Yara Hawari
21 maggio 2026 – Al Jazeera
Il video di Ben Gvir sugli attivisti della flottiglia legati ha mostrato Israele senza maschera.
Questa settimana Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha pubblicato sui social media un video in cui schernisce gli attivisti della flottiglia detenuti dalle forze israeliane.
In una clip un’attivista ammanettata grida “Palestina libera” mentre Ben-Gvir le passa accanto. Viene immediatamente afferrata per i capelli e spinta a terra dal personale di sicurezza. Ben-Gvir osserva la scena con aria compiaciuta. In un’altra clip decine di detenuti vengono mostrati legati e inginocchiati con la fronte a terra, costretti in posizioni di stress mentre l’inno nazionale del regime israeliano risuona da un altoparlante. Ben-Gvir sventola una grande bandiera israeliana e urla loro: “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.
Ben-Gvir sa di potersi permettere questo senza subire gravi conseguenze. Perché mai dovrebbe pensare il contrario? Il suo paese l’ha appena fatta franca dopo un genocidio trasmesso in diretta streaming a un pubblico globale.
Non sono mancate le condanne, in particolare da parte dei governi i cui cittadini figurano tra i detenuti. Il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, ha definito le immagini “inaccettabili” e una violazione della dignità umana. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che non avrebbe tollerato i maltrattamenti subiti dai cittadini del suo paese e ha annunciato che avrebbe esercitato pressioni a (livello de) ll’Unione Europea per sanzioni specifiche contro Ben-Gvir, avendogli già vietato l’ingresso in Spagna. Persino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Ben-Gvir aveva “tradito la dignità della sua nazione”.
Ma, per quanto genuina sia l’indignazione, sanzionare Ben-Gvir colpisce solo un ingranaggio di una macchina genocida ben più ampia. È la stessa tattica impiegata dagli Stati europei di fronte alla costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata: sanzionare una manciata di coloni violenti lasciando intatta la struttura statale che pianifica, finanzia e protegge l’impresa degli insediamenti. Il gesto crea l’apparenza di conseguenze senza minacciare il sistema che le produce.
Questo non è denunciare le responsabilità. È la comunità internazionale che traccia una linea di demarcazione abbastanza distante dalla propria complicità in modo da sentirsi pulita. Ben-Gvir non ha costruito le prigioni, non ha ordinato le torture sistematiche al loro interno, né ha imposto il blocco che la flottiglia stava cercando di rompere. È un ministro di un governo che ha perpetrato un genocidio con il sostegno materiale e diplomatico di molti degli stessi Stati occidentali che ora si schierano per denunciarlo. Rimuoverlo dall’equazione non cambia nulla. Le prigioni restano. Il blocco resta. E il genocidio continua.
Il video ha toccato un nervo scoperto anche in Israele. Netanyahu ha rimproverato pubblicamente Ben-Gvir, affermando che la sua condotta “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar si è rivolto direttamente a lui su X: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta”. Saar ha aggiunto che Ben-Gvir ha “vanificato gli enormi sforzi, professionali e di successo, compiuti da moltissime persone”. Per Saar e Netanyahu il problema non è ciò che Ben-Gvir sta facendo, ma il fatto che lo stia mostrando con tanta sfrontatezza. La preoccupazione è l’immagine: un video ha reso visibile, a un pubblico europeo e con la partecipazione di cittadini europei, una prassi consolidata nei confronti dei palestinesi.
E ciò che il video mostra non è un caso isolato. Oltre 9.600 palestinesi sono attualmente detenuti nei centri di detenzione del regime israeliano. Di questi, più di 3.500 sono in detenzione amministrativa, imprigionati a tempo indeterminato senza accusa né processo. Tra i detenuti ci sono centinaia di bambini. I prigionieri sono sottoposti a sistematica privazione di cibo, percosse, negazione di cure mediche e violenze sessuali che vanno dallo spogliarello forzato allo stupro. Almeno 84 prigionieri palestinesi sono morti sotto la custodia israeliana dall’ottobre 2023 a causa di torture, fame e negligenza medica. Quasi ogni famiglia palestinese ha un caro che è stato imprigionato a un certo punto della vita: un’esperienza che si ripercuote per generazioni e lascia profonde cicatrici su famiglie e comunità anche molto tempo dopo il rilascio.
Saar ha concluso il suo messaggio a Ben-Gvir insistendo sul fatto che questo “non è il volto di Israele”. Si sbaglia. Questo è il volto di Israele. È violento. È orribile. Ed è crudele.
Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.
(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)


