Gli ospedali di Gaza sono ‘strapieni’ e i pazienti si trovano di fronte ad una grave penuria di farmaci

Redazione di Palestine Chronicle

6 gennaio 2026 – Palestine Chronicle

Il direttore dell’ospedale Al-Shifa ha chiesto forniture urgenti di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei confini per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo significa nuovi decessi.

Secondo il dott. Mohammed Abu Salmiya, direttore del complesso sanitario di Al-Shifa, nonostante l’accordo di cessate il fuoco gli ospedali di Gaza affrontano una situazione critica con un crescente numero dei pazienti, una grave carenza di medicinali e decessi quotidiani.

In un’intervista ad Al- Jazeera il dott. Abu Salmiya ha detto che il numero delle ferite dovute ai bombardamenti israeliani è diminuito, “c’è stato un significativo incremento degli ingressi in ospedale a causa dell’attuale epidemia di influenza” a Gaza, “che sta colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili.”

Queste comprendono i malati, gli anziani, le donne incinte e i bambini sotto l’anno di età, ha aggiunto.

Gli ospedali “adesso sono strapieni” di questi pazienti, e il tasso di occupazione (dei posti letto) arriva a “oltre il 150%.”

Carenza di medicinali

A causa della mancanza di medicinali, ha sottolineato, “la fase che stiamo attualmente attraversando è una delle peggiori in questa guerra di sterminio.”

Gli ospedali stanno lavorando ad oltre il 150% della loro capacità, assieme ad una grave carenza di medicinali e forniture mediche, ha affermato.

Il dott. Abu Salmiya ha detto che il 55% dei farmaci essenziali e il 70% delle forniture mediche sono indisponibili, sottolineando che alcune specializzazioni mediche sono carenti al 100%. Ciò, ha specificato, ostacola l’apporto delle cure necessarie anche nei casi di emergenza.

Inoltre circa il 50% i pazienti in dialisi renale non riceve le terapie farmacologiche, con decessi quotidiani continui, dovuti alla indisponibilità di oltre il 70% dei farmaci necessari.

Ha sottolineato che i pazienti oncologici stanno affrontando carenze simili che mettono a rischio le loro vite, mentre “decine di migliaia” di interventi chirurgici programmati sono stati bloccati a causa del divieto di ingresso in ospedale delle forniture mediche essenziali, in particolare per la chirurgia ortopedica, toracica e vascolare.

Restrizioni degli aiuti

[Il medico] ha affermato che gli aiuti che entrano coprono solo una quota limitata del fabbisogno.

Ha spiegato che la percentuale di farmaci che entrano in ospedale non supera il 20% e alcuni di questi farmaci non sono adeguati alle necessità urgenti degli ospedali.

Perciò ora all’interno dei nostri ospedali assistiamo ad un aumento dei decessi”, ha affermato il dott. Abu Salmiya.

Riguardo ai trasferimenti ospedalieri, ha spiegato che più di 20.000 pazienti hanno completato le procedure per andare all’estero per le cure, ma non hanno ottenuto il permesso di partire.

Questo ha causato finora la morte di circa 1.200 pazienti, compresi pazienti oncologici e bambini affetti da gravi malattie.

Le sfide del freddo

Il dott. Abu Salmiya ha anche affermato che, in seguito all’interruzione delle cure e al diffondersi di malattie respiratorie, gli ospedali sono di fronte ad un aumento significativo dei decessi tra i pazienti con patologie croniche e tra gli anziani.

A causa del clima freddo nella Striscia di Gaza le persone vivono in tende che non offrono protezione dal freddo”, ha affermato.

Al-Jazeera in lingua araba ha informato che le organizzazioni sanitarie di Gaza hanno messo in guardia dal collasso quasi totale del sistema sanitario a causa delle estese distruzioni di ospedali, dell’esaurimento di farmaci e delle continue restrizioni all’ingresso di attrezzature mediche.

Citando il Ministero della Sanità di Gaza, il rapporto afferma che un alto numero di ospedali è del tutto o parzialmente fuori servizio, mentre le restanti strutture operano con risorse limitate, tra una grave scarsità di carburante, acqua e attrezzature mediche essenziali.

Richiesta urgente a Israele

Le organizzazioni mediche internazionali hanno anche messo in guardia dalla diffusione di malattie infettive e dalla malnutrizione, in special modo tra i bambini, dato il sovraffollamento nei rifugi e il collasso dei servizi di assistenza sanitaria primaria, cosa che minaccia una probabile ondata di decessi.

Il dott. Abu Salmiya ha ribadito che l’interruzione dell’operazione militare di Israele nella Striscia non significa la cessazione delle morti. Ha richiesto la consegna urgente di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei valichi per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo comporta nuove vittime che avrebbero potuto essere salvate.

Dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano, con l’appoggio statunitense, ha scatenato una guerra genocida contro il popolo di Gaza. Finora questa campagna ha causato la morte di oltre 71.200 palestinesi e più di 171.000 feriti. La stragrande maggioranza della popolazione è stata sfollata e la distruzione delle infrastrutture non ha precedenti dalla seconda guerra mondiale. Migliaia di persone sono ancora disperse.

In aggiunta all’attacco militare, il blocco israeliano ha provocato una carestia provocata volontariamente, portando alla morte di centinaia di palestinesi – soprattutto bambini – e mettendone in pericolo di morte altre centinaia di migliaia.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Antisionismo, antisemitismo: le falsità di Eva Illouz

Gilbert Achcar

29 dicembre 2025 – Orient XXI

Nel suo editoriale pubblicato da Le Monde il 18 dicembre 2025 la sociologa [Eva Illouz] pretende di dimostrare che l’antisionismo, presentato come il volto dell’antisemitismo contemporaneo, condivide le due basi fondamentali della “cultura dell’antisemitismo”: la “negazione” e “l’inversione accusatoria”. Tuttavia, come dimostra il ricercatore e scrittore Gilbert Achcar, nella sua argomentazione l’autrice riproduce lei stessa questi meccanismi.

L’editoriale di Eva Illouz comincia con un commento sulla nascita dell’antisemitismo nel corso dell’ultimo quarto del XIX° secolo, quando il tradizionale odio cristiano verso gli ebrei venne trasformato in “teoria quasi sociologica” per adeguarlo allo spirito del tempo. Questo preambolo serve da preludio all’argomento centrale dell’articolo, secondo il quale l’antisionismo a sua volta non è che un’incarnazione dell’antisemitismo più rispondente allo spirito della nostra epoca.

Come “esempio probatorio” della “negazione” del crimine commesso contro un gruppo e dell’“inversione accusatoria” che trasforma le vittime, membri di un gruppo, in colpevoli del crimine che esse subiscono, Eva Illouz cita la dichiarazione redatta sotto l’impatto del 7 ottobre 2023 dal Comitato di Solidarietà con la Palestina dei laureandi di Harvard e co-firmata da molte organizzazioni studentesche. Questa dichiarazione, afferma Eva Illouz, “considera il regime israeliano ‘interamente responsabile’ della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas, cancellando totalmente le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi.

L’autrice non cita che un brano della dichiarazione studentesca. Ma questa afferma: “Noi, le associazioni studentesche firmatarie, riteniamo il regime israeliano totalmente responsabile di ogni violenza in corso.” In altri termini, nella frase incriminata non è “della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas” che la potenza israeliana è considerata “interamente responsabile”, ma della spaventosa guerra genocida e devastante che quel potere ha scatenato contro Gaza subito dopo l’attacco omicida del 7 ottobre.

La dichiarazione studentesca prosegue:

Gli avvenimenti di oggi non sono sopravvenuti fuori contesto. Per 20 anni milioni di palestinesi di Gaza sono stati obbligati a vivere in una prigione a cielo aperto. I responsabili israeliani promettono di ‘aprire le porte dell’inferno’ e i massacri a Gaza sono già iniziati. I palestinesi di Gaza non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi o scappare. Nei prossimi giorni dovranno inevitabilmente subire l’impatto della violenza israeliana. Il regime di apartheid è l’unico responsabile. La violenza israeliana ha strutturato tutti gli aspetti dell’esistenza palestinese durante 75 anni.

Segue una sintesi di quello che il popolo palestinese ha subito, che si conclude con un invito ad opporsi allo “sterminio dei palestinesi in corso”. È un breve appello a un’azione urgente di assistenza a un popolo in pericolo. Sostenere che questo stesso appello avrebbe dovuto sottolineare “la responsabilità” di Hamas “nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi” vuol dire confondere le cose e ignorare l’urgenza di fronte a un genocidio annunciato.

