Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In quanto palestinese quello che sta facendo l’ICE negli Stati Uniti mi risulta familiare

Ahmad Ibsais

27 gennaio 2026 – Al Jazeera

Oggi gli statunitensi stanno avendo un saggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato

L’incremento della violenza di Stato negli USA è senza precedenti. Nell’arco di tre settimane a Minneapolis due persone sono state colpite a morte durante raid “anti-immigrazione”. Entrambe sono state definite “terroristi interni”.

Nel contempo la settimana scorsa agenti dell’Immigration and Customs Enforcement [agenzia federale che si occupa di immigrazione e sicurezza interna, ndt.] (ICE) degli USA hanno utilizzato Liam Ramos, di 5 anni, come esca per far uscire di casa suo padre, richiedente asilo; entrambi ora sono stati portati in un centro di detenzione in Texas. L’amministrazione definisce ciò, cioè rinchiudere in massa minori in campi di detenzione, “applicazione delle norme contro l’immigrazione clandestina”. Lo scorso anno l’ICE ha arrestato almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati.

La violenza inflitta dall’ICE sta creando in tutto il Paese un clima di terrore all’interno delle comunità di migranti.

Conosco questo terrore e questa violenza. Sono il terrore e la violenza che devastano da molto tempo la mia patria d’origine, la Palestina. Spero che gli statunitensi non debbano mai affrontare il livello di morte, espulsioni forzate e violenza patito da generazioni di palestinesi. Ma sotto il presidente USA Donald Trump già ora stanno sperimentando le tecniche che sono così familiari alle vittime palestinesi dell’esercito israeliano e degli illegali coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. I paralleli non possono essere ignorati.

Nel 2025 sono morte 32 persone detenute dall’ICE, definite “illegali”, facendone l’anno più letale da due decenni. Sono morte per crisi epilettiche, insufficienza cardiaca, infarto, crisi respiratoria, malattie infettive, suicidio e mancata assistenza. L’ICE non riconosce alcuna responsabilità per il loro decesso. Nella Cisgiordania occupata, dove sono nato, in due anni e quattro mesi le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi.

Circa il 75% delle 68.440 persone detenute dall’ICE lo scorso anno non aveva precedenti penali. Migliaia di palestinesi sono attualmente rinchiuse nelle prigioni israeliane senza accuse né processo.

Con le ultime uccisioni e rapimenti di cittadini statunitensi, ora persino le persone che sono qui “legalmente” hanno paura. C’è una crescente atmosfera di insicurezza ed ansia che chiunque in qualunque momento possa sparire o essere colpito.

In tutto il Paese la violenza dell’ICE sta privando i minori di educazione e altre attività. Per esempio nella città di Charlotte, nella Carolina del Nord, nel 2025 30.000 studenti, circa il 20% degli iscritti del distretto, sono stati assenti da scuola la settimana dopo l’inizio delle incursioni nel 2025 e a Los Angeles i proprietari di negozi hanno raccontato di un significativo calo di vendite in quanto i clienti sono rimasti chiusi in casa.

So come ci si sente a tremare passando vicino a personale di sicurezza armato che in qualunque momento potrebbe spararti e poi definirti un “terrorista”. I membri della mia famiglia sanno cosa significa essere assediati e aggrediti, assistere a un’esecuzione in pubblico.

Questa forma di violenza è stata un’esperienza quotidiana per i palestinesi in tutta la Palestina storica molto prima del 7 ottobre 2023. Dopo quel giorno si è solo intensificata. Proprio come negli USA neppure i minori sono stati risparmiati. Dei 240 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata nel 2025 i minori erano 55.

Solo questo mese durante un’incursione nel suo villaggio i soldati israeliani hanno ucciso il quattordicenne Mohammed Naasan. Hanno sostenuto che stava correndo verso di loro con una pietra in mano.

L’esercito israeliano spara regolarmente proiettili veri contro minori palestinesi e lo giustifica sostenendo che stavano lanciando pietre. Evidentemente un minore palestinese con una pietra rappresenta una minaccia letale per uno degli eserciti più pesantemente armato al mondo, per soldati coperti da un’armatura che sparano da veicoli blindati.

I minori palestinesi vengono regolarmente utilizzati dai soldati israeliani come “scudi umani” quando fanno irruzione nei quartieri; il loro arresto e la violenza nei loro confronti vengono spesso utilizzati per fare pressione sui membri della famiglia perché si consegnino, proprio come ha fatto l’ICE con Liam Ramos e suo padre.

Dal 7 ottobre 2023 all’agosto 2025 almeno 75 palestinesi arrestati da Israele, tra cui il diciassettenne Walid Ahmad, sono stati uccisi. In almeno 12 casi i detenuti sono morti dopo essere stati picchiati o torturati dalle forze di sicurezza israeliane.

Le Nazioni Unite hanno documentato torture sistematiche e maltrattamenti, comprese continue percosse, annegamenti simulati, posizioni dolorose e l’uso dello stupro e di altre violenze sessuali e basate sul genere. Dal novembre 2025 più di 300 minori palestinesi sono attualmente tenuti in detenzione militare. Questi minorenni sono incarcerati a tempo indefinito senza accuse né processo in base a prove segrete che non vengono comunicate né a loro né ai loro avvocati.

