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Il vaccino per il COVID-19: un’altra brutta faccia dell’apartheid israeliano

Yumna Patel

28 DICEMBRE 2020 – Mondoweiss

La distribuzione del vaccino per il COVID-19 illustra perfettamente il sistema dell’apartheid di Israele.

Quasi 400.000 israeliani sono già stati vaccinati contro il coronavirus e nelle prossime settimane altre decine di migliaia sono in procinto di esserlo.

Israele è stato uno dei primi Paesi al mondo ad iniziare a distribuire il vaccino per il COVID-19 alla sua popolazione e, secondo Our World in Data [Il nostro mondo in cifre, ndtr.], edito dall’Università di Oxford, è attualmente il secondo al mondo per numero di vaccinazioni pro capite.

Secondo i media israeliani il ministero della Sanità di Israele intende vaccinare già nel corso di questa settimana 100.000 israeliani al giorno e il primo ministro Benjamin Netanyahu si è spinto a sostenere che Israele sarà fuori pericolo “entro poche settimane”.

 

Il mese scorso Israele si è assicurato 8 milioni di dosi del vaccino Pfizer, sufficienti a coprire quasi la metà della popolazione di 9 milioni di israeliani, poiché ogni persona necessita di due dosi. Tra coloro che hanno il diritto di ricevere il vaccino dal governo israeliano ci sono i quasi 2 milioni di cittadini palestinesi di Israele.

Tuttavia, gli oltre 5 milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza, non sono autorizzati a ricevere il vaccino.

Le disparità tra i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana e i cittadini israeliani sono costanti, semplicemente un dato di fatto della vita quotidiana in Israele e Palestina – le leggi che favoriscono gli israeliani rispetto ai palestinesi e i sistemi che discriminano fortemente questi ultimi sono all’ordine del giorno e ampiamente documentati.

Il sistema di apartheid in base al quale Israele opera all’interno del territorio occupato, tuttavia, non potrebbe essere meglio dimostrato come nel caso del vaccino per il COVID-19: chi ottiene o no il vaccino è una semplice questione di nazionalità.

Dobbiamo in primo luogo essere molto chiari: con l’occupazione militare in Cisgiordania e con l’effettivo controllo israeliano di Gaza Israele è legalmente obbligato dal diritto internazionale a provvedere alla loro [dei palestinesi] assistenza sanitaria”, ha riferito a Mondoweiss la dott.ssa Yara Hawari, analista capo redattrice di Al -Shabaka: The Palestinian Policy Network [organo di informazione che sostiene il dibattito sui diritti e l’autodeterminazione dei palestinesi, ndtr.].

Israele è legalmente obbligato a fornire quel vaccino ai palestinesi sotto occupazione. Sappiamo che [Israele] non lo ha fatto”, dice, aggiungendo che Israele attribuisce tale responsabilità all’ANP [Autorità Nazionale Palestinese] quale fornitore dei servizi per i palestinesi.

Ciò costituisce una preoccupazione concreta“, riferisce Hawari a Mondoweiss. “Sappiamo che, se assegnato alla sola ANP, probabilmente sarà un processo molto lento.

Il “de-sviluppo” del sistema sanitario palestinese

A differenza del governo israeliano, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non è stata in grado di garantire la quantità di vaccini necessaria per trattare gli oltre 3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e i 2 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza.

Mentre i funzionari dell’ANP hanno sostenuto di attendersi l’inizio dell’acquisizione dei vaccini nel corso delle prossime due settimane tramite l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), hanno [anche] affermato che potrebbero passare mesi prima che il vaccino venga distribuito alla popolazione.

Ancora non si conosce il tipo e la quantità di vaccini che i palestinesi riceveranno, poiché per la fornitura essi fanno molto affidamento sulle donazioni internazionali, e il governo palestinese non ha la capacità infrastrutturale per conservare vaccini come quello Pfizer alle basse temperature richieste.

Nel frattempo, i palestinesi continuano a vivere tra periodi interminabili di isolamento, mentre il virus imperversa in tutti i Territori Palestinesi Occupati, con tassi giornalieri di infezione dell’ordine delle migliaia e tassi di mortalità giornaliera a doppia cifra.