Per fare bella figura Eva Illouz menziona una volta nel suo editoriale “i veri palestinesi, quelli che soffrono amaramente gli abusi [sic] da parte del governo israeliano e che hanno bisogno dell’aiuto del mondo intero”, ma è unicamente per deplorare che “la causa palestinese (sia) giunta a incarnare e a sintetizzare tutte le lotte femministe, trans, climatiche, omosessuali, nere.” L’autrice prosegue mettendo in modo assolutamente improprio sullo stesso piano uno slogan antisemita molto volgare (“Fuck the Jews” [Fanculo gli ebrei]) e gli slogan che chiedono di “globalizzare l’Intifada” o una “Palestina libera dal fiume al mare”. Seguono tre ragioni che spiegano perché l’antisionismo costituisce, secondo lei, “una nuova forma di antisemitismo”.

Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

La prima ragione, la più importante, è che “l’antisionismo rimette in discussione la stessa legittimità del nazionalismo e del focolare nazionale ebraico. Non esiste nessun altro caso in cui un popolo si veda negato il diritto di continuare a vivere nel suo Stato con una tale insistenza ossessiva da parte di un’ideologia politica.” L’idea secondo la quale lo Stato di Israele sarebbe il “focolare nazionale ebraico” è al cuore della dichiarazione Balfour con la quale il governo britannico aveva dato il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina nel 1917. Questa idea all’epoca era stata denunciata da Edwin Samuel Montagu, unico membro ebraico del governo al quale apparteneva Arthur Balfour e il solo ad essersi opposto alla sua dichiarazione in termini premonitori: “Per me è importante che sia resa nota la mia opinione che la politica del governo di Sua Maestà è antisemita per il risultato che ne consegue e si dimostrerà essere un punto di riferimento degli antisemiti in tutto il mondo.”

Montagu riteneva “inconcepibile che il governo britannico riconosca ufficialmente il sionismo e che il signor Balfour sia autorizzato a dire che la Palestina debba essere trasformata in ‘focolare nazionale del popolo ebraico’. Ignoro ciò che questo implichi, ma suppongo che ciò significa che i maomettani e i cristiani dovranno far posto agli ebrei e che questi ultimi saranno favoriti e associati in modo esclusivo con la Palestina come l’Inghilterra lo è con gli inglesi o la Francia con i francesi, che i turchi e altri maomettani in Palestina saranno considerati stranieri, così come gli ebrei lo saranno ormai in tutti i Paesi meno che in Palestina.”

L’effetto dell’antisemitismo,” spiega Eva Illouz, “è privare gli ebrei del focolare, negando loro la cittadinanza o espellendoli. Quello era lo scopo del tradizionale antisemitismo europeo.” È vero, ed è precisamente quello che Montagu deplorava: invitando il movimento sionista a creare un “focolare nazionale del popolo ebraico” in Palestina la dichiarazione Balfour privava gli ebrei dei loro focolari ebraici legittimi nei vari Paesi ai quali appartenevano per assegnare loro un focolare unico in Palestina.

Montagu si trovava nella posizione giusta per capire quello che il padre fondatore del sionismo statale, Theodor Herzl, intendeva scrivendo nel suo diario il 12 giugno 1895: “Gli antisemiti diventeranno i nostri più affidabili amici.” Questa profezia si trova oggi realizzata nel modo più clamoroso nell’alacre adesione alla causa dello Stato sionista da parte dei depositari dell’antisemitismo tradizionale europeo, così come Eva Illouz finge di ignorare che l’antisemitismo non consiste nel contestare al popolo ebraico-israeliano “il diritto di continuare a vivere nel suo Stato,” ma piuttosto il suo diritto a vivere in uno Stato etnocratico fondato su un territorio conquistato nel 1948 da coloni europei a detrimento della popolazione nativa che vi viveva da secoli.

La grandissima maggioranza di questa popolazione fu allora vittima di una “epurazione etnica”; un’altra parte dopo il 1967 si è trovata ridotta allo status di popolazione sotto un regime d’occupazione, dovendo affrontare una colonizzazione graduale e brutale del suo territorio. Quello che gli antisionisti rifiutano è il diritto degli ebrei israeliani a considerare la terra della Palestina come loro “focolare nazionale” esclusivo, diritto ora consacrato dalla legge “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” adottata nel 2018 dal parlamento israeliano. Contrario a questo esclusivismo etno-nazionalista è il principio della coesistenza egualitaria dei popoli israeliano e palestinese in una Palestina “libera dal fiume al mare” che sostengono gli antisionisti, molti dei quali, come è ben noto, sono di origine ebraica.

Analogie grossolane

La seconda ragione che secondo Eva Illouz fa dell’antisionismo “una nuova forma di antisemitismo” sarebbe che l’antisionismo “ripropone tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le fantasie dell’antisemitismo.” Così “invece di uccidere i bambini per utilizzare il loro sangue per farne del pane azzimo, un’altra diceria ossessiva vorrebbe che Israele prelevi gli organi dei palestinesi morti.” Con analogie così grossolane sarebbe sufficiente citare le numerose parole sioniste estremiste antipalestinesi, molto meno marginali perché pronunciate da responsabili di alto livello dello Stato israeliano per sostenere che il sionismo, in tutte le sue tendenze, è uguale al nazismo nel suo intento genocida. Ci sono affermazioni esagerate, e persino oltraggiose, in ognuno dei campi politici: ridurre l’insieme del campo a tali affermazioni è un metodo polemico deprecabile.

Quanto alla terza ragione, essa sarebbe che “l’antisionismo contiene un programma di negazione dell’antisemitismo, in quanto la sua denuncia è sospetta di strumentalizzazione. Ciò a sua volta rende meno scandaloso e più legittimo uccidere ebrei.” Per sostenere il suo argomento Eva Illouz spinge la distorsione fino all’estremo: “Slogan come ‘Globalize the Intifada’ (Globalizzare l’Intifada) sono in realtà appelli all’uccisione indiscriminata di civili ebrei ovunque nel mondo, perché la Seconda Intifada [2000-2005] fu una serie di attentati terroristi contro più di 1.000 civili israeliani per 5 anni.

L’autrice decide così, arbitrariamente e perentoriamente, che il termine Intifada (‘rivolta’ in arabo) rinvia alla “Seconda Intifada” piuttosto che alla prima, la rivolta di massa non violenta che raggiunse il suo apice nel 1988 e fece entrare il termine Intifada nel vocabolario internazionale. Inoltre riduce a “una serie di attentati terroristici” la “Seconda Intifada”, ribellione che fu il risultato dell’esasperazione della popolazione palestinese nei territori occupati del 1967 di fronte all’accelerazione della colonizzazione che fece seguito agli accordi di Oslo del 1993. Eva Illouz omette infine di dire che durante la “Seconda Intifada” ci furono da 3 a 4 volte più vittime palestinesi che israeliane e sembra ignorare che circa un terzo dei “più di 1.000 civili israeliani” che menziona erano in realtà militari.

Sarebbe noioso continuare a smascherare le falsità incluse nell’articolo di Eva Illouz. Arriviamo quindi alla conclusione:

“È tutta la terra che ormai ci è divenuta inospitale. Per la prima volta gli ebrei non hanno più il sogno di un altrove accogliente, trasformando in realtà l’antica maledizione antisemita dell’ebreo errante.

Il pathos eccessivo di questa conclusione è una constatazione del tragico fallimento del sionismo. Lungi dal risolvere la “questione ebraica” e di assicurare agli ebrei un rifugio in cui possano vivere sicuri, il sionismo ha creato uno Stato in cui l’insicurezza degli ebrei è più grande che nel resto del mondo. Attraverso la sua violenza omicida e distruttrice, portata al suo apice sotto il governo dell’estrema destra, ha anche attizzato un antisemitismo che si sperava fosse in via di estinzione in Occidente.

Gilbert Achcar

Accademico franco-libanese, docente emerito all’École des études orientales et africaines [scuola di studi orientali e africani] (SOAS) dell’università di Londra e autore di Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale [Gaza, un genocidio annunciato. Un punto di svolta nella storia mondiale] (La Dispute, 2025).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele sta per ricominciare il genocidio? Tre scenari possibili per il futuro

Robert Inlakesh

30 dicembre 2025, The Palestine Chronicle

Dato che Tel Aviv rifiuta apertamente il ritiro e insiste sul disarmo, il cessate il fuoco” rischia di degenerare in una nuova strage di massa o in un lento tentativo di imporre il controllo e il trasferimento forzato della popolazione. Il dibattito su come sarà la Fase Due del cessate il fuoco a Gaza infuria, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede il disarmo della resistenza palestinese. Nel frattempo, Gaza si rifiuta di consegnare le armi. Tuttavia la maggior parte delle analisi non coglie nel segno quando si tratta di interpretare i calcoli di Tel Aviv.