Tra loro c’era Mohammed Ibrahim, un sedicenne palestinese americano della Florida che è stato incarcerato per oltre nove mesi. Dopo il rilascio è stato tenuto in ospedale a causa delle sue pessime condizioni e della malnutrizione. Ibrahim ha detto alla sua famiglia di aver assistito di persona alla morte di un altro adolescente in carcere dopo che gli erano state negate cure mediche per la scabbia e un grave virus intestinale.

La ragione per cui la violenza che vediamo negli USA ci ricorda così tanto quello che succede in Cisgiordania è quello che dobbiamo affrontare: strutture securitarie modellate sul suprematismo bianco e su una mentalità colonialista.

Lo Stato di Israele percepisce i palestinesi come subumani e come una minaccia diretta; è per questo che, nella logica dello Stato di Israele, devono essere tenuti in un sistema di apartheid in cui sono sorvegliati, sottomessi e alla fine cacciati.

I palestinesi vengono uccisi per il solo fatto di essere palestinesi, perché si rifiutano di lasciare la loro terra d’origine, perché sono la testimonianza del fatto che la Palestina non è mai stata “una terra senza popolo.”

Anche negli USA lo Stato ha deciso che ci sono alcune persone che sono subumane e rappresentano un pericolo diretto. Anch’esso ha schierato una forza pesantemente armata per spiarle, sottometterle e cacciarle utilizzando tecnologie in precedenza testate sui palestinesi ed importate negli Stati Uniti.

Entrambi i sistemi repressivi agiscono in base allo stesso principio secondo cui i corpi delle persone di colore e dei loro alleati possono essere detenuti senza un motivo, colpiti senza conseguenze e lasciati morire.

Ovviamente non possiamo fare un parallelismo assoluto tra la violenza negli USA e in Palestina.

Lo Stato di Israele ha manifestato sia nelle azioni che nei discorsi un chiaro intento di eliminare totalmente il popolo palestinese.

Attualmente i palestinesi stanno affrontando un genocidio a Gaza e, a un ritmo più lento, nelle Cisgiordania e Gerusalemme est occupate. Lo Stato di Israele ha un chiaro progetto di cancellazione che intende spazzare via persino la memoria storica dell’esistenza palestinese.

Tuttavia è chiaro che oggi gli statunitensi stanno avendo un assaggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato. È così che viene chiamato schierare forze armate che sparano ai cittadini, usano un bambino di 5 anni come esca, lasciano morire i detenuti a un livello senza precedenti. Negli Stati Uniti, in Palestina e ovunque il potere decida che certe vite non contano niente si ripetono le caratteristiche del terrorismo di Stato.

In “1984” George Orwell ha scritto che l’ordine perentorio finale ed essenziale del Partito era negare l’evidenza di quello che si vede e si ascolta. Prima che morisse, il suo editore rilasciò una dichiarazione: “La morale da trarre da questo pericoloso incubo messo in scena dal Partito è semplice: non lasciate che questo accada. Ciò dipende da voi”

Ora stiamo vivendo quell’incubo, assistendo a video di esecuzioni mentre ci viene detto che si trattava di autodifesa. Siamo noi che dobbiamo lottare per un cambiamento. Ovunque dobbiamo essere noi a prendere nelle nostre mani la lotta per la libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmad Ibsais

Ahmad Ibsais, americano palestinese di prima generazione, è uno studente di diritto che scrive State of Siege [Stato d’Assedio, newsletter sulla piattaforma Substack, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mentre a Gaza il genocidio continua la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

Penny Green

11 gennaio 2026 – Middle East Eye

La distruzione dei campi profughi di Jenin e Tulkarem da parte di Israele sta strappando le famiglie alle loro case, svuotando le comunità e accelerando la cancellazione dei palestinesi.

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non si è mai limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è così evidente come nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, sfregiati dalle bombe, spettrali, distrutti e svuotati da Israele come duro monito per i palestinesi sulle conseguenze della resistenza all’occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale pluridecennale in Palestina presenta molteplici livelli di annientamento. Mentre il mondo, sebbene attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto in modo che in Cisgiordania i suoi piani per l’eliminazione dei palestinesi procedessero rapidamente.

L’espansione degli insediamenti coloniali, gli attacchi dei coloni, protetti dalle forze israeliane, contro gli agricoltori, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sradicamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est costituiscono tentativi sistematici volti a distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo legame con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasta colpita da quanto le vite dei palestinesi rispecchino in quel luogo la devastazione affrontata dai profughi a Gaza.

È stato un chiaro richiamo al fatto che questo genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il presidente del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: “Proprio come a Gaza, stanno cercando di affermare che il campo profughi è un centro di terrorismo. Ma in realtà la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà”. E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono considerati da Israele “terroristi” e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell’operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case da forze speciali israeliane pesantemente armate, con l’uso veicoli blindati, droni e bulldozer.

L’Unrwa, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva israeliana come “la più prolungata ed estesa ondata di espulsioni dal 1967”. Si stima che il 43% dei campi profughi di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di quelli di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati dei vicoli nel campo di Nur Shams, che si estendeva dalla strada principale di collegamento tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, sono stati bombardati o rasi al suolo per allargare i viottoli larghi due metri e trasformarli in strade larghe 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti sono stati espulsi.

