Esclusivo: più di 100 medici che lavorano a Gaza chiedono un’azione internazionale in quanto “i colleghi muoiono di fame e sono colpiti da Israele”

Prem Thakker

13 agosto 2025 – Zeteo

Molti lavoratori sanitari “soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti” si legge in una lettera aperta firmata da professionisti della sanità.

Più di 100 medici e professionisti della salute internazionali che negli ultimi 22 mesi hanno prestato servizio a Gaza hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono l’attenzione internazionale riguardo al devastante attacco israeliano contro i lavoratori sanitari palestinesi e sollecitano un’immediata azione internazionale per proteggerli e ricostruire il sistema sanitario decimato di Gaza.

Rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi muoiono di fame e vengono colpiti da Israele,” si legge nella lettera, diffusa in anteprima da Zeteo [media indipendente di controinformazione, ndt.]. “Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti.”

Tra i firmatari ci sono i dottori Thaer Ahmad, Yasser Khan, Tanya Haj-Hassan, Ambereen Sleemi e Nick Maynard. 

A Gaza negli ultimi 22 mesi le condizioni hanno raggiunto il punto più basso. Le morti per fame sono aumentate a una velocità allarmante. Gli ospedali rimasti ancora in funzione sono arrivati a “un crollo quasi totale” in quanto devono affrontare una media di otto “stragi di massa” giornaliere. Centinaia di migliaia di persone sono sempre più assetate in quanto l’accesso all’acqua potabile si riduce e le malattie si diffondono.

A peggiorare le cose, le condizioni di vita stanno colpendo quelli che hanno l’incarico di contribuire ad alleviare le sofferenze. A maggio 2025, afferma la lettera, le forze israeliane avevano ucciso più di 1.500 operatori sanitari palestinesi. Molti di più, osserva sempre il comunicato, sono stati rapiti, detenuti illegalmente e torturati nelle carceri israeliane.

Nel contempo a Gaza, aggiunge la lettera, l’esercito israeliano ha gravemente limitato il lavoro della solidarietà internazionale e delle organizzazioni mediche e ha bloccato “l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati.” I professionisti della salute palestinesi, anche loro cacciati dalle proprie case, e che spesso vivono in tende o rifugi di fortuna, hanno continuato a prestare le cure a migliaia dei loro vicini che si trovano in situazioni simili.

Nella lettera i medici espongono nel dettaglio perché le condizioni a Gaza sono terribili.

I pazienti non possono guarire senza cibo sufficiente e accesso a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura,” si legge nella lettera.

In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per medici e lavoratori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.” Agli oltre 100 operatori sanitari si sono aggiunti più di 150 lavoratori della salute solidali che hanno anche loro firmato la lettera.

Firmiamo questa lettera in solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Ecco il testo completo della lettera:

La lettera dei medici – Voci in solidarietà con i colleghi palestinesi di Gaza

Ci rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Noi, gli operatori sanitari firmatari, dalla fine del 2023 abbiamo lavorato insieme ai nostri colleghi palestinesi a Gaza e abbiamo assistito in prima persona alle dimensioni e alla gravità della loro sofferenza.

Oggi alziamo di nuovo la nostra voce in piena solidarietà con in nostri colleghi a Gaza che continuano tutti quanti a subire una violenza inimmaginabile.

Il genocidio in corso e l’assedio crescente da parte di Israele hanno di fatto distrutto tutto il sistema sanitario di Gaza. I pochi ospedali rimasti parzialmente in funzione sono ancora in piedi grazie alla determinazione e all’impegno dei medici e infermieri palestinesi che continuano a prendersi cura dei pazienti nonostante il pericolo costante di essere presi di mira, e ora anche di morire di fame.

Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti patiscono fame, capogiri e svenimenti mentre eseguono operazioni o si occupano dei pazienti nel pronto soccorso. La maggioranza di loro è stata sfollata in tende dopo essere stata cacciata dalle proprie case e molti stanno sopravvivendo con meno di un solo piatto di riso al giorno.

Le conseguenze umanitarie della crisi politica a Gaza non sono solo segnate direttamente dalle stragi dell’esercito israeliano contro l’intera popolazione, ma anche dal metodico attacco di Israele contro il sistema sanitario:

  • In seguito ai ripetuti e sistematici attacchi israeliani contro il sistema sanitario e i lavoratori della salute gli operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi in gran numero. A maggio 2025 risultavano uccisi oltre 1.580 lavoratori.

  • L’esercito israeliano ha rapito, arrestato illegalmente, vessato e torturato centinaia di lavoratori sanitari palestinesi, tenendoli in condizioni degradanti nelle prigioni e in campi di detenzione.

  • Lo Stato di Israele ha ripetutamente bloccato l’evacuazione di pazienti e le iniziative sanitarie internazionali e chiuso o ostacolato evacuazioni indispensabili e corridoi umanitari.

  • Israele continua a bloccare sistematicamente l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati. In seguito a ciò i lavoratori sanitari palestinesi devono cercare di salvare vite in ospedali senza i più basilari materiali che sono rapidamente disponibili a poca distanza da loro.

I pazienti non possono guarire senza alimentazione e accesso adeguato a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura. In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per i medici e gli operatori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.

Non ci sono difficoltà logistiche che possano essere risolte semplicemente con un maggiore aiuto medico o più delegazioni sanitarie internazionali. Questa è una crisi interamente creata dall’uomo attraverso una crudeltà senza limiti e nel totale disprezzo per la vita dei palestinesi.

