Sally Rooney ha ragione a boicottare Israele

Daniel Finn

12-10-2021 – Jacobin

La scrittrice Sally Rooney viene attaccata per aver aderito alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. La posizione di Rooney a favore dei diritti dei palestinesi è coraggiosa e opportuna, merita tutto il nostro appoggio.

Un articolo pubblicato ieri da Forward [storico sito di notizie della comunità ebraica USA, ndtr.] ha dato il via a una serie di notizie che sostengono che l’autrice irlandese Sally Rooney ha rifiutato di consentire che il suo ultimo romanzo venga tradotto in ebraico. Ma Forward non ha presentato nessuna prova che Rooney si sia opposta al fatto che il suo libro venga pubblicato in lingua ebraica: coerentemente con i principi della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) Rooney ha rifiutato l’offerta di un contratto di traduzione con la casa editrice israeliana Modan.

La dichiarazione di Rooney pubblicata oggi lo specifica chiaramente:

“I diritti di traduzione in ebraico del mio nuovo romanzo sono ancora disponibili, e se riesco a trovare un modo per vendere questi diritti che sia compatibile con le linee guida del boicottaggio istituzionale del movimento BDS sarò molto contenta e orgogliosa di farlo. Nel frattempo vorrei esprimere ancora una volta la mia solidarietà con il popolo palestinese nella sua lotta per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.”

Modan pubblica libri in collaborazione con il ministero della Difesa israeliano. È esattamente il tipo di impresa a cui pensa la campagna BDS quando chiede di boicottare le istituzioni culturali israeliane che sono “complici della continuazione dell’occupazione israeliana e della negazione dei diritti fondamentali dei palestinesi.

In precedenza Rooney aveva dato il suo appoggio alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamsie quando rifiutò di far pubblicare le sue opere in Israele. La lettera aperta in appoggio a Shamsie, firmata da Rooney e da altri scrittori, tra cui Arundhati Roy e J. M. Coetzee, arrivò dopo che la città tedesca di Dortmund le aveva tolto un premio letterario a causa della sua adesione alla campagna BDS.

Shamsie espose le sue ragioni in termini molto simili a quelli di Rooney:

“Sarei molto contenta di essere pubblicata in ebraico, ma non conosco nessun editore (di romanzi) in ebraico che non sia israeliano, e mi risulta che non ci sia nessun editore israeliano che non abbia legami con lo Stato. Non voglio oltrepassare la linea rossa stabilita dalla società civile palestinese, che ha chiesto a chi voglia cambiare la situazione di non collaborare con organizzazioni che siano in qualche modo complici dello Stato di Israele.”

Contro l’impunità

L’articolo di Gitit Levy-Paz su Forward che ha scatenato la polemica contiene alcuni dei soliti argomenti degli oppositori del BDS:

“La decisione di Rooney mi ha sorpresa e rattristata. Sono ebrea e israeliana, ma sono anche una studiosa di letteratura che crede nel potere universale dell’arte. Rooney ha scelto un percorso che è un’anatema per l’essenza artistica della letteratura, che può aiutare come via d’accesso alla comprensione di culture differenti, per visitare nuovi mondi e metterci in contatto con la nostra stessa umanità.”

Questo nobile discorso sul “potere universale dell’arte” va a discapito di qualunque impegno riguardo alle forme molto specifiche di oppressione che i palestinesi sperimentano per mano di Israele. Una lettera aperta pubblicata all’inizio dell’anno da intellettuali palestinesi e appoggiata da parecchie personalità di alto profilo, tra cui Sally Rooney, ha esplicitato alcuni dettagli che Levy-Paz ha omesso di citare:

“I palestinesi sono aggrediti e uccisi impunemente da soldati e civili israeliani armati… Il maggio scorso il governo israeliano ha commesso l’ennesimo massacro a Gaza bombardando in modo indiscriminato e continuo i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e in strada. Il bombardamento di Gaza è parte di un modello intenzionale e ripetuto per cui intere famiglie vengono uccise e infrastrutture locali distrutte. Ciò serve a esacerbare condizioni che sono già invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati del pianeta… Inquadrare ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Non si tratta di un conflitto: è apartheid.”

Gli oppositori della campagna BDS sostengono che “prende di mira unicamente” Israele in modo sospetto e presumibilmente antisemita. Levy-Paz offre un tipico esempio di tale insinuazione:

“Il boicottaggio, soprattutto se culturale, è una delle chine più pericolose. L’implementazione dei boicottaggi nel passato ha portato ad atrocità da cui qualunque persona nobile si dissocerebbe. Non è sempre ricordato, ma tra i primi passi presi dal regime nazista in Germania ci fu l’avvio di un boicottaggio dei negozi ebraici.”

Ovviamente ci sono stati infiniti esempi di boicottaggi che non hanno portato ad alcun risultato indesiderato, per non parlare di “atrocità da cui qualunque persona nobile si dissocerebbe”. Ma Levy-Paz invoca la memoria del nazismo piuttosto che l’esempio molto più pertinente della campagna contro l’apartheid sudafricano, che il movimento BDS prende esplicitamente a modello.

In quanto studiosa di letteratura, Levy-Paz conosce senza dubbio le tecniche retoriche disoneste esemplificate dal discorso funebre di Marco Antonio nella tragedia di Shakespeare Giulio Cesare. Marco Antonio non viene per lodare Cesare, ma per seppellirlo; Levy-Paz non viene per accusare Rooney di antisemitismo, ma per suggerire sottilmente che dovrebbe riconsiderare le sue azioni:

“Non sto suggerendo che Rooney sia antisemita, o che criticare Israele rappresenti automaticamente antisemitismo. Ma, dato l’incremento dell’antisemitismo negli ultimi anni, soprattutto in Europa, il tempismo della sua scelta è pericoloso.”

In realtà la società civile palestinese ha lanciato l’appello al BDS perché gli Stati Uniti e altri Paesi fanno di Israele un’eccezione con un livello di appoggio militare, economico e diplomatico senza precedenti. Nella sua dichiarazione Rooney ha spiegato che lei stava “rispondendo all’appello della società civile palestinese, compresi tutti i sindacati palestinesi e quelli degli scrittori”, un punto fondamentale che viene invariabilmente ignorato da quanti accusano i sostenitori del BDS di prendere di mira in modo selettivo Israele.

I boicottaggi da parte di privati cittadini e associazioni servono a controbilanciare il rifiuto di lungo termine da parte dei governi di imporre anche solo sanzioni minime contro Israele per la sua negazione dei diritti dei palestinesi, o persino di ritirare il loro appoggio attivo all’occupazione. I sostenitori di Israele non si oppongono alle critiche in quanto tali: quelle che considerano totalmente inaccettabili sono le critiche sostenute da un’azione efficace.

Una minaccia strategica

Questa prassi di fare di Israele un’eccezione e accordargli totale impunità si estende persino alla campagna BDS in sé. Nel 2019 entrambe le camere del Congresso USA hanno votato il sostegno alla “Legge per combattere il BDS” di Marco Rubio [senatore della Florida dell’estrema destra repubblicana, ndtr.], descritta da un critico come “una legge che sembra scritta dal Comitato Centrale del Likud.”

La legge autorizza misure punitive contro quanti si impegnino in attività “intese a penalizzare, danneggiare economicamente o limitare in altro modo i rapporti commerciali con Israele o persone che commerciano in Israele e in territori controllati da Israele con lo scopo di obbligare il governo di Israele ad azioni politiche, o imporgli posizioni politiche.” Si aggiunge a una serie di leggi anti-BDS a livello statale già in vigore ovunque negli Stati Uniti.

“Territori controllati da Israele” è un eufemismo per terra palestinese che Israele ha occupato dal 1967. Ciò dimostra che gli oppositori del BDS non contrastano la campagna semplicemente perché riguarda Israele nella sua interezza. Quando Ben & Jerry’s [nota ditta produttrice di gelati USA, ndtr.] ha annunciato che non avrebbe più venduto i suoi gelati nelle colonie della Cisgiordania, c’è stata una violenta reazione da parte del governo israeliano e dei suoi sostenitori statunitensi, con minacce di ritorsioni contro l’impresa e la sua casa madre Unilever.

I dirigenti israeliani considerano le colonie illegali come parte integrante a tutti gli effetti del loro Stato. Non hanno alcuna intenzione di smantellare queste colonie o il congegno repressivo di controllo sui palestinesi che l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha descritto come una forma di apartheid. Per questa ragione reagiscono in modo così aggressivo al minimo accenno di pressione, per quanto modesto sia.

Questa è la reale “china pericolosa” che Israele e i suoi sostenitori hanno in mente. Se lo Stato perde l’accesso a qualcosa, qualunque cosa, perché continua ad opprimere i palestinesi, ciò stabilisce un precedente in base al quale le azioni potrebbero avere delle conseguenze. Oggi può essere una traduzione di Beautiful World, Where Are You [Dove sei, mondo stupendo, ultimo romanzo di Rooney, ndtr.] o la scomparsa di una vaschetta di gelato con i biscotti; domani potrebbe essere un veto USA alle Nazioni Unite, o l’ultimo aereo da guerra ipertecnologico.

Detto così sembra quasi comico, ma questo ragionamento spiega perché Israele ha etichettato la campagna BDS come una minaccia strategica. La pesante ostilità contro il BDS è un ambiguo omaggio alla sua importanza. Illustri personalità che, come ha fatto Sally Rooney, affrontano una simile ostilità per appoggiare la campagna meritano il nostro appoggio incondizionato.

Daniel Finn è redattore di Jacobine. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the IRA [Terrorista solitario: una storia politica dell’IRA].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Iron Dome: la farsa del finanziamento USA

Richard Falk

lunedì 4 Ottobre 2021, GLOBAL JUSTICE IN THE 21ST CENTURY

Che gli Stati Uniti paghino il conto per ricostituire la scorta di missili nel sistema difensivo israeliano Iron Dome (Cupola di Ferro) utilizzato durante l’attacco a Gaza in maggio è una caricatura di legalità e giustizia.

E che una tale iniziativa conquisti il sostegno di un voto di 420 a 9 in una Camera dei Rappresentanti (USA) altrimenti disperatamente divisa dovrebbe essere d’imbarazzo anziché l’occasione per ristabilire questa discutibile Relazione Speciale senza contare quanto il suo incondizionato mantenimento sia avverso al benessere della gente del Medio Oriente e alla razionalità strategica della politica estera USA.

Mistificazioni sulla Cupola di Ferro

Ci sono stati molti ragionamenti falsi attorno a questa ultima affermazione promiscua del militarismo israeliano. La Cupola di Ferro si presenta al mondo come arma puramente difensiva il cui solo ruolo è salvare la vita di civili innocenti. Se è così, perché non installare una Cupola di Ferro a Gaza, come ha osservato Alison, dov’è realmente necessaria a una popolazione del tutto priva di difesa e assediata che ha subìto un massiccio numero di vittime civili per ripetuti attacchi missilistici israeliani da molti anni.

Iron Dome

Chiunque sia consapevole della devastazione e delle vittime civili subite dalla popolazione di Gaza lo scorso maggio capirebbe che Israele ci penserebbe due volte prima di lanciare un’operazione militare aggressiva se la sua popolazione e le sue città fossero esposte ad attacchi di rappresaglia come la gente di Gaza. Non c’è bisogno di essere uno studioso di strategia militare per sapere che offesa e difesa sono letalmente interconnesse in condizioni di combattimento.

Non solo la Cupola di Ferro viene mal rappresentata, ma l’implicito attacco militare, con il nome in codice IDF [dell’esercito israeliano – ndt] sconcertante di “Guardiano delle Mura”, è stato falsamente descritto come risposta ‘difensiva’ al ‘terrorismo’ di Hamas e gruppi armati associati. Ignorati da tale reportage mediatico sono lo sfondo e il contesto israeliani molto incendiari. I razzi da Gaza furono preceduti da una serie di provocazioni israeliane a Gerusalemme-Est e in Cisgiordania; compresa la protezione alle marce ebraiche estremiste per i quartieri palestinesi con cantilene come ‘morte agli arabi’, la violenza dei coloni contro i palestinesi, e parecchie intrusioni e interferenze con la liturgia musulmana nel complesso di Al Aqsa durante un periodo di vacanze religiose.

Confronto fra vittime civili

Quando si facciano e le valutazioni di responsabilità per perdite di vite e un’autentica identificazione degli autori del terrorismo, è illuminante comparare le statistiche sulle vittime di queste periodiche operazioni militari israeliane condotte contro una società di Gaza intrappolata e del tutto vulnerabile. Uno dei princìpi basilari del diritto umanitario internazionale è il requisito che qualunque ricorso alla forza militare sia proporzionato nella reazione; un’altra norma primaria è la proibizione di ‘punizione collettiva’ all’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. Nell’Operazione Piombo Fuso, del 2008-09, furono uccisi 14 israeliani e 1434 palestinesi; e nell’Operazione Pilastro di Difesa, del 2012, 6 israeliani e 158 palestinesi; nell’Operazione margine Protettivo, del 2014, 73 israeliani e 2100 palestinesi; in Guardiano delle Mura, del 2021, 12 israeliani e 256 palestinesi.

Questo confronto di vite perse è rivelativo, ma ancora lungi dal ritratto completo di uni-lateralità. A Gaza dopo le rispettive carneficine si nega di routine l’accesso ai materiali necessari per riparare il peggio dei danni inflitti a persone e cose, alquanto arbitrariamente per lunghi periodi, aggravando quella che a Gaza passa per normalità nei periodi migliori, ossia gli intervalli durante attacchi massicci, a parte i frequenti attacchi militari limitati, la violenza confinaria, e le innumerevoli intrusioni con droni di sorveglianza e sorvoli con schianti supersonici.

Contro uno sfondo così tormentato, il governo USA dovrebbe almeno trattenersi da sovvenzionare il militarismo israeliano addirittura oltre i già deprecabili $3.8 miliardi annui. Aldilà delle considerazioni morali e legali, ci si chiede perché Israele debba essere destinatario di tanta carità geopolitica godendo di una economia è robusta e di uno dei più alti redditi pro capite al mondo, con vantaggiose tecnologie di punta e un redditizio mercato in espansione per la sua industria delle armi e i programmi formativi antiterrorismo.

