L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (I parte)

Il mercato di Tel Aviv parzialmente chiuso in seguito ai bombardamenti iraniani durante la guerra dei 12 giorni. Foto: Yonatan Sindel/Flash90
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Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Dall’ottobre 2023 Israele ha affrontato un insieme di contraccolpi economici. In seguito alle ostilità con Hamas ed Hezbollah decine di migliaia di persone sono sfollate dalle regioni di confine a sud e a nord, mentre decine di migliaia di riservisti sono stati esclusi dal mercato del lavoro per un lungo periodo, lasciando settori chiave con carenza di personale e una riduzione della produttività. Servizi pubblici, educazione e sanità sono peggiorati in quanto le finanze dello Stato sono state destinate alla guerra e circa 50.000 attività economiche sono fallite.

La fuga di capitali, soprattutto nel settore della tecnologia avanzata, insieme a un crescente ricorso a finanziamenti esteri, ha aggiunto una pressione significativa sull’economia, e si prevede che nel 2025 il debito arrivi al 70% del PIL. Anche la posizione internazionale di Israele si è indebolita: partner commerciali una volta stabili se ne sono andati, sanzioni e boicottaggi si sono estesi e importanti investitori hanno iniziato a rivolgersi altrove. Un rapporto sulla povertà annuale pubblicato l’8 dicembre dall’ONG israeliana Latet sottolinea la profondità della crisi sociale. Dall’inizio della guerra le spese familiari sono notevolmente aumentate, quasi il 27% delle famiglie e oltre 1/3 dei bambini ora subiscono un’“insicurezza alimentare”, circa 1/4 dei percettori di aiuti sono “nuovi poveri” spinti verso l’indigenza negli ultimi due anni.

Eppure l’economia israeliana nel contempo ha anche mostrato segni di resilienza. Dall’inizio della guerra lo shekel si è rivalutato di circa il 20% rispetto al dollaro USA e la borsa valori di Tel Aviv ha raggiunto livelli record, in parte grazie al sostegno delle spese di guerra e dell’intervento della banca centrale.

Per dare un senso a questi segnali apparentemente contraddittori — mercati in aumento insieme a un aggravamento della crisi sociale ed economica — è necessario vedere al di là dei tradizionali indicatori. L’ economista e attivista del BDS Shir Hever sostiene che ora Israele sta operando in quello che lui chiama un’“economia zombie”, che viene mantenuta in movimento attraverso massicce spese militari, credito estero e negazionismo politico.

Per oltre vent’anni Hever ha esaminato i legami tra l’economia israeliana, il militarismo e l’occupazione. In un’intervista a +972 Magazine egli spiega perché la crisi economica di Israele non può essere misurata solo in termini di PIL o inflazione e perché i pilastri che una volta sostenevano la sua crescita — investimenti esteri, innovazione tecnologica e integrazione a livello globale — hanno iniziato a venire erosi. Discute anche dell’illusione di un’economia di guerra sostenibile, del costo sociale ed economico di una prolungata mobilitazione di massa e di come il crescente isolamento di Israele sui mercati globali possa segnalare l’inizio di un declino a lungo termine.

L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Per iniziare, se riteniamo che la guerra a Gaza, nel modo in cui è stata combattuta negli ultimi due anni, sia finalmente terminata, si prevede che l’economia israeliana si riprenda, e, in questo caso, come ciò potrebbe avvenire?

Penso che prima sia importante chiedere: riprendersi da cosa?

Il problema dell’economia israeliana è sfaccettato. Primo, c’è un danno diretto alla produttività a causa dello spostamento di decine di migliaia di nuclei famigliari da zone vicino ai confini con Gaza e il Libano e dei danni inflitti direttamente in quelle aree da missili e razzi.

Secondo, il reclutamento di circa 300.000 soldati della riserva per un periodo di tempo molto lungo ha provocato un notevole calo della partecipazione al mercato del lavoro. Ciò ha anche annullato innumerevoli giorni di formazione investita in questi lavoratori in un momento in cui i mezzi per formare e addestrare i loro sostituti sono lungi dalla piena funzionalità.

Terzo, la classe media istruita israeliana sta cominciando a prendere in considerazione l’idea di emigrare, e decine di migliaia di famiglie l’hanno già fatto.

Quarto, la crisi finanziaria: molti israeliani hanno portato all’estero i propri risparmi per prevenire l’inflazione, insieme a una perdita di valore della moneta israeliana, un crollo dell’affidabilità creditizia di Israele e un incremento degli interessi da pagare per compensare il rischio.