Hawari sostiene che l’incapacità dell’Autorità Palestinese di procurarsi e immagazzinare i vaccini, insieme al suo precario sistema sanitario, è una conseguenza dei decenni di danni che l’occupazione israeliana ha arrecato alle infrastrutture palestinesi.

“C’è questo ricorrente luogo comune secondo cui la ragione per cui il sistema sanitario palestinese o altri servizi come l’istruzione sono inefficienti e non stanno facendo il loro lavoro sarebbe legata all’incompetenza da parte del popolo palestinese o della sua cultura – questa opinione secondo cui essi sarebbero stupidi e non in grado di governare “, dice Hawari.

“Ovviamente non è così. Il regime israeliano ha sistematicamente preso di mira il sistema sanitario palestinese e ha contribuito al suo de-sviluppo“, afferma. “I palestinesi sono stati costretti a fare affidamento ad aiuti esterni e gli è stato impedito di essere autosufficienti da parte dell’occupazione [israeliana], con la compiacenza della comunità internazionale.

L’esempio più lampante di ciò, afferma Hawari, è Gaza, dove il sistema sanitario è da anni sull’orlo del collasso e non è stato in grado di resistere ad anni di bombardamenti e offensive israeliane.

Da anni gli ospedali di Gaza non sono in grado di occuparsi di ferimenti e malattie. Non potevano farcela prima del COVID, e ora il COVID ha esasperato la situazione rendendola dieci volte peggiore “.

L’apartheid in funzione

Mentre i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza non riceveranno vaccini dal governo israeliano, le centinaia di migliaia di coloni israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania vengono vaccinati ogni giorno.

Gli attivisti palestinesi e i loro sostenitori hanno lanciato l’allarme per la forte disparità tra chi viene vaccinato e chi no, affermando che questo non è altro che apartheid.

Quando si parla di cose come il vaccino per il COVID-19, “sembra esserci una falsa distinzione tra Israele e Palestina”, dice Hawari. “In realtà si tratta di un’unica entità in cui le persone [che si trovano] all’interno di quello spazio vengono trattate in modo diseguale.”

“Esiste un’enorme quantità di rapporti reciproci tra le popolazioni, ma livelli di potere totalmente squilibrati”, prosegue Hawari, indicando le decine di migliaia di lavoratori palestinesi che lavorano ogni giorno all’interno di Israele e delle colonie.

“L’economia israeliana fa affidamento su quella [forza lavoro]. Riceveranno anche il vaccino?” domanda. “In caso contrario ciò rappresenterebbe un rischio per Israele. Siamo popolazioni totalmente interconnesse, come avviene nelle popolazioni coloniali “.

È necessario fornire il vaccino a tutti e non dovrebbe esserci un’eccezione per la Palestina. Qualcuno lo ha detto perfettamente: non saremo al sicuro finché tutti non avranno accesso al vaccino. Questo non è un virus che conosce confini”.

Per quanto alcuni funzionari israeliani abbiano ventilato la possibilità di fornire in caso di necessità alcuni vaccini all’Autorità Nazionale Palestinese, Hawari ammonisce di non lasciarsi ingannare dalle false manifestazioni di generosità di Israele, affermando: “Sappiamo che presenteranno tale mossa come un grande atto di benevolenza e di cooperazione internazionale, ma essi non soddisferanno nemmeno i requisiti minimi previsti dal diritto internazionale”.

Hawari sottolinea il fatto che nel bel mezzo della pandemia i palestinesi hanno “visto molto poco dal regime israeliano in termini di aiuti e sostegno ai palestinesi e alla loro lotta contro il virus. E quando finalmente si sono coordinati per consentire forniture provenienti da donazioni internazionali, ciò è stato elogiato come una meravigliosa forma di cooperazione, quando è il minimo che gli si possa chiedere”.

“Abbiamo visto Israele fare ciò per decenni – Israele viene costantemente elogiato per aver permesso ai malati di cancro di Gaza di recarsi a Tel Aviv per il trattamento, ma fondamentalmente – dice – essi stanno imponendo l’assedio che impedisce a centinaia di abitanti di Gaza di ottenere le cure necessarie”.

“È un girare intorno molto abile su qualcosa che dovrebbero fare, ma che non fanno.”

Oltre alle domande sul destino dei palestinesi dei TPO riguardo l’arrivo del vaccino, attivisti palestinesi e organizzazioni per i diritti hanno espresso preoccupazione per la potenziale emarginazione delle comunità palestinesi in Israele in occasione della pratica della vaccinazione.