Non solo gli USA dovrebbero vergognarsi, ma sentirsi pure umiliati per erigere una tale piattaforma parlamentare bipartite pur restando nettamente spaccati su prospettive che dovrebbero essere imperativi apolitici: una politica confinaria e sull’immigrazione umana, finanziamento adeguato delle infrastrutture e della protezione sociale, mantenere aperto il processo elettorale a tutti i cittadini e preservare la democrazia politica nonostante la violenza insurrezionale, e dedicare tutti i fondi pubblici disponibili ad affrontare le minacce multiple attribuibili al cambiamento climatico.

E riguardo alle armi nucleari israeliane?

È anche rilevante la prospettiva strategica. In Medio Oriente persistono gravi pericoli di guerra in larga parte perché l’Occidente non sa trattare equanimemente gli armamenti nucleari. Molto tempo addietro ha facilitato acquisizione, possesso e sviluppo segreti di tale armamento da parte d’Israele ed è impegnato alla guerra se necessario per frustrare il presunto approccio dell’Iran alla soglia nucleare [militare]. Non osando Washington sfidare l’opzione nucleare d’Israele, gli USA sono costretti contro i propri interessi ad unirsi a Israele (e all’Arabia Saudita) nel confrontare l’Iran.

Dovrebbe essere evidente ad ogni osservatore equanime che l’Iran ha un persuasivo caso di sicurezza per un deterrente nucleare date le costanti minacce e violazioni della propria sovranità da parte delle provocazioni militari israeliane e USA. Dovrebbe essere ovvio che sicurezza, pace e sviluppo economico beneficerebbero tutti i popoli del Medio Oriente se nella regione fosse istituita una zona priva di armi nucleari, monitorata e verificata internazionalmente. Al tempo stesso ridurrebbe quasi a zero i pericoli di una guerra regionale e le inibizioni strategiche collegate al tenere Israele come unico paese cui è permesso avere tale armamento senza neppure una pretesa di rendicontazione.

E riguardo all’apartheid israeliana?

Ciò che sarebbe in primo piano nella sovvenzione di un apparato militare straniero sarebbe qualche riflessione sulla sua classifica nell’àmbito dei diritti umani. Nel caso di Israele, il fatto che l’anno scorso sia B’Tselem sia Human Rights Watch, entrambe rispettate ONG per i diritti umani, abbiano concluso dopo studi esaurienti che Israele fosse colpevole del crimine di apartheid, conclusione asserita anche nei particolari concreti dall’intrepido giornalista israeliano Gideon Levy. L’apartheid è elencata fra i crimini contro l’umanità nello Statuto di Roma, struttura portante del trattato che regola l’attività del Tribunale Penale Internazionale.

Il Parlamento [USA] finge di non vedere il crescente consenso sulla nozione che Israele è uno stato di apartheid, conclusione virtualmente riconosciuta dalla statuizione del 2018 nella sua stessa Legge Fondamentale che Israele è lo stato del popolo ebraico, con l’ulteriore implicazione della supremazia ebraica non solo in Israele bensì anche nei Territori Palestinesi Occupati, cioè in tutta quanta la Palestina storica. E con tutto ciò i media mainstream annotano blandamente questa dubbia riaffermazione di sostegno a Israele senza manco tentare di trattare le implicazioni dubbie di tale passo diplomatico di blocco.

E riguardo al diritto di resistenza palestinese?

In considerazione di quanto sopra, il discorso su Israele/Palestina dovrebbe come minimo riconoscere un diritto palestinese di resistenza operativo entro i limiti stabiliti dal diritto internazionale. È ora di smettere di sminuire la resistenza palestinese come ‘terrorismo’ e l’oppressiva dominazione israeliana come intrinsecamente ‘difensiva’.

Tenendo conto di queste considerazioni, dovremmo cominciare a renderci conto di quanto sia stata regressiva la mossa di donare $1 miliardo per una nuova fornitura di missili Cupola di Ferro a questo punto. Dovremmo fare una pausa di ringraziamento alla Squadra per aver tenuto saldamente, chiedendoci perché i Rappresentanti che sostengono le lotte delle persone di colore d’America manchino di esibire pur minimi segni di solidarietà con le vittime dell’ardua prova palestinese.


Richard Falk

Richard Falk è membro della Rrte TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’università di Princeton, Ricercatore Distinto al Centro Orfalea di Studi Globali dell’UCSB, autore, co-autore o capo-redattore di 60 libri, e portavoce e attivista su affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani (UNHRC) ha nominato Falk a due mandati triennali come Rapporteur Speciale ONU sulla “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, associate al campus locale dell’Università di California, e presiede da vari anni il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace FoundationIl suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization, and Disarmament (2019

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis




I tre regali di Washington a Naftali Bennett

Edo Konrad

26 settembre 2021, +972

La scorsa settimana è stata una buona settimana per Naftali Bennett, forse una delle migliori da quando più di tre mesi fa è diventato primo ministro. Bennett – che ha dato il colpo finale alla soluzione dei due Stati come pilastro della sua politica – ha probabilmente sfoderato un largo sorriso quando ha visto che, nel giro di pochi giorni, sia la Casa Bianca che il Congresso gli hanno regalato una serie di vittorie politiche.

La settimana è iniziata con il discorso del presidente Joe Biden all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui ha affermato che, sebbene la sua amministrazione sostenga ancora la soluzione a due Stati, questa sia ancora “lontana” dal diventare realtà. Con queste parole, Biden ha in effetti dichiarato che la Casa Bianca non investirà capitale politico per portare Israele e i palestinesi al tavolo dei negoziati. Sembra che Bennett abbia detto che nel suo discorso all’Assemblea Generale di domenica non dedicherà nessuna attenzione alla questione palestinese.

La dichiarazione di Biden è stata rafforzata dall’udienza alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato di Thomas Nides, ex amministratore delegato e vicepresidente di Morgan Stanley, scelto dal presidente come ambasciatore in Israele. Nides ha condotto l’udienza (non è ancora stato confermato ufficialmente) ricevendo elogi bipartisan per aver annunciato, tra altre questioni, che avrebbe rafforzato la sicurezza israeliana, ampliato le relazioni economiche tra i due paesi e sostenuto gli accordi di Abraham. Sebbene Nides abbia sottoscritto a parole la promessa di usare “accordi esistenti e futuri per apportare miglioramenti tangibili al popolo palestinese”, è estremamente improbabile che ciò comporti un cambiamento significativo sul campo per i palestinesi che vivono sotto il dominio militare israeliano.

E poi è arrivato il disegno di legge Iron Dome alla Camera dei Rappresentanti. Dopo che i progressisti del Partito Democratico sono riusciti a bloccare la proposta di inviare a Israele 1 miliardo di dollari per finanziamenti al suo sistema di difesa missilistica – oltre ai 3,8 miliardi di dollari l’anno di aiuti militari – come parte di un più ampio disegno di legge di finanziamento al governo provvisorio, i Democratici moderati hanno proposto all’esame della Camera un secondo disegno di legge che manterrebbe quel miliardo di dollari. Quando si è passati al secondo voto, e in seguito alle forti critiche sia da parte dei repubblicani che dei democratici moderati, l’ala progressista si è divisa. Solo nove dei 435 rappresentanti hanno votato contro il “rimpinguare” la capacità dell’Iron Dome di Israele, con la rappresentante Alexandria Ocasio-Cortez – che aveva definito Israele uno “Stato di apartheid” – che alla fine ha cambiato il suo voto da “no” a “presente”, facendo arrabbiare molti che l’avevano vista come un’alleata della causa palestinese.

Il discorso delle Nazioni Unite, l’udienza di conferma di Nides e la debacle dei Democratici sull’Iron Dome sono notizie fantastiche per il primo ministro israeliano. Bennett – ex capo del Consiglio Yesha, il gruppo di organizzazioni che rappresenta gli interessi del movimento degli insediamenti – ha condotto tutta la sua carriera opponendosi alla creazione di uno Stato palestinese e ha recentemente dichiarato che intende mantenere l’occupazione perseguendo una strategia di “riduzione del conflitto”. In altre parole, il piano di Bennett è di rafforzare il cosiddetto status quo – e quindi le politiche di apartheid di Israele.

Rivelatore è stato vedere quanto credito abbia ricevuto il primo ministro nei circoli dell’élite, che tanto avevano disprezzato il suo predecessore Benjamin Netanyahu, nonostante le sue franche dichiarazioni sul mantenimento della dittatura militare di mezzo secolo di Israele sui palestinesi. Il fatto che né la Casa Bianca né il Congresso stiano condizionando alcun aiuto a Israele ad un processo che cerchi di porre fine all’occupazione è una testimonianza di quanta noncuranza i leader americani dimostrino rispetto alle intenzioni israeliane o alle vite palestinesi.

Forse più di ogni altra cosa, quest’ultima settimana ha dato un chiaro segnale di come, che si tratti di Trump o Biden, o che si tratti di Bibi o Bennett, non c’è quasi nessuno con un minimo di potere che si alzerà e dirà basta alla progressiva e infinita occupazione del governo militare di Israele. Per ora, Washington rimane impegnata a garantire che il tempo sia dalla parte dell’apartheid.

Edo Konrad è caporedattore di +972 Magazine. Vive a Tel Aviv, e in precedenza ha lavorato come redattore di Haaretz.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il congresso del Partito Laburista vota il sostegno a sanzioni contro Israele per il “crimine di apartheid”

Joe Gill

27 settembre 2021 Middle East Eye

La mozione sfida la leadership di Keir Starmer riconoscendo che Israele ha messo in atto un sistema di apartheid e chiedendo la cessazione del commercio di armi con Israele.

 

Lunedì è stata una giornata disastrosa per Keir Starmer: durante il congresso del partito i delegati hanno fatto approvare una provocatoria mozione sulla Palestina e un membro del governo ombra si è dimesso con una durissima dichiarazione che stigmatizza la leadership di Starmer.

Il congresso del partito laburista ha sostenuto una mozione che sollecita il partito a sostenere sanzioni contro Israele per le sue azioni illegali ai sensi del diritto internazionale, a bloccare il commercio di armi del Regno Unito con Israele e a cessare gli scambi commerciali con le colonie illegali sui territori palestinesi occupati.

Il voto imbarazza Starmer, che ha trascurato la questione palestinese da quando è subentrato a Jeremy Corbyn, da sempre sostenitore delle richieste palestinesi di porre fine all’occupazione militare e agli abusi israeliani.

Subito dopo l’approvazione della mozione, la ministra ombra laburista degli Esteri, Lisa Nandy, l’ha disconosciuta dichiarando a Jewish News [quotidiano gratuito ebraico che ha sede a Londra, ndtr]: “Non possiamo sostenere questa mozione.”

Ha condannato la posizione pro-palestinese del congresso dicendo: “E’ nostro dovere nei confronti dei popoli di Israele e Palestina adottare un approccio equo ed equilibrato che riconosca che la pace è possibile solo se viene garantita la sicurezza di Israele accanto ad uno Stato palestinese sovrano ed autosufficiente.”

In seguito, con il grave gesto delle proprie dimissioni nel corso del congresso, il ministro ombra per l’impiego Andy McDonald ha dichiarato che Starmer ha tradito l’impegno di unire il partito sulla base di politiche socialiste preso al momento della sua elezione alla guida del partito.

McDonald ha spiegato che si dimetteva perché aveva ricevuto istruzioni da parte dell’ufficio di Starmer di opporsi ad un salario minimo nazionale di 20 dollari (15 sterline) e un’indennità di malattia obbligatoria pari al salario di sussistenza.

Nella lettera di dimissioni McDonald, che aveva già occupato posizioni di rilievo nel gruppo parlamentare del partito a guida Corbyn, scrive: “Dopo 18 mesi sotto la tua guida il nostro movimento è sempre più diviso e i giuramenti che avevi fatto agli iscritti non vengono onorati.”

Parlando poi in serata ad una riunione collaterale del partito , dove è stato accolto con entusiasmo, McDonald ha dichiarato che il partito deve “dire la verità su ciò che non ha funzionato [nella società] e avere coraggio su come porvi rimedio, ”ma che Starmer si è rifiutato di farlo in qualità di leader.

Ha quindi aggiunto: “Avevo detto con chiarezza a Keir che anche se non lo avevo votato né sostenuto, visto che pensavo che avrebbe vinto, lo avrei aiutato a portare avanti i dieci impegni che aveva assunto.” Ma gli impegni politici presi da Starmer sono stati annacquati.

La mozione sulla Palestina

La mozione sulla Palestina fa riferimento a recenti rapporti sui diritti umani che evidenziano “in modo inequivocabile” che Israele si è macchiata di apartheid, riconosciuto come crimine dall’ONU, come dimostrato dall’organizzazione israeliana per i diritti B’tselem e da Human Rights Watch.

La mozione sostiene la società civile palestinese nella sua richiesta di “misure efficaci” contro la costruzione delle colonie, rivendica la fine dell’occupazione della Cisgiordania e del blocco di Gaza, e sostiene il diritto dei palestinesi a ritornare alle proprie case.

La mozione, proposta dalla sezione giovanile del partito laburista, è passata senza difficoltà dopo una breve discussione presto interrotta dagli organizzatori del congresso e non trasmessa in diretta ai delegati.

Parlando contro la mozione, il parlamentare Steve McCabe, presidente di Labour Friends of Israel [gruppo parlamentare che cerca di rafforzare i legami tra il partito laburista britannico e quello israeliano,ndtr], ha dichiarato “questa mozione eterogenea è troppo gridata, troppo arrabbiata, troppo faziosa e non si concentra per niente sulla ricerca della pace.”

Il voto non è vincolante per la dirigenza laburista, ma dimostra che la base del partito è tuttora orientata a sostenere i diritti dei palestinesi e a porre fine alla complicità britannica nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

La UK Palestine Solidarity Campaign [Campagna di solidarietà con la Palestina, ndtr] ha avuto parole di plauso: “approvata storica mozione sulla Palestina al congresso del 2021 del partito laburista che prende atto che Israele pratica l’apartheid e richiede severe sanzioni.”

