso sono lieti di ripetere pedissequamente la narrazione ufficiale del governo, hanno messo in dubbio la validità di queste affermazioni.

Come se non bastasse, lo scorso mese estremisti di estrema destra dell’organizzazione razzista Lehava sono comparsi a Sheikh Jarrah, alla Porta di Damasco e nel centro di Gerusalemme. Sono stati appoggiati dal deputato kahanista [seguace del rabbino razzista Meir Kahane, ndtr.] Ben-Gvir e dal vicesindaco di Gerusalemme Aryeh King, che la scorsa settimana ha pubblicamente augurato la morte a un importante attivista palestinese a Sheikh Jarrah.

Due settimane dopo gli eventi di Sheikh Jarrah e alla Porta di Damasco, il presidente [palestinese, ndtr.] Mahmoud Abbas ha annunciato la cancellazione delle elezioni palestinesi. La ragione ufficiale è stata la decisione israeliana di impedire ai palestinesi gerosolimitani di parteciparvi, in violazione degli Accordi di Oslo. Però la decisione era chiaramente destinata a favorire gli interessi di Abbas e, come hanno sostenuto molti attivisti politici palestinesi, era ancora possibile e forse persino necessario tenere le elezioni indipendentemente dall’esclusione di Gerusalemme.

Benché questa sia una questione tra palestinesi, Israele avrebbe potuto annunciare di star agendo in base agli obblighi previsti dal contesto di Oslo, rispettare i principi democratici e consentire ai palestinesi di Gerusalemme di votare. Ha scelto di non farlo e prima dell’annuncio di Abbas la polizia ha arrestato in città dei palestinesi che appoggiavano le elezioni e cercavano di organizzarle. Anche questa è stata un’escalation nel modo di agire di Israele.

Lunedì, durante la tristemente nota “Marcia della Bandiera” israeliana del Giorno di Gerusalemme, miliziani di Hamas hanno lanciato razzi verso Gerusalemme. Israele ha scelto di rispondere ai razzi attaccando Gaza, uccidendo a quanto si dice almeno 20 persone, tra cui 9 bambini. Il governo ha annunciato che l’operazione militare durerà “giorni, non ore”. Netanyahu ha aggiunto che farà “pagare un prezzo molto alto” a Gaza. Anche questa è stata una scelta.

Troppo poco, troppo tardi

Ovviamente quello a cui stiamo assistendo non è solo il risultato della condotta unilaterale di Israele. Il lancio di razzi contro civili da parte di Hamas, com’è successo oggi a Gerusalemme, nel Naqab/Negev occidentale e nelle città attorno a Gaza, è un crimine di guerra. Inoltre lo scorso mese video pubblicati su TikTok hanno mostrato palestinesi che maltrattano e aggrediscono ebrei ultraortodossi. Militanti palestinesi hanno anche messo in atto alcuni attacchi con armi da fuoco contro civili e soldati israeliani in Cisgiordania, uccidendo la scorsa settimana il diciannovenne Yehuda Guetta. Negli ultimi giorni palloni incendiari sono stati lanciati in Israele da Gaza, bruciando campi nel sud. Però è chiaro che niente di tutto ciò è comparabile con l’enorme forza e brutalità del più potente esercito della regione, come dimostra ancora una volta il bilancio dei morti.

Quasi allo stesso tempo in Cisgiordania, nei pressi dell’incrocio di Gush Etzion [prima colonia israeliana nei territori occupati, ndtr.], i soldati hanno ucciso Fahima al-Hroub, a causa di una cultura criminale che consente ai soldati e alla polizia israeliani di uccidere impunemente palestinesi con problemi mentali [la vittima era una donna sessantenne con gravi problemi di depressione, ndtr.].

Inoltre nei giorni che hanno portato all’attacco contro Gaza, Israele (e in particolare lo Shin Bet [intelligence interna di Israele, ndtr.]) si è sempre più preoccupato di quanto stava avvenendo e ha iniziato a cercare di ridurre il danno. Netanyahu ha chiesto a Ben Gvir di smantellare un “ufficio” provvisorio che aveva costruito a Sheikh Jarrah e di andarsene dal quartiere. L’udienza della Corte Suprema sull’espulsione delle famiglie è stata rinviata su richiesta del procuratore generale. Nel Giorno di Gerusalemme il Monte del Tempio è stato chiuso agli ebrei e all’ultimo minuto il governo ha bloccato il suo piano di consentire alla famigerata Marcia della Bandiera di attraversare la Porta di Damasco e i quartieri arabi. Tutti questi passi sono stati presentati come un modo per allentare la tensione.

