Il sionismo ha deformato il linguaggio, quindi ora le parole sono armi utili

Una dimostrante in sostegno di Palestine Action arrestata davanti al tribunale di Londra il 30 luglio 2026. Foto: SOPA Images via Reuters Connect
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Marchella Ward

10 agosto 2026 – Middle East Eye

Le organizzazioni filo-israeliane hanno modificato il senso di ‘intifada’ e ‘Palestina’, favorendo il genocidio e criminalizzando chi vi si oppone

È una domenica mattina presto e vieni svegliato da poliziotti armati che bussano alla porta. Ti consegnano una lettera: lo Stato bloccherà il tuo patrimonio per altri sei mesi negandoti l’accesso ai tuoi conti bancari perché non condivide la posizione contro il genocidio che hai espresso pubblicamente.

La lettera cita un tweet che hai postato parecchi mesi fa e in cui criticavi il bombardamento di Israele e Usa contro l’Iran. Cita il fatto che hai condiviso un’intervista con un attivista filopalestinese e un articolo scritto sulle reti sociali da uno storico accademico. La lettera spiega che queste azioni dimostrano che non hai rinunciato alle tue convinzioni “a favore del jihadismo”.

Sembra una cosa uscita dalle pagine di un libro distopico di fantascienza, ma per Elias d’Imzalene, un attivista francese contro il genocidio e membro fondatore dell’organizzazione filo-palestinese Urgence Palestine, è diventata realtà.

Il reato di cui d’Imzalene è accusato e per il quale le sue libertà sono state ridotte e i suoi beni congelati per più di un anno non è tanto un delitto di pensiero, per usare un termine di George Orwell, quanto di parola.

Nel settembre 2024 durante una manifestazione contro il genocidio a Parigi aveva utilizzato la parola araba intifada in riferimento alla rivolta globale non violenta ancora in corso frequentemente in città di tutto il mondo contro l’occupazione israeliana della Palestina.

Il filmato del suo discorso ha circolato ampiamente sulle reti sociali e quando d’Imzalene è arrivato nell’aula di tribunale per difendersi il significato della parola intifada era stato totalmente modificato.

Secondo le organizzazioni sioniste che hanno intentato causa contro di lui la parola non si riferiva a una rivolta contro gli oppressori; l’avevano trasformata in un termine che denota violenza antisemita.

Cancellazione e controllo

La parola intifada non è l’unica di cui è stato trasformato in questo modo il significato da organizzazioni politiche sioniste.

Nel febbraio 2026 il gruppo della lobby filoisraeliana UK Lawyers for Israel [Avvocati Britannici per Israele] ha scritto al British Museum [uno dei principali musei di Londra, ndt.] chiedendo che eliminasse la parola “Palestina” dalle targhette dell’esposizione.

Secondo loro questa terminologia costituiva una “cancellazione” della storia ebraica e “avrebbe potuto rappresentare una vessazione” per i visitatori ebrei o israeliani. Il termine “antica Palestina” non cancella in alcun modo la storia ebraica, ciononostante il museo ha eliminato le targhette.

La lettera faceva parte di una campagna di lungo corso, svelata allora da Middle East Eye, per riscrivere il passato, imponendo una versione della storia che conferisca legittimità all’occupazione israeliana della Palestina.

La campagna, condotta non solo nei confronti del British Museum ma anche nelle università, compresa quella in cui lavoro, intende trasformare il senso delle parole.

Termini come “antica Palestina”, storicamente attestato almeno dal XII secolo a.C. e ampiamente utilizzato oggi da storici di professione, sono stati trasformati da questa campagna sionista in cancellazione “antisemita” della versione della storia preferita da Israele.

Questi esempi riprendono altri tentativi di trasformare e controllare ciò che le parole significano per ridurre l’opposizione al genocidio israeliano.

Lo slogan “dal fiume al mare” è stato vietato in molti Paesi, tra cui la Germania e lo Stato australiano del Queensland, in base all’argomentazione che sarebbe antisemita, benché appaia nella carta costitutiva del partito Likud di Benjamin Netanyahu del 1977 a sostegno dell’idea di uno Stato etnico ebraico.

E in Gran Bretagna circa 3.000 persone sono state arrestate per aver esposto la frase “Mi oppongo al genocidio, appoggio Palestine Action” in seguito alla messa al bando del gruppo di azione diretta. Il divieto, ora in discussione alla Corte Suprema, ha trasformato Palestine Action in un’organizzazione terroristica e ne ha mutato il significato in una frase a sostegno del terrorismo.