Le azioni militari di Israele di maggio contro Gaza, con centinaia di morti, hanno provocato grandi proteste nel Regno Unito, portando 200.000 persone in piazza per la più grande dimostrazione a sostegno della Palestina mai vista in Gran Bretagna.

Da quando è stato eletto alla guida del partito lo scorso anno, il leader laburista Keir Starmer ha decisamente abbandonato la posizione del suo predecessore Jeremy Corbyn, da sempre a sostegno della causa palestinese, dichiarando di “sostenere incondizionatamente il sionismo”.

I membri palestinesi del partito laburista hanno denunciato che la dirigenza non li ha sostenuti e ha trasformato il partito in un ambiente ostile per chi difende i diritti umani dei palestinesi.

Un gruppo di autorevoli palestinesi ha scritto diverse volte a Starmer senza ricevere alcuna risposta dal capo del partito laburista.

Atallah Said, ex presidente dell’Associazione Arabo-britannica e fondatore di Arab Labour [l’associazione promuove la causa laburista fra le comunità arabe in Gran Bretagna, ndtr] ha dichiarato all’Independent lo scorso maggio: “ignorare le molte lettere di autorevoli membri della comunità palestinese britannica significa che questa comunità è sgradita all’interno del partito.

Il leader sta praticamente trattando l’intera comunità come reietti e si rifiuta non solo di incontrarci, ma persino di risponderci. Questo va di pari passo con l’allarmante cambio di rotta del partito laburista nel suo approccio alla questione del razzismo e con il suo dietrofront nei confronti della Palestina.”

Martedì scorso, nel corso di un collegamento video con un evento collaterale del partito laburista, l’attivista di Hebron Issa Amro ha sostenuto che la mozione sulla Palestina è stata una grande vittoria.

Che cosa è accaduto nel partito laburista? Che cosa non si è fatto per distruggere il punto di vista palestinese all’interno del partito laburista – [ma] ieri abbiamo vinto. Amiamo Jeremy Corbyn, ma ce l’abbiamo fatta senza di lui, con i nostri sostenitori all’interno del partito laburista.”

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero

Testo della mozione approvata dal Partito Laburista britannico nella Conferenza Annuale di Brighton 2021

27/09/2021

La Conferenza condanna la Nakba in corso in Palestina, la violenza militarizzata di Israele che attacca la moschea di Al Aqsa, gli sfollamenti forzati da Sheikh Jarrah e l’assalto mortale a Gaza.

Insieme all’annessione de facto della terra palestinese mediante la costruzione accelerata di insediamenti e alle dichiarazioni dell’intenzione di Israele di procedere con l’annessione, è sempre più chiaro che Israele è intenzionato a eliminare qualsiasi prospettiva di autodeterminazione palestinese.

La Conferenza prende atto della mozione del Congresso TUC 2020 che descrive la costruzione e l’annessione di tali insediamenti come “un altro passo significativo” verso il crimine di apartheid delle Nazioni Unite e invita il movimento sindacale europeo e internazionale a unirsi alla campagna internazionale per fermare l’annessione e porre fine all’apartheid.

La Conferenza prende atto anche degli inequivocabili rapporti del 2021 di B’Tselem e Human Rights Watch che concludono che Israele sta praticando il crimine di apartheid come definito dalle Nazioni Unite.

La Conferenza accoglie con favore la decisione della Corte penale internazionale di avviare un’inchiesta sugli abusi commessi nei Territori palestinesi occupati dal 2014.

La Conferenza decide che è necessaria un’azione ora a causa delle continue azioni illegali di Israele e che i laburisti dovrebbero aderire a una politica etica su tutto il commercio del Regno Unito con Israele, compreso il blocco a qualsiasi commercio di armi utilizzato per violare i diritti umani palestinesi e il commercio con insediamenti israeliani illegali.

La Conferenza decide di sostenere “misure efficaci” comprese sanzioni, come richiesto dalla società civile palestinese, contro le azioni del governo israeliano che sono illegali secondo il diritto internazionale; in particolare per garantire che Israele fermi la costruzione di insediamenti, annulli qualsiasi annessione, ponga fine all’occupazione della Cisgiordania, al blocco di Gaza, faccia cadere il Muro e rispetti il ​​diritto del popolo palestinese, sancito dal diritto internazionale, al ritorno alle loro case.

La Conferenza decide che il Partito Laburista deve stare dalla parte giusta della storia e rispettare queste risoluzioni nella sua politica, comunicazione e strategia politica.

Traduzione di Angelo Stefanini

 




Demonizzare Durban, Oscurare il Razzismo

Richard Falk

EDITORIALE

16 agosto 2021 TRANSCEND Media Service

[Nota introduttiva: il post seguente descrive la campagna portata avanti negli ultimi 20 anni dalla propaganda filo-israeliana, sia del governo che delle ONG, per diffamare gli sforzi antirazzisti delle Nazioni Unite come una nuova specie di antisemitismo. È uno sforzo perverso che protegge le politiche e le pratiche razziste di Israele nei confronti del popolo palestinese dietro una perversa tesi secondo cui le critiche a queste politiche dovrebbero essere viste come antisemitismo. Il pezzo è stato originariamente pubblicato su Transcend Media Service e appare qui nella sua forma originale. Per il link all’originale

Contesto

16 agosto 2021 – È stata avviata un’insidiosa campagna per demonizzare la sponsorizzazione delle Nazioni Unite di un’iniziativa antirazzista per tenere una conferenza di un giorno alle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, continuazione di quello che è diventato noto come il “Processo di Durban”. Esso identifica lo sforzo in corso negli ultimi vent’anni di attuare la Dichiarazione di Durban e il relativo Programma d’Azione adottato alla Conferenza Mondiale sul Razzismo, Discriminazione Razziale, Xenofobia and Intolleranza correlata tenutasi a Durban, in Sudafrica 20 anni fa.

La Conferenza di Durban fu controversa ancor prima che i delegati si riunissero, anticipata come un forum in cui Israele, il colonialismo, l’eredità della schiavitù e la vittimizzazione di etnie vulnerabili sarebbero stati illustrati e condannati. Era formalmente sotto gli auspici del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il cui Alto Commissario, Mary Robinson, fu sottoposta a pressione dall’Occidente per annullare l’evento. Essa rifiutò, e invece di essere elogiata per la sua indipendenza, questa ex presidentessa di alti princìpi dell’Irlanda fu privata del sostegno di Washington per la riconferma a un secondo mandato come Alto Commissario. Israele e gli Stati Uniti si ritirarono dalla conferenza e boicottarono gli eventi di follow-up minori nel 2009 e nel 2011, il che spiega perché il prossimo raduno è indicato come Durban IV.

Alla conferenza del 2001, messa in ombra dagli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti, avvenuti pochi giorni dopo la chiusura di Durban, molti discorsi furono pronunciati da rappresentanti di vari governi, inclusi molti che criticarono Israele per le politiche e le pratiche razziste perpetrate contro il popolo palestinese, inclusa l’accusa che il sionismo fosse una forma di razzismo, che era stata precedentemente affermata nella Delibera della Assemblea Generale (vedi GA Res. 3379 approvata con 72-35 voti e 32 astenuti, A/RES/3379, 10 novembre 1975; revocata nel 1991 senza spiegazione nella GA Res. 46/96). Oltre alla Conferenza intergovernativa di Durban si teneva un Forum parallelo delle ONG dedicato alla stessa agenda in cui furono pronunciati accesi discorsi e dichiarazioni. Eppure il tema di maggiore stimolo fu fornito dalla vittoriosa lotta contro l’apartheid in Sud Africa che veniva a legittimare sia l’evento sia l’attuale necessità di affrontare la lunga incompiuta agenda antirazzista.

Il risultato a Durban

I principali risultati formali della Conferenza di Durban furono due significativi e comprensivi testi conosciuti come la Dichiarazione di Durban e il Programma d’Azione di Durban. Il processo di Durban successivo al 2001 ha riguardato più o meno esclusivamente l’attuazione di questi due documenti formali delle Nazioni Unite, che sono la rappresentazione ad ampio spettro di tutta una serie di rimostranze derivanti dal maltrattamento di varie categorie di persone vulnerabili dovuto alla guerra all’applicazione della legge sui diritti umani e attraverso una varietà di mezzi, tra cui l’istruzione e l’attivismo della società civile, delle ONG e persino del settore privato. Non c’è assolutamente alcuna base per lamentarsi del fatto che Israele sia stato criticato o che le disposizioni dei documenti della conferenza possano essere correttamente interpretate come antisemite o addirittura anti-israeliane, eppure, come sarà mostrato di seguito, una tale campagna è stata incessantemente condotta per screditare tutto ciò che Durban significa, quasi esclusivamente a causa del suo presunto pregiudizio estremo nei confronti di Israele.

Una lettura corretta di entrambi i documenti porterebbe a concludere che a Israele sono state effettivamente risparmiate critiche giustificabili, molto probabilmente a causa delle pressioni esercitate sia sull’ONU che sui media prima e durante la conferenza. Se osserviamo i testi, abbiamo l’impressione che le sensibilità israeliane siano state comprese e rispettate. L’apartheid e il genocidio sono stati condannati in termini generali, ma senza alcun riferimento negativo a Israele, e di fatto un’inclusione che ha individuato Israele in un modo che avrebbe essere accolto favorevolmente. Nel par. 58 della Dichiarazione troviamo la seguente affermazione: “..ricordiamo che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato”. E par. 61 prende atto con “profonda preoccupazione dell’aumento dell’antisemitismo e dell’islamofobia in varie parti del mondo, nonché l’emergere di movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee discriminatorie nei confronti delle comunità ebraiche, musulmane e arabe”. Sembra assolutamente perverso screditare la Dichiarazione di Durban come un’invettiva contro gli ebrei.

Nel corso dei 122 paragrafi della Dichiarazione la situazione Israele/Palestina è menzionata solo nel paragrafo 63, e poi in maniera neutrale che sembra trascurare la deliberata vittimizzazione del popolo palestinese. Si legge come segue: “Siamo preoccupati per la difficile situazione del popolo palestinese sotto occupazione straniera. Riconosciamo il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente e riconosciamo il diritto alla sicurezza per tutti gli Stati della regione, compreso Israele, e invitiamo tutti gli Stati a sostenere il processo di pace e a portarlo a una rapida conclusione.” Cosa può essere offensivo anche per il più ardente sostenitore israeliano di una tale disposizione, che è sepolta in profondità in una dichiarazione di trenta pagine in un linguaggio che non punta il dito contro Israele.

La campagna anti-Durban di Israele

Eppure la realtà di Durban, la violenza della lingua usata per denunciare questi documenti e il Processo di Durban sembra estremo, e provenire da fonti note per seguire da vicino la linea ufficiale diffusa da Tel Aviv. Il colonnello britannico Richard Kemp, che scrive sul sito web notoriamente di destra del Gladstone Institute, è raramente da meno nel suo sostegno all’uso della forza da parte di Israele contro l’indifesa Gaza. Kemp definisce il Processo di Durban “come la famigerata vendetta ventennale delle Nazioni Unite contro Israele” e pronuncia il suo giudizio che “Durban IV darà nuova energia a questo vergognoso processo”. [“Fighting the Blight of Durban”, 29 luglio 2021] Kemp è a suo agio nell’invocare il linguaggio iperbolico di UN Watch che etichetta assurdamente Durban come “..la peggiore manifestazione internazionale di antisemitismo nel dopoguerra”.

UN Watch aveva espresso separatamente il suo velenoso punto di vista del processo di Durban un mese prima in un comunicato stampa dal titolo grossolanamente fuorviante, “Durban IV: fatti chiave”, 24 maggio 2021, riassunto dalla frase una “perversione dei principi dell’antirazzismo”. Questa caratterizzazione di Durban è resa più concreta affermando che fa “… affermazioni infondate contro il popolo ebraico”, è usato “per promuovere il razzismo, l’intolleranza, l’antisemitismo e la negazione dell’Olocausto… e per erodere il diritto di Israele a esistere”. Questo linguaggio diffamatorio di UN Watch dovrebbe essere confrontato con i testi della Dichiarazione di Durban e del Programma d’azione, la cui attuazione è l’obiettivo principale del Processo di Durban, per avere una visione delle oscure motivazioni di questi critici di orientamento israeliano.

2021 – Israele e Apartheid

È vero che nel 2021 non ci sarebbe modo di evitare di supporre che “la difficile situazione del popolo palestinese” sia un risultato diretto dell’apartheid israeliano, che non solo è condannato dal processo di Durban, ma è fermamente stabilito come crimine contro l’umanità in entrambi la Convenzione internazionale del 1974 sulla repressione e la repressione del crimine di apartheid e l’articolo 7 dello Statuto di Roma che disciplina le operazioni della Corte penale internazionale. Non è più ragionevole respingere le accuse di apartheid israeliana come estremiste, tanto meno come manifestazioni di antisemitismo. Tuttavia, poiché Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, controlla ancora il discorso principale in Occidente, i media fissano tali risultati in un silenzio di pietra nonostante la prolungata sofferenza del popolo palestinese, un promemoria convincente che dove la geopolitica e la moralità/legalità si scontrano, la geopolitica prevale.

Riscattare il processo di Durban

Ci sono due serie di osservazioni che rendono vergognosi e spudorati questi attacchi al lodevole sforzo delle Nazioni Unite attraverso Durban di evidenziare le molte sfaccettature del razzismo e della discriminazione razziale. Il Processo di Durban è diventato il fulcro di una campagna mondiale sui diritti umani per aumentare la consapevolezza pubblica e sollevare preoccupazioni all’interno delle Nazioni Unite per quanto riguarda le molte varietà di criminalità razzista, nonché per sottolineare la responsabilità dei governi e i potenziali contributi dell’attivismo della società civile.