Poiché le risorse sono state spostate sulla guerra —con i dati dello stesso governo che dimostrano che ha comprato a credito un valore di decine di miliardi di dollari in armamenti — la qualità dei servizi pubblici e dell’educazione superiore è drammaticamente peggiorata. Nella sua storia Israele non è mai stato così vicino a raggiungere una spirale del debito (una situazione in cui lo Stato è obbligato a chiedere prestiti per coprire il pagamento degli interessi su prestiti precedenti).

Infine, e ciò è molto importante, il marchio Israele è diventato tossico. Deve affrontare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni a un livello mai visto finora. Le imprese israeliane scoprono che all’estero ex-partner in affari evitano di trattare con loro.

Ho letto un articolo su Ynet [versione in rete e in ebraico del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ndt.] in cui intervistano alcuni uomini d’affari israeliani che hanno raccontato come si sentano isolati e come le loro controparti commerciali, persino quelle di lunga data, affermino di non volerne più sapere di loro. Raccontano come, persino in “Paesi molto amichevoli (con Israele)” gli è stato detto “per favore, cancellate ogni traccia di questo incontro, non vogliamo che qualcuno sappia che vi abbiamo incontrati.” Molto probabilmente si riferivano alla Germania, in quanto prima dell’intervista c’era appena stata a Berlino la fiera IFA [di prodotti di alta tecnologia, ndt.].

Negli ultimi mesi lei ha descritto l’economia israeliana durante la guerra contro Gaza come un’“economia zombie”. Ci può spiegare cosa intende con questo?

La chiamo un’economia zombie nel senso che si muove ma non è consapevole del proprio stato di crisi o della sua imminente morte.

Un’economia capitalistica è basata sull’idea di un orizzonte futuro costante. Non puoi avere un mercato capitalista senza investimenti, e gli investimenti sono basati sull’idea che investi il denaro ora per ricavare un profitto nel futuro. Ma in Israele il governo ha approvato un bilancio slegato dalla spesa reale, portando fuori controllo il debito e la bozza del bilancio per il prossimo anno è altrettanto illusoria.

Nel contempo molte delle persone più talentuose e istruite stanno lasciando il Paese perché non vogliono far crescere i propri figli lì. Questo è l’esatto opposto di un orizzonte futuro, uno Stato che pianifica a brevissimo termine invece che sul lungo periodo.

Così, mentre in superficie può sembrare che l’economia stia funzionando, ciò è in buona misura dovuto al fatto che importanti settori della popolazione sono stati mobilitati nella riserva, armati, equipaggiati, alimentati e trasportati per sostenere la guerra. La guerra è la principale attività economica che il governo sta intraprendendo. Persino ora, due mesi dopo il cosiddetto cessate il fuoco di Trump, non c’è stato un massiccio ritorno dei riservisti alla vita civile.

Haaretz ha calcolato che la distruzione della Striscia di Gaza è il più grande progetto ingegneristico nella storia di Israele. La quantità di cemento, materiale da costruzione, veicoli e carburante che sono stati utilizzati supera la costruzione di HaMovil HaArtzi (l’acquedotto nazionale), che è stato il grande progetto infrastrutturale degli anni ’50, e del muro di separazione in Cisgiordania, il grande progetto ingegneristico dell’inizio degli anni ‘2000. Quindi questa è veramente un’economia che sembra funzionare, ma senza alcuna proiezione verso il futuro. E’ fondata su un’illusione.

Presumibilmente tutti i riservisti che hanno combattuto durante la guerra e tutte le persone che sono state sfollate dalle proprie case nel sud e nel nord prima o poi torneranno sul mercato del lavoro. Ciò potrebbe consentire a Israele di sfuggire a una crisi economica?

In primo luogo molti di questi riservisti semplicemente non avranno un lavoro a cui tornare perché più di 46.000 attività economiche sono fallite durante la guerra.

C’è anche l’aspetto psicologico. Non sono qualificato per rispondere a quello che succederà quando queste persone cercheranno di riprendere la vita civile, ma l’impatto probabilmente sarà drammatico. Faranno uso della violenza ogni volta che qualcosa li innervosirà, come hanno fatto per centinaia di giorni a Gaza? Avranno bisogno di un enorme quantità di trattamenti psicologici per gestire il trauma e il senso di colpa? Stiamo già vedendo il suicidio di molti soldati.