Chiediamo un’immediata azione internazionale per:

  1. Proteggere i lavoratori sanitari palestinesi e tutti i palestinesi, compresi sforzi coordinati per garantire l’immediato rilascio dei palestinesi e degli operatori sanitari palestinesi illegalmente detenuti.

  2. Proteggere le strutture sanitarie e bloccare immediatamente gli attacchi contro tutte le strutture sanitarie compresi ospedali, cliniche e ambulanze come previsto dalle leggi internazionali.

  3. Porre fine al blocco illegale e garantire l’ingresso umanitario senza impedimenti di cibo, acqua potabile, rifornimenti sanitari e distribuzione di carburante e garantire l’accesso illimitato di delegazioni mediche internazionali a Gaza.

  4. Garantire un cessate il fuoco immediato e permanente e la fine dell’illegale occupazione militare di Gaza.

  5. Chiamare a rispondere quanti sono responsabili di attacchi, arresti e violenze che colpiscono le attività sanitarie a Gaza.

Firmiamo questa lettera per solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Firmata da professionisti della salute che hanno lavorato a Gaza:

  1. Mahmooda Syed, DO, MBA, FACEP

  2. Brennan Bollman MD, MPH

  3. Ayesha Khan, MD, MPH

  4. Zahed Rahman RN, Terapia Intensiva

  5. Abeerah Muhammad MSN, RN, CENEN

  6. Owais Nadeem, MD

  7. Sarah Badran, MD, MACM

  8. Lana Abugharbieh BSN, RN, CEN

  9. Nour Sharaf, DO

  10. Aziz Rahman, MD

  1. Talal Ali Khan, MD, FACP, FASN, FRCP

  2. Elidalis Burgos, MSN, APRN, AGACNP-BC

  3. James Smith, MBBS, MA, MSc, MSc, medico di pronto soccorso britannico

  4. Mohammad Rizwan Minhas, MD

  5. Khawaja Ikram, DO

  6. Noor Amin, MD

  7. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  8. Yipeng Ge, MD, MPH, CCFP

  9. Margaret Ogden, MPH, infermiera diplomata

  10. Qutaiba Mohammad Allawwama, infermiere di pronto soccorso

  11. Sarah Lalonde, Bsc. MD, CCFP-EM

  12. Zena Saleh, MD, specializzanda in chirurgia generale

  13. Tarek Meguid, MD,OB/GYN

  14. Anas Alkassem, MD

  15. Ali Khader, MD, MPH

  16. Nada Al Hadithy, FRCS, MD, FMLM, PgDip

  17. Mumen Diraneyya, specialista in chirurgia generale

  18. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  19. Thaer Ahmad, medico e membro del consiglio di PAMA