E’ degno di nota che Israele e il suo comportamento nella Dichiarazione di Durban e nel Programma d’Azione non ricevono neanche lontanamente l’attenzione di altre questioni come l’abuso delle popolazioni indigene, dei Rom, dei migranti e dei rifugiati. In effetti, alla luce degli sviluppi più recenti che hanno confermato le precedenti preoccupazioni sulla vittimizzazione palestinese, il Processo di Durban, semmai, può essere accusato di aver messo in secondo piano il razzismo di Israele e di essere caduto nella trappola dell’hasbara di imporre una responsabilità simmetrica all’oppressore e alla vittima, incolpando entrambe le parti, proprio per sventare la crescente tendenza del sostegno organizzato di Israele a giocare la carta antisemita come una tattica crescente per distogliere l’attenzione pubblica dal crescente consenso sul fatto che Israele operi come uno Stato di apartheid.

Forse, nell’atmosfera del 2001, era politicamente provocatorio accusare Israele di razzismo e apartheid, sebbene, come ho cercato di dimostrare, queste accuse rivolte a Israele nel dibattito aperto a Durban non hanno mai avuto seguito nell’esito formale della Conferenza di Durban. E come è stato chiarito dai suoi sostenitori, il Processo di Durban si occupa principalmente dell’attuazione della Dichiarazione di Durban e del Programma d’azione (https://www.un.org/en/durbanreview2009/ddpa.shtml ). Nel 2021, ciò che era provocatorio vent’anni fa è stato ripetutamente confermato da valutazioni dettagliate affidabili e attendibili e indirettamente approvato dalla Legge fondamentale israeliana emanata dalla Knesset nel 2018. I punti salienti di questa dinamica si sono verificati nel corso degli ultimi cinque anni:

la pubblicazione nel marzo 2017 di uno studio accademico indipendente sponsorizzato dalla Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale (ESCWA) che ha concluso che le politiche e le pratiche israeliane costituivano una schiacciante conferma delle accuse di apartheid [“Le pratiche di Israele verso il popolo palestinese e la questione dell’apartheid”]

-il rapporto dell’ONG israeliana per i diritti umani, B’Tselem, “Un regime di supremazia ebraica da che Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è Apartheid”, 12 gennaio 2021,

-il rapporto di Human Rights Watch, “Una soglia oltrepassata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, 27 aprile 2021.

Non è più plausibile sostenere che associare il trattamento israeliano del popolo palestinese all’apartheid sia antisemita. In quanto ebreo, considero le giustificazioni israeliane per il suo comportamento nei confronti della Palestina come l’incarnazione del comportamento antisemita, che porta discredito al popolo ebraico.

Traduzione di Angelo Stefanini




Obiettrice di coscienza: “Non voglio indossare un’uniforme che simboleggia violenza e dolore”

Oren Ziv

1 settembre 2021 – +972 MAGAZINE

Shahar Perets, che è stata condannata al carcere per essersi rifiutata di arruolarsi nell’esercito israeliano, per la prima volta parla dell’incontro con i palestinesi, delle sue visite in Cisgiordania e di come la società israeliana reprime chi si trova sotto occupazione.

Martedì mattina, dopo aver comunicato il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito israeliano a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi, l’obiettrice di coscienza israeliana Shahar Perets è stata condannata a 10 giorni di carcere militare.

Perets, 18 anni, della cittadina di Kfar Yona, è una dei 60 adolescenti che a gennaio hanno firmato la Lettera degli Shministim(iniziativa denominata con l’appellativo ebraico dato agli studenti delle superiori) in cui hanno dichiarato il loro rifiuto di prestare servizio nell’esercito in segno di protesta contro le politiche di occupazione e apartheid. Nel giugno 2020, è stata una dei 400 adolescenti israeliani che hanno firmato una lettera alla leadership israeliana chiedendo di porre fine ai suoi precedenti programmi di annettere parti della Cisgiordania occupata come parte del cosiddetto piano di pace di Trump.

Martedì mattina decine di sostenitori, tra cui il deputato della Lista Unita [formata da quattro diversi partiti arabo-israeliani, ndtr.] Ofer Cassif, hanno accompagnato sia Perets che l’obiettore di coscienza Eran Aviv – che andrà per la quarta volta dietro le sbarre – presso il nucleo di reclutamento di Tel Hashomer nel centro di Israele, dove entrambi hanno detto all’esercito che non avrebbero prestato il servizio di leva. Aviv ha trascorso un totale di 54 giorni nel carcere militare per essersi rifiutato di prestare servizio nell’esercito. Perets e Aviv sono stati condannati ciascuno a 10 giorni dietro le sbarre. Dopo essere stati rilasciati dovranno tornare al centro di reclutamento e ripetere la procedura fino a quando l’esercito non deciderà di congedarli.

Il servizio di leva è obbligatorio per la maggior parte degli ebrei israeliani

Anche il padre di Shahar, Shlomo Perets, che è stato in prigione quattro volte per essersi rifiutato di prestare servizio militare in Libano e nei territori occupati, era lì per sostenere sua figlia. Queste sono le sue scelte, fa quello che ha deciso con coscienza, scrupolo e voglia di cambiamento. La sostengo e spero che riesca a non fare le cose che vanno contro i suoi principi e rifiuti di essere ciò che non è”.

Nei giorni precedenti alla sua condanna ho parlato con Perets delle ragioni del suo rifiuto, delle sue visite nei territori occupati e di cosa intenda portare con sé in prigione.

“Ho deciso di rifiutare [il servizio di leva] dopo aver partecipato in terza media a un incontro tra palestinesi e israeliani in un campo estivo”, mi ha detto Perets. Ho fatto la conoscenza di amici palestinesi, ho capito che non voglio ferirli, non voglio incontrarli da soldatessa e diventare il loro nemico. Non voglio prendere parte a un sistema che li opprime quotidianamente».

Che esperienze hai fatto in seguito a quel primo incontro con dei palestinesi?

Ho preso coscienza di ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Ho iniziato a conoscere meglio le realtà della vita palestinese e ho preso la decisione di non arruolarmi e di farlo pubblicamente”.

Le tue visite in Cisgiordania ti hanno aiutata a prendere la decisione sul rifiuto?

Sono stata in giro e ho anche partecipato a tutti i tipi di attività, tra cui il volontariato e l’aiuto agli agricoltori [palestinesi] nelle colline del sud di Hebron e la raccolta delle olive nella Cisgiordania settentrionale.

E’ un’esperienza difficile, ritorno sempre stravolta. Sta succedendo qualcosa di brutto e deve finire. Passare dall’osservazione di foto o dall’ascolto di testimonianze alla valutazione in loco è sconvolgente. Vedere gli insediamenti coloniali dove i bambini vengono attaccati mentre vanno a scuola. Vedere i luoghi che i palestinesi non possono raggiungere, ad esempio nelle colline a sud di Hebron nell’area C [sotto il pieno dominio militare israeliano].

Ho preso la decisione ben prima di trovarmi in Cisgiordania, ma è chiaro che vedere i soldati e i coloni in piedi davanti ai palestinesi mi ha chiarito che non voglio essere uno di quei soldati, non voglio indossare questa uniforme, che simboleggia la violenza e il dolore dell’esperienza dei palestinesi”.

Nell’ultimo anno hai parlato con molti adolescenti mentre ti preparavi a pubblicare la Lettera Shministim. Che tipo di reazioni hai avuto?

La risposta iniziale è sempre un po’ di timore, dal momento che nella maggior parte dei circoli di ragazzi e ragazze, nei movimenti giovanili e nelle scuole non c’è una discussione critica sull’esercito, sul reclutamento e sull’occupazione .

Sia i miei amici più intimi che la cerchia dei conoscenti sono rimasti sorpresi. La gente non sapeva che c’era un’opzione per non arruolarsi. Allo stesso tempo molti adolescenti, ragazzi e ragazze, potrebbero improvvisamente ritrovarsi su qualcosa, firmare la lettera. Voglio credere che questi incontri siano efficaci. Che diano [alle persone] molta forza e una vera alternativa.

Speri che il tuo rifiuto permetta agli adolescenti di vedere un’altra opzione?

Gli adolescenti incontrano i palestinesi per la prima volta da soldati, quando indossano uniformi e imbracciano armi. È chiaro che se ci fossero stati degli incontri con palestinesi a scuola o conversazioni sulla narrativa palestinese, le cose sarebbero andate diversamente.

Ovviamente questo fa parte della politica del sistema, dello stesso desiderio di dividere, di creare una realtà di ‘nemici’ e ‘terroristi’, invece di guardare tutti coloro che vivono qui – palestinesi e israeliani – e dire viviamo e creiamo sicurezza per tutti. Non facciamoci del male, smettiamo di uccidere e di essere uccisi».

Come ha reagito la tua famiglia?

Nel complesso sia i miei amici che la mia famiglia mi stanno davvero a fianco. Ovviamente non tutti sono contenti che io vada in prigione. È strano rispondere alla domanda “Qual è la prossima cosa che farai?” Tra una settimana andrò in prigione. Penso che chi mi è più vicino sia stato in grado di comprendere il mio rifiuto.

C’è il desiderio di trasmettere un messaggio anche ai palestinesi?

[Il messaggio è che] sebbene il movimento del rifiuto sia in minoranza, esiste e ha un’influenza. Alcune persone non sono disposte a contribuire a ciò che sta accadendo, resistono e agiscono in modo che gli altri sappiano [cosa sta accadendo].

Negli ultimi 50 anni gli adolescenti hanno pubblicato numerose lettere in cui hanno annunciato il loro rifiuto di partecipare al servizio militare sia nei territori occupati che in generale. La prima lettera Shministim è stata pubblicata nel 1970 nel bel mezzo della guerra di logoramento tra Israele ed Egitto. La lettera Shministim pubblicata quest’anno è stata firmata da adolescenti che ci si aspetta finiscano dietro le sbarre o che altrimenti vengano esentati.

Peretz inizialmente ha intrapreso la procedura di arruolamento, ma si è fermata a metà e ha scelto di non richiedere un esonero dall’esercito.

“Ho deciso di non andare davanti al comitato per gli obiettori di coscienza, a una commissione medica o all’ufficiale dell’esercito per la salute mentale”, afferma Perets, “perché è importante per me rispettare i miei principi e non creare l’impressione che sia io il problema e che dovrei essere esentata [dal servizio]. Ho scelto di andare in prigione e partecipare a una campagna perché spero che raggiunga il maggior numero di persone. Spero che attraverso il mio rifiuto le persone riflettano sulla loro posizione in questa realtà”.

Pensi che oggi le persone, soprattutto adolescenti, non sappiano cosa sta succedendo nei territori occupati? Oppure lo sanno e scelgono di rimuoverlo?

Esiste una dimensione molto ampia della rimozione; la gente non sa o sa e non lo vuole riconoscere. La rimozione non sempre è un nostro difetto, è del ministero dell’Istruzione, del governo, di tutti i tipi di altre organizzazioni che non ne parlano [dell’occupazione]. Le lezioni di storia non parlano della narrazione palestinese. Ovviamente questo scoraggia le persone. Le persone si mettono fortemente sulla difensiva quando dico loro che non ho intenzione di arruolarmi. Lo prendono sul personale e si arrabbiano. Ciò proviene chiaramente da una qualche riluttanza a confrontarsi.

Come ti stai preparando per il carcere?

Negli ultimi tre anni ho fatto parte di una rete di donne che si rifiutano di prestare il servizio militare. Ho potuto discutere e riflettere su ciò che sta accadendo in prigione. Prima della mia prigionia, ho parlato con obiettori di coscienza che sono stati in carcere. Mi hanno aiutato a mettere insieme le liste delle cose da portare. Porterò molti libri, sudoku e album da colorare. Ho iniziato a studiare l’arabo, quindi porterò qualche quaderno per continuare a esercitarmi, se me lo permetteranno”.

Come funziona in pratica la procedura di rifiuto? Cosa succede il giorno del reclutamento?

Arriverò al centro di reclutamento delle IDF [forze di difesa israeliane: l’esercito israeliano, ndtr.] e rifiuterò di passare attraverso il percorso di arruolamento. Questo è il primo confronto con il sistema. Da lì sarò inviata a tutte le categorie di ufficiali per ogni sorta di conversazioni e tentativi di persuasione finché non capiranno [la mia posizione]. Ci sarà un processo nello stesso centro, dove decideranno la mia condanna [di solito tra 10 giorni e due settimane]. Dopo il processo sarò trattenuta in stato di detenzione fino a quando non sarò trasferita in carcere.

Dopo il mio rilascio rifiuterò di nuovo e subirò quindi un altro processo e sarò rispedita in prigione. So che è quello che farò nei prossimi mesi. Festeggerò il mio 19esimo compleanno in carcere”.

Oren Ziv è un fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills [gruppo di fotoreporter israeliani, palestinesi e internazionali impegnati contro oppressione, razzismo e discriminazione, ndtr.] e giornalista della redazione di Local Call [sito internet di informazione in lingua ebraica che fa capo alla redazione di +972, ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e gli insediamenti, sugli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulle battaglie a favore della libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Opinione: il primo ministro israeliano non cerca un cambiamento. Vuole solo maggiore copertura per l’apartheid e la colonizzazione.

Noura Erakat

26 agosto 2021 – Washington Post

Questa settimana il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha fatto una serie di incontri a Washington, incontrandosi con funzionari dell’amministrazione Biden (un colloquio alla Casa Bianca è stato rinviato a causa degli attacchi all’aeroporto di Kabul). Entrambe le parti sperano di ristabilire i rapporti tra gli USA e Israele dopo quattro anni in cui l’ex-presidente Trump ha sfacciatamente promosso gli interessi espansionistici di Israele senza la parvenza progressista delle passate amministrazioni USA. La sinergia tra Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha evidenziato la natura farsesca del processo di pace e rafforzato una crescente divisione di parte tra i democratici e i repubblicani riguardo a Israele.

Tuttavia, nonostante il loro massimo impegno per nascondere la realtà – la colonizzazione israeliana di insediamento sulla terra palestinese e il regime di apartheid imposto per consolidare queste appropriazioni di territorio e rafforzare la supremazia ebraica – nessuna operazione di pubbliche relazioni o manipolazione della realtà può cambiare quanto avviene sul terreno o le tendenze che stanno allontanando gli americani da Israele a favore del sostegno alla libertà dei palestinesi.