In ognuno di questi esempi vediamo all’opera una delle armi più potenti del sionismo: il suo tentativo di controllare il significato delle parole.

In arabo e in altre lingue la parola intifada è ampiamente utilizzata per riferirsi alla resistenza contro gli oppressori, dagli scioperi dei portuali nel porto di Bassora [in Iran, ndt.] nel 1952 alle proteste anticoloniali irlandesi contro i britannici, alle due intifada palestinesi e all’intifada della resistenza ebraica contro i nazisti nella rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943.

Sostenere che il termine intifada si riferisce alla violenza antisemita significa svuotare i vari strati di significato che la parola ha costruito in decenni di circolazione e uso e imporle una nuova accezione. Cercare di controllare il significato delle parole è ben noto ai linguisti come una tecnica del fascismo.

Nel suo libro del 1947 Victor Klemperer scrisse “Il linguaggio del Terzo Reich” riguardo a come anche la propaganda nazista cambiò il significato delle parole.

Come gli altri esempi delle parole il cui significato è stato modificato in difesa del genocidio ad opera di Israele, la parola intifada è distorta e riformulata come un indicatore di antisemitismo, trasformando in antisemiti quelli che la pronunciano.

Ridefinire la colonizzazione

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole non è nuova. Di fatto forse il suo atto di trasformazione linguistica di maggior successo è proprio la parola “sionismo”.

Nel suo libro “Lo Stato Ebraico” Theodor Herzl spiegò che il sionismo era un progetto di suprematismo europeo. Discutendo se per fondare uno Stato etnico ebraico dovessero essere colonizzate l’Argentina o la Palestina Herzl sostenne che la Palestina era preferibile perché uno Stato ebraico lì avrebbe costituito “un bastione dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà contro la barbarie.”

Descrisse una “Compagnia ebraica” sul modello di altre compagnie coloniali europee come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e la Compagnia Imperiale Britannica dell’Africa Orientale.

Altri sionisti erano d’accordo. Chaim Weizmann [uno dei principali dirigenti del movimento sionists, ndt.] nella sua autobiografia ricordò di aver detto nel 1919 alla conferenza di pace di Parigi che “quello che la Francia potrebbe fare in Tunisia… gli ebrei sarebbero in grado di farlo in Palestina”, e Vladimir Jabotinsky [leader del sionismo revisionista, di destra, ndt.] scrisse che “il sionismo è un’impresa coloniale.”

Ma il senso della parola “sionismo” venne presto trasformato dal colonialismo europeo in liberazione nazionale.

In una lettera a Max Nordau Herzl scrisse: “La Banca Coloniale Ebraica deve in realtà diventare la Banca Nazionale Ebraica.” E molte altre organizzazioni coloniali vennero rinominate in modo simile. L’Associazione per la Colonizzazione Ebraica, che favoriva l’immigrazione di coloni di insediamento dall’Europa orientale per occupare terre in Palestina, venne rinominata “Associazione Caritativa Ebraica”.

Il fatto che la parola “sionismo” avesse significato colonizzazione venne cancellato e alla parola venne attribuito un nuovo significato. Ora indica la filantropica creazione di un luogo di rifugio e un movimento di liberazione per l’autodeterminazione.

Dire che le armi del sionismo sono anche linguistiche non è un modo per minimizzare il suo potenziale distruttivo. Ciò che le parole significano non è solo una questione di cui accademici o filologi debbano riflettere nelle torri di avorio, sfogliando vocabolari e dizionari etimologici.

Stiamo vivendo un periodo in cui le parole possono uccidere.

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole è stata fondamentale per il genocidio israeliano dei palestinesi.

Hanno riscritto la storia, incarcerato attivisti e imposto restrizioni su libertà di ogni genere per quanti rifiutano di sottomettersi ai tentativi dei sionisti di controllare il linguaggio stesso.

È tempo che tutti noi impariamo a riconoscere che il controllo sulle parole è un’arma e che ci armiamo con il linguaggio per ribellarci.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Marchella Ward è docente di Studi Classici presso la Open University [principale università pubblica in rete del Regno Unito, ndt.]. Attualmente sta scrivendo un libro intitolato “Classicismo: come l’Occidente ha inventato il mondo antico”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)