  20. Mir S Ali, MD, pediatra

  21. Uzer Khan, MD

  22. Feroze Sidhwa, MD, MPH, FACS, FICS

  23. Deirdre Nunan, MD, FRCSC (ortopedico)

  24. Ben Thomson, MD, MPH, MSc, FRCPC

  25. Ambereen Sleemi, MD, MPH uroginecologo

  26. Ahmed Hassabelnaby, DO –medicina d’urgenza

  27. Saira Hussain, MBBS FRCA MA FANZCA

  28. Bushra Othman, BMBS, FRACS, chirurgia generale

  29. Mina Naguib, medico di pronto soccorso, BSc, BMBS, DMCC, MPH, FRCRM

  30. Tom Potokar, Prof, OBE, chirurgo plastico

  31. Goher Rahbour, BMedSci, MBChB, MRCS, MD Res, FRCS

  32. Nick Maynard, MD

  33. Junaid Sultan, specialista in chirurgia vascolare

  34. Aarianna Read, infermiera diplomata

  35. Aalisha Mariam Karimi, MB BChir, MRCP, FRCA, DipHTM

  36. Aqsa Durrani, MD, MPH

  37. Janet Hall, medico

  38. Matthew Arnaouti, specializzando in traumatologia e ortopedia

  39. Kirsty Blacka, Charge Sister – infermiera diplomata

  40. Adam Hamawy, MD FACS

  41. Ana Jeelani, specialista in chirurgia pediatrica ortopedica

  42. Kaji Sritharan, specialista di chirurgia vascolare

  43. Haleh Sheikholeslami, MD, FAAFP

  44. Dr Paul Ransom, medico di pronto soccorso britannico

  45. Yasser Khan, MD, FRCSC

  46. Einar Lande, t ginecologo

  47. Lucy Hooton, capo infermiera

  48. Line Dahlgaard Berntzen, medico

  49. John Kahler,MD, FAAP

  50. Chandra Hassan, MD

  51. Yassar Arain, MD

  52. Nahreen Ahmed, MD MPH

  53. Tanya Haj-Hassan, BMBCh

  54. Mahmoud Sabha, MD

  55. Khaled Al-hreish, MD

  56. Nabeel Rana, MD

  57. Alia Kattan, MD

  58. Rana Mahmoud, RNBSN

  59. Mohamad Abdelfattah, MD

  60. Hina Syed , M.D.

  61. Jennifer Arriaga, BSN, RN, CCRN

  62. Morgan McMonagle, MB BCh FRCSI FACS MD

  63. Christos Georgalas, docente di chirurgia della testa e del collo

  64. Tammy Abughnaim, MD, medicina d’emergenza

  65. Abdullah Salameh, chirurgia generale

  66. Mohammed Akuji, anestesista specializzato

  67. Amy Neilson, MBBS BSc MPH&TM FACRRM FACTM FEWM

  68. Jason O’Connor, infermiere diplomato, PANZMA

  69. Osama H. M. Hamed, chirurgo

  70. Dr. Farah Abdul Aziz, MBBS FRACS

  71. Montaha Khan, specialista in terapia intensiva

  72. Salih El Saddy, MD, PANZMA

  73. Jacklyne Scarbolo, dirigente medico

  74. Jamal Merei, chirurgo generale

  75. Patrick Ennis, NHS infermiere specializzato

  76. Husam Basheer, esparto in ortopedia

  77. Mohammed Alkandari, MD

  78. Ghassan Alami, MD-CM, FRCS(C)

  79. Travis Melin, D.O

  80. Jeremy Hickey, anestesista specializzato

  81. Asma Lina fazlanie, MbChB, FRCA, MRCP

  82. Mohammed Mustafa, MD

  83. Sakib Rokadiya

  84. Hanadi Katerji, RN

  85. Victoria Rose, chirurga plastica specializzata

  86. Martina Marchiò, PMR

  87. Wilhelmi Massay, Terapia intensiva

  88. Tas Qureshi, chirurgo

  89. Heba Al-Nashef, Ostetrica specializzata

  90. Mark Brauner, DO, FACEP

  91. Azeem Elahi, MD

  92. Wajid Jawaid, chirurgo pediatrico specializzato

  93. Michail Liontiris, MD, MScIH –medicina d’urgenza

  94. Haseeb Khawaja MD

  95. Mohamed S A Elfar, MD, MSc, FACS, FCCM

  96. Greg Shay, MD

  97. Elen O’Donnell, MBBS, FACRRM, DipPH

  98. Mohamed Kuziez , MD, FAAP

  99. Adil Husain, M.D.

  100. Mohammed Sbeih, MD, FACS

  101. Chandra Hassan, MD, FACS

  102. Raul Incertis Jarillo, anestesista

  103. Shehzad Batliwala, DO

  104. Anas Ahmed, MD

  105. Mark Perlmutter MD

  106. Joelle Tischhauser

  107. Dr Chris Holden

  108. Amanda Prezioso, infermiera

  109. Yacine Haffaf, Surgeon chirurgo

  110. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  111. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  112. Rana Mahmoud, RNBSN

  113. Riad Abdelkarim, MD, MHCM, FACP; direttore sanitario

La lettera è stata firmata anche da 159 professionisti della salute solidali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




ESCLUSIVO: l’amministrazione Biden invia 6.500 munizioni a Israele, nonostante l’incessante massacro di civili a Gaza

Prem Thakker

9 agosto 2024 – ZETEO

Mentre le richieste di un embargo sulle armi a Israele aumentano, gli USA approvano la vendita di munizioni per attacchi diretti combinati (JDAM) per il valore di 262 milioni di dollari.

Il Dipartimento di Stato ha notificato formalmente al Congresso una vendita diretta di 6.500 munizioni per attacchi diretti combinati (JDAM) ad Israele – mentre si fanno più forti le richieste di un embargo sulle armi al governo accusato di crimini di guerra.

Le JDAM sono sistemi di assistenza utilizzati per convertire le bombe non mirate in bombe “intelligenti” più precise. L’ordine giunge dopo che l’invio, del valore di 262 milioni di dollari, a maggio era stato posticipato, in quanto sotto riesame. Zeteo è venuto a sapere che la vendita adesso verrà portata a compimento.

Il precedente riesame era dovuto al fatto che gli USA cercavano di impedire che le forze israeliane conducessero un’importante invasione sul campo a Rafah – dove i militari hanno comunque bombardato parecchi obbiettivi ed hanno mantenuto per mesi una forte presenza sul terreno.

Sarah Leah Whitson, direttrice esecutiva di ‘Democracy for the Arab World Now’ (DAWN), ha detto che era “stupefacente” che l’amministrazione procedesse con la vendita.

E’difficile capire come l’amministrazione Biden possa giustificare l’invio ad Israele di nuove armi, nonostante la persistente resistenza israeliana a qualunque richiesta da parte dell’amministrazione di un minimo di moderazione e nonostante il palese dato di fatto che simili vendite violano i principi stessi delle leggi statunitensi che proibiscono l’invio di armi a brutali aggressori come Israele”, ha detto in una dichiarazione.

Le JDAM sono formalmente giustificate come mezzi per le forze militari per condurre attacchi più precisi e “minimizzare” i danni ai civili. Intanto si ritiene che questi dispositivi siano stati usati nel devastante attacco israeliano alla tendopoli di al-Mawasi che ha ucciso almeno 90 persone e ne ha ferite altre 300.

E’spaventoso che l’amministrazione Biden continui a fornire a Israele ulteriori armi di offesa, in aggiunta ai 3,5 miliardi di finanziamenti militari vincolati (FMF) sbloccati oggi a Israele”, ha detto a Zeteo Yasmine Taeb, esperta di politica estera e direttrice politica dell’associazione per i diritti civili ‘MPower Action’. “Milioni di americani chiedono un embargo sulle armi a Israele e sperano che Kamala Harris, come nuova candidata alle presidenziali del partito democratico, delinei un nuovo corso riguardo a Gaza. Gli elettori vogliono e meritano garanzie che gli USA applicheranno le proprie leggi e rispetteranno il diritto umanitario internazionale”.