All’inizio della pandemia organizzazioni come Adalah [Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, ndtr.] hanno criticato il governo israeliano per aver emarginato le comunità palestinesi in luoghi come Gerusalemme est, dove gli ambulatori per i test sul coronavirus erano scarsi o addirittura inesistenti.

Hawari è certa che “assisteremo di nuovo a quei comportamenti” durante la procedura delle vaccinazioni.

“È ancora presto e il vaccino è appena uscito, ma se osserviamo la programmazione, [Israele] li distribuirà [i vaccini] negli ambulatori. E sappiamo che, naturalmente, nei villaggi e nelle città palestinesi del ’48 [cioè in territorio israeliano, ndtr.] il sistema sanitario è privato, quindi ci sono meno ambulatori e operatori sanitari, per cui – afferma – in quelle aree le procedure saranno più lente”.

“Sarà facile per il governo israeliano ignorarlo e dire ‘ogni cittadino israeliano è trattato allo stesso modo’, ma se guardiamo alla geografia, quelle comunità palestinesi sono state volontariamente ignorate riguardo le strutture sanitarie, gli ambulatori, e altre istituzioni essenziali”.

La Palestina e il sud del mondo

Mentre decine di Paesi in tutto il mondo, come Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Paesi dell’UE iniziano a distribuire i loro vaccini alla popolazione, luoghi come la Palestina e altri Paesi del “Sud del mondo” sono rimasti indietro.

Anche prima che i vaccini arrivassero sul mercato, le Nazioni ricche hanno cominciato a fare scorta dei più promettenti vaccini contro il coronavirus. Secondo organizzazioni come Amnesty International e Oxfam si stima che, nonostante ospitino solo il 14% della popolazione mondiale, le Nazioni ricche abbiano già acquistato il 54% delle scorte totali dei vaccini più promettenti al mondo.

Amnesty International ha affermato che entro la fine del 2021 le Nazioni più ricche avranno acquistato dosi di vaccino sufficienti per “vaccinare l’intera popolazione tre volte”, mentre circa 70 Paesi poveri “saranno in grado di vaccinare contro il COVID-19 solo una persona su dieci”.

“Ciò che sta accadendo a livello globale è fortemente esplicativo delle disuguaglianze strutturali che esistono in tutto il mondo”, afferma Hawari. “Luoghi come Gaza, dove è persino difficile mantenere i requisiti sanitari di base e il distanziamento sociale, dovrebbero avere la priorità al fine di prevenire la diffusione. Ma ovviamente non avranno la priorità a causa del predominio delle strutture di oppressione”.

“Il COVID ha messo in evidenza in tutto il mondo sistemi di disuguaglianza“, continua Hawari, e afferma di ritenere “quasi impossibile avere all’interno di questi sistemi giustizia e parità in campo sanitario”.

“Un passo nella giusta direzione, in particolare per quanto riguarda la Palestina, sarebbe che i palestinesi ricevessero immediatamente il vaccino, perché vivono un’esistenza precaria e costituiscono una comunità vulnerabile”, sostiene Hawari. “Questa priorità non dovrebbe essere esclusiva dei palestinesi, ma anche di altri Paesi del Sud del mondo. L’accesso all’assistenza sanitaria non dovrebbe dipendere dal fatto che sia o meno possibile permetterselo”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come l’Europa potrebbe ripensare i suoi rapporti economici con Israele

Robert Swift e Ben Fisher

10 giugno 2020 – +972

Israele ha ignorato le critiche dell’UE sull’annessione della Cisgiordania usufruendo nel contempo dei finanziamenti per la ricerca scientifica e la tecnologia. Se i rapporti non cambieranno non bloccherà i suoi progetti.

Se c’erano speranze che la visita di mercoledì a Gerusalemme di Hieko Maas, ministro degli Esteri tedesco, avrebbe contribuito a dissuadere Israele dai suoi progetti di annettere formalmente vaste zone della Cisgiordania occupata, esse sono presto svanite.

Incontrandosi con politici israeliani, Maas ha manifestato la “seria e sincera preoccupazione” della Germania riguardo alla minaccia rappresentata dall’annessione alla soluzione dei due Stati, avvertendo che alcuni Stati stanno facendo pressione per imporre sanzioni contro Israele o per riconoscere la Palestina come Stato. Tuttavia Maas ha sottolineato che la Germania non discuterà un “prezzo da pagare” per la politica israeliana, ma sta semplicemente cercando un dialogo sull’argomento.