Viaggi dell’apartheid

Anche il viaggio verso questi campi devastati mette in luce, a ogni svolta, la brutale realtà dell’apartheid israeliano.

Attraversare la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale dell’apartheid significa che, mentre le illegali colonie israeliane sono collegate da scorrevoli autostrade per Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere stradali gialle.

Un viaggio che richiederebbe 20 minuti sulle strade dei coloni per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo del suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni potrebbero riflettere una crescente insicurezza da parte di Israele, ma per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.

Abbiamo attraversato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da recinzioni di filo spinato alte 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati permanentemente da Israele, mentre i restanti due possono essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non che si tratti di “un altro atto di occupazione”.

Dalla mia ultima visita nel 2022 il progetto di insediamento coloniale si è ampliato notevolmente.

Incoraggiato dall’impunità internazionale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

“Stiamo promuovendo una sovranità di fatto”, ha dichiarato il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich annunciando i piani per oltre 3.400 case nelle colonie nell’ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti coloniali nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo attraversato il grande insediamento illegale di Eli, in continua espansione, arroccato su una collina, con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio, che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è anche noto per la sua accademia pre-militare Bnei David, che addestra coloni per il grado di ufficiali in unità di combattimento d’élite.

Abbiamo attraversato stazioni di servizio che i palestinesi non possono utilizzare e nuovi avamposti coloniali che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali inevitabilmente si trasformeranno in orribili insediamenti coloniali illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele l’ha vietata a tutti i palestinesi.

Invece abbiamo percorso strade dissestate, fermandoci a posti di blocco improvvisi dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o terminato. A un certo punto abbiamo preso una strada alternativa per evitare un ulteriore posto di blocco.

Questi continui atti di apartheid sono progettati per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile da costringerli ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio, si trovavano alla nostra sinistra.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi aree vuote sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite probabilmente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu è stata dipinta con vernice spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è rimasto nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi hanno intimato con urgenza di scendere. “I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso”, hanno gridato.

I rifugiati hanno raccontato che, non appena hanno invaso i campi, le forze israeliane hanno interrotto tutte le comunicazioni e i servizi. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati espulsi sono stati letteralmente gettati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti da cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai limiti della sopravvivenza.

È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando… nessuno sapeva dove saremmo stati costretti a dirigerci”, ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola rimasta in costruzione di El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore dei raid da parte di soldati armati fino ai denti, degli elicotteri d’attacco Apache che sorvolavano il campo, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con addosso solo i vestiti che indossavano.

“Il 26 gennaio hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case e in sette giorni il campo è stato completamente svuotato”, ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola in cui vive insieme a 21 famiglie del campo di Tulkarem.

“Nessuno se lo aspettava”, ha continuato. “Non ho portato via da casa nemmeno una maglietta. Ora è demolita.” Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Le espulsioni sono state violente. “Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno i soldati ce le hanno strappate e le hanno gettate a terra”, ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Da quasi 12 mesi 122 rifugiati sfollati vivono nella scuola in costruzione condividendo locali angusti a gruppi di 10-12 persone. Le strutture sono poche o inesistenti,” ha spiegato Khaled.

“Quando siamo arrivati non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi stessi.” A piano terra quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C’è una sola doccia. “Ci mettiamo tutti in fila come prigionieri”, ha aggiunto.

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I vestiti sono appesi a ogni ringhiera mentre le persone cercano di aggrapparsi a piccoli rituali quotidiani mentre il loro campo giace in rovina a pochi metri di distanza.

“La vita nel campo era dura”, mi ha detto Nadia, 38 anni, “ma non quanto questa“.

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams le condizioni già disastrose per i rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente l’Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo servizio è stato interrotto con l’entrata in vigore del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

“Il mio frigorifero è vuoto”, ci ha detto Hakem. “Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro.”

Inoltre un ordine militare vieta loro di ricostruire le loro case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa”, ha aggiunto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano passi che scricchiolavano sui detriti e il suono spettrale del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che collaborava con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come qualcosa in linea con il progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di “eliminazione silenziosa”.

Per il diciassettenne Ayhem, la cui istruzione è terminata quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene “è molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo”. Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in altre zone e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto.”

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza sul tetto osserviamo la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

“La mia casa è inabitabile”, dice Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla.”

Nihad, il capo del Comitato, descrive la portata dell’assalto militare. La campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d’assalto il campo costringendo tutti gli abitanti ad andarsene.

Chiunque si rifiutasse veniva ucciso fuori dalla propria abitazione per spingere le persone ad andarsene,” afferma. Le forze armate controllavano le vie che potevamo percorrere. Siamo stati costretti a metterci in fila e venivamo ripresi dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva ucciso”.

“L’occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi”, continua. “A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non è stata demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate l’hanno incendiata per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà.”

“All’interno dei campi non c’è acqua né elettricità. Mancano fognature e strade. L’intera infrastruttura è stata distrutta”, aggiunge Fatma.

Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato assassinato”.