Mercoledì la vicepresidente Kamala Harris è stata interrotta da manifestanti in un comizio a Detroit, Michigan. Harris, la presumibile candidata democratica alle presidenziali, ha subito legittimato i manifestanti. “Sono qui perché noi crediamo nella democrazia. La voce di ciascuno è importante”, ha detto. “Ma adesso sto parlando. Sto parlando.”

Kamala, Kamala non puoi nasconderti! Noi non voteremo per il genocidio”, hanno continuato a gridare.

Sapete che c’è? Se volete che vinca Donald Trump, continuate così. Altrimenti, sto parlando io”, ha risposto Harris, provocando la folla a gridare ‘Kamala’.

Gli organizzatori di “Uncommitted” (non coinvolti) – un’iniziativa di base che ha portato centinaia di migliaia di americani ad abbandonare il voto alle primarie per protesta contro l’incondizionato supporto dell’amministrazione Biden-Harris alla guerra di Israele a Gaza – hanno detto che due dei loro capi hanno parlato con Harris mentre era a Detroit. Hanno chiesto un incontro con lei per discutere ulteriormente le richieste di un embargo sulle armi e di un cessate il fuoco permanente. Harris “ha manifestato la propria comprensione e ha espresso un’apertura ad un incontro con i capi di ‘Uncommitted’ per discutere di un embargo sulle armi.”

Tuttavia il consigliere per la sicurezza nazionale della Vicepresidente, Phil Gordon, giovedì ha utilizzato Twitter per assicurare al governo israeliano che Harris non avrebbe sostenuto un embargo sulle armi, ma “continuerà a lavorare per proteggere i civili a Gaza e far rispettare il diritto umanitario internazionale.”

E venerdì l’amministrazione Biden-Harris è andata avanti approvando il massiccio invio anche mentre il governo israeliano continua ad affrontare una serie di accuse di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

Raed Jarrar, direttore del gruppo di sostegno di DAWN, ha detto che il Congresso proporrà una risoluzione congiunta di disapprovazione per bloccare la vendita. “La supervisione e il dibattito del Congresso sono indispensabili, dato il caos all’interno del personale dirigente della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della Difesa, che ha portato ad un’ondata senza precedenti di dimissioni di dirigenti riguardo al continuo sostegno alla guerra di Israele a Gaza.”

La notizia della vendita di armi è giunta un giorno dopo che le forze israeliane hanno bombardato obbiettivi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 40 persone, secondo medici palestinesi. La cifra ufficiale dei morti fornita dal Ministero della Sanità di Gaza si avvicina ora a 40.000.

Il governo israeliano sta anche affrontando una sequela di orribili accuse di abusi sessuali contro palestinesi detenuti. Mentre le accuse sono state avanzate per mesi, un video diffuso recentemente mostra soldati israeliani che scortano un detenuto palestinese dietro una fila di schermi di protezione, dove pare abbiano violentato sessualmente un prigioniero, portando alla necessità di cure mediche.

Sempre venerdì il Segretario di Stato Antony Blinken ha informato il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant di aver concluso l’indagine sul battaglione israeliano “Netzah Yehuda” per violazioni di diritti umani – decidendo di non comminare sanzioni all’unità. Il Dipartimento di Stato ha detto che l’unità è stata “sottoposta ad efficaci misure correttive”. Tra le violazioni di diritti umani l’unità è accusata dell’uccisione di un settantottenne palestinese-americano dopo averlo arrestato e poi lasciato legato, imbavagliato, bendato ed esposto al freddo della notte. Lui ha avuto un infarto mentre era ancora legato.

Josh Paul, un consigliere di alto livello di DAWN che ha rassegnato le dimissioni dal Dipartimento di Stato per protesta contro la politica USA sulla guerra di Israele a Gaza, ha detto che gli USA stanno dicendo al mondo che non sono una forza di pace, ma favoriscono altro spargimento di sangue. “La non volontà dell’amministrazione Biden di sottoporre l’unità Netzah Yehudah alle Leggi Leahy (legge USA del 1997 che proibisce ai Dipartimenti di Stato e della Difesa di fornire assistenza militare a unità straniere sospettate di violazioni di diritti umani, ndtr.) non è solo un ulteriore avallo ai crimini di guerra israeliani, ma un vergognoso attacco allo stato di diritto interno”, ha detto in una dichiarazione. “Non so come faccia Antony Blinken a guardarsi allo specchio”.

Intanto la Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente stabilito con sentenza che il governo israeliano sta commettendo atti di apartheid – mesi dopo aver ordinato a Israele di fermare e impedire atti di genocidio. Il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale sta predisponendo mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa israeliano Gallant per crimini di guerra. (Gallant è quello a cui Blinken ha parlato assicurando che gli USA non avrebbero sanzionato la presunta unità criminale di guerra).