Nonostante i suoi avvertimenti, le osservazioni di Maas hanno in grande misura riconfermato la tradizionale prudenza, per cui è improbabile che l’Unione Europea – un fondamentale attore politico ed economico nel conflitto israelo-palestinese e di cui la Germania è un potente Stato membro – agisca in modo significativo per impedire l’annessione. A dispetto dei soliti discorsi contro questa mossa, la politica estera dell’UE è caratterizzata dai disaccordi interni su come procedere, immobilizzata dalla necessità di ottenere il consenso unanime tra i suoi 27 Stati membri.

Due fonti diplomatiche dell’UE hanno detto a +972 che tuttavia questa “prudenza” potrebbe sottovalutare una significativa opzione politica che l’UE potrebbe utilizzare per tradurre il suo enorme potere economico in influenza politica. L’unico problema è che l’UE sceglie di non farlo.

Perché il gigante europeo parli sulla scena mondiale lo deve fare con una voce univoca: un solo parere contrario di uno dei suoi Stati membri è sufficiente per impedire prese di posizione o azioni in politica estera. Questa clausola è stata un ostacolo fondamentale allo sviluppo di una efficace politica dell’UE su Israele/Palestina. Mentre una parte dei membri dell’UE ha cercato di spostare il blocco su una posizione critica nei confronti delle pratiche del governo israeliano, un’altra ha costantemente spinto nella direzione opposta.

Gli alleati che il primo ministro Benjamin Netanyahu si è procurato nel gruppo di Visegrad – cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia – si sono rifiutati di criticare pubblicamente Israele, che vedono come un’anima gemella. Ciò non significa che siano d’accordo con il concetto secondo cui gli Stati possono annettersi un territorio ottenuto con la guerra. Dopotutto solo tre decenni fa erano tutti dominati da Mosca come parte dell’Unione Sovietica. Il precedente dell’Ue con la Crimea, che la Russia ha annesso nel 2014 (a cui l’UE ha risposto con sanzioni contro Mosca) li preoccupa.

Quindi la principale divergenza all’interno dell’UE è meno sulla posizione contro l’annessione che su come meglio impedirla.

Una fonte diplomatica, che ha chiesto di rimanere anonima in quanto non ha il permesso di parlare pubblicamente dell’argomento, ha detto a +972 che il disaccordo riguarda più la tattica che la sostanza, in particolare se Israele reagirebbe meglio a una condanna pubblica o a una sollecitazione in privato.

Il diplomatico ha spiegato che un campo insiste che Israele ha esplicitato le sue intenzioni annessioniste e gli dovrebbe essere immediatamente impedito di perseguirle; l’altro campo sostiene che è ancora troppo presto per agire.

Entrambi i diplomatici che hanno parlato con +972 dicono che non sono solo le solite voci critiche – Francia, Svezia, Spagna, Irlanda e Lussemburgo – che stanno sostenendo il “campo della deterrenza”, bensì oltre metà degli Stati membri dell’UE. Ma, nonostante qualche mormorio nella stampa israeliana e gli ultimi avvertimenti di Maas, sanzioni economiche non sembrano molto probabili, in quanto i Paesi membri sono praticamente certi che su questa misura non si possa trovare l’unanimità.

Il nuovo Horizon

Ciò non significa che l’UE non abbia opzioni per dissuadere Israele dall’annessione. “Horizon 2020” è un fondo settennale di 80 miliardi di euro dell’UE che fornisce sostegno finanziario alla ricerca, allo sviluppo tecnologico e all’innovazione. Il progetto termina quest’anno e nel 2021 dovrebbe essere sostituito con un nuovo programma di sette anni, “Horizon Europe”.

Benché praticamente ogni Paese al di fuori dell’UE possa presentare domanda di finanziamento per il programma Horizon, Israele insieme a Norvegia, Turchia, Albania e ad altri Paesi confinanti con l’UE, è definito “Paese associato”. Questo status, che Israele ha ottenuto nel 1996 come primo Paese non europeo a riuscirci, significa che gli è garantito l’accesso ai finanziamenti alla pari degli Stati membri dell’UE.