In politica niente è cambiato. Nei suoi primi otto mesi in carica Biden ha approvato la maggior parte delle iniziative più discutibili di Trump, compresi lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, l’opposizione all’inchiesta della Corte Penale Internazionale sulle azioni di Israele e l’adozione dell’estremamente problematica definizione di antisemitismo che confonde le critiche contro Israele con il fanatismo antiebraico.

Biden si è categoricamente opposto a qualunque condizionamento dell’aiuto militare a Israele in base alle violazioni dei diritti umani e ha ordinato ai suoi funzionari di lottare contro il movimento di base per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a favore dei diritti dei palestinesi, che si ispira ai movimenti per i Diritti Civili [negli USA, ndtr.] e contro l’apartheid in Sudafrica. In maggio, durante il bombardamento israeliano di Gaza che ha ucciso più di 250 palestinesi, tra cui 12 famiglie cancellate dall’anagrafe, Biden ha resistito a ripetute richieste all’interno del suo stesso partito per sollecitare pubblicamente Israele a interrompere le violenze.

Da parte sua Bennett è ansioso di presentarsi al principale sponsor di Israele e al mondo. Vuole distinguersi da Netanyahu, sotto il quale e al cui fianco ha lavorato per molti anni, nel tentativo di compiacere i sionisti progressisti USA, che sono alla disperata ricerca di una foglia di fico per sostenere la loro negazione riguardo all’esistenza dell’apartheid israeliano.

Tuttavia Bennett è, se possibile, persino più estremista di Netanyahu. Bennett è stato a capo del Consiglio Yesha, la principale organizzazione che rappresenta i coloni, e si è opposto senza riserve a uno Stato palestinese. In base all’accordo che tiene insieme la sua coalizione, il nuovo governo “incentiverà in modo significativo la costruzione a Gerusalemme,” comprese le colonie a Gerusalemme est, e, secondo informazioni, ha promesso ai capi dei coloni che non ci sarà un blocco delle colonie neppure nel resto della Cisgiordania.

Cosa forse ancor più allarmante, Bennett ha iniziato a cambiare lo status quo nel venerato complesso della moschea del nobile santuario, noto agli ebrei come Monte del Tempio, per consentire agli ebrei di pregarvi. Dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha vietato agli ebrei di pregare sul Nobile Santuario perché molte autorità religiose ebraiche vi si sono opposte per ragioni teologiche e per evitare di provocare tensioni con i musulmani. Ora con Bennett ciò sta cambiando, con conseguenze potenzialmente disastrose non solo per la regione.

Come parte di questo piano per presentare una nuova immagine, Bennett sta cercando di “ridimensionare il conflitto” rendendo più tollerabili le condizioni dei palestinesi con la prosecuzione della dominazione israeliana, proprio come la visione di Trump per una “pace economica”. Questo approccio riguarderà anche l’esaltazione come modelli per la pace degli Accordi di Abramo, il riconoscimento reciproco tra Israele e regimi autoritari sostenuti dagli USA. Bennett probabilmente appoggerà un incremento degli aiuti USA all’Autorità Nazionale Palestinese, che è parte dell’apparato di sicurezza israeliano: proprio di recente essa ha arrestato decine di difensori dei diritti umani palestinesi nel tentativo di reprimere il dissenso.

Biden è altrettanto ansioso di accogliere Bennett e una versione modificata delle politiche di contenimento di Trump. Egli rappresenta la vecchia guardia del Partito Democratico, che ha perso i contatti con gli elettori democratici e con l’opinione pubblica degli USA in generale. I sondaggi mostrano sistematicamente che gli americani di tutto lo spettro politico vogliono che gli USA siano più corretti e imparziali quando si tratta di Israele e dei palestinesi.

Questo spostamento dell’opinione pubblica statunitense è stato chiaramente evidente lo scorso maggio, quando gli americani hanno occupato le reti sociali e sono scesi in piazza in numero senza precedenti per chiedere la fine dell’attacco israeliano contro Gaza e un cambiamento della politica USA nella regione. Con un altro segno dei tempi, la popolare marca di gelati Ben & Jerry ha annunciato che smetterà di vendere gelati nelle colonie israeliane, una decisione che ha sostenuto benché le più alte cariche del governo israeliano abbiano vilmente accusato l’azienda di antisemitismo.

In ogni caso, quando Biden e Bennett si incontreranno alla Casa Bianca, i palestinesi figureranno al massimo come ombre. Ciò è particolarmente insultante alla luce del continuo movimento di protesta dell’Intifada Unita e una testimonianza del fatto che un cambiamento necessario non avverrà dall’alto verso il basso. Nel prossimo futuro probabilmente Israele sarà il suo stesso peggior nemico, in quanto insiste a sostenere che il suo regime di suprematismo razziale è una forma corretta di liberazione nazionale, e probabilmente gli Stati Uniti saranno l’ultima tessera a cadere come fu nel caso della lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Noura Erekat è avvocatessa per i diritti umani e docente associata dell’università Rutgers [prestigiosa università statunitense, ndtr.]. È autrice di “Justice for Some: Law and the Question of Palestine” [Giustizia per qualcuno: la legge e la questione della Palestina].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La nostra arte si occupa di ingiustizie reali, alcune in Palestina: non sorprende abbia incontrato ostilità

Forensic Architecture

20 agosto 2021 – The Guardian

La nostra lotta per ripristinare un’affermazione nella mostra a Manchester in realtà riguarda cosa si può o non può dire negli spazi culturali

A Manchester mercoledì 18 manifestanti si sono ripresi una delle principali istituzioni culturali della città. Nonostante la pioggia, attivisti filo-palestinesi si sono radunati davanti al portone chiuso della galleria d’arte Whitworth, parte dell’università di Manchester. È stato grazie alla loro azione insistente e a 13.000 lettere inviate alla galleria, che è stata ripristinata una parte della nostra mostra, la dichiarazione scritta intitolata: “Forensic Architecture [Architettura forense] sta dalla parte della Palestina”. La mostra che dietro nostre insistenze era stata chiusa dopo la rimozione unilaterale dell’enunciato, è ora riaperta.

Sabato 15 agosto un post sul blog del sito web dell’organizzazione UK Lawyers for Israel [Giuristi Britannici per Israele] (UKLFI) aveva annunciato che, in seguito al loro intervento, la frase era stata rimossa dalla nostra mostra, “Cloud Studies” [Studi di Nubi]. Quando l’abbiamo appreso non ci siamo poi molto sorpresi. Lo stesso gruppo aveva già criticato una dichiarazione di solidarietà con i palestinesi pubblicata a giugno sul sito della Whitworth ed era riuscito a convincere l’università a toglierla. E questo non era per niente il primo attacco da parte di UKLFI contro di noi come organizzazione. Nel 2018, quando siamo stati nominati per il Turner Prize [prestigioso premio britannico di arte contemporanea, ndtr.], l’UKLFI aveva sollecitato la Tate [noto complesso museale britannico, ndtr.] a non consegnarci il premio adducendo il motivo ridicolo che i documenti che avevamo pubblicato sulla Palestina equivalevano a “una moderna ‘accusa del sangue’ [accusa antisemita diffusa dall’XI secolo secondo cui alcuni ebrei berrebbero sangue infantile per compiere riti di magia nera, ndtr.] che avrebbe potuto promuovere antisemitismo e attacchi contro gli ebrei”.

Forensic Architecture non è esattamente un collettivo di artisti come qualcuno ci descrive. Siamo piuttosto un gruppo universitario di ricerca che opera in tutto il mondo con comunità in prima linea nei conflitti. Noi sviluppiamo tecniche e strumenti architettonici per raccogliere prove delle violazioni dei diritti umani da usare nelle aule di tribunali nazionali e internazionali, in inchieste parlamentari, tribunali per i diritti dei cittadini, forum di comunità, istituzioni accademiche e media. Noi esponiamo i risultati delle nostre ricerche anche in gallerie e musei quando altri siti affidabili sono inaccessibili.

Perciò, seppure sorpresi dalla nomina del Turner Prize, abbiamo scelto di usare la piattaforma per rivelare le affermazioni ufficiali israeliane sull’uccisione del beduino palestinese Yaakub Abu al-Qi’an per mano di poliziotti israeliani il 18 gennaio 2017. Abbiamo collaborato con gli abitanti del villaggio palestinese Umm al-Hirane e con attivisti per redigere un’inchiesta che collettivamente smentisce l’affermazione dei poliziotti israeliani secondo cui al-Qi’an era un “terrorista” e al contrario svela l’uccisione efferata e il rozzo tentativo di occultarla. Era difficile contestare le conclusioni dell’inchiesta e persino l’allora primo ministro di estrema destra, Benjamin Netanyahu, è stato alla fine costretto a scusarsi per l’omicidio.

Il nostro lavoro rivela l’avvento di un nuovo tipo di arte politica, meno interessata a commentare che a intervenire in contesti politici. È con questo spirito che abbiamo esposto Cloud Studies alla Whitworth. Il titolo si riferisce alla comparsa della meteorologia nel diciannovesimo secolo con il lavoro combinato di scienziati e artisti, ma, invece di occuparsi del tempo, la mostra mappa le odierne nubi tossiche: dai gas lacrimogeni negli USA, in Palestina e in Cile, agli attacchi chimici in Siria, a quelli prodotti dalle industrie estrattive in Argentina, alle nuvole di CO2 create dagli incendi nelle foreste in Indonesia.

Un elemento chiave della mostra è il nostro studio sul razzismo ambientale in Louisiana, nello specifico sul “corridoio petrolchimico” intensamente industrializzato lungo il fiume Mississippi, fra Baton Rouge e New Orleans. Gli abitanti delle comunità, a maggioranza nera, che vivono nei pressi di questi impianti respirano una delle arie più tossiche del Paese e registrano i numeri più elevati di casi di tumore.

A maggio, mentre stavamo lavorando alla mostra, è cominciata la serie più recente di attacchi israeliani contro Gaza. Abbiamo seguito da vicino collaboratori, amici ed ex dipendenti a Gaza e altrove in Palestine che ci mandavano in tempo reale immagini orribili delle distruzioni che le forze armate israeliane stavano arrecando alle loro case e aziende. Mentre assistevamo al sorgere di nubi tossiche sopra gli stabilimenti chimici bombardati di Beit Lahia ci sembrava di vedere una rappresentazione dal vivo dei nostri ‘Studi di nubi’.

Gli attacchi si sono estesi anche a istituzioni artistiche: l’artista Emily Jacir, nostra cara amica palestinese, ci ha mandato video del raid dell’esercito israeliano contro Dar Jacir, uno spazio indipendente e vitale gestito da artisti a Betlemme.

La nostra dichiarazione, la cui inclusione nella mostra era stata approvata in fase di progettazione dai curatori della Whitworth, è stata scritta mentre si svolgevano questi attacchi. Abbiamo usato termini come “pulizia etnica” e “apartheid” per descrivere le politiche del governo israeliano in Palestina perché descrivono la realtà della vita palestinese, sono in linea con il linguaggio delle principali organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani e sono naturalmente state usate in Palestina per decenni. Analogamente il termine “colonialismo di insediamento” è stato usato estensivamente dagli studiosi per descrivere le politiche israeliane in Palestina. Se tali termini sono offensivi, essi sono ancora più offensivi per quelli che sperimentano quotidianamente l’impatto di tali politiche. Le università devono essere luoghi dove tali categorie possono essere presentate, sviluppate e discusse e la nostra battaglia per ripristinare la dichiarazione riguardava in realtà quello che si può dire in un contesto accademico e culturale.

Compiacere gruppi come UKLFI, un’organizzazione che ha ospitato un evento pubblico a cui era presente Regavim, l’organizzazione israeliana di coloni di estrema destra che sostiene la demolizione delle case dei palestinesi, non è solo una violazione del principio della libertà di espressione, ma mostra anche un’assenza di integrità morale. Il nostro è solo un caso, e non uno degli esempi più significativi, della campagna di diffamazione e di attacchi giuridici contro artisti e intellettuali palestinesi, molti dei quali subiscono la repressione per mano delle autorità di occupazione israeliane, e censura e restrizioni della loro libertà di espressione a livello internazionale. Secondo noi la campagna di UKLFI per screditare Forensic Architecture fa parte di questi tentativi di far tacere e intimidire. Il fatto che uno sforzo concertato sia riuscito a ribaltare la posizione dell’Università di Manchester dimostra che a tali azioni si può opporre una resistenza a livello collettivo.

Questa lotta alla Whitworth ha anche qualcosa da dire ai responsabili delle politiche culturali: mentre le gallerie si orientano sempre di più ad ospitare arte politica, allo stesso modo istituzioni e l’opinione pubblica non dovrebbero essere sorpresi quando l’arte politica è, appunto, politica.

Forensic Architecture è un’organizzazione di ricerca che indaga violazioni di diritti umani, inclusa la violenza commessa da Stati, forze di polizia, militari e corporazioni.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ebrei israeliani chiedono: Basta con l’apartheid israeliano. Lettera aperta alla comunità internazionale

#IsraelisAgainstApartheid

Agosto 2021

Noi, ebrei israeliani, ci opponiamo alle azioni del governo israeliano e quindi dichiariamo il nostro impegno ad agire contro di esse. Ci rifiutiamo di accettare il regime suprematista ebraico e chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente in difesa dei palestinesi a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, in Galilea, nel Negev, a Lydda, Giaffa, Ramleh, Haifa e in tutta la Palestina storica.

Il suprematismo ebraico è la pietra angolare del regime israeliano e il suo coerente obiettivo è espellere e cancellare il popolo palestinese, la sua storia e la sua identità nazionale. Questo obiettivo si manifesta in continui atti di pulizia etnica mediante sfratti e demolizioni di case, brutale occupazione militare, negazione dei diritti civili e umani ed emanazione di una serie di leggi razziste culminate nella legge Stato-Nazione, che definisce lo Stato come “lo Stato Nazione del popolo ebraico ”, e solo di quest’ultimo.