Per unire i democratici prima di novembre bisogna che la Vicepresidente Harris affermi chiaramente se intenda o no inviare armi americane che violano il diritto umanitario interno e internazionale ad Israele o a qualunque altro Paese”, ha detto a Zeteo Waleed Shahid, consigliere di ‘Uncommitted’. “Questa questione probabilmente continuerà a dividere la coalizione facendola cadere in errori come le irruzioni per disperdere le manifestazioni, e gli accampamenti studenteschi probabilmente continueranno se lei non metterà in campo una chiara difformità nella politica tra lei stessa e Biden.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Che Gaza bruci”: il diluvio di retorica genocida dei soldati israeliani

Younis Tirawi e Eran Maoz

13 giugno 2024 Zeteo

Dentro il genocidio-lampo di Israele, la seconda parte della nostra indagine su Zeteo

Il comandante militare israeliano Gur Rosenblat è esplicito: tutta Gaza, “non solo l’organizzazione di Hamas”, deve essere eliminata e i suoi 2 milioni di abitanti cacciati. La Striscia, scrive sui social, dovrebbe “cessare di esistere”.

Anche se Rosenblat, capo della Brigata di fanteria settentrionale israeliana e vicedirettore generale del Ministero dell’Istruzione del paese, chiarisce in un post su Facebook del 13 ottobre di non parlare in veste ufficiale, non tenta di mascherare i suoi appelli al genocidio. “Persone che sono bestie umane e i loro sostenitori devono pagare un prezzo altissimo, se non con la vita, almeno con l’espulsione”, scrive.

Solo tre giorni dopo un account Instagram con il nome utente @gvrrvznblt, che afferma di essere Rosenblat, ha pubblicato una foto con la didascalia: “Perché non uccidiamo dieci, ventimila gazawi al giorno bombardandoli per ogni giorno in cui i rapiti [gli ostaggi israeliani] non tornano? …follia”.

Nell’invocare una “vittoria decisiva” su Facebook il 20 novembre Rosenblat chiarisce che “soltanto la cancellazione completa e definitiva” di Gaza City, prima della guerra la città più popolosa dell’enclave palestinese, e il “trasferimento dei suoi abitanti nella parte meridionale della Striscia… può portare a qualche cambiamento”.

Una “specie di seconda o terza Nakba”, aggiunge. “Proprio come [il villaggio palestinese di] Sheikh Munis, sulle cui rovine fu fondata Tel Aviv [nel 1948], e molti altri insediamenti arabi furono cancellati, così anche la città di Gaza deve essere cancellata”.

Rosenblat non è solo. Dal 7 ottobre abbiamo trovato sui social media centinaia di post di personale militare israeliano, compresi i comandanti, pieni di odio, di retorica disumanizzante spesso genocida. I post contribuiscono ad accumulare una serie crescente di prove che certificano ciò che le associazioni per i diritti umani e altri hanno definito un modello sistematico di crimini di guerra commessi dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza. Inoltre mettono a nudo il vero intento della guerra di Israele contro Gaza. Non è una “guerra difensiva” volta a garantire “il minimo danno ai civili”, come amano affermare Israele e i suoi alleati. Proprio le parole dei soldati suggeriscono che far danno ai civili con morte, distruzione e sfollamento sia, di fatto, l’obiettivo.

Nella prima parte della nostra indagine per Zeteo avevamo considerato le foto disumanizzanti che i soldati hanno condiviso da Gaza. Nella seconda parte documentiamo la retorica genocida che è diventata un tema davvero imperante tra i soldati israeliani, compresi quelli schierati a Gaza. Se non diversamente specificato, i soldati che hanno condiviso i post non hanno risposto alle nostre richieste di commento.

Un progetto per “ridurli in polvere”

L’8 ottobre, su una pagina Facebook, uno che afferma di essere il Colonello riservista Elad Schvartz aveva pubblicato un video con un messaggio per i leader israeliani. “Se entro quattro ore tutti gli ostaggi non verranno rilasciati…, inizieremo a bruciare Gaza”, dice l’ufficiale senior della 91a divisione, vestito con la sua uniforme militare. “Quartiere dopo quartiere.”

A circa 40 miglia di distanza soldati che sembrano appartenere al 5060° Battaglione di Riserva che opera nella città occupata di Hebron, in Cisgiordania, hanno lanciato il loro sentito appello a bruciare le città palestinesi nei territori occupati: “Che il vostro villaggio bruci, che il vostro villaggio bruci”, cantano diversi soldati in un video pubblicato su Instagram da un soldato israeliano.

Gli appelli che chiedevano la distruzione su vasta scala di un popolo e della sua terra non erano solo retorica. Come il mondo ha visto negli ultimi otto mesi sono serviti da piano per la distruzione, documentato non solo dai palestinesi di Gaza ma anche dagli stessi soldati israeliani sul terreno della Striscia che sembravano desiderosi di vantarsi con i loro follower di ciò che avevano pianificato di fare – e di quando lo hanno fatto.

Ciò è stato particolarmente vero per i combattimenti che hanno avuto luogo nel quartiere densamente popolato di Shuja’iyya, a Gaza City dove molti palestinesi avevano cercato rifugio all’inizio della guerra. Quando a dicembre l’esercito israeliano ha fatto irruzione nella zona i blackout nelle comunicazioni hanno reso difficile sapere esattamente cosa stava succedendo. Sarebbe divampata una battaglia feroce.

Almeno due account Instagram che affermavano essere di soldati della brigata Givati hanno condiviso quello che sembrava essere il filmato di un drone che mostrava gli edifici del quartiere in fiamme. Nel video si sente una voce non identificata, presumibilmente un soldato dire che stanno partendo per “l’operazione ottava notte di Hannukah” per bruciare Shuja’iyya. “La faremo vedere ai nostri nemici, che imparino la deterrenza… Li ridurremo in polvere,” aggiunge la voce.