Hanno anche preso di mira e distrutto il centro per i giovani, l’asilo, la sala matrimoni e il centro per disabili.

“Ritorno alle macerie”

Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, descrive la sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati ​​alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata come caserma militare. Alla fine c’erano forse 100 soldati in casa mia”.

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna dell’acqua. “Hanno sparato al nostro piccolo televisore. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare.”

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

Hanno rubato le nostre cose davanti ai nostri occhi”, riferisce Fatma. “Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un braccialetto e una medaglia.”

Nonostante molti rifugiati affermino che torneranno alle macerie”, la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro abitanti e la più ampia campagna di Israele volta a rimuovere i palestinesi dalla loro terra rendono remote le loro possibilità di ritorno.

“‘Tornare alle macerie’ è solo uno slogan”, afferma Khaled. “Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno c’è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive”.

Khreisheh osserva che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere permesso di tornare, ad eccezione “delle famiglie dei martiri, dei feriti, dei prigionieri o dei militanti politici“. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche prendere in affitto un alloggio altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare”, dice Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati dei campi profughi

“Ogni volta che proviamo a prendere in affitto una casa”, spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarem’, rispondono invariabilmente: ‘Non affitto casa a nessuno dei campi’. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono incursioni. Quindi non ci concedono l’affitto.”

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il loro status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente si trasmette di generazione in generazionie, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati espulsi.

Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle proprie case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la migliore garanzia per il ritorno.

In tutto il mondo vivono in esilio oltre sette milioni di rifugiati palestinesi. Per Israele la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh chiarisce che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la stessa opinione.

I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948,” molti mi hanno detto, e ora Israele vuole far sparire i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese”.

“Tutti coloro che sono fuggiti racconteranno una storia triste e dolorosa”, dice un rifugiato. “Case e terre rubate. Hanno replicato quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo”.

“Stiamo passando da un dolore all’altro”, aggiunge un altro. “Questa occupazione vuole sradicare la gente da questa terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi fin dal 1948″.

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto di genocidio calcolato. Distruggendo le comunità, smantellando l’Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiato eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese”.

A Nur Shams il nostro obiettivo non è solo quello di tornare al campo, ma di tornare ai nostri villaggi d’origine. Questo è un nostro diritto storico. Non rinunceremo mai a questo diritto. Il campo è solo una tappa intermedia per noi. Tutti speriamo di poter tornare alle nostre terre d’origine”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Appello urgente per salvare le vite degli scioperanti della fame di Palestine Action

Former hunger strikers

11 gennaio 2026 Al Jazeera

Ex scioperanti della fame provenienti da Irlanda, Palestina e dalla Baia di Guantanamo chiedono al governo del Regno Unito di intervenire immediatamente

Al Governo del Regno Unito:

Noi firmatari vi scriviamo oggi come sopravvissuti alla violenza di Stato.

Siamo un collettivo di ex scioperanti della fame provenienti da Palestina, Irlanda e dalla Baia di Guantanamo. Gli scioperi della fame finiscono solo quando il potere interviene, o quando le persone muoiono. Abbiamo imparato – con il dolore, i danni permanenti e guardando i nostri compagni cadere – come si comportano gli Stati quando i prigionieri non hanno altra scelta che rifiutare l’unico diritto loro concesso: il cibo.

Perciò scriviamo in totale solidarietà con gli scioperanti della fame detenuti oggi nelle carceri britanniche: Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Teuta Hoxha, Jon Cink, Lewie Chiaramello e Muhammad Umer Khalid. Sono incarcerati in custodia cautelare, senza processo e senza condanna. Per alcuni la custodia cautelare dura da oltre un anno e nella maggior parte dei casi non saranno processati per altri due anni.

Il governo del Regno Unito ha scelto la custodia cautelare prolungata, l’isolamento e la censura. Ha scelto di limitare i contatti con i familiari, di permettere il rifiuto delle cure mediche e di usare il linguaggio del terrore in un subdolo tentativo di privare deliberatamente questi prigionieri della solidarietà pubblica e dei diritti fondamentali prima ancora che abbia luogo qualsiasi processo.

Non possiamo dimenticare ciò per cui si stanno esponendo oggi gli scioperanti della fame. Sono per la Palestina. Sono per lo smantellamento dell’infrastruttura di armi che uccide i palestinesi. Sono per la fine del regime di apartheid attuato dal governo israeliano. Sono solidali con i prigionieri palestinesi. Sono per la completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare.

Per anni i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane sono stati sottoposti ad abusi sistematici tra cui torture ben documentate, violenza sessuale estrema, assenza di cure mediche e morte in detenzione. Eppure il governo del Regno Unito, attraverso il suo incrollabile sostegno allo Stato israeliano, continua a scegliere di essere complice di quelle azioni. Sceglie di continuare ad armare Israele e proteggere i funzionari israeliani dall’obbligo di rispondere delle proprie scelte mentre i corpi dei palestinesi – uomini, donne e bambini – vengono violati e distrutti nelle loro strade, nelle loro case e dietro le sbarre.

I prigionieri politici di Palestine Action hanno iniziato lo sciopero della fame quando non hanno più avuto altra scelta. La decisione dello Stato di affidarsi alla categoria di “terrore” per imporre la repressione sistematica di coloro che si rifiutano di conformarsi non ha lasciato loro altre alternative nel tentativo di ottenere i diritti che spettano loro per legge.