Il cosiddetto cessate il fuoco di Gaza si è dimostrato poco più di una pausa prolungata nel corso del massacro di civili. Sebbene sia ancora descritto come un cessate il fuoco, durante la “Fase Uno” si sono verificati tre importanti cambiamenti nella situazione sul terreno, mentre la guerra continuava a infuriare.

Il primo cambiamento importante, forse il più notevole, è stato l’impegno degli israeliani a non uccidere più una media di circa 100 civili al giorno. Il secondo è stato l’ingresso di maggiori aiuti a Gaza, sebbene non in quantità minimamente vicina a quella richiesta o concordata. Il terzo è stato uno scambio reciproco di prigionieri.

Valutare l’efficacia e le prospettive della prima fase del cessate il fuoco è importante per capire cosa potrebbe riservare la seconda fase, ammesso che venga raggiunta.

Per gli israeliani i vantaggi dell’attuazione parziale della Fase Uno sono stati numerosi. Innanzitutto l’elemento meno significativo è il fatto che si sono liberati dall’onere di rilasciare i prigionieri. Questo è stato importante per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che è riuscito a chiarire la questione del ritorno dei prigionieri, soprattutto in vista di una nuova tornata elettorale.

Poi ci sono altri vantaggi per gli israeliani. Gaza è uscita dalle prime pagine dei giornali internazionali, poiché le uccisioni quotidiane sono apparse troppo basse per essere considerate un problema importante dalla stampa occidentale di parte. Nel frattempo i soldati israeliani hanno potuto continuare a svolgere all’interno di Gaza lo stesso identico lavoro che ha costituito la maggior parte delle sue operazioni militari durante il genocidio: la demolizione di edifici.

Queste operazioni di demolizione, per le quali è stata impiegata forza lavoro israeliana privata a fianco delle unità del genio dell’esercito di occupazione, hanno costituito la stragrande maggioranza degli sforzi militari sul campo. Il combattimento faccia a faccia sul terreno non è mai stato una caratteristica rilevante del genocidio israeliano; Israele si è semplicemente rifiutato di combattere realmente le organizzazioni di resistenza palestinesi.

Una cosa che disturbava gli israeliani era che questi interventi di demolizione, che includevano talvolta la distruzione di ingressi dei tunnel, comportavano un alto rischio di imbattersi in imboscate armate. I combattenti palestinesi, infatti, preparavano trappole e organizzavano operazioni di imboscata contro le loro forze, specialmente quando Israele invadeva o rioccupava nuove aree in cui non aveva mantenuto una presenza permanente.

Quindi la Fase Uno dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza garantiva che i soldati non sarebbero stati esposti agli stessi pericoli di prima, poiché le organizzazioni di resistenza palestinesi avrebbero interrotto tutte le operazioni contro l’esercito invasore.

È importante tenere presente questa realtà quando si analizzano le decisioni prese da Israele, perché ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio, non una guerra convenzionale. L’intento di Israele è quello di annientare Gaza, rendendola totalmente inabitabile, con l’intenzione di procedere ad un’espulsione di massa. Questo è anche il motivo per cui raramente hanno preso di mira i bracci armati delle fazioni palestinesi, concentrandosi invece sul massimo danno alla popolazione civile.

Qualsiasi altro modo di inquadrare la questione è fuorviante e nasconde ciò che il regime israeliano ha commesso dal 7 ottobre 2023. Inoltre impedisce a qualsiasi analista di valutare criticamente le mosse di Israele.

Considerando tutto ciò, si consideri che gli israeliani hanno ormai trascorso oltre due mesi in cui le loro forze armate sono ancora operative, ma hanno avuto una pausa dai combattimenti o dal timore di essere vittime di imboscate. Inoltre, mentre i decisori di Tel Aviv e Washington elaboravano nuovi piani per i loro fronti contro Iran, Yemen e Libano, sono stati riparati i carri armati, i veicoli trasporto truppe e altri equipaggiamenti israeliani.

Inoltre è stata ridotta la necessità della presenza militare per motivi di sicurezza, poiché un cosiddetto Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) ha assunto il controllo della situazione e ha contribuito a plasmare la realtà sul campo. Ogni Paese coinvolto nel CMCC è stato quindi complice del genocidio.

Questa fase ha portato l’ulteriore vantaggio per gli israeliani di avere ora lo spazio per sperimentare nuovi approcci, evocare ulteriori complotti e cercare di trovare un modo per garantire la pulizia etnica della Striscia di Gaza. Come ha dichiarato esplicitamente il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il suo esercito non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio costiero assediato.

Fase Due e cosa ci riserverà

Se accettiamo il fatto che gli israeliani sono determinati a realizzare la pulizia etnica, che le loro operazioni militari hanno sempre cercato di raggiungere questo obiettivo e che continuano a tramare per ottenerlo, allora siamo arrivati al punto di partenza da cui valutare l’attuazione della cosiddetta Fase Due.

Durante la prima fase sono state gettate le basi per una nuova serie di atti criminali contro la popolazione di Gaza. La popolazione è stata sottoposta a innumerevoli pressioni, supervisionate dal criminale CMCC, tra cui la privazione di condizioni di vita sostenibili, con solo poche organizzazioni non governative che hanno sollevato la questione.

Le forze di sicurezza governative affiliate ad Hamas, nonostante i massimi sforzi per ristabilire l’ordine, si sono trovate ad affrontare una situazione impossibile: più di un milione di persone vivono in tende instabili o esposte a condizioni meteorologiche avverse, con carenza di forniture mediche adeguate; prodotti igienici e molti generi alimentari sono addirittura vietati. In questo contesto, la maggior parte delle persone non ha un lavoro, pochi ricevono stipendi adeguati e anche coloro che godono di una situazione economica migliore rimangono traumatizzati e impossibilitati a tornare a casa. Inevitabilmente, questo porta a problemi sociali che nessuna forza di sicurezza regolare può contrastare completamente.

Nel frattempo gli israeliani espandono la cosiddetta Linea Gialla dietro la quale avrebbero dovuto rimanere, usandola invece per giustiziare chiunque si avvicini a poche centinaia di metri da essa, dissuadendoli così dal tornare alle proprie case o terre, dove potrebbero eventualmente coltivare piccoli raccolti. Dietro questa linea di occupazione in continua espansione l’esercito israeliano e i mercenari distruggono sempre più infrastrutture. Tutto questo è monitorato dal CMCC, guidato da Stati Uniti e Israele.

Il piano è piuttosto esplicito nei suoi obiettivi ma ancora vago nelle sue precise fasi di attuazione. Sia i funzionari statunitensi che quelli israeliani hanno chiarito che mirano alla ricostruzione solo all’interno della parte della Striscia di Gaza controllata da Israele, dove cinque squadroni della morte legati all’ISIS vengono sostenuti da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU).

La vergognosissima Risoluzione 2803 dell’ONU, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) a novembre, rende evidente che l’obiettivo è quello di istituire un “Board of Peace”(BoP) [Tavolo della Pace, ndt.] e una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Il BoP rende Donald Trump il governatore di fatto di Gaza, e l’ISF è destinata a diventare una forza d’invasione multinazionale incaricata di combattere le fazioni della resistenza palestinese.

Lunedì scorso il nuovo portavoce delle Brigate Qassam di Hamas, che ha anche assunto lo pseudonimo di Abu Obeida, ha annunciato una ferma opposizione al disarmo, invitando invece gli israeliani a cedere le armi, in quanto responsabili di un genocidio. Tutte le fazioni palestinesi, ad eccezione del ramo principale di Fatah, che controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono unite su questo punto.

L’ANP è favorevole al piano di Donald Trump di governare la Striscia di Gaza e disarmare la resistenza con la forza, ma è irrilevante in termini di rappresentanza dei palestinesi. Questa autorità continua a esistere solo perché è sostenuta da israeliani, americani, sauditi ed europei, e il suo consenso presso il popolo palestinese, al di là della sua base di dipendenti, è inferiore al 10%. Non rappresenta nemmeno più i sentimenti della maggioranza dei sostenitori di Fatah.

Tutto questo per dire che se una Fase Due dovesse essere attuata, nessuna delle due parti sarebbe d’accordo. Il governo di Netanyahu chiede il disarmo, mentre le fazioni palestinesi chiedono l’autogoverno di Gaza e cederanno le armi solo se queste saranno consegnate a un nuovo Stato palestinese. Hamas ha chiarito che consentirà che un’amministrazione tecnocratica assuma il controllo di Gaza e non chiede che rimanga al governo della Striscia.

Considerando che nessuna delle due parti riesce a concordare sulle basi su cui avviare la Fase Due e tenendo presente che Israele e gli Stati Uniti sono le parti in possesso del predominio militare, ci sono tre modi in cui tale fase potrebbe svilupparsi:

Stati Uniti e Israele procederanno con l’attuazione violenta del loro piano, come stabilito nella vergognosa Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inizieranno a schierare una forza per il cambio di regime e tenteranno di attuare una serie di piani per avviare una lenta pulizia etnica del territorio.

