Ahmad Tibi
26 luglio 2026 – Middle East Eye
Coloni armati hanno attaccato un villaggio della Cisgiordania, eppure la società israeliana ha accusato dell’atto violento i palestinesi. Quando l’autodifesa dipende dalla nazionalità l’uguaglianza di fronte alla legge smette di esistere.
C’è qualcosa di sorprendentemente prevedibile nel modo in cui la società israeliana si racconta delle storie. Avviene un incidente e nel giro di qualche minuto i ruoli vengono assegnati: ci sono una vittima e un aggressore, il giusto e il colpevole. Solo più tardi, semmai, vengono esaminati con attenzione i fatti. Nel frattempo l’opinione pubblica ha già emesso il suo verdetto.
È quello che è successo venerdì a Tell, un villaggio palestinese a sud di Nablus nella Cisgiordania occupata, dove coloni e soldati israeliani hanno ucciso quattro palestinesi dopo che la mattina presto decine di coloni armati avevano fatto irruzione in case e terreni agricoli alla periferia del villaggio.
Anche due israeliani, una guardia di sicurezza di una colonia e un ufficiale dell’esercito, sono stati colpiti a morte.
All’inizio le prime pagine dei media israeliani hanno parlato di un “escursionista israeliano” ucciso in uno scontro a fuoco; in poche ore sono seguite le parole “attacco terroristico” e “terroristi”. Di fatto tutto il villaggio è stato accusato prima che avesse inizio una qualunque indagine seria.
Ma la vicenda non è iniziata con la morte dei due israeliani.
Secondo testimoni e riprese video condivise in rete i coloni armati sono entrati nel villaggio arrivando da Havat Gilad, un avamposto coloniale israeliano illegale con una lunga storia di scontri e attacchi contro le vicine comunità palestinesi. Un video che è ampiamente circolato sembra mostrare un colono che estrae un’arma da fuoco e minaccia di sparare.
Ne sarebbe seguita una colluttazione terminata con un colpo letale di arma da fuoco. Le autorità israeliane hanno presentato una versione diversa degli eventi. Le discrepanze tra i racconti sottolineano la necessità di un’indagine accurata e indipendente invece di accogliere immediatamente una sola narrazione. Eppure non è stata quasi per nulla posta una domanda ovvia: in primo luogo, cosa stavano facendo coloni armati all’interno di un villaggio palestinese?
Questa domanda mette in discussione uno dei presupposti più radicati nel discorso pubblico israeliano: i coloni ebrei godono di un diritto pressoché illimitato a spostarsi attraverso le comunità palestinesi mentre si pretende che i palestinesi giustifichino persino il loro diritto basilare di vivere in sicurezza nei loro villaggi.
Gli abitanti di Tell non si sono svegliati cercando lo scontro. Si sono svegliati in una situazione ormai consolidata nella Cisgiordania occupata, documentata ripetutamente dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani e da osservatori internazionali: gruppi di coloni armati che invadono terreni coltivati, zone di pascolo e, a volte, villaggi palestinesi.
Eppure ogni volta che questa violenza finisce in tragedia il contesto generale scompare e ogni cosa è ridotta a una sola parola: terrorismo.
Ma il terrorismo non è una categoria etnica.
Se civili armati terrorizzano un’altra popolazione civile con pesanti intimidazioni, cercando di cacciare le famiglie dalla propria terra, questo come dovrebbe essere chiamato? La definizione cambia semplicemente perché i responsabili sono ebrei?
Due sistemi
La Cisgiordania occupata è governata da due sistemi di diritti e la divisione è più profonda della legge. Separa due criteri riguardo al valore degli esseri umani.
I coloni ebrei godono di una maggiore libertà di movimento, una maggiore protezione dall’applicazione delle leggi e, troppo spesso, in pratica dell’impunità. Nel contempo i palestinesi spesso vengono trattati come sospetti persino prima che si sia stabilito quali siano stati i fatti.
Il suprematismo ebraico è spesso liquidato come uno slogan. In pratica è un sistema di dominio in cui l’identità nazionale determina la protezione che si riceve, i diritti di cui si gode e le supposizioni della società riguardo alla colpevolezza e all’innocenza.
La violenza dei coloni è diventata un metodo per operare la pulizia etnica. La campagna quotidiana di intimidazioni è ben documentata: intrusioni in terreni privati, invasioni di zone di pascolo, blocchi delle strade, sradicamento di ulivi, incendi di case e campi e aggressioni di agricoltori e pastori.
L’obiettivo è rendere impossibile la vita quotidiana finché i palestinesi abbandonano le proprie case e terre. Quando la gente se ne va perché giunge alla conclusione che nessuna autorità la proteggerà si tratta di espulsione forzata.
Nel linguaggio ufficiale tutto questo è ripulito con una parola innocua: “frizione”. È lo stesso eufemismo utilizzato dall’esercito israeliano riguardo alla violenza che circonda gli avamposti dei coloni e anche gli osservatori dell’ONU elencano come le “crescenti frizioni” tra le forme di pressione per cacciare i palestinesi dalle loro terre.