Non si tratta di un fenomeno nuovo: l’uso della parola “terrore” è stato a lungo utilizzato per creare paura, per avvelenare la percezione pubblica, per giustificare la ripetuta violazione anche dei diritti umani più elementari. Una volta attribuita questa etichetta, i diritti diventano condizionali, la libertà diventa negoziabile e la presunzione di innocenza svanisce. Lo stato di diritto che si proclama con orgoglio di difendere viene rapidamente profanato di fronte a una sola parola, utilizzata da politici senza scrupoli determinati a proteggere i propri interessi: “terrorista”.

La messa al bando di Palestine Action non riguardava la sicurezza. Riguardava il controllo. Le ripetute e flagranti violazioni del principio sub judice [una causa sotto esame di un tribunale non può essere discussa pubblicamente per non influenzare il processo, ndt.] non miravano a convincere l’opinione pubblica che si trattasse di un’organizzazione pericolosa; rappresentavano piuttosto una condanna dei prigionieri prima del processo. Si trattava di isolarli, criminalizzare la solidarietà e lanciare un monito a chiunque possa parlare o organizzarsi contro la macchina da guerra israeliana.

Nessun processo celebrato in un clima di paura creata dallo Stato può essere considerato equo, e nessuna giuria esposta a decenni di retorica terroristica può operare senza pregiudizi. Questi prigionieri sono stati diffamati nel momento in cui l’annuncio del loro arresto ha menzionato un “collegamento al terrorismo”, nonostante un processo non abbia mai avuto luogo.

Chiediamo pertanto quanto segue:

1. Un incontro ministeriale urgente con le famiglie e i rappresentanti legali per concordare azioni che preservino la vita degli scioperanti della fame. La libertà su cauzione immediata per i prigionieri di Palestine Action (noti come Filton 24) e per tutti gli scioperanti della fame.

2. La cessazione delle accuse di terrorismo volte a criminalizzare il dissenso.

3. Condizioni di processo eque, libere da narrazioni basate sulla paura e da interferenze politiche.

4. Accesso immediato a cure mediche liberamente scelte dai prigionieri.

5. La fine della censura e delle restrizioni alle visite dei familiari.

Nel 1981 la Gran Bretagna scelse di lasciare morire gli scioperanti della fame irlandesi nel carcere di Long Kesh. Negli anni 2000 la Gran Bretagna scelse il silenzio sulla difficile situazione dei detenuti nella Baia di Guantanamo. Per decenni la Gran Bretagna, insieme ad altri governi, ha continuato a scegliere l’inazione in Palestina. Ogni volta i funzionari britannici affermavano la responsabilità essere altrove. Ogni volta la storia ha registrato la verità.

Le suffragette, nonostante fossero state alimentate forzatamente ed etichettate come terroriste, sono oggi celebrate come eroine e combattenti per la libertà. I ​​prigionieri di Long Kesh, nonostante le diffamazioni che subirono, sono ora considerati una parte vitale della pace raggiunta con l’Accordo del Venerdì Santo. I prigionieri della Baia di Guantanamo, nonostante il trattamento disumano e il consenso pubblico alla tortura, rimasero senza processo e furono in gran parte rilasciati senza condanna.

Così come furono assolti tutti loro, la storia assolverà anche i prigionieri di Palestine Action che hanno cercato di fermare il massacro di persone innocenti, contro la volontà e gli interessi del governo britannico.

Non siamo semplici osservatori, ma testimoni dell’ingiustizia attualmente perpetrata dalle braccia dello Stato contro persone che la storia senza dubbio assolverà, come ha fatto con gli scioperanti della fame che li hanno preceduti.

Firmatari:

Shadi Zayed Saleh Odeh, Palestine

Mahmoud Radwan, Palestine

Othman Bilal, Palestine

Mahmoud Sidqi Suleiman Radwan, Palestine

Loay Odeh, Palestine

Tommy McKearney, Ireland

Laurence McKeown, Ireland

Tom McFeely, Ireland

John Nixon, Ireland

Mansoor Adayfi (GTMO441), Guantanamo

Lakhdar Boumediene, Guantanamo

Samir Naji Moqbel, Guantanamo

Moath Al-Alwi, Guantanamo

Khalid Qassim, Guantanamo

Ahmed Rabbani, Guantanamo

Sharqawi Al-Hajj, Guantanamo

Saeed Sarim, Guantanamo

Mahmoud Al Mujahid, Guantanamo

Hussein Al-Marfadi, Guantanamo

Osama Abu Kabir, Guantanamo

Abdul Halim Siddiqui, Guantanamo

Ahmed Adnan Ahjam, Guantanamo

Abdel Malik Al Rahabi, Guantanamo

Ahmed Elrashidi, Guantanamo

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Israele di porre fine al “sistema di apartheid” in Cisgiordania

Redazione MEE

8 gennaio 2026 – Middle East Eye

Il commento segue la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’intensificarsi della “discriminazione” israeliana nei confronti dei palestinesi

Mercoledì, in un nuovo rapporto, le Nazioni Unite hanno affermato che Israele sta violando il diritto internazionale con l’attuazione di un sistema assimilabile all’apartheid e hanno avvertito che le pratiche discriminatorie hanno subito una forte accelerazione dalla fine del 2022, in un contesto di crescente violenza, repressione e impunità nella Cisgiordania occupata.