Israele riprenderà il suo genocidio su vasta scala.

Il precario cessate il fuoco continuerà, ma rimarrà in una situazione di stallo. Ciò comporterà periodici episodi di violenza, mentre Israele e gli Stati Uniti tenteranno di attuare lentamente e parzialmente l’agenda ISF-BoP. Questo sarà un processo durante il quale la popolazione di Gaza sarà sottoposta a maggiori pressioni, ma non sufficienti a far crollare del tutto l’accordo.

Una Fase Due aggressiva?

Il primo modo possibile di attuazione della fase successiva dell’iniziativa di cessate il fuoco a Gaza rischierebbe probabilmente di soccombere alle immense pressioni che inevitabilmente si abbatterebbero su di esso. Se consideriamo solo l’ISF, si tratta di una ricetta per un disastro totale.

Imporre in modo aggressivo la Forza Internazionale di Stabilizzazione” alla popolazione di Gaza significa che questa inizierà a prendere di mira le fazioni della resistenza palestinese. Due problemi principali emergerebbero immediatamente. La resistenza ucciderebbe con certezza alcuni di questi soldati stranieri, che tornerebbero nei loro Paesi dorigine in sacchi per cadaveri, causando caos interno. Un approccio così pesante rischierebbe inoltre di provocare la morte di civili, un altro grave fallimento di per sé.

Gli israeliani sono irremovibili sul fatto che Turchia, Qatar e altre nazioni a maggioranza musulmana con cui sono in disaccordo non possano schierare le loro forze armate a Gaza. Che ottengano o meno ciò che vogliono, si consideri che questa forza armata significherebbe riunire alcune centinaia di soldati da un Paese, alcune migliaia da un altro, e così via.

Se questo contingente ISF venisse inviato a Gaza con un approccio aggressivo, considerando che finora non è stato raggiunto alcun accordo su come attuare questa iniziativa di invasione né su quali i Paesi coinvolti, esso si troverebbe catapultato in un complesso contesto di guerra urbana. I membri di questo contingente parleranno lingue diverse, seguiranno dottrine militari diverse, saranno impreparati, probabilmente mal equipaggiati per i compiti che dovranno svolgere e, secondo quanto riportato, saranno solo poche decine di migliaia.

Donald Trump si è recentemente vantato che le nazioni che, a suo dire, stanno partecipando al suo cosiddetto “piano di pace” lavoreranno per distruggere Hamas se si rifiutasse di disarmarsi, vantandosi persino che le forze israeliane non sarebbero obbligate ad agire e che le forze d’invasione straniere farebbero tutto il lavoro per loro.

Per condurre un’operazione di cambio di regime di questa natura, la ISF dovrebbe essere forte di almeno 250.000 uomini. Si tenga presente che mobilitare una forza d’invasione multinazionale di questo tipo richiederebbe molti mesi, un’enorme quantità di finanziamenti e il requisito fondamentale sarebbe che combattesse davvero, a differenza dell’esercito israeliano, che si è rifiutato di attaccare sul campo le fazioni della resistenza palestinese.

Se un’ISF composta da poche decine di migliaia di uomini cercasse di sconfiggere la resistenza palestinese subirebbe perdite più gravi di quelle subite dall’esercito israeliano. Qualsiasi nazione araba o a maggioranza musulmana che schierasse delle forze potrebbe subire proteste di massa o ribellioni contro il proprio ruolo nel genocidio. Senza entrare nei dettagli, ciò non ha senso e se venisse tentato fallirebbe rapidamente. Persino gli egiziani, che insieme a Israele saranno i garanti della strategia, hanno raccomandato l’ingresso di una forza analoga alla UNIFIL libanese a Gaza, cosa che non è stata approvata dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Israele infrange il cessate il fuoco

Un’altra possibile evenienza è che Benjamin Netanyahu decida di infrangere il cessate il fuoco. Alcuni sostengono che ciò non accadrebbe perché gli Stati Uniti sono impegnati nel loro “piano di pace”. Questa non è un’argomentazione seria. Donald Trump ha dimostrato di essere disposto ad accettare qualsiasi scelta israeliana. Non è un leader forte su questo tema e possiede chiaramente un livello di conoscenza della regione che ci si potrebbe aspettare da uno studente di scuola superiore pubblica che ha studiato storia senza prestare molta attenzione.

Ci sono solo due circostanze in cui gli israeliani potrebbero rompere completamente il cessate il fuoco. La prima è che non credano più che i piani che hanno cercato di attuare nell’ambito del cosiddetto cessate il fuoco possano funzionare e che ci sia un qualche vantaggio politico nel tornare a combattere senza esclusione di colpi. La seconda è che temano che la resistenza palestinese possa lanciare un’offensiva mentre l’esercito israeliano fosse impegnato anche contro Hezbollah e l’Iran.

La violazione del cessate il fuoco dimostrerebbe come gli israeliani siano privi di una direzione e di un piano coerente per porre effettivamente fine ai combattimenti sul fronte di Gaza. Ciò significherebbe che stanno semplicemente tornando al genocidio totale, con la speranza che alla fine si presenti un’opportunità che permetta una pulizia etnica di massa, o un lento processo di pulizia etnica attraverso lo sterminio di altre decine di migliaia di civili.

In bilico tra la fase uno e la fase due

Un’altra opzione è che israeliani e americani ritardino la rottura del cessate il fuoco. Significherebbe lasciare la situazione in una fase di stallo, non permettere il suo crollo totale, ma intraprendere un processo di tentativi ed errori attraverso il quale tentare lentamente di realizzare gli elementi della “Fase Due”.

Questa è un’evenienza molto probabile, pensata per mantenere chiuso il fronte di Gaza e concentrarsi maggiormente su Iran, Libano e forse persino sullo Yemen. Potremmo quindi aspettarci di vedere l’ISF dispiegata in modo meno consistente di quanto attualmente previsto a Washington, l’attuazione di piani disastrosi che coinvolgano mercenari e la distribuzione di aiuti, e qua e là tentativi di pulizia etnica della popolazione. Tutti questi piani fallirebbero miseramente, ma non senza infliggere sofferenze alla popolazione civile di Gaza.

Nel frattempo l’alleanza USA-Israele terrà Teheran nel mirino. L’idea alla base di tutto ciò sarebbe quella di schiacciare la popolazione civile di Gaza dando la priorità ad Iran e Hezbollah quali principali minacce strategiche.

Israele fallisce nel proteggersi dall’Iran e da Hezbollah

Le cospirazioni di Washington e Tel Aviv contro Gaza possono essere sconfitte, ma questo dipende in gran parte da Hezbollah e Iran. Se Iran e Hezbollah riuscissero a infliggere colpi gravissimi agli israeliani, rifiutandosi di stare al loro gioco di conflitti difensivi di breve durata, allora Israele verrebbe trascinato a fondo.

Tutto ciò che si richiede a Hezbollah e all’Iran è che non smettano di colpire, indipendentemente dal grado di carneficina inflitta al loro popolo. Se Hezbollah trascina l’esercito israeliano in territorio libanese e rifiuta le richieste di cessate il fuoco, costringendo invece gli israeliani a una guerra destinata a protrarsi per molti mesi, e l’Iran fa lo stesso, gli israeliani si troveranno in una grave crisi.

I dettagli di tali conflitti sono argomento di approfondimento e potrebbero verificarsi molteplici esiti, ma è sufficiente dire che mosse importanti da parte di Libano e Iran potrebbero mettere gli israeliani in una posizione di grande debolezza, tale da consentire persino azioni rilevanti da parte di Gaza.

Se Iran e Hezbollah venissero sconfitti o messi fuori gioco per un periodo ancora più lungo dopo aver accettato dei cessate il fuoco insensati dopo brevi periodi di combattimento, subendo anche l’assassinio di personaggi di spicco, questo sarebbe l’esito più favorevole per Benjamin Netanyahu. Le vittorie in questi campi aprirebbero la porta alla pulizia etnica della Striscia di Gaza, anche se lentamente piuttosto che con una fuga precipitosa verso la penisola del Sinai. Questo, naturalmente, presupponendo che non si aprano improvvisamente altri fronti importanti a preoccuparli.

Allo stato attuale gli israeliani si trovano in una posizione di grande debolezza, non essendo riusciti a sconfiggere nessuno dei loro nemici. L’unica eccezione è la caduta del precedente regime siriano, che non combatteva direttamente contro Israele ma costituiva un importante ponte di terra per l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Per ora la Siria può essere considerata una vittima di Israele, ma non rappresenta una minaccia immediata.