Tutto ciò costituisce di fatto un regime di apartheid che crea aree simili a bantustan e ghetti per le comunità native palestinesi. Crediamo che il sionismo sia un principio di governo non etico che porta intrinsecamente a un regime di apartheid razzista che per oltre settanta anni ha commesso crimini di guerra e negato ai palestinesi i diritti umani fondamentali. Tali crimini e violazioni includono: la distruzione di centinaia di città e villaggi e il loro spopolamento di 750.000 palestinesi nel 1948, impedendo nel contempo attivamente il ritorno dei rifugiati; l’espropriazione sistematica delle terre dei palestinesi e il loro trasferimento a proprietari ebrei sotto gli auspici dello Stato; l’occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan e la messa in pratica di un regime militare colonizzatore, che governa su milioni di palestinesi; la graduale annessione dei territori occupati nel 1967 con una violenta operazione di ingegneria demografica; l’assedio in corso contro la Striscia di Gaza e i persistenti massacri della popolazione di Gaza da parte dell’aviazione israeliana; la persecuzione politica dei palestinesi in tutta la Palestina e l’incitamento in corso contro la leadership politica e la società in generale. Tutte queste atrocità hanno luogo a causa dell’impunità di cui Israele gode da parte della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti.

Nelle ultime settimane, il governo israeliano ha aumentato i suoi tentativi di impossessarsi di case palestinesi a Gerusalemme Est (specialmente nel quartiere di Sheikh Jarrah) e ospitarvi coloni ebrei con l’obiettivo di completare l’ebraizzazione della città iniziata nel 1967. Durante il mese di Ramadan le forze israeliane hanno intensificato il loro violento assalto al complesso della moschea di Al Aqsa, dando ai coloni il via libera per vandalizzare e aggredire fisicamente i palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme e in tutti i territori del ’48. Folle di coloni agiscono sotto l’egida della polizia israeliana e in coordinamento con essa. I media israeliani stanno partecipando alla sfrenata istigazione contro i cittadini arabi di Israele. Di conseguenza, le bande di ebrei godono dell’impunità per la loro violenza, mentre centinaia di cittadini palestinesi di Israele vengono arrestati per aver protetto le proprie case e comunità, o semplicemente per essere stati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Di tanto in tanto Israele commette un ulteriore massacro contro la popolazione del ghetto di Gaza, rifiutando iniziative e proposte di cessate il fuoco con le organizzazioni palestinesi nella Striscia di Gaza e continuando con la distruzione di quartieri residenziali nella Striscia di Gaza e con il brutale assedio imposto contro circa due milioni di persone.

Come individui che si trovano dalla parte dell’oppressore e che hanno cercato per anni di spostare l’opinione pubblica in Israele al fine di cambiare dalle fondamenta l’attuale regime, siamo da molto tempo giunti alla conclusione che è impossibile cambiare il regime suprematista ebraico senza un intervento esterno.

Chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente per fermare le attuali aggressioni israeliane, di accogliere le richieste del movimento palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, di agire per l’attuazione del diritto al ritorno dei palestinesi e per realizzare la giustizia storica, di raggiungere una soluzione giusta e democratica per tutti, basata sulla decolonizzazione della regione e sulla fondazione di uno Stato di tutti i suoi cittadini.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