Si ricordi che ci sono anche persone che non hanno passato tempo a stare al passo con gli sviluppi delle loro professioni e invece hanno commesso un genocidio a Gaza, quindi anche questo rientra nella crisi tecnologica ed educativa. Le iscrizioni all’università non hanno tenuto il passo della crescita della popolazione, il che significa che a lungo termine Israele sta per diventare meno istruito.

Poi c’è circa 1/4 di milione di israeliani sfollati dalle proprie case vicino al confine con Gaza o il Libano che hanno vissuto per oltre un anno in hotel. Hanno vissuto con il presupposto che in qualunque momento gli sarebbe stato chiesto di tornare. È molto difficile trovare un nuovo lavoro in queste condizioni, in quanto la loro indennità dipende dalla loro volontà di tornare alle comunità d’origine. In altre parole hanno dovuto scegliere tra obbedire alle condizioni poste dal governo o rinunciare all’indennità e lasciare il Paese, cosa che effettivamente alcuni di loro hanno fatto.

Tuttavia vediamo che la borsa israeliana sta raggiungendo nuovi picchi e lo shekel è stabile. Come lo spiega?

È importante notare che il mercato azionario non va solo in una direzione. Per esempio è sceso dopo il “discorso di Sparta” di Netanyahu [in cui ha dichiarato che Israele è sempre più isolato, è circondato da nemici e deve basarsi sulla propria industria bellica, ndt.] a settembre. La gente si è fatta prendere davvero dal panico quando lo ha detto, perché ha riconosciuto in una certa misura che Israele è stato colpito da sanzioni e boicottaggi e dall’isolamento economico. È stata una puntura di spillo nel palloncino dell’illusione.

Ma ci sono altre ragioni per questo, una delle quali è che Israele ha cambiato le proprie regole riguardo a quanto paga i riservisti, fino al punto che ora vengono stipendiati con 29.000 shekel [oltre 7.000 €] al mese, più del doppio delle retribuzioni medie di mercato e più di quattro volte lo stipendio minimo. Alcuni ufficiali di carriera hanno persino lasciato l’esercito per ritornarvi come riservisti e guadagnare di più.

Questi riservisti non avevano di che spendere tutto questo denaro perché erano a Gaza, quindi li hanno investiti in azioni o messi in una qualche sorta di fondo di garanzia attraverso una banca, il che significa che finiscono di nuovo in azioni. Ciò continua a incanalare sempre più denaro in borsa, quindi ovviamente il mercato azionario è cresciuto. La domanda importante è: da dove viene questo denaro?

Il direttore generale del ministero delle Finanze ha notato che queste paghe ai riservisti non si notano — ancora — nel bilancio della difesa. Lo saranno retroattivamente, e quando ciò avverrà la differenza tra il bilancio approvato e la spesa reale risulterà evidente. Allora prevedo che la valutazione dell’affidabilità creditizia di Israele scenderà e le banche internazionali saranno molto timorose di operare con Israele.

Oltre a questo la massiccia spesa sta anche aumentando l’inflazione mentre la produttività non cresce. Le persone che hanno un reddito disponibile cercano di proteggere i propri risparmi investendo nel crescente mercato azionario, contribuendo alla bolla.

Quindi c’è una specie di stagflazione, in cui l’inflazione è in aumento insieme a un rallentamento dell’economia. La banca centrare israeliana ha gestito questa situazione comprando, soprattutto all’inizio della guerra, una grande quantità di dollari, il che ha creato l’impressione che tutto fosse sotto controllo e che Israele potesse permettersi di continuare a combattere. Questo trucco ha funzionato, soprattutto con gli investitori internazionali.

Ciò ha determinato una situazione molto strana, in cui da una parte gli economisti israeliani, scrivendo in ebraico, stanno dicendo: “Non è assurdo che le agenzie di rating abbiano ridotto il rating di Israele solo di un punto? Credono ancora che il governo ripagherà il suo debito. Quanto possono essere ingenui?” E dall’altra le agenzie di rating, anche se sicuramente leggono i media finanziari israeliani, si rifiutano di reagire.

Credo che sia una forma di complicità dei media finanziari internazionali. Temono che, se riportano i fatti, saranno accusati di essere “anti-israeliani”. Vedono come i governi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Germania stiano diffondendo menzogne e agendo come se Israele stesse semplicemente attraversando una battuta d’arresto temporanea. Se i media finanziari contraddicessero questi governi rischierebbero la repressione, quindi preferiscono nascondere le notizie ai propri lettori. Sulla base di queste informazioni di parte, anche le agenzie di rating temono di prendere decisioni basate sui fatti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)