In definitiva Israele ha combattuto per oltre due anni e non è riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese, Hezbollah, Ansarallah [gruppo armato yemenita, ndt.], l’Iran o qualsiasi altro suo avversario, anche dopo aver inferto colpi di varia entità a ciascuno di loro. La “vittoria totale” a lungo agognata da Netanyahu non sembra probabile, eppure continua a raddoppiare gli sforzi per raggiungere questo obiettivo. La ragione principale di ciò è il rifiuto della popolazione di Gaza, e anche del Libano, di arrendersi.

Robert Inlakesh è giornalista, scrittore e documentarista. Si occupa principalmente del Medio Oriente, con particolare attenzione alla Palestina. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Genocidio dietro le sbarre: 32 palestinesi uccisi nelle carceri israeliane nel 2025

Mera Aladam

30 dicembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi per i diritti affermano che negli ultimi due anni in Cisgiordania e Gerusalemme sono stati registrati 21.000 arresti

Importanti associazioni palestinesi per i diritti dei prigionieri hanno accusato Israele di commettere un “genocidio sistematico” nei confronti dei detenuti, con almeno 32 decessi di prigionieri registrati nel 2025.

Secondo un rapporto annuale pubblicato dalla Commissione Palestinese per le Questioni dei Detenuti, dalla Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) e da Addameer, i prigionieri sono morti a causa di “sistematiche politiche gravemente disumane”.

Queste strutture sono state trasformate in luoghi di tortura, finalizzati a spezzare fisicamente e mentalmente i prigionieri attraverso sofferenze prolungate e deliberate e politiche di pene capitali al rallentatore”, afferma il rapporto.

Secondo informazioni rivelate da Israele, da ottobre 2023 sono stati documentati almeno 100 decessi di prigionieri. Le identità di 86 di loro sono state rese note, mentre il totale reale dei morti palestinesi nelle prigioni israeliane resta ignoto.

Il rapporto specifica che 94 corpi di palestinesi – 83 dei quali sono morti durante la guerra genocidaria di Israele a Gaza – continuano ad essere trattenuti dalle autorità israeliane.

Gli scorsi due anni hanno registrato “un livello senza precedenti di brutalità ed esecuzioni sistematiche di prigionieri”, affermano le associazioni per i diritti umani, aggiungendo che il totale dei decessi durante tale periodo equivale al numero di prigionieri uccisi sotto custodia israeliana negli ultimi 24 anni.

Questi fatti provano che ciò che sta accadendo ai prigionieri palestinesi è un sistematico genocidio”, sottolinea il rapporto.

I detenuti sono sottoposti a tortura, fame, negligenza medica, violenza sessuale, isolamento di massa e privazione di tutte le fondamentali esigenze umane.

Le istituzioni per i prigionieri affermano che l’intensità dei crimini e le brutalità documentate per due anni hanno oltrepassato tutti i limiti giudiziari, violando tutte le leggi, le norme e le convenzioni internazionali.”

Arresti di massa, esecuzioni sul campo

Inoltre il rapporto mette in luce arresti di massa in tutta la Cisgiordania occupata e a Gaza.

Da ottobre 2023 sono stati registrati oltre 21.000 arresti in Cisgiordania e a Gerusalemme, inclusi 1.655 arresti di minori e 650 di donne. Nel solo 2025 sono stati registrati 7.000 arresti.

La cifra non comprende gli arresti a Gaza o nelle comunità palestinesi che vivono in Israele.

Secondo il rapporto giornalisti palestinesi e personale medico sono tra i gruppi più pesantemente presi di mira.

Le associazioni aggiungono che questi continui arresti e interrogatori su larga scala sono accompagnati da sistematiche esecuzioni sul campo, pesanti pestaggi, estese distruzioni intenzionali, saccheggi di case, confische di veicoli, denaro e oro, uso di scudi umani, nonché da terrorismo organizzato e demolizioni di case appartenenti a parenti di detenuti palestinesi.

A dicembre 2025 più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, anche se la cifra reale è probabilmente più alta, poiché Israele non rilascia informazioni su centinaia di persone catturate a Gaza. Circa metà di loro (4.750) sono detenute senza processo né accuse.

Il rapporto sottolinea che da ottobre 2023 alle famiglie dei prigionieri catturati a Gaza è stata negata qualunque informazione ufficiale circa il luogo dove si trovano i loro cari.

L’impunità sistematica è cruciale per l’apparato di occupazione, rispecchiando la complicità giudiziaria nel coprire i crimini contro i prigionieri palestinesi e rafforzando le politiche di apartheid e persecuzione”, aggiunge il rapporto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele blocca decine di organizzazioni umanitarie che lavorano a Gaza, martoriata dalla guerra

Redazione di Al Jazeera

30 dicembre 2025 – Al Jazeera

Tra le organizzazioni di aiuto che devono affrontare il divieto ci sono MSF e Oxfam, mentre i Paesi europei suonano l’allarme per la terribile situazione umanitaria

Israele afferma che sospenderà più di trenta organizzazioni umanitarie, compresi Medici Senza Frontiere, perché non hanno rispettato le nuove regole per le associazioni umanitarie che lavorano nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Secondo le autorità israeliane le organizzazioni soggette al bando, che inizia giovedì [1 gennaio 2026, ndt.], non soddisfano i nuovi requisiti relativi alla condivisione delle informazioni sui propri dipendenti, fondi e attività.

Altre importanti organizzazioni colpite includono il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati], CARE International, l’International Rescue Committee [Comitato di Soccorso Internazionale] e sezioni di importanti organizzazioni benefiche come Oxfam e Caritas.

Israele accusa Medici Senza Frontiere, nota con l’acronimo francese MSF, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del suo personale, sostenendo che hanno collaborato con Hamas.

“Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitaria è benvenuta. Approfittare delle strutture umanitarie per il terrorismo non lo è,” ha detto il ministro per le Questioni della Diaspora Amichai Chikli [del Likud, il partito di Netanyahu, ndt.].

MSF, una delle maggiori organizzazioni mediche che operano a Gaza, dove il settore sanitario è stato preso di mira e in buona misura distrutto, afferma che la decisione israeliana avrà un impatto catastrofico sul suo lavoro nell’enclave, in cui si occupa di circa il 20% dei posti letto in ospedale e di 1/3 delle nascite. L’organizzazione nega anche le accuse israeliane riguardo al suo personale.

“MSF non avrebbe mai assunto consapevolmente persone impegnate in attività militari,” sostiene. Le organizzazioni internazionali dicono che le regole israeliane sono arbitrarie. Israele sostiene che 37 organizzazioni che lavorano a Gaza non avranno il rinnovo dei permessi.

Condizioni spaventose”

Le organizzazioni umanitarie forniscono aiuto per una molteplicità di servizi sociali, compresa la distribuzione di cibo, le cure mediche, la salute mentale e interventi per i disabili e servizi educativi.

Amjad Shawa, della Rete di ONG per la Palestina, afferma che la decisione di Israele fa parte dei suoi costanti tentatici “di aggravare la catastrofe umanitaria” a Gaza.

“I limiti imposti alle attività umanitarie a Gaza sono intesi a continuare nel progetto di cacciare fuori i palestinesi, deportare Gaza. È una delle cose che Israele continua a fare,” dice Shawa ad Al Jazeera.

Il dottor James Smith, medico britannico volontario a Gaza a cui in seguito le autorità israeliane hanno negato il permesso di ritornarvi, ha condannato le restrizioni sulle organizzazioni umanitarie: “Una situazione che è già orripilante sarà resa ancora peggiore. I cambiamenti saranno immediati e feroci,” ha detto Smith ad Al Jazeera.

L’iniziativa di Israele giunge quando almeno 10 Paesi hanno manifestato “serie preoccupazioni” per un “ulteriore deterioramento della situazione umanitaria” a Gaza, descrivendola come “catastrofica”.

“Con il sopraggiungere dell’inverno i civili a Gaza devono affrontare condizioni spaventose con forti precipitazioni e un crollo delle temperature,” hanno affermato in un comunicato congiunto Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.

“Un milione e trecentomila persone hanno ancora bisogno di un’urgente assistenza abitativa. Più di metà delle strutture sanitarie sono solo parzialmente funzionanti e devono far fronte alla carenza di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture sanitarie ha reso 740.000 persone vulnerabili a inondazioni infette.” Questi Paesi sollecitano Israele a garantire che le ONG internazionali possano operare a Gaza in modo “sostenibile e pianificabile” e chiedono l’apertura di valichi via terra per incrementare il flusso di aiuti umanitari.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il comunicato congiunto “falso ma non imprevisto” e “parte di uno schema ricorrente di critiche avulse dalla realtà e di richieste solo a Israele ignorando nel contempo deliberatamente la fondamentale richiesta ad Hamas di cedere le armi.”