Ma è stato troppo poco e troppo tardi. La decisione di lunedì sera del governo di bombardare Gaza ha compromesso totalmente ogni tentativo che sosteneva di aver fatto per porre rapidamente fine alla violenza a Gerusalemme.

Ovviamente questi sono solo gli sviluppi delle ultime settimane. La situazione dell’assedio di Gaza che dura da 14 anni, di un regime militare costruito su sistemi giudiziari separati per ebrei e palestinesi, della spoliazione e dell’ingegneria demografica a Gerusalemme, delle sistematiche discriminazioni contro i cittadini palestinesi di Israele e di esilio forzato dei rifugiati palestinesi, spiega tutto quello che stiamo vedendo succedere adesso. Il tentativo durato anni da parte di Netanyahu di “gestire il conflitto” può aver cancellato queste ingiustizie dalla coscienza dell’opinione pubblica israeliana, ma esse rimangono la situazione quotidiana per milioni di palestinesi, e alimentano attivamente quello che avviene attualmente.

Una lotta per la vita

La reazione israeliana al lancio di razzi di Hamas è stata immediata. I principali mezzi di comunicazione e i politici israeliani, compresi quelli che sperano di sostituire Netanyahu, hanno ripetuto a pappagallo la ben nota linea di partito. “Israele deve agire in modo risoluto e forte e ristabilire la deterrenza,” ha dichiarato Yair Lapid, che recentemente è stato scelto per cercare di mettere insieme un governo e che è stato appoggiato dal partito Laburista [di centro, ndtr.], dal Meretz [sinistra sionista, ndtr.] e dalla maggioranza della Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani di sinistra, ndtr.]. L’ex dirigente del Likud Gideon Sa’ar [di destra, ndtr.] e Naftali Bennett di Yamina [La Destra, partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], che potrebbe benissimo essere il prossimo primo ministro, si sono entrambi uniti a Lapid nel chiedere attacchi più pesanti contro Gaza, senza alcuna riflessione sulle azioni israeliane che ci hanno portato a questo punto.

D’altra parte il partito islamista Ra’am [arabo-israeliano di destra, ndtr.], che ha affermato di sostenere Lapid e Bennett per la formazione di un governo, in seguito all’escalation da parte di Israele ha sospeso i colloqui per una coalizione. Né Ra’am né la Lista Unita potrebbero appoggiare la formazione di un governo con politici che chiedono attivamente un incremento degli attacchi contro Gaza.

Nel novembre 2019, quando per la prima volta è nata l’idea di formare un’alleanza di centro destra con la Lista Unita, Netanyahu ha utilizzato Gaza come ragione assoluta per l’impossibilità di formare un simile governo. Ora, pochi giorni prima che Lapid e Bennett annuncino la formazione di un nuovo governo per spodestare Netanyahu, gli eventi di Gaza stanno facendo direttamente il gioco del primo ministro in carica.

Netanyahu ha pianificato e orchestrato questa escalation? Non c’è ovviamente nessun modo per dimostrare una cosa simile. Ci sono le sue impronte digitali su questi sviluppi? Dato che il primo ministro è responsabile delle varie iniziative delle autorità sotto il suo comando, la risposta è indubbiamente sì. Tutto quello che è successo in quest’ultimo mese, con livelli di violenza inediti da anni, lo ha aiutato nel tentativo di evitare di essere spodestato? Assolutamente sì.

L’incremento della violenza costituisce un avvertimento che non possiamo abbandonare la lotta contro l’occupazione e l’apartheid e che sostituire Netanyahu con un altro uomo di destra non risolverà le questioni fondamentali che influenzano ogni aspetto delle nostre vite su questa terra. Ci troviamo in una terribile trappola, ma è la trappola della situazione colonialista di Israele. Non c’è altro modo per andare avanti se non una lotta per l’uguaglianza e la libertà per tutti gli abitanti di questa terra. Non è niente meno che una lotta per la vita stessa.

Haggai Matar è un giornalista israeliano pluripremiato e un attivista politico, oltre ad essere direttore esecutivo di “+972 – Promozione del giornalismo dei cittadini”, l’associazione no-profit che pubblica +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La “crisi politica” di Israele si aggrava in quanto Netanyahu non riesce a formare un governo entro la scadenza

Sheren Khalel, Lubna Masarwa

4 maggio 2021 Middle East Eye

Il primo ministro di lungo corso ha tentato di formare un governo di unità nazionale per mantenere il suo partito al potere

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un governo entro la scadenza di mezzanotte, il che potrebbe segnare l’inizio della fine del suo record di 12 anni consecutivi al potere.