Nel rapporto, intitolato “Amministrazione discriminatoria da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est”, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sostenuto che la “discriminazione sistematica” multi-decennale contro i palestinesi si sta intensificando e ha invitato il Paese a porre fine al suo “sistema di apartheid”.

In una dichiarazione, l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato: “Esiste un sistematico soffocamento dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania”.

Il rapporto di 42 pagine tratta i seguenti argomenti: uccisioni illegali di palestinesi; restrizioni discriminatorie alla libertà di movimento; aumento del numero di detenzioni di palestinesi e torture sui detenuti; espansione degli insediamenti e appropriazione delle risorse palestinesi; repressione della libertà di espressione; demolizione di abitazioni; trasferimenti forzati di palestinesi.

Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il genere di sistema di apartheid già visto in passato, ha affermato Turk.

Sebbene molti esperti indipendenti affiliati alle Nazioni Unite abbiano descritto la situazione nella Cisgiordania occupata come “apartheid”, questa sarebbe la prima volta che un responsabile dell’ONU per i diritti umani utilizza questo termine. Si riferisce alla politica di segregazione razziale e discriminazione che il governo della minoranza bianca in Sudafrica ha applicato contro la popolazione a maggioranza non bianca del paese dal 1948 fino all’inizio degli anni ’90.

Il rapporto afferma che le autorità israeliane “trattano i coloni israeliani e i palestinesi residenti in Cisgiordania sulla base di due distinti corpi di leggi e politiche”.

“I palestinesi continuano a essere sottoposti a confische di terre su larga scala e alla privazione dell’accesso alle risorse”, si legge.

Il rapporto afferma che i palestinesi sono perseguiti dai tribunali militari, dove i diritti a un processo equo e a un giusto procedimento sono sistematicamente violati, mentre i coloni israeliani beneficianodel sistema, godendo degli stessi diritti di cui godono gli israeliani all’interno di Israele.

Turk ha chiesto a Israele di “abrogare tutte le leggi, le politiche e le pratiche che perpetuano la discriminazione sistemica contro i palestinesi basata su razza, religione o origine etnica”.

La missione israeliana a Ginevra ha respinto il rapporto definendolo assurdo e distortoe ha affermato che esso esemplifica la fissazione intrinsecamente politica dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite … nel diffamare Israele”.

Uccisione di palestinesi

Il rapporto rileva che il governo israeliano ha “ulteriormente ampliato” l’uso illegale della forza, le detenzioni arbitrarie e la tortura, la repressione della società civile e le indebite restrizioni alla libertà di stampa, le gravi restrizioni alla circolazione, l’espansione degli insediamenti coloniali e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, che è stata riconosciuta come genocidio dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli studiosi del genocidio.

Le Nazioni Unite hanno inoltre documentato una continuazione e unescalation della violenza dei coloni [israeliani], in molti casi con lacquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane (ISF)”.

Il rapporto afferma che tra il 2005 e il 20 settembre 2025 l’esercito israeliano ha ucciso 2.321 palestinesi (1.760 uomini, 65 donne e 496 bambini) nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est occupata, e ne ha feriti migliaia, in molti casi causando ferite e disabilità permanenti.

Nello stesso periodo, sono stati uccisi 205 israeliani (148 uomini, 32 donne e 25 bambini). Più di un terzo di loro, 69, erano membri dell’esercito israeliano, e gli attacchi si sono verificati durante tensioni o in seguito ad attacchi da parte di singoli palestinesi.

Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, le truppe e i coloni israeliani hanno ucciso più di 1.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, registrando un forte aumento.

Le Nazioni Unite hanno anche documentato un aumento delle esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito israeliano, con “impunità quasi totale”, in Cisgiordania. Secondo il rapporto su oltre 1.500 uccisioni di palestinesi registrate tra gennaio 2017 e settembre scorso, le autorità israeliane hanno aperto solo 112 indagini, che hanno portato a una sola condanna.

La relazione menziona anche uccisioni gratuite con uso di forza letale. Nel novembre 2023 i soldati di un convoglio blindato si sono fermati per sparare alla nuca di Adam Samer Othman al-Ghoul, un bambino di otto anni che stava scappando, e per centrare due volte al petto Basil Suleiman Tawfiq Abu al-Wafa, quindicenne, mentre cercava di accendere un piccolo ordigno non identificato che, secondo il rapporto, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per un veicolo blindato”.

I soldati non hanno fornito assistenza medica ai ragazzi, lasciandoli incustoditi mentre morivano.

In Cisgiordania vivono circa 3,3 milioni di palestinesi, mentre circa 700.000 coloni israeliani risiedono in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Restrizioni alla circolazione

Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza le autorità israeliane “hanno esteso e intensificato le restrizioni esistenti” alla circolazione dei palestinesi nei territori occupati.