A Gaza le necessità sono enormi”

Quattro mesi fa più di 100 organizzazioni umanitarie hanno accusato Israele di impedire l’ingresso a Gaza di aiuti salvavita e gli hanno chiesto di porre fine al suo “uso bellico degli aiuti” in seguito al rifiuto di consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza devastata ai camion carichi di aiuti.

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra genocida contro Gaza nell’ottobre 2023 più di 71.000 palestinesi sono stati uccisi. Centinaia sono morti a causa della gravissima mancanza di cibo e altre migliaia per malattie curabili a causa della mancanza di forniture sanitarie.

Israele sostiene di rispettare gli impegni umanitari disposti dall’ultimo cessate il fuoco, che è entrato in vigore il 10 ottobre, ma le organizzazioni umanitarie mettono in discussione le cifre fornite da Israele ed affermano che nella devastata enclave per più di due milioni di palestinesi sono disperatamente necessari molti più aiuti.

Israele ha modificato a marzo il suo processo di registrazione per le organizzazioni umanitarie, che include la richiesta di presentare una lista del personale, inclusi i palestinesi a Gaza.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno affermato che non avrebbero fornito una lista del personale palestinese nel timore che questi dipendenti verrebbero presi di mira da Israele.

“Ciò deriva da un punto di vista giuridico e per la sicurezza. A Gaza abbiamo visto uccidere centinaia di operatori umanitari,” ha affermato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council.

Ancore di salvezza disperatamente necessarie

La decisione di non rinnovare i permessi delle organizzazioni umanitarie implica il fatto che i loro uffici in Israele e nella Gerusalemme est occupata saranno chiusi e le organizzazioni non saranno in grado di inviare personale internazionale o aiuti a Gaza.

“Nonostante il cessate il fuoco le necessità a Gaza sono enormi, eppure a noi e a decine di altre organizzazioni viene e continuerà a venir impedito di portarvi l’assistenza umanitaria indispensabile,” ha detto Low. “Non essere in grado di inviare personale a Gaza significa che tutto il carico di lavoro ricadrà sui nostri collaboratori locali, che sono stremati.”

Secondo il ministero la decisione di Israele implica il fatto che giovedì le organizzazioni umanitarie vedranno i loro permessi revocati e, se si trovano in Israele, se ne dovranno andare entro il primo marzo. Non è la prima volta che Israele cerca di reprimere le organizzazioni umanitarie internazionali. Durante la guerra ha accusato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, di essere stata infiltrata da Hamas e Hamas di utilizzare strutture dell’UNRWA e di impossessarsi dei suoi aiuti. L’ONU lo ha negato.

A ottobre la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo in cui ha affermato che Israele deve appoggiare le attività di soccorso dell’ONU a Gaza, comprese quelle effettuate dall’UNRWA.

La Corte ha rilevato che le accuse israeliane contro l’UNRWA, compreso il fatto che sarebbe stata complice dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, sono senza fondamento.

La Corte ha anche affermato che, in quanto potenza occupante, Israele deve garantire che le “necessità fondamentali” della popolazione palestinese di Gaza siano soddisfatte, “compresi i rifornimenti indispensabili per la sopravvivenza,” come cibo, acqua, un riparo, carburante e medicine.

Dopo le accuse israeliane alcuni Paesi hanno smesso di finanziare l’UNRWA, compromettendo una delle ancore di salvezza di cui a Gaza c’è disperatamente bisogno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (II parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Segue dalla I parte

Come si manifesta nella vita quotidiana degli israeliani la situazione economica che descrive?

C’è una notevole differenza tra come la borsa o la moneta stanno rispondendo e come ne sta concretamente risentendo il livello di vita.

Un recente articolo del quotidiano finanziario israeliano The Market ha calcolato a 111.000 shekel il costo della guerra per famiglia (confrontando il tasso di crescita medio dell’economia israeliana con il tasso di crescita reale negli ultimi due anni). Ciò corrisponde a circa 30.000 €, una cifra molto alta.

Se hai oltre il 40% delle famiglie israeliane che spende più di quello che sta guadagnando ogni mese, esse sono già in crisi. Si stanno sempre più indebitando di mese in mese solo per tenere la testa fuori dall’acqua, spendendo per il cibo e per pagare l’affitto, ecc.

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale non ha ancora neppure pubblicato il suo rapporto 2024 sulla povertà, ma un rapporto alternativo dell’organizzazione della società civile Latet ha scoperto che molti israeliani non ufficialmente classificati come al di sotto del livello di povertà sono tuttavia in grave crisi. Nel 2025 la percentuale di persone che non riescono a comprare cibo sufficiente, classificate come soggetti con insicurezza alimentare, si aggira intorno al 29%. Il rapporto descrive la situazione come uno “stato di emergenza”.

Da anni una grande percentuale di famiglie israeliane sa di essere “in passivo”, ad esempio con i conti bancari in rosso e compra a credito. Gli israeliani non sono già abituati a questa situazione? Cos’è cambiato durante la guerra?

Negli ultimi 5 anni la percentuale di famiglie israeliane che comprano a credito e con i conti bancari in rosso è circa del 40%, ma durante la guerra si sono notate due differenze.

Primo, i prodotti che la gente compra a credito sono meno quelli di lusso e più quelli per le necessità fondamentali. Secondo, c’è una differenza tra le famiglie che conservano un livello più o meno costante di debiti con le banche e che pagano gli interessi ogni mese e quelle i cui debiti aumentano ogni mese e delle quali crescono pure i pagamenti per gli interessi finché sono obbligate a vendere i propri averi. Durante la guerra queste ultime sono aumentate sempre di più.

E nel contempo tutto il denaro, gli sforzi e le risorse del governo vanno alla guerra. Ovviamente le persone ne risentono. Il costo della vita cresce e il livello dei servizi pubblici sta crollando in termini di qualità dei trasporti, dei servizi sanitari ed educativi. Le entrate stanno diminuendo per quasi tutti tranne che per i riservisti, e loro, come abbiamo detto, non stanno spendendo più di quello che guadagnano.

Cosa dice riguardo al fatto che gli investimenti stranieri rimangono alti, in particolare le grandi “uscite” [vendite di quote da parte di un imprenditore o di un investitore, con conseguente “uscita” dall’investimento, ndt.] del settore tecnologico? Ciò non riflette il fatto che il modello economico israeliano, benché distorto, è sostenibile?

A parte le “uscite” di giganti come Wiz [impresa della cybersicurezza comprata da Google, ndt.], la variazione netta degli investimenti è negativa, molto negativa. Gli investimenti sono drasticamente scesi, soprattutto nel settore tecnologico.

Ma anche se si guardano da vicino queste uscite, si vedrà che l’importo che ci si aspetta che il governo israeliano ne raccolga in tasse è incredibilmente ridotto in confronto alle dimensioni dell’accordo.

Nel settore tecnologico è molto comune che i lavoratori abbiano stock option, il che significa che i dipendenti, soprattutto quelli ben pagati, come i programmatori, di fatto posseggono azioni della società. Quindi, se un’impresa straniera come Google compra le azioni, le sta comprando in realtà da loro. Di conseguenza stanno diventando ricchi, ma non spendono quel denaro in Israele, perché se ne stanno andando. Il denaro viene portato all’estero.

Queste uscite sono fondamentalmente una fuga del settore tecnologico israeliano dal Paese. Queste imprese hanno già un piede fuori e anche l’altro, ancora in Israele, vuole uscirne.

Ho sentito descrivere il comportamento di Israele durante la guerra a Gaza come una forma di keynesismo [investimento da parte dello Stato per riattivare l’economia, ndt.] militare, suggerendo che sarebbe un approccio economico per lo meno in qualche modo sostenibile. Potrebbe approfondire questo aspetto?

È in primo luogo importante notare che in nessuna parte del mondo nel XXI secolo c’è qualcosa come il keynesismo militare.

È una teoria che è stata sviluppata principalmente negli anni ’60 del ‘900 durante la Guerra Fredda, e, in modo oscuro e macabro, aveva in un certo modo senso. Fondamentalmente i governi degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale crearono lavoro in modo artificioso spendendo moltissimo denaro in armamenti invece che in welfare, educazione e in una società sana, e convinsero l’opinione pubblica ad assecondarli per paura della distruzione nucleare.

Ma, dato che il valore produttivo delle armi è zero, di fatto negativo in quanto le armi distruggono invece di produrre, ciò funzionò solo per un breve periodo di tempo. Negli anni ’70 questo provocò una crisi, ed è stato allora che nacque il neoliberismo e disse che anche le spese militari dovessero essere tagliate.

Ora il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accolto questa fantasticheria secondo cui “Ehi, qual è il problema? Torniamo ai bei vecchi tempi dei ’60 e creiamo una Nazione in uniforme e invece di mandare la gente a lavorare andranno a fare i riservisti nell’esercito.” Ma, semplicemente, non si può tornare indietro.