Netanyahu ha avuto un mese di tempo dal presidente Reuven Rivlin per formare una coalizione di maggioranza in base ai risultati delle elezioni generali del 23 marzo – quarto inconcludente voto in Israele in meno di due anni.

Il Likud, partito di destra del primo ministro, ha ottenuto 30 seggi, più di ogni altro partito. Ma non sono sufficienti per ottenere la maggioranza in un parlamento di 120 seggi.

Dato il fallimento di Netanyahu, Rivlin può ora revocare il mandato a Netanyahu e darlo a un altro parlamentare o chiedere alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di scegliere un candidato per formare un governo.

Rivlin potrebbe anche dare a Netanyahu altre due settimane per cercare di raggiungere un accordo, come ha fatto nell’aprile 2020. Gli analisti affermano però che è improbabile: Netanyahu sembra lontano dal trovare gli appoggi di cui ha bisogno per arrivare ai 61 seggi.

Invece un probabile candidato è Yair Lapid, ex presentatore televisivo, dato che il suo partito di centro Yesh Atid è arrivato secondo alle elezioni di marzo.

Lunedì Lapid ha detto che se Netanyahu non onorerà la scadenza “ci troveremo di fronte a due opzioni: un governo di unità nazionale israeliano, solido, dignitoso e laborioso, o una quinta elezione”.

Naftali Bennett, ex protetto di Netanyahu e leader del partito dei falchi Yamina [La Destra, partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], è un altro possibile nome che Rivlin potrebbe indicare.

L’analista israeliano Meron Rapoport afferma che c’è chi ipotizza che Bennett e Lapid possano formare un governo di coalizione con Bennett in qualità di premier.

Sottolinea tuttavia che questa rimane un’assoluta incognita.

“La crisi politica in Israele continua e non siamo affatto vicini a una soluzione. Questa crisi riflette una crisi molto più profonda nella destra israeliana, che non riesce a mettersi d’accordo su nulla”, ha detto Rapoport a Middle East Eye.

La nomina a primo ministro di uno dei due pretendenti metterebbe il partito Likud di Netanyahu all’opposizione per la prima volta dal 2009. 

Se nessun altro è in grado di formare un governo, Rivlin dovrà chiedere al parlamento di trovare una via d’uscita a questa situazione di stallo. In caso contrario, si potrebbe chiedere agli israeliani di tornare alle urne per la quinta volta.

I tentativi di Netanyahu 

In vista della scadenza di martedì [4 maggio, ndtr.], Netanyahu, 71 anni, ha tentato di riunire alleati improbabili sollecitando l’estrema destra ebraica a cooperare con la Lista Araba Unita [lista islamista della minoranza araba con cittadinanza israeliana, ndtr.].

Mansour Abbas, leader della Lista Araba Unita, si è detto disposto a collaborare con Netanyahu se il primo ministro acconsentisse a migliorare gli standard di vita dei palestinesi che vivono in Israele – circa il 20 % della popolazione.

Il partito israeliano di [estrema] destra Sionismo Religioso, tuttavia, ha rifiutato di aderire a un governo che sia sostenuto dal partito politico palestinese conservatore.

Rapoport ha detto a MEE che il dibattito ha portato maggiore chiarezza sul rifiuto della destra israeliana nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele e della loro leadership.

“È interessante in questa crisi che ora è molto chiaro come il problema sia specificamente se accordarsi o meno con gli arabi “, ha detto Rapoport a MEE. “In passato, usavano la definizione di anti-sionisti per indicare con chi non potevano collaborare. Ma ora la questione è chiaramente se sono disposti a lavorare con gli arabi o no […] Insomma, la destra non può raggiungere un accordo perché vuole uno stato ebraico e uno stato ebraico non può essere sostenuto dagli arabi”, sostiene.

Lunedì Netanyahu ha detto di aver offerto a Bennett la possibilità di essere primo ministro prima di lui, sperando che la destra possa mantenersi al potere.

Bennett, tuttavia, non sembra affatto essersi commosso all’offerta, e ha detto di non averlo mai chiesto a Netanyahu.

“Gli ho chiesto di formare un governo, cosa che, purtroppo, non può fare”, ha detto Bennett.

Quando è diventata evidente l’improbabilità che riuscisse a formare una coalizione, Netanyahu ha anche lanciato l’idea di approvare una legge che avrebbe consentito l’elezione diretta di un primo ministro – una misura improponibile che avrebbe richiesto 61 voti alla Knesset.

La battaglia di Netanyahu per mantenere il potere è una lotta non solo per la sua eredità politica, ma probabilmente anche per la sua libertà. Sta affrontando accuse di corruzione, che lui nega, che potrebbero portarlo in prigione nel caso sia ritenuto colpevole.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)