Per quanto riguarda il conflitto, la questione è se nel prossimo programma Israele, nel caso in cui proceda con l’annessione della Cisgiordania, godrà dello stesso status privilegiato di adesso.

Nili Shalev, direttrice generale della Direzione per la Ricerca e lo Sviluppo Israele-UE presso l’Autorità Israeliana per l’Innovazione [ente governativo che finanzia progetti di sviluppo e innovazione tecnologica, ndtr.] spiega che, mentre Israele paga per far parte del programma – 1.3 miliardi di euro saranno pagati all’UE entro la fine di Horizon 2000, una somma in base ai PIL rispettivamente di Israele e dell’UE –, ha ottenuto finanziariamente più di quanto ha sborsato. Per esempio, secondo Shalev, dal 2014 al 2018 Israele ha investito [in Horizon] 788 milioni di euro e ne ha ricevuti 940.

Shalev afferma che, tra i vari vantaggi, Israele beneficia di Horizon attraverso elargizioni accademiche europee che sono più consistenti di quelle che il governo fornisce a livello nazionale; il programma contribuisce anche a ridurre i tempi di commercializzazione (il tempo tra la produzione e la vendita) per le imprese private.

Al contempo, prosegue, l’UE trae vantaggio dalla collaborazione perché i progetti israeliani spesso affrontano priorità europee come l’innovazione ambientale, le cure mediche e la sicurezza informatica e in rete – progetti che contribuiscono a creare lavoro anche in Europa, aggiunge.

Ricordando che durante la precedente edizione di Horizon Israele ha dovuto affrontare la questione dei finanziamenti utilizzati fuori dai confini di Israele prima del 1967 [quindi nei territori occupati di Golan, Cisgiordania e Gaza, ndtr.], Shalev spera che le attuali differenze politiche non impediscano di continuare la collaborazione: “La scienza è un’innovazione per tutti. Porta conoscenza a tutta la popolazione del mondo, non ha confini,” afferma.

Molti palestinesi non sarebbero affatto d’accordo con questa affermazione. In un articolo del 2018 Yara Hawari, esperta di politica del gruppo di studio palestinese Al-Shabaka, ha evidenziato che molti dei progetti tecnologici finanziati da Horizon sono stati utilizzati anche per continuare l’occupazione israeliana. Per esempio, la clausola del “doppio uso” nelle linee guida di Horizon per i finanziamenti consente effettivamente alle imprese israeliane di “avere accesso a finanziamenti UE per un progetto ‘civile’ e in seguito svilupparlo per il settore militare,” mentre alcuni dei beneficiari dei finanziamenti si trovano nella Gerusalemme est occupata, oltre la Linea Verde [confine precedente al 1967, ndtr.].

I finanziamenti che Israele riceve da Horizon dovrebbero essere limitati a istituzioni accademiche e a imprese private che operano all’interno dei confini del Paese prima del 1967 – le frontiere riconosciute ufficialmente dall’UE. Se Israele continuerà o meno a mantenere il suo status di “associato” nel prossimo programma Horizon, secondo i due diplomatici rimarranno in vigore le disposizioni dell’UE su dove i fondi possono essere spesi.

Anche se l’Ue non prenderà misure attive contro l’annessione, molti elettori israeliani probabilmente vorranno una spiegazione dai loro politici sul perché il governo sta cooperando con un programma che rifiuta di riconoscere parti della Cisgiordania come “territorio sovrano di Israele”, dice la seconda fonte diplomatica: “Dopo l’annessione – si son chiesti – come potranno accettare che l’Università Ebraica e quella di Tel Aviv collaborino con l’Europa, ma che l’università di Ariel (in Cisgiordania) non possa farlo?”.

Da parte sua Shalev spera e crede che i dissensi sui confini non impediranno di continuare la collaborazione scientifica. Il rifiuto dell’UE di riconoscere le rivendicazioni di Israele su territori in Cisgiordania – compresa l’annessione formale di Gerusalemme est e delle Alture del Golan siriane nel 1980-81 – negli ultimi 25 anni non ha impedito alle due parti di collaborare; perché dovrebbe succedere in futuro?