#IsraelisAgainstApartheid

  1. Ruchama Marton

  2. Reuven Abergel

  3. Anat Matar

  4. Orly Noy

  5. Yehouda Shenhav

  6. Ilan Pappe

  7. Moshé Machover 

  8. Rela Mazali

  9. Prof. Emmanuel Farjoun

  10. Ronit Lentin

  11. Marcelo Svirsky

  12. Hannah Safran

  13. Michel Warshawski

  14. Jeff Halper

  15. Hanna Zohar

  16. Eyal Sivan

  17. Melissa Danz

  18. Tal Dor

  19. Aya Kaniuk

  20. Shiri Eisner

  21. Shaul Tcherikover

  22. Rana Saba

  23. Esther Rapoport

  24. Yossef Mekyton

  25. Revital Sella

  26. Haley Firkser

  27. Michal Raz

  28. Avi Liberman

  29. Amitai Ben-Abba

  30. Shlomo Owen

  31. Shmuel Merzel

  32. Maayan Geva

  33. Hillel Garmi

  34. Zohar Atai

  35. Dina Hecht

  36. Naama Farjoun

  37. Ehud Shem Tov

  38. Daniel Roe

  39. Neta Golan

  40. Guy Avni

  41. Daniella Cramer

  42. Yonatan Shapira

  43. Einat Weizman

  44. Tali Shapiro

  45. Tom Pessah

  46. Keren Assaf

  47. Ofer Neiman

  48. Tami Dynes

  49. Guy Hirschfeld

  50. Tsipi Erann

  51. Aryeh Miller

  52. Vardit Shalfy

  53. Or Ben David

  54. Haim Schwarczenberg

  55. Oren Feld

  56. Shira Havkin

  57. Oneg Ben Dror

  58. Rosana Berghoff

  59. Lirona Rosenthal

  60. Dror Shohet

  61. Guy Gillor

  62. Adi Shosberger

  63. Imri Hen

  64. Nuni Tal

  65. Dalit Baum

  66. Yoko Ram Chupak

  67. Maxine Kaufman-Lacusta

  68. Yael Shomroni

  69. Bilha Golan Sündermann

  70. Noa Shaindlinger

  71. Noa Friehmann

  72. Yom Shamash

  73. Abigail Szor

  74. Ronnen Ben-Arie

  75. ayA Zamir

  76. Connie Hackbarth

  77. Adi Moreno

  78. Yasmine Halevi

  79. Kobi Snitz

  80. Alexander Eyal

  81. Ronen Wolf

  82. Anat Elzam

  83. Robert Nathan Suberi

  84. Oshra Bar

  85. Liat Rosenberg

  86. Shaindy Ort

  87. Ari Libero

  88. Shai Ilan

  89. Yasmin Eran- Vardi

  90. Miri Barak

  91. Tamar Selby

  92. Elian Weizman

  93. Aliza Dror

  94. Ruti Lavi

  95. Michal Sapir

  96. Ayala Levinger

  97. Daphna Baram

  98. Yudit Ilany

  99. Odeliya Matter

  100. Yaniv Shachar

  101. Ofra Yeshua-Lyth

  102. Moshe Eliraz

  103. Elfrea Lockley

  104. Iris Hefets

  105. Oriana Weich

  106. Reut Ben-Yaakov

  107. Doaa Abunasa

  108. Yoram Blumenkranz

  109. Tia Levi

  110. Bosmat Gal

  111. Rachel Beitarie

  112. Udi Raz

  113. Yael Friedman

  114. Alon Marcus

  115. Jasmin Wagner

  116. Orna Akad

  117. Avi Berg

  118. Inna Michaeli

  119. Galit Naaman

  120. Sharona Weiss

  121. Aya Breuer

  122. Tal Janner-Klausner

  123. Eran Torbiner

  124. Vered Bitan

  125. Pnina Werbner

  126. Irit Rotmensch

  127. Eliana Ben-David

  128. Mike Arad

  129. Karen Zack

  130. Adi Liraz

  131. Nadav Franckovich

  132. Irit Segoli

  133. Maya Reggev

  134. Yam Nir-Bejerano

  135. Abey Mizrahi

  136. Hadas Leonov

  137. Tair Borchardt

  138. Yehudith Harel

  139. Yael Politi

  140. Itamar Shapira

  141. Regev Nathansohn

  142. Liad Kantorowicz

  143. David Benarroch

  144. Uri Gordon

  145. Zohar Efron

  146. Reuben Klein

  147. Yisrael Puterman

  148. Erica Melzer

  149. Yaara Benger Alaluf

  150. Anat Guthman

  151. Erella Grassiani

  152. Daniel Palanker Chas

  153. Einat Podjarny

  154. Yael Lerer

  155. Ya’ara Peretz

  156. Shirli Nadav

  157. Lihi Joffe

  158. Danielle Parsay

  159. Adi Winter

  160. Daphna Westerman

  161. Tslil Ushpiz

  162. Ella Janatovsky

  163. Nily Gorin

  164. Ora Slonim

  165. Rachel Hagigi

  166. Nahed Ghanayem

  167. Maayan Ashash

  168. Ruth Rosenthal

  169. Debby Farber

  170. Nicole Schwartz

  171. Sahar Vardi

  172. Hilla Dayan

  173. Rana Sawalha

  174. Galit Saporta

  175. 0-Michaela Reisin

  176. Adi Golan Bikhnafo

  177. Sharon Avraham

  178. Noa Roei

  179. Elliot Beck

  180. Jair Straschnow

  181. Haim Bresheeth-Zabner

  182. Amir Vudka

  183. Alma Ganihar

  184. Atalia Israeli Nevo

  185. Itamar Liebergall

  186. Jonathan Pollak

  187. Livnat Konopny Decleve

  188. Yanai Himelfarb

  189. Sigal Ronen

  190. Merav Devere

  191. Shiri Wilk Nader

  192. Dror K Levi

  193. Yael Perlman

  194. Laurent Schuman

  195. Ferial Himel

  196. Ester Nili Fisher

  197. Abo Kouder Gaber

  198. Ur Shlonsky

  199. Rachel Giora

  200. Judit Druks

  201. Miri Michaeli

  202. Tal(y) Wozner

  203. Meir Amor

  204. Souraya Abeid

  205. Alon Benach

  206. Roni Gechtman

  207. Rahel Wachs

  208. Anat Rosenblum

  209. Yoav Beirach

  210. Dorit Naaman

  211. Noa Vidman

  212. Dror Dayan

  213. Ruthie Pliskin

  214. Yaara Shaham

  215. Inbar Tamari

  216. Herzl Schubert

  217. Assif Am-David

  218. Nadia Cohen

  219. Rachel Yagil

  220. Rani Nader Wilk

  221. Gony Halevi

  222. Tamar Katz

  223. Chagit Lyssy

  224. Sam Shtein

  225. Michal Baror

  226. Doron Ben David

  227. Miki Fischer

  228. Zhava Grinfeld

  229. Aviya Atai

  230. Nimrod Ronen

  231. Judith Tamir

  232. Yotam Ben-David

  233. Alex Cohn

  234. Avital Barak

  235. Maayan Vaknin

  236. Tamar Yaron

  237. Orit Ben David

  238. Maia Bendersky

  239. Oran Nissim

  240. Roni Tzoreff

  241. Udi Adiv

  242. Lilach Ben David

  243. Ayelet Yonah Adelman

  244. Tal Berglas

  245. Ronit Milano

  246. Terry Greenblat

  247. Mie Shamir

  248. Oren Lamm

  249. Ayelet Politi

  250. Udi Aloni

  251. Hava Ortman

  252. Liat Hasenfratz

  253. Marie Berry

  254. Revital Elkayam

  255. Asaf Calderon

  256. Nitza Aminov

  257. Isaac Johnston

  258. Amos Brison

  259. Michael Treiger

  260. Hadas Binyamini

  261. Sirli Bahar

  262. Ron Naiweld

  263. Maria Chekhanovich

  264. Yehonatan Chekhanovich

  265. Lisa Kronberg Chitayat

  266. Moriah Lavey

  267. Guy Yadin Evron

  268. Eran Efrati

  269. Zohar Weiss

  270. Orit Zacks

  271. Arielle Bareket

  272. Sarah Raanan

  273. Dana Dahdal

  274. Zvi Gaster

  275. Raz BDV

  276. Emad Housary

  277. Mika Zacks

  278. Dorit Argo

  279. Lorraine Evrard

  280. Micha Kaplan Chetrit

  281. Hadar Kleiman

  282. Talma Bar-Din

  283. Orit Friedland

  284. Tali keren

  285. Oded Carmi

  286. Hadas Rivera-Weiss

  287. Avi Blecherman

  288. Lior wachtel

  289. Avi Greenman

  290. Dina Leibermann

  291. Zurqab Razaq

  292. Tamir Sorek

  293. Oded Jacob

  294. Itamar Avraham Cohen Scali

  295. Chen Israel

  296. Rand Warren Aronov

  297. Gila Avni

  298. Bekah Wolf

  299. Alon Lapid

  300. Ehud Kotegro

  301. Entissar kharoub

  302. Lotem Zabinski

  303. Shai Carmeli Pollak

  304. Yael Admoni

  305. Hen Levi

  306. Shahar Tsameret

  307. Elik Nir

  308. Nir Nader

  309. Zoe Gutzeit

  310. Ossi Ron

  311. Raanan Alexandrowicz

  312. Sima Sason

  313. Ehud Sivosh

  314. Elías Deik Halabi

  315. Ben Gershovitz

  316. David Kortwa

  317. Gina Ben David

  318. Liel Green

  319. Evyatar shamir

  320. Tom Mosek

  321. Yael rozanes

  322. Anna Fox

  323. Ruhama Weiss

  324. Tirtza Tauber

  325. David Nir

  326. Coral Cohen

  327. Ayoub mohareb

  328. Daniel Roth

  329. Oz Shelach

  330. Rona Even Merrill

  331. Anat Biletzki

  332. Shachaf Polakow

  333. Michael Kaminer

  334. Yaffit Windler

  335. Maya Wind

  336. Max Somerstein

  337. Hillel Barak

  338. Yaron Ben-Haim

  339. Ori Goldberg

  340. Milan Shiff

  341. Sivan Ben-Hayun

  342. Elana Wesley

  343. Tali Baram

  344. Hannah Goldman

  345. Ronen Meshulam

  346. Rotem Bahat

  347. Toviel Rose

  348. Miriam Meir

  349. Sivan Tal

  350. Naama Golan

  351. Ruth Lackner Hiller

  352. Afia Begum

  353. Gaia Beirak

  354. Assa Doron

  355. Ze’ev Ionis

  356. Mira Khazzam

  357. Matan S. Cohen

  358. Smadar Carmon

  359. Amira Tasse

  360. Shelly Yosha

  361. Tal Frieden

  362. Shai Shabtai

  363. Leah Even Chorev

  364. Reva Damir

  365. Iris Stern Levi

  366. Wael Sayej

  367. Ronit Marian Kadishay

  368. Freda Guttman

  369. Diana Dolev

  370. Annelien Kisch-Kroon

  371. Debbie Eylon

  372. Galit Eilat

  373. Daniel Gagarin

  374. Eyal Mazor

  375. Yael Messer

  376. Omri Goren

  377. Rachel Hayut

  378. Daphne Banai

  379. Nadav Harari

  380. Kamal Manzur

  381. Meital Yaniv

  382. Yudit Yahav

  383. Elisheva Gavra

  384. Dalia Sachs

  385. Angela Godfrey-Goldstein

  386. Shlomo Perets

  387. Idit Nathan

  388. Haim Yacobi

  389. Edna Gorney

  390. Hilla Kerner

  391. Naomi Raz

  392. Nir Lutati

  393. Daniel Ayzenberg

  394. Hava halevi

  395. Rona Sela

  396. Racheli Bar-Or

  397. Ruti Kantor

  398. Ayelet ophir

  399. Noki Olchovski

  400. Nina Jawitz

  401. Ma’ayan Levi

  402. Effi Ziv

  403. Reshef Agam-Segal

  404. Rami Heled

  405. Dalit Fresco

  406. Mirit Barashi

  407. Ido Even Paz

  408. Yoel Lion

  409. Michal Margaliot

  410. Tali Bromberg

  411. Sharon Cohen

  412. Hilla Bar-om

  413. Yuval Tenenbaum

  414. Lilit Bartana

  415. Gilad Nir

  416. Yael Gvirtz

  417. Namer Golan

  418. Ofir Shahar

  419. Maya Herman

  420. Guy Ronen

  421. Gidon Raz

  422. Ron Barkai

  423. Assaf Rotman

  424. Aaron Turgeman

  425. Asaf Ronel

  426. Nurit Peled-Elhanan

  427. Mia Perelmuter

  428. Sarit Tamura

  429. Or Glicklich

  430. Roni Meyerstein

  431. Ofra Hoffman

  432. Eran Razgour

  433. Shai Gortler

  434. Jacob Katriel

  435. Ofer Shinar Levanon

  436. Heidi Stern

  437. Orly Dumitrescu

  438. Rotem Levin

  439. Atalia Omer

  440. Yossi Shabo

  441. Michal Schwartz

  442. Itay Snir

  443. Roy Wagner

  444. Ella Gur

  445. Hadar Solomon

  446. Esther Bar Nathan

  447. Jonathan Preminger

  448. Moria Rabbani

  449. Yeela Lahav Raz

  450. Miriam Turmalin

  451. Tuly Flint

  452. Ori Ben Shalom

  453. Rom Yan

  454. Naftali Orner

  455. Maya Ron Levinger

  456. Aaron Paz

  457. Liat Bar-oz

  458. Adili Liberman

  459. Barak Heymann

  460. Miki Levy

  461. Noam Keim

  462. Ruth Varon

  463. Tamir Erlich

  464. Amjad Darwish

  465. Annie Ohayon

  466. Noga Wolff

  467. Nadav David

  468. Dr Moshe Behar

  469. Hila Rubinstein

  470. Anna Waisman

  471. Yehonatan Ben Yisrael

  472. Mazal Etedgi

  473. Yuval Naor

  474. Rotem Marty

  475. Maya Paz

  476. Yael Meron

  477. Danae Elon

  478. Gali Schell

  479. Anna Kleiman

  480. Or Shloman

  481. Gili Sercarz

  482. Natali Kalnitski

  483. Ohad Bracha

  484. Moriel Ram

  485. Eliezer Moav

  486. O-Ren Horowitz

  487. Ilana Bernstein

  488. Tamar Aviyah

  489. Hugit Rubinstein

  490. Dafna Kaplan

  491. Yakov Pipman

  492. Netta Toledano

  493. Daphna Levit

  494. Noa Bar Hain

  495. Yuval Graff

  496. Amit Ben Haim

  497. Noga Eilon

  498. Alma Katz

  499. Yom Omer

  500. Moshe Yamo

  501. Noga Hurvitz

  502. Arie Finkelstein

  503. Tali Rabin

  504. Romi Marcia Bencke

  505. Ilana Machover

  506. Michal Cohen

  507. Sigal Primor

  508. Michal Gabay

  509. Lea Pipman Dotan

  510. Yotam Ben Meir

  511. Kochav Shachar

  512. Haim Scortariu

  513. Dotan Moreno

  514. Gaya Feldheim Schorr

  515. Ariel Koren

  516. Layla Natour

  517. Maayan Iyar Averbuch

  518. Gilad Ben David

  519. Maya Eshel

  520. Itai Vonshak

  521. Matan Sandler Tadmor

  522. Hagit Borer

  523. Sharon Shmuel

  524. Yosefa Loshitzky

  525. Noga Emuna Avisar

  526. Aya Kook

  527. Gabriel Schubiner

  528. Elham Rokni

  529. Tamar Goldschmidt

  530. Avigail y. Zeleke

  531. Ofer Tisser

  532. Revital Madar

  533. Elana Lakh

  534. Zohar Regev

  535. Elana Summers

  536. Chava Finkler

  537. Sharon Orshalimy

  538. Guy Elhanan

  539. Michal Schendar

  540. Shir Darwin Regev

  541. N.Nur Zahor

  542. Ori Rom

  543. Noa Schwartz

  544. Anita S. Maroun

  545. Hani Abramson

  546. Glick Moshe

  547. Ortal Mizrahi

  548. Noam Schechter

  549. Yulie Cohen

  550. Eviatar Bach

  551. Amnon Keren

  552. Ella Levenbach

  553. Omer Shokron

  554. Shira Shvadron

  555. Gadi Schnitzer

  556. Natalie Rothman

  557. Ron Cohen

  558. Michal Halevy

  559. Shelly Mehari

  560. Andrea Koverman

  561. Ira Perelson

  562. Aviv Liplis

  563. Syed Fatima Hossain

  564. Yoav haas

  565. Vardit Goldner

  566. Nitzan Lebovic

  567. Nomi Drory

  568. Sivan Barak

  569. Gabriela Vollick

  570. Avi Incisiker Cohen

  571. Raya Fidel

  572. Maya Ober

  573. Itamar Feigenbaum

  574. Agan Tsabari

  575. Ronit Milo

  576. Lenny Lapon

  577. Alon Stotter

  578. Yael Kahn

  579. Moran Barir

  580. Omri Haven

  581. Felix Laub

  582. Daniella Aperlev

  583. Sarah Shapiro

  584. Yvonne Deutsch

  585. Itamar Stamler

  586. Lia Tarachansky

  587. Naava Weiner

  588. Daniella Krishevsky

  589. Efrat Levy

  590. Howard Cohen

  591. Daniel Flexer

  592. Victor Herstigg

  593. Julie Weinberg-Connors

  594. David L. Mandel

  595. Hanan Offner

  596. Ayelet Ben-Yishai

  597. Itay Sapir

  598. Nizan Weisman

  599. Bryan Atinsky

  600. Naama Or

  601. Talia Krevsky

  602. Mali Assaf

  603. Tom Sela

  604. Maya Mukamel

  605. Sigal Oppenhaim Shachar

  606. Elizabet Freund

  607. Yossi Cohen

  608. Itzik Gil

  609. Nomi Shir

  610. Haitham Salim

  611. Simma Chester

  612. Omri Cohen

  613. Gil Mualem-Doron

  614. Erez Moshe Amit

  615. Ehud Tamuz

  616. Tom Koren

  617. Rachel Milstein

  618. Gil Freund

  619. Yael Shein

  620. Rechavia Berman

  621. Shoshana Kahn

  622. Tania Jones

  623. Christoph Bugel

  624. Gaby Ron

  625. Mieka Polanco

  626. Naomi Lyth

  627. Ruth Noemi Pragier

  628. Tali Harkavi

  629. Danielle zini

  630. Mohammed Patel

  631. Yam-Nir Bejerano

  632. Sara Almog

  633. Susan Ettinger

  634. David Miller

  635. Michal David

  636. Yana Knopova

  637. Omer Shamir

  638. Simeon S. Jacob

  639. Ruth Sevack

  640. Lee Hemminger

  641. Jonatan Israel

  642. Nora Gottlieb

  643. Roni Roseman

  644. Omer Sharir

  645. Mijal Kimel

  646. Ilya Ziblat Shay

  647. Lian Malki-Schubert

  648. Aviv Nitsan

  649. Valerie Malki

  650. Omar Mahmoud

  651. Oz Malul

  652. Yael Edri

  653. Amir Zloof

  654. Sirah Foighel

  655. Keren Manor

  656. Eli Aminov

  657. Abigail Yanow

  658. Hagit Zohara M

  659. Daphna Thier

  660. Maya Lerman

  661. Yuula Benivolski

  662. Shlomit Altman

  663. Ivy Sichel

  664. Anael Resnick

  665. Tamar Sarfatti

  666. Irit Halperin

  667. Yaar Koren

  668. Ada Bilu

  669. Julieta Kriger

  670. Jackie Yarosky

  671. Uri Rodberg

  672. Mohammedi Fatima

  673. Maayan Priel

  674. Hadas Kedar

  675. Michal Peleg

  676. Hava Lerman

  677. Tal Nitzan

  678. Einat Amir

  679. Mia Kerner

  680. Gil Schneider

  681. Tzvia Thier

  682. Marina Ergas

  683. Irit Halavy

  684. Shahar Shnitzer

  685. Ibrahim Hawash

  686. Avishay Halavy

  687. Raphael Cohney

  688. Eran Stoler

  689. Dafi Cramer

  690. Or Gerlitz

  691. Anat Natasha Camran

  692. Hadas Thier

  693. Shachar Camran

  694. Dr. Ariela Bairey Ben Ishay

  695. Sr. Mary Beth Orr

  696. Oren Yehosha

  697. Rebecca Maria Goldschmidt

  698. Ohal Grietzer