L’ONU afferma che le restrizioni sembrano “perseguire illegalmente due obiettivi principali: frammentare ulteriormente il territorio e la società palestinese per facilitarne il controllo da parte dell’esercito israeliano e creare ed espandere aree riservate alle forze di sicurezza israeliane e ai coloni, comprese le strade, per garantire la ‘sicurezza’ dei coloni”.

Le restrizioni discriminatorie alla circolazione hanno avuto un impatto negativo sui diritti economici, sociali e culturali dei palestinesi, violando il loro diritto al lavoro e impedendo l’accesso alle loro terre, causando gravi difficoltà finanziarie e ostacolando il loro diritto a un adeguato tenore di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rilevato che al 31 gennaio 2024 le misure imposte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata hanno causato la perdita di 306.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione in Cisgiordania si attestava al 31,7% per gli uomini e al 33,7% per le donne.

Secondo il Global Education Cluster [coordinamento umanitario attivato dalle Nazioni Unite per garantire laccesso allistruzione in situazioni di emergenza, ndt.] l’aumento delle restrizioni alla circolazione, le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni hanno causato una riduzione dell’85% della mobilità in tutta la Cisgiordania occupata, colpendo almeno 782.000 studenti da ottobre 2023 ad agosto 2024 e causando la cancellazione delle lezioni e il ricorso all’apprendimento a distanza, non accessibile a tutti.

La chiusura di 12 scuole ONU nella Gerusalemme Est occupata e nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale ha avuto un impatto su 6.630 studenti palestinesi.

Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato, poiché le famiglie hanno smesso di mandare le bambine a scuola, soprattutto durante i periodi di violenza intensificata, temendo violenze di genere e umiliazioni durante le estese perquisizioni ai posti di blocco.

Detenzione

Le Nazioni Unite rilevano inoltre che le autorità israeliane hanno utilizzato la detenzione arbitraria come mezzo di controllo sulla popolazione palestinese.

È emerso che le autorità israeliane hanno deliberatamente sottoposto i palestinesi a condizioni disumane di detenzione, a maltrattamenti e torture, tra cui violenze sessuali e di genere su larga scala contro uomini e donne, come stupri e minacce di stupro; percosse sui genitali e altre torture a sfondo sessuale; ripetute, inutili e umilianti perquisizioni corporali; nudità forzata; e contatti fisici inappropriati.

Il rapporto cita il caso di due detenuti maschi rilasciati alla fine di settembre, i quali hanno riferito all’ONU di essere stati sottoposti, insieme ad altri detenuti, a uno stupro anale con un oggetto.

Il rapporto conclude di aver trovato motivi ragionevoli per ritenere che tale separazione, segregazione e subordinazione intendano essere permanenti… al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi”.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato Israele a porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, smantellando tutti gli insediamenti ed allontanando tutti i coloni, e a rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Antisionismo, antisemitismo: le falsità di Eva Illouz

Gilbert Achcar

29 dicembre 2025 – Orient XXI

Nel suo editoriale pubblicato da Le Monde il 18 dicembre 2025 la sociologa [Eva Illouz] pretende di dimostrare che l’antisionismo, presentato come il volto dell’antisemitismo contemporaneo, condivide le due basi fondamentali della “cultura dell’antisemitismo”: la “negazione” e “l’inversione accusatoria”. Tuttavia, come dimostra il ricercatore e scrittore Gilbert Achcar, nella sua argomentazione l’autrice riproduce lei stessa questi meccanismi.

L’editoriale di Eva Illouz comincia con un commento sulla nascita dell’antisemitismo nel corso dell’ultimo quarto del XIX° secolo, quando il tradizionale odio cristiano verso gli ebrei venne trasformato in “teoria quasi sociologica” per adeguarlo allo spirito del tempo. Questo preambolo serve da preludio all’argomento centrale dell’articolo, secondo il quale l’antisionismo a sua volta non è che un’incarnazione dell’antisemitismo più rispondente allo spirito della nostra epoca.

Come “esempio probatorio” della “negazione” del crimine commesso contro un gruppo e dell’“inversione accusatoria” che trasforma le vittime, membri di un gruppo, in colpevoli del crimine che esse subiscono, Eva Illouz cita la dichiarazione redatta sotto l’impatto del 7 ottobre 2023 dal Comitato di Solidarietà con la Palestina dei laureandi di Harvard e co-firmata da molte organizzazioni studentesche. Questa dichiarazione, afferma Eva Illouz, “considera il regime israeliano ‘interamente responsabile’ della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas, cancellando totalmente le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi.

L’autrice non cita che un brano della dichiarazione studentesca. Ma questa afferma: “Noi, le associazioni studentesche firmatarie, riteniamo il regime israeliano totalmente responsabile di ogni violenza in corso.” In altri termini, nella frase incriminata non è “della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas” che la potenza israeliana è considerata “interamente responsabile”, ma della spaventosa guerra genocida e devastante che quel potere ha scatenato contro Gaza subito dopo l’attacco omicida del 7 ottobre.