La ragione è che negli anni del keynesismo militare il commercio globale era una frazione di quello che è oggi. Le aziende di beni di consumo che stavano soffrendo perché la gente aveva un reddito disponibile minore semplicemente non avrebbero potuto trasferirsi in un altro Paese. Oggi alcuni israeliani sono effettivamente bloccati in Israele per ragioni personali, di salute e familiari e non hanno scelta se non fare parte di un’economia militarista, anche se il loro livello di vita sta peggiorando. Ma i capitali non hanno questi limiti e possono spostarsi in altri Paesi.

Cosa ne dice del Sudafrica durante l’apartheid e della Russia oggi? Israele non potrebbe emulare questi regimi nel modo in cui modifica la sua economia per poter rimanere bellicoso?

Prima di tutto non dimentichiamo che il regime di apartheid del Sud Africa alla fine è crollato. Ma per anni è riuscito ad autosostenersi nonostante boicottaggi generalizzati perché era ricco di risorse naturali e aveva un’economia relativamente sostenibile. Sicuramente questo non è il caso di Israele, che dipende molto dal commercio estero e non può mantenere la popolazione in uno stato di allerta militare permanente.

In tutti i suoi settori Israele dipende dall’importazione di energia, materie prime, tecnologia, componentistica e prodotti finiti, e dipende anche dalle esportazioni per finanziarsi e ottenere la valuta estera necessaria per continuare a importare.

Riguardo alla Russia, quello che secondo me spiega la sua capacità di sostenere la sua economia è la vendita di armi, così come di petrolio e altre risorse naturali, ad altri Paesi. E qui penso risieda la principale differenza tra la Russia e Israele. Perché la Russia, come risultato della guerra in Ucraina, ha di fatto esteso la sua influenza internazionale. Ci sono Paesi come la Cina, l’India, l’Iran e la Turchia che vedono un potenziale nell’intensificazione dei rapporti con la Russia, mentre al contrario in seguito alla guerra Israele non sta esattamente prosperando a livello diplomatico e nei fatti si sta isolando dai suoi stessi alleati.

Israele ha cercato di costruire nuove alleanze e collaborazioni commerciali al di fuori dell’Occidente, ma ha in gran parte fallito. L’Europa rimane il più grande partner commerciale di Israele, seguita dagli Stati Uniti. Gli Accordi di Abramo [con alcuni Paesi arabi, ndt.] sono stati presentati come una nuova frontiera dell’influenza e delle alleanze di Israele, ma in pratica sono poco più di una collaborazione che precedeva gli accordi e che riguarda gli armamenti. Ma dopo che, in seguito all’attacco israeliano a Doha, gli EAU [Emirati Arabi Uniti] hanno bandito le imprese israeliane dalla fiera delle armi di Dubai, resta da vedere cosa ne è rimasto degli Accordi di Abramo.

Fino a poco tempo fa lei era anche il coordinatore del comitato ufficiale del movimento BDS per l’embargo militare. Quindi sono curioso di sentire la sua opinione riguardo a che punto è la campagna per l’embargo delle armi a Israele dopo due anni di guerra, e in futuro.

Nel 2022, quando ho iniziato a lavorare, credevo fermamente nella campagna per l’embargo militare, ma pensavo che probabilmente sarebbe stata l’ultima (del BDS) ad aver successo a causa del fatto che i singoli individui non possono realmente boicottare le armi. Mi aspettavo di vedere [avere successo] prima le campagne di boicottaggio contro le imprese di beni di consumo e poi di disinvestimenti e infine, quando le sanzioni fossero aumentate, avremmo potuto assistere a un embargo militare.

Quindi stavo progettando a lungo termine. Ma poi, quando Israele ha iniziato a commettere il genocidio, mi sono trovato attorno a un tavolo con ministri di diversi governi a dire loro che è illegale che i loro Paesi commercino armi con Israele. E loro si agitavano sulle sedie e non potevano far altro che concordare che era un dato di fatto.

Quindi si sono trovati in una situazione veramente difficile e molti governi in effetti si sono attivati. Non abbastanza e non abbastanza in fretta, possiamo sempre chiedere di più e lo dovremmo fare, ma se guardo anche solo il ritmo al quale le azioni per l’embargo sulle armi sono cresciute nei diversi Paesi, soprattutto nel Sud globale ma anche in Europa, è veramente incredibile.

E non è comparabile con altri casi di genocidio. Certo, alla maggioranza dei Paesi non importa davvero molto delle proprie relazioni con il regime rwandese, quindi hanno rispettato le leggi internazionali e imposto un embargo militare. Ma ci sono stati Paesi, come Israele, che hanno rotto l’embargo e sono stati puniti per questo. Ora, tuttavia, vediamo che in Paesi che non hanno imposto l’embargo militare, i lavoratori portuali stanno dicendo nei porti: “Bene, in questo caso abbiamo l’obbligo giuridico e morale di non caricare le armi sulle navi.”

E gli Stati Uniti, che sono il più grande fornitore di armi a Israele, e ovviamente sono più complici e più interessati a prolungare il genocidio, hanno ancora un grave problema logistico perché le armi devono passare attraverso l’Europa nel loro viaggio verso Israele. Non è tecnicamente possibile fare altrimenti. A causa di ciò è stato colpito il trasferimento persino di armi USA a Israele.

Come prevede che sarà lo sviluppo dell’economia israeliana nei prossimi anni?

Se sapessi come prevedere lo sviluppo economico sarei molto ricco. Ma penso che dovremmo prestare attenzione alla fine dell’anno, quando il ministero delle Finanze fa un resoconto di quanto il governo spende realmente per la guerra rispetto ai suoi impegni in base al bilancio 2025. Mi aspetto che molti investitori e istituzioni internazionali perderanno fiducia.

A lungo termine, mentre la banca centrale israeliana ha messo in guardia che l’economia si riprenderà lentamente, se non per nulla, l’opinione pubblica si aspetta una ripresa rapida. La delusione colpirà duramente la società israeliana, e se tutto ciò darà come risultato una maggiore emigrazione di persone altamente professionalizzate, entro 2-3 anni l’esercito israeliano smetterà di funzionare come un esercito moderno.

Possiamo già vedere segnali di questo nella crisi della disciplina militare. Alcune unità adottano emblemi propri, agiscono nella totale impunità e seguono catene di comando informali. In Cisgiordania sempre più spesso i soldati si uniscono alle milizie dei coloni e partecipano ai pogrom contro i palestinesi. E mentre migliaia di soldati crollano dal punto di vista mentale e morale e altre migliaia lasciano il Paese, il governo risponde aumentando le paghe ai riservisti. Il risultato è una specie di forza mercenaria che si sposta da un’unità all’altra invece di prestare servizio in una struttura coerente e disciplinata. In questo senso la disintegrazione della società israeliana si riflette sempre più nel suo esercito.

Amos Briton è un giornalista di +972 che vive a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è

Gideon Levy

28 dicembre 2025 Haaretz

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In nome della “riqualificazione urbana” Israele sta calpestando il patrimonio bimillenario di Lod

Tawfiq Da’adli 

22 dicembre 2025 – +972 Magazine

Il Comune sta incoraggiando i pescecani dell’immobiliare a distruggere la storia della città per costruire grattacieli che probabilmente cacceranno gli abitanti palestinesi.

Quando un pezzo di pane viene buttato in uno stagno istantaneamente pesci di tutte le dimensioni si lanciano verso il boccone, lo divorano e dopo pochi secondi non rimangono né il pane né i pesci. Quando l’acqua è torbida, lo spettacolo è ancora più deludente. Lo stagno sembra immobile e vuoto finché improvvisamente il pesce si slancia verso l’alto e la superficie ribolle prima di calmarsi di nuovo come se non fosse successo niente.

Ora immaginate che questi pezzi di pane siano appezzamenti di terreno in un mercato immobiliare in espansione. Lyd, la città mista palestinese-ebraica in cui sono cresciuto, ora ufficialmente nota come Lod, è arrivata ad assomigliare a uno stagno torbido e i costruttori edili sono i pesci. Avidi di questi appezzamenti si avventano, vi si scagliano in modo che presto non rimarrà niente del passato.

A Ramat Eshkol, un quartiere a basso reddito di Lod, è difficile non notarlo. Cartelli che affermano “Noi non firmiamo!” sono appesi dai balconi degli alloggi, prova di una campagna organizzata in cui gli abitanti hanno rifiutato i contratti che darebbero il via libera agli ultimi progetti della cosiddetta riqualificazione urbana della città, che li avrebbero costretti ad andarsene dagli appartamenti in modo che i costruttori possano demolire gli isolati di edifici bassi e costruirvi al loro posto dei grattacieli.