Le conseguenze sono già visibili. Secondo i dati dell’ONU dall’inizio del 2023 nella Cisgiordania occupata 117 comunità di pastori palestinesi e beduini sono state totalmente o parzialmente espulse da attacchi dei coloni e relative restrizioni e circa 6.000 persone sono state obbligate a lasciare le proprie case.
Chiamiamola per quello che è: la sistematica espulsione di una popolazione civile dalla propria terra.
Questi incidenti non possono più essere sminuiti come le azioni di “qualche estremista”. Quando lo stesso modello si ripete in tutta la Cisgiordania mentre importanti dirigenti politici invocano apertamente l’espansione delle colonie, la fondazione di nuovi avamposti e la riduzione della presenza palestinese sulla terra, non è più credibile spiegare tutto ciò come una coincidenza.
Il test di Dromi
Immaginiamo per un momento lo scenario contrario: 20 palestinesi armati entrano a Havat Gilad. Non sparano neanche un colpo, camminano semplicemente nella comunità e si scontrano con i suoi abitanti. Quanto ci vorrebbe prima che ogni studio televisivo dichiarasse che si tratta di un attacco terroristico? Quanti politici chiederebbero una rappresaglia militare? Quanti commentatori metterebbero in discussione il diritto dei coloni a difendersi?
Tutti sappiamo la risposta.
Il che ci porta ad un’altra domanda. Per anni i politici israeliani hanno difeso orgogliosamente quella che è nota come la Legge Dromi, una norma che estende la protezione legale concessa ad individui che difendono le proprie case, fattorie e proprietà contro gli intrusi.
Ma questo principio è universale o si applica solo agli ebrei? Quando coloni armati entrano in un villaggio palestinese gli abitanti palestinesi hanno lo stesso diritto legale e morale di difendersi? O il principio che sta dietro la Legge Dromi si applica solo quando l’intruso è arabo e il proprietario è ebreo?
Questa è una domanda etica quanto giuridica. Se il diritto all’autodifesa dipende dall’identità nazionale l’uguaglianza di fronte alla legge cessa di esistere.
C’è una legge per gli ebrei e un’altra per i palestinesi. Molti nel mondo danno un nome a questo sistema: apartheid sotto occupazione.
Nessuna democrazia può resistere se la legge smette di essere cieca rispetto all’identità e distingue invece tra le persone in base alla nazionalità.
Lo stesso valore
Il rifiuto della violenza poggia su una semplice premessa: ogni vita umana ha lo stesso valore. Venerdì due israeliani hanno perso la vita; anche quattro palestinesi hanno perso la loro. Ognuna di queste morti avrebbe dovuto essere evitata. Una società morale non decide quali vittime meritano empatia e quali spariscono dalla consapevolezza pubblica.
Anche qui quelli che sostengono di rappresentare il campo democratico in Israele hanno fallito. Mi aspettavo che Yair Golan, il leader del Partito dei Democratici, all’opposizione, e i suoi colleghi chiedessero un’inchiesta complessiva e riconoscessero che la violenza dei coloni fa parte del quadro. Invece hanno rapidamente adottato la narrazione che proviene da Havat Gilad.
Quando persino i partiti politici israeliani di centro e della sinistra adottano il quadro concettuale dell’estrema destra il disaccordo politico diventa una questione di gradazione e non di principio. Nel contempo il governo più estremista nella storia di Israele continua a legittimare un discorso di incitamento all’odio, suprematismo e disumanizzazione.
A poche ore dalle uccisioni di venerdì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha detto che Tell e due villaggi vicini “devono diventare come i campi profughi di Nablus e Tulkarem,” in riferimento a quelli distrutti dalle forze israeliane lo scorso anno.
Quando ministri e parlamentari parlano di cancellare villaggi, espellere popolazione o imporre punizioni collettive le loro parole danno forma alla realtà. Legittimano la violenza ed erodono lo stato di diritto.
Spesso Israele si descrive come “l’unica democrazia” del Medio Oriente. Ma la vera misura di una democrazia è se ogni vita umana ha lo stesso valore, comprese le vite palestinesi.
Il filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel ha scritto che in una società libera “alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili.”
Oggi in Israele i diritti sono ineguali. La protezione giuridica è ineguale. A volte persino il riconoscimento fondamentale dell’umanità condivisa sembra ineguale.
Il villaggio di Tell è diventato un test per verificare se la società israeliana vuole affrontare la realtà così com’è invece che come la vuole vedere.
Se Israele continua a descrivere la violenza dei coloni come “frizione”, il suprematismo ebraico come un diritto naturale e l’autodifesa palestinese come terrorismo potrebbe scoprire un giorno che l’occupazione non ha rovinato solo l’occupato, ma anche l’occupante.
La storia non ricorderà chi ha vinto il diverbio su Tell, ma se Israele sceglie l’uguaglianza davanti alla legge o una legge che protegge solo alcuni.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Il dottor Ahmad Tibi è il presidente del partito Ta’al [partito della sinistra arabo-israeliana, ndt.] e membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.].
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)