  699. Mauricio Calderón F

  700. Nir Harel

  701. Yahav Erez

  702. Oz Marinov

  703. Zohar Alon

  704. Yiskah Bashevis

  705. Ilan Blumberg

  706. Amit Perelson

  707. Sarah Shartal Levinthal

  708. Simcha Stecklov

  709. Noga Elhassid

  710. Elia Koutavas

  711. Esther Kingston-Mann

  712. Mohd Isa Maaroff

  713. David Pollack

  714. Rina King

  715. Batya Gil Margalit

  716. Tamar Verete

  717. Tami Gold

  718. Khalil Toama

  719. Aviva Wexler

  720. Tamar Dover

  721. Hester Eisenstein

  722. Hamutal Fishman

  723. Shlomit Yerushalmi

  724. Dina Afek

  725. Avigail Yanow

  726. Dani Wachsmann

  727. Vered Keasar

  728. Ahmad Awad

  729. Adi Raz

  730. Shimrit Karni

  731. Lilach Ram Chupak

  732. Tamar Zamir

  733. B.H. Yael

  734. Dr. Amir Locker-Biletzki

  735. Jessica Falstein

  736. Yael Vishnizki-Levi

  737. Mela Itzhaki

  738. Shira Bitan

  739. Shir Hever

  740. Orna Meir

  741. Noa Moguillansky

  742. David Gilad

  743. Syeda Afia Sarah Hossein

  744. Hen Magen

  745. Shelli Ben Shachar

  746. Noa Poliakin Dotan

  747. Yossi Farjoun

  748. Uzi Nitsan

  749. Maya Azran

  750. Rotem Anna Diamant

  751. Rotem Linial

  752. David Cohen

  753. Shahar Zaken

  754. Yael Ben-Chaim

  755. Netanel Ben Yarden

  756. Bar Maor Neeman

  757. Ayelet Desta

  758. Ari Gold

  759. Ofra Ben Artzi

  760. Gioia Morris

  761. Layla Klinger

  762. Adi Savran

  763. Ari Gutman

  764. Sarah kashlan

  765. Sahar Khalil

  766. Gabriela Zappi

  767. Rann Bar-On

  768. Eitan Bronstein

  769. Michal Shalva

  770. Safeyah Levy

  771. Shiraz Grinbaum

  772. Sigal Kook Avivi

  773. Nizan Shaked

  774. Elimelech Dror

  775. Pnina Grietzer

  776. Dror Feiler

  777. David Tsinovoy

  778. Asma Daragmeh

  779. Imad Sayeed

  780. Yasmin Eran-Bardi

  781. Yael Plat

  782. Tal Gilad

  783. Omer Krieger

  784. Ofer Engel

  785. Omri Eran Vardi

  786. Shelley Sella

  787. Gili Lavy

  788. Gadi Cohen

  789. Alisa Klein

  790. Eden Mitsenmacher

  791. Meshulam Plaves

  792. Noa Assido

  793. Rubén Kotler

  794. Oreet Ashery

  795. Sigal Flint

  796. Yonah Gabbai

  797. Shira Inbar

  798. Orit Levy

  799. Roee Rosen

  800. Alma Ben Yossef

  801. Karen Russo

  802. Ilan Dadon

  803. Hadar Ben-Simon

  804. Ofer Gazit

  805. Michal Zak

  806. Dori Tal

  807. Maytal Strul

  808. Alma Halpern

  809. Ophir Gilad

  810. Udi Pladott

  811. Daniel Shaya

  812. Shlomo Regev

  813. Arie David Plat

  814. Zehava Greenfeld

  815. Sharon Mantel

  816. Shlomi Fogel

  817. Daniela Ma-yafit

  818. Anka Schneidermann

  819. Tal Iungman

  820. Maya Guttmann

  821. Naomi Kallner

  822. Osama Zatar

  823. Adi Ben Yaccov

  824. Carmit Wolberg

  825. Liat Fassberg

  826. Merav Amir

  827. Keren Samuel Dalach

  828. Noga inbar

  829. Yeheli Cialic

  830. Einat Walter

  831. Rivka Warshwsky

  832. Nait Rosenfelder

  833. Adi Maoz

  834. Michal Ben-Gera

  835. Irit Reinheimer

  836. Debby Lerman

  837. Lillian Rosengarten

  838. Aviva Konforty

  839. Tai Shani

  840. Hannah Kessler

  841. Henry Lowi

  842. Yoram Gelman

  843. Noa Farbstein

  844. Yael Tal-Barzilai

  845. James Marks

  846. Miriam Marmur

  847. Daniel Alexander Machover

  848. Yaar Peretz

  849. Marc Volovic

  850. Nufar Shimony

  851. Elana Golden 

  852. Tamir Lederberg

  853. Omer Katz

  854. Abe Hayeem

  855. Michael Schell

  856. Adam Shulman

  857. Sagi Raveh

  858. Tamar Gordon

  859. Orit Loyter

  860. Guy Oron

  861. Bracha Flicoteaux

  862. Roni Wang

  863. Nina Sodin

  864. Irit Sela

  865. Dalia Hager

  866. Hili Razinsky

  867. Alex Nissen

  868. Rivka Vitenberg

  869. Sarah Magen

  870. Shelly Nativ

  871. Yehudit Yinhar

  872. Gal Lugassi

  873. Matan Prezma

  874. Nomi Erteschik-Shir

  875. Elya Kravtsov

  876. Rachel Freudenthal

  877. Sophie Paulay

  878. Edna Kadman

  879. Michal Kaiser-Livne

  880. Elinor Azari

  881. Adi Shechter

  882. Anna Aharon

  883. Roni Sharabi

  884. Nora Bendersky

  885. Lior Elefant

  886. Avshalom Rov

  887. Daniel Shoshan

  888. Nir Falah

  889. Rachel Algazi

  890. Yara Agbaria

  891. Raz Weiner

  892. Nadia Jona

  893. Noga Spector

  894. Ofek Taragan

  895. Varda Heled

  896. Avi-ram Tzoreff

  897. Ronen Skaletzky

  898. Ron-Ethan Melamed

  899. Tal Marom

  900. Erella Shadmi

  901. Iftach Starik

  902. Sine Gadot

  903. Matan Golan

  904. Pepe Goldman

  905. Nabil Alfayoumi

  906. Gilad Paz

  907. Amit Salomon

  908. Iftach Shavit

  909. Batel Glor

  910. Yael Koren

  911. Mordechai Shilo

  912. Daphna Shochat

  913. Zuraya Hadad

  914. Yael Shoham

  915. Aharon Michael Keiser

  916. Daniel Avi Schneider

  917. Nitzan Marinov

  918. Rachel Barlow

  919. Gilad Ben Ari

  920. Talia Zohar

  921. Noga Kadman

  922. Ruben Serroussi

  923. Dafna Lichtmam

  924. Alma Itzhaky

  925. Ira Avneri

  926. Naor Ben Yehoyada

  927. Tamar Katriel

  928. Dochy Lichtensztajn

  929. Noa Shuval

  930. Ree Levin

  931. Ilana Zabari

  932. Jonathan Ofir

  933. Ayelet Chen

  934. Dov Caller

  935. Maya Goldman

  936. Ophir Hodel

  937. Rivka Pearl Etkin

  938. Rona Sela

  939. Tamar Fortuna

  940. Yifat Susskind

  941. David Opp

  942. Aviad Albert

  943. Cindy Goldstein

  944. Elhanan Lax

  945. Aryeh Shomron

  946. Shlomit Altman

  947. Nirit Sommerfeld

  948. Rotem Sudman

  949. Dror Dayan

  950. Dorit Shippin

  951. Veronica Hamutal

  952. Eyal Vexler

  953. Adi Lustigman

  954. Tally Gur

  955. Ofira Henig

  956. Shmuel Binyamin

  957. Diego Lewin

  958. Taliah Pollack

  959. Dror Sprung

  960. Inbar Birak

  961. Ben Ronen

  962. Daniel Solomon

  963. Alison Carmel

  964. Vardit Goldner

  965. Racheli Said

  966. Omri Najad

  967. Maya Eshet

  968. Nurit Dreamer

  969. Ofra Danon

  970. Tomer Avrahami

  971. Shimon Azulay

  972. Einav Kaplan Raz

  973. Noam Ben Chorin

  974. Eyal Hareuveni

  975. Shaked Kaufmann

  976. Irena Shofaniyeh 

  977. Iddo Naiss

  978. Asaf Bass

  979. Hillel David Greenwald

  980. Maayan Levi

  981. Asher Fried

  982. Asia Weksler

  983. Nadia Jona

  984. Itai Feitelson

  985. Hedva Isachar

  986. Ruth Erez

  987. Yossi Zabari

  988. Rina Goren

  989. Tali Bromberg

  990. Hillai Peli

  991. Goni Raz

  992. Shai Tal

  993. Guy Sapirstein

  994. Shahar Or

  995. Odelia Toder

  996. Neria Biala

  997. Ilana Meystelman

  998. Naor Urian

  999. Asaf Achai

  1000. Lior Kariel

  1001. Talia Vekshtein

  1002. Efrat Noy

  1003. Ruthie Ginsburg

  1004. Haya Livne

  1005. Daphna Ganor

  1006. Nama Landau

  1007. Daniela Darvasi

  1008. Mati Kroin

  1009. Ofir Sovan

  1010. Doron Orr

  1011. Alona Amram

  1012. Yuval Tirosh

  1013. Ron Amit

  1014. Emmanuel Jakob Auerbach

  1015. Yuval Benari

  1016. Dafna Saporta

  1017. Maayan Shtendel

  1018. Hila Amar

  1019. Oded Zinger

  1020. Shirli Tepper

  1021. Daniella Kaufman

  1022. Zohar Peled

  1023. Liane Rosenthal

  1024. Eitan Shaag

  1025. Daniel Jacobowitz

  1026. Guy Meltzer

  1027. Nirit Haviv

  1028. Oren Elbaz

  1029. Efrat Bella Levy

  1030. Sabi Yafffa

  1031. Eddie Saar

  1032. Maya Rizov

  1033. Galia Chai

  1034. Addi Ilan

  1035. Tammy Avichail

  1036. Diana Gilon

  1037. Tamara Pratt

  1038. Erin Toledano Farajov

  1039. Dora Lavie

  1040. Fanny Prizant

  1041. Yakov Horn




I pescatori di Gaza presi tra l’incudine e il martello 

Motasem A Dalloul

9 agosto 2021 middleeastmonitor

“La vita del pescatore è sempre dura, ovunque, ma sotto l’occupazione militare israeliana lo è ancora di più.”

Samya e Omayya Abu Watfa hanno perso il padre undici anni fa. Si stanno preparando per il nuovo semestre all’università, dove Samya studia chimica e Omayya studia sicurezza alimentare. Ognuno ha bisogno di circa 1.100 – 1.200 dollari per le tasse scolastiche, ma dipendono dal fratello Mohammad, 33 anni, che è un pescatore. Ciò significa che il denaro scarseggia.

“Lavora giorno e notte per provvedere a noi, a nostra madre e ai tre fratelli”, mi ha detto Samya. Mohammad è per noi fratello, padre, tutto.” Ha anche la sua famiglia a cui pensare, una moglie e quattro figli.

A 22 anni Mohammad Abu Watfa ha ereditato la barca da suo padre. Ha lasciato l’università per lavorare e provvedere alla famiglia. “Lavoravo con mio padre quando era vivo, anche durante gli studi. Voleva che diventassi ingegnere, ma non potevo lavorare e continuare a studiare”.

Come tutti gli altri pescatori di Gaza, Abu Watfa sarebbe contento del suo lavoro, anche se è molto duro, se non fosse per le restrizioni imposte da Israele e per le quotidiane violenze esercitate dalla marina israeliana.

Il capo del Sindacato dei Pescatori di Gaza ha ribadito come l’occupazione israeliana abbia imposto un rigoroso blocco terrestre, aereo e marittimo sulla Striscia di Gaza dal 2006. “Questo rende insopportabile la vita di oltre 2 milioni di persone a Gaza”, ha affermato Nizar Ayyash. “La pesca è uno dei settori più colpiti dal blocco. Più di 4.500 pescatori, che hanno complessivamente a carico circa 50.000 persone, vivono e lavorano sotto un’estrema pressione e stress a causa delle misure israeliane connesse al blocco”.

Secondo gli Accordi di Pace di Oslo firmati nel 1993 tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i palestinesi dovrebbero avere accesso alla pesca senza restrizioni fino a 20 miglia nautiche al largo della costa di Gaza. Tuttavia, non sono mai stati autorizzati ad avventurarsi oltre le 16 miglia. Normalmente, sono bloccati entro le 12 miglia; spesso molto meno.

La scorsa settimana, ad esempio, la marina di occupazione israeliana ha ridotto la zona di pesca a sei miglia nautiche in risposta a ciò che Israele ha affermato essere il lancio di palloni incendiari da Gaza verso Israele. È stato poi esteso di nuovo a 12 miglia nautiche. Questo è il gioco israeliano con i pescatori palestinesi dal 2005. Ci sono momenti in cui lo Stato di occupazione vieta del tutto la pesca per giorni o settimane con il più debole dei pretesti.

“Dal 2007”, ha affermato l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ( OCHA) in un recente rapporto, “Israele ha mantenuto incerta la zona di pesca come parte della sua politica di ‘zone cuscinetto’ marittime, ovvero limposizione unilaterale da parte di Israele di inaccessibili zone militari nelle acque palestinesi, spesso vietando completamente la pesca ai palestinesi”.

La pesca è sempre stata un lavoro pericoloso per uomini come Abu Watfa, che mette in gioco la propria vita per portare il cibo in tavola. “A volte ci sono branchi di pesci a circa 15 miglia al largo. Se vogliamo catturarli, dobbiamo andare più in là e spingerli a riva. Quando lo facciamo, la marina israeliana ci insegue, ci spara e poi ci vieta di pescare”.

L’ OCHA ha sottolineato che “Nel corso degli anni, gli attacchi illegali e ingiustificati di Israele – comprese forme di forza letale e altri eccessi, arresti arbitrari, confisca e distruzione di barche e altri materiali da pesca – e restrizioni punitive contro i pescatori palestinesi hanno reso la pesca al largo della costa di Gaza un rischio per la vita e la sicurezza e ridotto la comunità dei pescatori in povertà estrema”.

Queste pratiche, ha aggiunto l’ONU, fanno parte della attuale politica di Israele di interdizioni nella Striscia di Gaza. “Equivalgono a una punizione collettiva illegale degli oltre due milioni di residenti palestinesi, e sono tra le pratiche, leggi e politiche che costituiscono il regime di apartheid di Israele contro il popolo palestinese”.

Bilal Bashir, 42 anni, lavora insieme ad altri dieci pescatori sulla stessa barca. Si è lamentato delle ripetute aggressioni israeliane contro di loro. “A volte, Israele decide di ridurre la zona di pesca proprio mentre siamo in mare. Apprendiamo della restrizione solo quando la marina apre il fuoco contro di noi o i marinai ci urlano contro con gli altoparlanti”.

La sua barca è stata colpita più volte dal fuoco israeliano. Nel marzo 2015, ricorda con amarezza, il suo collega Tawfiq Abu Riala, 32 anni, è stato ucciso. “Quando Tawfiq è stato colpito siamo rimasti scioccati e abbiamo chiesto aiuto. Invece di aiutarci, la marina ha arrestato altri due uomini”.

L’ultimo incidente del genere è accaduto nel febbraio 2018. Le forze di occupazione hanno spiegato cosa è successo: “Una nave sospetta [sic] ha lasciato la zona di pesca al largo della Striscia di Gaza settentrionale, con a bordo tre sospetti [per cui i marinai israeliani hanno iniziato] il protocollo di arresto, che include richiami [di stop], spari di avvertimento in aria e spari alla barca stessa… A seguito degli spari, uno dei sospetti è stato gravemente ferito e in seguito è morto per le ferite riportate”.

La pesca è un affare costoso. Un giorno in mare di una barca con dieci pescatori a bordo può costare fino a 1.500 dollari. “Quando navighiamo entro le 15 miglia nautiche, difficilmente il pescato può coprire le spese”, ha osservato Kinan Baker, 27 anni. “Quando la zona di pesca viene ridotta a sei miglia nautiche è una perdita enorme perché il pescato non copre le spese .”

Ayyash ha descritto l’industria della pesca come il settore più vulnerabile sotto l’assedio imposto a Gaza dall’occupazione israeliana. “Israele sfrutta tutto per mettere sotto pressione la resistenza palestinese. Questa [punizione collettiva] è una chiara violazione del diritto internazionale”. Il capo del sindacato ha chiesto al mondo di esercitare pressioni su Israele affinché smetta di mettere in pericolo la vita e il sostentamento dei pescatori per motivi politici o di sicurezza.

Le punizioni collettive equivalgono a crimini di guerra, e se parte di una politica diffusa o sistematica sono crimini contro l’umanità e sono i fattori principali del deterioramento della situazione umanitaria a Gaza”, ha aggiunto il Center Al Mezan for Human Rights [organizzazione non governativa con sede nel campo profughi palestinese di Jabalia nella Striscia di Gaza, ndtr.]

Nel giugno dello scorso anno la Banca Mondiale ha affermato che “la pesca è una fonte vitale di occupazione, con più di 100.000 persone che beneficiano del settore”. Oltre ai pescatori e alle loro famiglie, ha indicato come beneficiari del settore i commercianti al dettaglio, i proprietari di ristoranti, gli operatori di vivai e i trasportatori del pesce. “Tuttavia, il mare non è più generoso come una volta. La gente di Gaza non può far conto sul proprio pesce, e a volte nemmeno permetterselo. La maggior parte delle famiglie di pescatori sono povere e il loro reddito sta diventando sempre più precario man mano che gli ecosistemi marini continuano a degradare.”

La vita del pescatore è sempre dura, ovunque, ma sotto l’occupazione militare israeliana lo è ancora di più. I pescatori di Gaza sono presi tra l’incudine dell’occupazione e il martello delle difficoltà economiche.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)