Normalmente gli abitanti accetterebbero di andarsene e di seguire questo iter, noto in ebraico come pinui binui, in cambio di nuovi appartamenti moderni nel complesso residenziale ricostruito. Ma a Lod tra gli abitanti, soprattutto tra quelli palestinesi, che rappresentano circa il 70% di Ramat Eshkol, e l’amministrazione comunale la fiducia è praticamente inesistente.

Il loro timore è semplice: che il progetto li privi delle loro proprietà e li cacci dal loro quartiere, se non del tutto da Lod. Questa inquietudine non è infondata: il Comune annuncia regolarmente la sua aspirazione di attrarre una popolazione “di alta qualità” che “potenzierà” la città, suggerendo esplicitamente che i suoi attuali abitanti siano elementi nocivi “di scarso valore” che bisogna sostituire.

Probabilmente i nuovi grattacieli attrarranno abitanti affiliati al movimento Garin Torani (Nucleo della Torah), un’organizzazione nazionalista sionista religiosa impegnata ad ebraizzare le città binazionali di Israele. Nel 2015 il Comune costruì per il movimento il complesso condominiale Elyashiv, un quartiere recintato a poche centinaia di metri a ovest di Ramat Eshkol, circondato da una protezione di strade, barriere e cancelli.

Il complesso separa fisicamente i suoi abitanti dalla popolazione “di scarso valore” che lo circonda, soprattutto i vicini di casa arabi, che non potrebbero viverci neppure se lo volessero. Queste lotte contro l’espulsione, l’incuria del comune e l’ingegneria demografica sono legate ad un’altra, più tranquilla, forma di cancellazione: l’indifferenza della città nei confronti del territorio storico su cui si trova. La stessa amministrazione comunale che tratta le storiche comunità palestinesi come eliminabili fa lo stesso con il passato di Lod.

Ramat Eshkol venne costruito negli anni ’70 sulle rovine della Città Vecchia di Lod. Negli anni ’60 la Città Vecchia, che allora era popolata in maggioranza da famiglie ebraiche originarie del Nord Africa che si erano spostate in case di palestinesi espulsi durante la Nakba [la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel ’47-’49, ndt.], venne demolita con un’operazione di distruzione radicale che lasciò dietro di sé un paesaggio di rovine. Quindi Ramat Eshkol venne costruito sopra le rovine invece che al loro posto. I blocchi abitativi crebbero direttamente sulle macerie, lasciando intatti gli strati sepolti della Città Vecchia e quelli al di sotto, preservati, forse, per futuri archeologi.

Ma i prossimi edifici, per due dei quali sono già iniziati i lavori, verranno costruiti circa 10 metri, se non di più, al di sotto dell’attuale livello per creare redditizi posti auto sotterranei. In pratica ciò significa cancellare strato dopo strato del passato di ottomila anni della città, giù fino alle sabbie incontaminate dell’antica Lod.

Salvaguardia selettiva

Lod è un tel archeologico, un termine che noi archeologi utilizziamo per descrivere una collina stratificata su cui si è costruito per oltre un millennio, con depositi che documentano i periodi storici del luogo. In genere gli archeologi lottano per proteggere tali aree dallo sviluppo urbanistico e regolarmente l’Autorità Israeliana delle Antichità (AIA) blocca i progetti che sconfinano in parti significative di una collina storica.

Ma a Lod è stata negata questa protezione: per essere qualificato come montagnola archeologica un sito deve contenere strati che risalgono all’era del bronzo e del ferro, ovvero al “periodo biblico”. Gli strati continui di Lod si estendono almeno dall’epoca romana fino agli anni ’60 del ‘900 e i primi strati preromani si trovano a nord della Città Vecchia, ma nessuno è stato finora trovato sotto la Città Vecchia, benché probabilmente esistano. Senza questa conferma la Città Vecchia di Lod è scartata in quanto non biblica, e di conseguenza non indispensabile, benché l’eredità culturale non inizi né finisca con la bibbia.

All’inizio di novembre l’amministrazione comunale ha spianato una delle ampie piazze di Ramat Ashkol e un isolato residenziale per fare posto al primo paio di grattacieli. Così facendo ha demolito un piccolo centro commerciale che una volta si trovava lì di fianco, dove, quando eravamo bambini, c’era il negozio di alimentari di Aharon e dove, nelle notti in cui dormivo a casa di mio zio, compravamo il latte al cioccolato e la torta (il mio quartiere, Hashmonaim, era stato originariamente costruito dagli inglesi per il personale della ferrovia e dell’aeroporto e non aveva niente di simile a quei negozi caratteristici e ordinati).

Ora nella zona gli archeologi hanno fatto degli “scavi di prova”, un metodo per determinare la profondità degli strati archeologici scavando in modo meccanico al loro interno e distruggendo di fatto parti di rovine prima di poter effettuare gli scavi in modo corretto. Questi scavi aiutano a determinare quanti fondi l’AIA chiederà al costruttore per scavare effettivamente il sito prima che inizi a edificare, una prassi le cui implicazioni richiederebbero un articolo a parte.

Normalmente l’autorità ottiene i fondi richiesti per iniziare la fase successiva di scavi, in cui vengono aperte aree di scavo e gli archeologi scavano fino alla profondità prevista del futuro edificio. Ma, nel tentativo di limitare l’ampiezza delle ricerche dell’AIA, il costruttore ha ridotto al minimo il budget [destinato all’AIA] ed ha avuto il permesso del tribunale di ricorrere invece a dei consulenti, alcuni dei quali apparentemente archeologi. Dopo che gli archeologi dell’AIA avranno scavato quel poco che gli consente il loro bilancio, il luogo verrà restituito al costruttore che sarà libero di spianarlo completamente.

Sono sicuro di quello che si trova, e che verrà perso, sotto questo terreno. Da uno scavo che una volta ho diretto con abitanti del posto solo a pochi passi da dove i due grattacieli vengono costruiti e vicino a scavi successivi realizzati da altri in anni recenti, sappiamo che gli strati non contengono solo i resti della Città Vecchia. Ci sono anche tracce del periodo ottomano, che rappresenta circa 500 anni di cultura umana: dell’epoca dei Mamelucchi, con circa trecento anni di storia, di città di Crociati, Fatimidi e Abbasidi.

In basso giacciono prove di città bizantine e romane, che risalgono fino al primo secolo d.C. Quello che rimane sotto questi strati non è mai stato scoperto qui, benché con molta probabilità esiste — decenni di lavoro archeologico a Lod dimostrano che sia una delle più antiche città di Israele, e del mondo. Eppure quasi ogni piccola prova dei suoi primi abitanti è stata distrutta o abbandonata negli scavi perché sono stati fatti con l’esplicito e singolare intento di preparare il terreno per lo “sviluppo urbano”.

La piazza demolita era il luogo dei resti della casa del governatore dell’epoca ottomana, della tomba di Sa’ad e Saied, un luogo d’incontro di sufi e mistici islamici, e di innumerevoli altri resti che sono ancora sconosciuti. Tutto ciò verrà quasi sicuramente perso durante la costruzione. I duemila anni di storia della piazza saranno schiacciati e triturati e questo metodo presto verrà replicato in tutto Ramat Eshkol.

Nel 2018 ho fatto parte di un gruppo di attivisti che ha cercato di salvare da impresari edili impazienti di costruire su di essa una parte trascurata dell’antica Lod. Fu un tentativo senza risultati: al Comune non importava del patrimonio storico e i dirigenti delle imprese costruttrici circolavano per la città senza alcun interesse personale per la sua storia. L’area è stata dichiarata edificabile e decine di dunam [10 dunam = 1 ettaro] di patrimonio storico sono svanite.

In Israele non c’è sviluppo urbano senza distruzione: il passato non è visto come utile per il futuro, quanto meno non dal punto di vista economico. La Zona Industriale Settentrionale di Lod è stata costruita sui resti di una città dell’età del bronzo una volta legata all’Egitto dei faraoni. Ora la sua storia è sepolta sotto le facciate di vetro di uffici bancari che riflettono per un attimo i passeggeri dei treni di passaggio che vanno da Modi’in all’aeroporto Ben Gurion.

Il negozio di alimentari di Aharon è stato abbandonato allo stesso destino. Mentre l’AIA completa i suoi scavi parziali gli archeologi che vi lavorano faranno senza dubbio il possibile per documentare il passato della città. Ma, anche se ogni centimetro è registrato da ogni angolazione usando le tecnologie più avanzate, di tutto questo non rimarrà niente di materiale.

Qualche menzione potrebbe finire nei rapporti degli scavi, ma nel tessuto vitale della città non rimarrà niente. Il patrimonio culturale inserito in questi strati, che rappresentano la cultura materiale attraverso la quale chi è di Lod comprende se stesso, sparirà sotto il cemento fresco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)