Mohammed Abo Al-Kombz, originario di Shuja’iyya, ha detto a Zeteo che intere parti del quartiere e delle aree vicine sono state date alle fiamme, ciò che sembra essere coerente con quello che si vede nel video.

L’esercito israeliano non ha risposto alle nostre specifiche domande sul filmato o se avesse effettuato un’operazione come quella menzionata nel video. Ma il fatto che il video sia stato caricato sui social media dai soldati israeliani sembra illustrare il messaggio che volevano inviare: “annientare” i palestinesi “riducendoli in polvere”.

Il 19 dicembre il capitano Roi Azran ha pubblicato su Facebook un video di Shuja’iyya che mostrava la distruzione del quartiere. “Ecco Gaza, figlia di puttana. Tutta Shuja’iyya andrà in fiamme”, dice qualcuno nel video.

A gennaio un account Instagram con nome utente alon_dayann che dichiarava essere del soldato israeliano Alon Dayan ha pubblicato un video con un linguaggio simile. “Buongiorno, figli di puttana”, si sente dire un soldato nel video prima di sparare contro quelle che sembrano essere case di civili. La didascalia del video recita in ebraico: “Possa Gaza bruciare con tutti i suoi abitanti”.

Sharon Ohana dei Corpi Combattenti del Genio militare dell’esercito israeliano, in un post di dicembre su Facebook, sembra prefigurare ciò che verrà. Il “destino” di Shuja’iyya, Khan Younis e Rafah “deve essere lo stesso destino della Striscia settentrionale [di Gaza] all’inizio della guerra: sporco e polvere, fuoco e macerie di cemento”, scrive Ohana a dicembre. “… Dobbiamo radere al suolo tutta Gaza!”

Davvero il post di Ohana è solo un brutto scherzo? Ohana chiarisce esplicitamente che non lo è. “ ‘Insieme la spianeremo’ non è uno scherzo ma una dichiarazione inequivocabile scritta con il sangue dai migliori ufficiali dell’IDF attenti alla sicurezza e non per niente…”

Mentre la battaglia infuriava a Shuja’iyya altre unità israeliane stavano invadendo la città di Khan Younis nel sud di Gaza. Il soldato israeliano Peleg Harush ha pubblicato un video su Instagram il 5 dicembre che mostra volute di fumo provenienti da quelle che sembrano essere case di palestinesi. “Ah… Gaza sta bruciando. Bruciate vivi, bastardi”, dice in ebraico una voce nel video.

In un altro post di gennaio dallo stesso account, un soldato che sembra essere Harush invia un messaggio ai residenti di Gaza in ebraico: “Tutto è in rovina, distrutto, bruciato, a pezzi. Non avete nessun posto dove tornare, gazawi. A tutti i cari abitanti di Gaza, non siete cari. Non valete niente… Vi faremo passare un brutto quarto d’ora… Soffrirete ogni secondo per quello che ci avete fatto… Morirete.”

Una cultura dell’impunità

Per un paese che definisce il suo esercito come “il più morale… del mondo”, si potrebbe pensare che tali post avrebbero suscitato dure azioni disciplinari nel tentativo di proteggerne l’immagine generale. Ma come mostra la nostra indagine l’esercito israeliano, almeno pubblicamente, ha adottato poche misure per impedire ai suoi soldati di condividere tali contenuti.

Ciò che abbiamo riscontrato invece è stata una cultura dell’impunità.

Se non diversamente specificato l’esercito israeliano non ha risposto alle domande di Zeteo su soldati o post specifici. Ma un portavoce militare israeliano ha detto a Zeteo in una dichiarazione che “tutti i video, le immagini e i post sui social media” che gli abbiamo segnalato “non sono coerenti con i valori dell’IDF e non riflettono la sua politica”.

Nei “numerosi casi esaminati sembra che l’espressione o il comportamento dei soldati nei filmati siano inappropriati e che altrettanto impropriamente siano stati maneggiati”, ha detto il portavoce, sottolineando, tuttavia, che “l’atto documentato con la dichiarazione che lo accompagna è stato eseguito per scopi militari e in conformità con gli ordini” come nel caso della distruzione di “infrastrutture nemiche”.

“Le autorità competenti erano a conoscenza di molti degli incidenti elencati nella contestazione, ed erano stati esaminati e trattati a livello disciplinare e di comando prima della presentazione della contestazione”, ha detto il portavoce. L’esercito israeliano non ha spiegato cosa comportasse nello specifico l’azione disciplinare.

“I casi che non erano già noti sono stati subito trasferiti per un ulteriore esame e procedura”, ha aggiunto il portavoce. “Nei casi in cui sorga il sospetto di un reato che giustifichi l’apertura di un’indagine, l’indagine viene aperta dalla Polizia Militare.”

Il portavoce militare israeliano Daniel Hagari ha dichiarato ad ABC News all’inizio di quest’anno che l’esercito israeliano è “l’esercito del popolo. E rispettiamo l’essenza, i valori e il diritto internazionale”.

Molti dei post scoperti dalla nostra indagine rimangono online, nonostante le prove che contravvenissero alla politica militare relativa ai social media.

Nel caso di Harush che in un post ha detto: “Figli di puttana possiate bruciare vivi”, l’esercito israeliano ci ha detto a febbraio che il comportamento del soldato era inappropriato ed è stato gestito di conseguenza, senza fornire ulteriori dettagli. Eppure in un post di metà aprile Harush ha scritto “Gaza siamo tornati”, senza aver cancellato gli altri suoi post.