Privilegiare la tecnologia sui diritti umani

Dato che Israele ha ignorato il punto di vista europeo sui confini, destinando nel contempo i finanziamenti dell’UE alle imprese israeliane, attualmente ha pochi incentivi a modificare la sua linea di condotta nei territori occupati. Pertanto, secondo chi critica questa situazione, l’UE non può continuare ad attribuire ad Israele una posizione privilegiata se è così preoccupata per la sua illegale espansione territoriale.

Innanzitutto la commissione UE potrebbe sospendere l’inclusione di Israele nel nuovo programma di Horizon del prossimo anno. Ciò includerebbe la fine dello status di Israele come “associato”, in modo che debba competere per i finanziamenti alla pari con la maggior parte dei Paesi di tutto il mondo. Come ha notato Shalev, è raro che Stati non associati ricevano fondi del programma e i dati di Horizon mostrano che meno del 2% dei suoi finanziamenti vanno a Paesi “terzi”.

In futuro non si tratterà solo di quello che verrà bloccato in termini di rapporti (UE-Israele), ma quali futuri accordi l’UE e Israele saranno in grado di avviare a causa dell’annessione,” afferma Hugh Lovatt, esperto di politica del programma su Medio Oriente e Nord Africa presso l’ European Council on Foreign Relations [gruppo di lavoro a livello europeo sulla politica estera, ndtr.].

Notando che Israele non ha ancora firmato il programma per le innovazioni del prossimo anno e che l’annessione potrebbe essere un punto critico, Lovatt afferma che la mancanza di unanimità all’interno della UE è un’arma a doppio taglio: rende difficile sospendere l’accordo, ma rende anche complicato ratificarne di nuovi.

Ciononostante è improbabile che l’UE prenda una posizione ostile nei confronti di Israele, almeno in parte a causa della volontà dell’Europa di avere accesso a “un’economia tecnologicamente molto avanzata, con molte ricerche in corso,” dice la prima fonte diplomatica.

Secondo i critici questo calcolo non fa ben sperare per il conflitto. I palestinesi hanno a lungo accusato il fatto che le credenziali tecnologiche di Israele accechino la comunità internazionale riguardo alle violazioni dei diritti umani che avvengono sotto l’occupazione militare, quello che molti hanno descritto come “ripulitura grazie alla tecnologia”.

La seconda fonte diplomatica smentisce questa affermazione, insistendo sul fatto che, mentre l’UE è desiderosa di collaborare con Israele, è un’esagerazione dire che ciò dipende dalle innovazioni israeliane. “L’affermazione secondo cui Israele è talmente avanzato tecnologicamente da poterne trarre vantaggi politici può funzionare con alcuni Paesi del Terzo Mondo, ma non con l’Europa.”

Eppure è probabile che l’Europa accolga ancora Israele nel prossimo programma Horizon, continuando a protestare contro l’annessione. Nel migliore dei casi questa contraddizione invierà segnali contraddittori; nel peggiore, rafforzerà le critiche secondo cui l’Europa sta privilegiando la tecnologia sui diritti umani dei palestinesi. La prima fonte diplomatica ammette quest’ultima preoccupazione, benché affermi che è troppo presto per fare questa affermazione.

Benché il governo israeliano abbia previsto il 1 luglio come data in cui presenterà [in parlamento] l’annessione, non è chiaro se il governo procederà come promesso. Si moltiplicano le ipotesi secondo cui Netanyahu potrebbe rinunciare all’iniziativa, consentendo all’UE almeno tre settimane per farsi sentire prima della data prevista. Se il futuro della collaborazione scientifica e tecnologica dovesse essere preso in considerazione, i timori degli europei riguardo all’annessione probabilmente sarebbero presi più seriamente.

Un portavoce dei programmi Horizon presso la Commissione europea ha rivolto domande riguardo a Israele al rappresentante dell’ufficio Affari Esteri e Sicurezza della Commissione, che a sua volta ha girato le richieste all’ufficio di Horizon. Nessuno ha fornito un commento per questo articolo.

Robert Swift è un giornalista freelance e scrittore scozzese che vive a Gerusalemme. Il suo lavoro riguarda la tecnologia, la politica mediorientale e questioni belliche e relative alla sicurezza.

Ben Fisher è un giornalista freelance di Seattle. Ha lavorato per il Jerusalem Post e il suo disco folk di 17 brani su Israele-Palestina “Does the Land Remember Me?” [la terra si ricorda di me?] è stato pubblicato nel 2018.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)