In molti modi i post riflettono in gran parte la società israeliana dopo il 7 ottobre. Una “febbre da genocidio” ha invaso le onde radio, l’industria dell’intrattenimento, i negozi di alimentari e i quartieri del paese, ha scritto a maggio Diana Buttu, collaboratrice di Zeteo. All’inizio dell’anno la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani intervistati per un sondaggio ha affermato di ritenere che l’esercito stesse usando “una forza adeguata o troppo scarsa” a Gaza. Molti dei post sui social media trovati nell’ambito di questa indagine avevano ricevuto decine di commenti e like di sostegno.

Post per il genocidio nonostante l’ordine della Corte Interazionale di Giustizia

La decisione dell’esercito israeliano di consentire, anche indirettamente, l’esistenza di questi posti si è già rivelata decisiva. A gennaio la Corte mondiale ha ordinato al governo israeliano di adottare misure per prevenire e punire qualsiasi “incitamento diretto e pubblico al genocidio”, che è punibile ai sensi della Convenzione sul Genocidio. Il Sudafrica, che ha portato il caso contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, ha citato diversi post simili di soldati israeliani, incluso almeno uno di quelli da noi precedentemente riportati, come prova di incitamento al genocidio.

L’ordinanza specifica della Corte Internazionale relativa alla prevenzione dell’”incitamento al genocidio”, che faceva parte di un pacchetto di misure provvisorie emesse dalla Corte, era una delle due che ha ricevuto il sostegno dell’allora giudice israeliano Aharon Barak. Eppure, nonostante l’ordinanza della Corte, continuano ad emergere nuovi post dal linguaggio genocida.

Ad aprile un account Instagram che affermava essere di Yehuda Ben Moha, co-fondatore di Eyal Battalion, ha condiviso un video che mostrava quelli che secondo lui erano camion che trasportavano farina, con la didascalia: “Avrei messo del veleno per i ‘non coinvolti’. Anche i camionisti egiziani non li sopportano”. Ben Moha ha rifiutato di commentare il post e l’account è stato reso privato dopo che abbiamo chiesto un commento.

Il 17 aprile un account Facebook che affermava di essere del tenente colonnello Maoz Schwartz del battaglione 7007 ha pubblicato una foto che sembrava mostrare palestinesi sfollati con la forza che fanno il bagno in mare. “Sono su una spiaggia e i nostri ostaggi stanno deperendo in cattività?? Che possano [i gazawi] soffocare! Niente spiaggia, niente piscina, niente!” scrive. “[Tutta] Gaza è una grande area di terroristi, compresi quelli che nella foto fanno il bagno in mare”.

La narrazione militare cade a pezzi

I nostri sforzi investigativi non solo hanno messo in luce gli allarmanti comportamenti dei soldati israeliani, ma hanno anche avuto un ruolo nella causa legale intentata dal Sud Africa contro Israele presso la Corte Internazionale. Tuttavia, il nostro lavoro ha anche attirato la sgradita attenzione dei media israeliani, che hanno rivolto il loro fuoco non contro i soldati impegnati in comportamenti barbari ma contro di noi per averli denunciati.

Portare alla luce quei materiali non è stato facile. Il nostro lavoro non solo ha attirato l’attenzione internazionale sulla situazione reale, ha anche innescato importanti discussioni sulle responsabilità e la giustizia, evidenziando la necessità di un esame più approfondito e completo delle pratiche e delle politiche di fatto all’interno dell’esercito israeliano. Man mano che emergono prove sempre più evidenti, la necessità dell’assunzione di responsabilità diventa sempre più pressante.

In definitiva i post che abbiamo scoperto rivelano un netto contrasto con la narrazione attentamente curata che Israele cerca di diffondere. Nonostante l’esercito israeliano abbia ripetutamente affermato di prendere precauzioni per ridurre al minimo i danni ai civili, le testimonianze di soldati e ufficiali sul campo raccontano una storia decisamente diversa, caratterizzata da distruzione indiscriminata e da una pervasiva cultura dell’impunità che, a nostro avviso, ha fornito ai soldati essenzialmente una tacita approvazione a continuare con le loro azioni senza timore di conseguenze. Le prove raccolte finora sono solo una piccola parte di ciò che c’è.

Ma “l’incitamento al genocidio” è ormai evidente a tutto il mondo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 

 




ESCLUSIVO: “Sei stato avvertito”: i senatori repubblicani minacciano il procuratore della Corte Penale Internazionale

Redazione Zeteo e Mehdi Hasan

06 maggio 2024 – ZETEO

Nella lettera, ottenuta da Zeteo si minacciano sanzioni in difesa di Netanyahu.

Un gruppo di influenti senatori repubblicani ha inviato una lettera al procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI) Karim Khan diffidandolo dall’emettere mandati di arresto internazionali contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri funzionari israeliani, e minacciandolo di “severe sanzioni” se lo fa.

In una concisa lettera di una pagina ottenuta in esclusiva da Zeteo e firmata da 12 senatori repubblicani tra cui Tom Cotton dell’Arkansas, Marco Rubio della Florida e Ted Cruz del Texas, Khan viene informato che qualsiasi tentativo da parte della CPI di spiccare mandati di arresto per Netanyahu e i suoi colleghi perché rendano conto delle loro azioni a Gaza sarà interpretato “non solo come una minaccia alla sovranità di Israele ma anche alla sovranità degli Stati Uniti”.

Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te”, dicono i senatori a Khan, aggiungendo che “sanzioneremo i tuoi dipendenti e collaboratori e escluderemo te e la tua famiglia dall’accesso agli Stati Uniti”.

In modo piuttosto minaccioso, la lettera conclude: “Sei stato avvertito”.

In una dichiarazione rilasciata a Zeteo il senatore democratico Chris Van Hollen del

Maryland ha affermato: “Va bene esprimere opposizione a una possibile azione giudiziaria, ma è assolutamente sbagliato interferire in una questione giudiziaria minacciando gli ufficiali giudiziari, i loro familiari e i loro dipendenti di vendetta. Questo bullismo è qualcosa che si addice alla mafia, non ai senatori americani”.

Sebbene né Israele né gli Stati Uniti siano membri della CPI, i territori palestinesi sono stati ammessi con lo status di Stato membro nell’aprile 2015. Khan, un avvocato britannico, è stato nominato procuratore capo della CPI nel febbraio 2021, e una settimana prima la Corte aveva già deciso, a maggioranza, che la sua giurisdizione territoriale si estendeva a “Gaza e Cisgiordania”.

In seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023 Khan ha annunciato che la Corte aveva giurisdizione su qualsiasi potenziale crimine di guerra commesso sia dai militanti di Hamas in Israele che dalle forze israeliane a Gaza. La Corte Penale Internazionale, secondo lo Statuto di Roma del 2002, può accusare individui di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio – e recenti rapporti suggeriscono che i funzionari israeliani sono sempre più convinti che la Corte Penale Internazionale stia preparando mandati di arresto per Netanyahu e altri alti funzionari di gabinetto e militari.

Venerdì l’ufficio del procuratore capo con sede all’Aja ha pubblicato una dichiarazione senza precedenti su Twitter, in cui si chiede la fine delle minacce di ritorsioni contro la Corte Penale Internazionale e dei tentativi di “ostacolare” e “intimidire” i suoi funzionari. La dichiarazione aggiunge che tali minacce potrebbero “costituire un reato contro l’amministrazione della giustizia” ai sensi dello Statuto di Roma.

La tempistica di questo inusuale avvertimento pubblico ora ha più senso: la lettera dei senatori statunitensi era stata inviata a Khan una settimana prima, il 24 aprile.

Nella loro lettera i dodici senatori repubblicani ricordano a Khan che gli Stati Uniti “hanno dimostrato nell’American Service-Members’ Protection Act [ASPA, legge di protezione degli americani in servizio] fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere la [nostra] sovranità”.

L’ASPA, convertito in legge da George W. Bush nel 2002, da allora è diventato ampiamente noto come “L’atto di invasione dell’Aja” perché autorizza il presidente degli Stati Uniti “a utilizzare tutti i mezzi necessari e appropriati” per ottenere il rilascio non solo di cittadini americani, ma anche di alleati imprigionati o detenuti dalla CPI.

Il gruppo di senatori repubblicani – che comprende anche il leader della minoranza Mitch McConnell del Kentucky e Tim Scott della Carolina del Sud, che si ritiene siano nella lista dei candidati alla vicepresidenza di Donald Trump – afferma che l’emissione di eventuali mandati di arresto per i leader di Israele da parte della Corte Penale Internazionale sarebbe “illegittima e priva di base legale”, oltre a “dimostrare” “l’ipocrisia e i doppi standard” della Corte. I senatori sottolineano che Khan non ha emesso mandati di arresto per i leader di Iran, Siria, Cina o Hamas. Non menzionano, tuttavia, il fatto che i tre paesi elencati non sono membri della CPI, né sono accusati di aver commesso crimini di guerra sul territorio di un membro della CPI. Per quanto riguarda i funzionari di Hamas, è stato riferito che il procuratore capo sta, di fatto, anche “valutando mandati di arresto per i leader di Hamas”.

Se Khan emetterà un mandato di arresto per Netanyahu nei prossimi giorni non sarà la prima volta che perseguirà un controverso leader mondiale per presunti crimini di guerra – o sarà sanzionato per questo. Nel marzo 2023, la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per la sua presunta responsabilità “per il crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini)”. Il governo russo ha risposto inserendo Khan nella lista dei “ricercati”.

All’epoca il presidente Biden definì “giustificato” il mandato d’arresto per Putin e affermò che era un “ottimo risultato”. E, due anni prima, nell’aprile 2021, Biden ha revocato le sanzioni statunitensi che erano state imposte dall’amministrazione Trump al procuratore della Corte Penale Internazionale sulla scia di un’indagine sull’azione militare statunitense in Afghanistan.

Venerdì l’addetta stampa della Casa Bianca Karine Jean-Pierre ha detto ai giornalisti che l’amministrazione si oppone a “qualsiasi minaccia o intimidazione nei confronti di funzionari pubblici… compresi i funzionari della Corte Penale Internazionale” ma che il presidente “non sostiene questa indagine investigativa.” La Casa Bianca ha rifiutato di commentare per Zeteo la lettera dei senatori, così come l’ufficio del procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell’Aia.

La senatrice Katie Britt dell’Alabama, una delle firmatarie repubblicane della lettera, ha detto a Zeteo che “non si tratta di una minaccia, ma di una promessa”. Gli altri 11 senatori repubblicani che hanno firmato la lettera non hanno risposto alle richieste di commento di Zeteo al momento della pubblicazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)