La dichiarazione studentesca prosegue:

Gli avvenimenti di oggi non sono sopravvenuti fuori contesto. Per 20 anni milioni di palestinesi di Gaza sono stati obbligati a vivere in una prigione a cielo aperto. I responsabili israeliani promettono di ‘aprire le porte dell’inferno’ e i massacri a Gaza sono già iniziati. I palestinesi di Gaza non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi o scappare. Nei prossimi giorni dovranno inevitabilmente subire l’impatto della violenza israeliana. Il regime di apartheid è l’unico responsabile. La violenza israeliana ha strutturato tutti gli aspetti dell’esistenza palestinese durante 75 anni.

Segue una sintesi di quello che il popolo palestinese ha subito, che si conclude con un invito ad opporsi allo “sterminio dei palestinesi in corso”. È un breve appello a un’azione urgente di assistenza a un popolo in pericolo. Sostenere che questo stesso appello avrebbe dovuto sottolineare “la responsabilità” di Hamas “nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi” vuol dire confondere le cose e ignorare l’urgenza di fronte a un genocidio annunciato.

Per fare bella figura Eva Illouz menziona una volta nel suo editoriale “i veri palestinesi, quelli che soffrono amaramente gli abusi [sic] da parte del governo israeliano e che hanno bisogno dell’aiuto del mondo intero”, ma è unicamente per deplorare che “la causa palestinese (sia) giunta a incarnare e a sintetizzare tutte le lotte femministe, trans, climatiche, omosessuali, nere.” L’autrice prosegue mettendo in modo assolutamente improprio sullo stesso piano uno slogan antisemita molto volgare (“Fuck the Jews” [Fanculo gli ebrei]) e gli slogan che chiedono di “globalizzare l’Intifada” o una “Palestina libera dal fiume al mare”. Seguono tre ragioni che spiegano perché l’antisionismo costituisce, secondo lei, “una nuova forma di antisemitismo”.

Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

La prima ragione, la più importante, è che “l’antisionismo rimette in discussione la stessa legittimità del nazionalismo e del focolare nazionale ebraico. Non esiste nessun altro caso in cui un popolo si veda negato il diritto di continuare a vivere nel suo Stato con una tale insistenza ossessiva da parte di un’ideologia politica.” L’idea secondo la quale lo Stato di Israele sarebbe il “focolare nazionale ebraico” è al cuore della dichiarazione Balfour con la quale il governo britannico aveva dato il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina nel 1917. Questa idea all’epoca era stata denunciata da Edwin Samuel Montagu, unico membro ebraico del governo al quale apparteneva Arthur Balfour e il solo ad essersi opposto alla sua dichiarazione in termini premonitori: “Per me è importante che sia resa nota la mia opinione che la politica del governo di Sua Maestà è antisemita per il risultato che ne consegue e si dimostrerà essere un punto di riferimento degli antisemiti in tutto il mondo.”

Montagu riteneva “inconcepibile che il governo britannico riconosca ufficialmente il sionismo e che il signor Balfour sia autorizzato a dire che la Palestina debba essere trasformata in ‘focolare nazionale del popolo ebraico’. Ignoro ciò che questo implichi, ma suppongo che ciò significa che i maomettani e i cristiani dovranno far posto agli ebrei e che questi ultimi saranno favoriti e associati in modo esclusivo con la Palestina come l’Inghilterra lo è con gli inglesi o la Francia con i francesi, che i turchi e altri maomettani in Palestina saranno considerati stranieri, così come gli ebrei lo saranno ormai in tutti i Paesi meno che in Palestina.”

L’effetto dell’antisemitismo,” spiega Eva Illouz, “è privare gli ebrei del focolare, negando loro la cittadinanza o espellendoli. Quello era lo scopo del tradizionale antisemitismo europeo.” È vero, ed è precisamente quello che Montagu deplorava: invitando il movimento sionista a creare un “focolare nazionale del popolo ebraico” in Palestina la dichiarazione Balfour privava gli ebrei dei loro focolari ebraici legittimi nei vari Paesi ai quali appartenevano per assegnare loro un focolare unico in Palestina.

Montagu si trovava nella posizione giusta per capire quello che il padre fondatore del sionismo statale, Theodor Herzl, intendeva scrivendo nel suo diario il 12 giugno 1895: “Gli antisemiti diventeranno i nostri più affidabili amici.” Questa profezia si trova oggi realizzata nel modo più clamoroso nell’alacre adesione alla causa dello Stato sionista da parte dei depositari dell’antisemitismo tradizionale europeo, così come Eva Illouz finge di ignorare che l’antisemitismo non consiste nel contestare al popolo ebraico-israeliano “il diritto di continuare a vivere nel suo Stato,” ma piuttosto il suo diritto a vivere in uno Stato etnocratico fondato su un territorio conquistato nel 1948 da coloni europei a detrimento della popolazione nativa che vi viveva da secoli.

La grandissima maggioranza di questa popolazione fu allora vittima di una “epurazione etnica”; un’altra parte dopo il 1967 si è trovata ridotta allo status di popolazione sotto un regime d’occupazione, dovendo affrontare una colonizzazione graduale e brutale del suo territorio. Quello che gli antisionisti rifiutano è il diritto degli ebrei israeliani a considerare la terra della Palestina come loro “focolare nazionale” esclusivo, diritto ora consacrato dalla legge “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” adottata nel 2018 dal parlamento israeliano. Contrario a questo esclusivismo etno-nazionalista è il principio della coesistenza egualitaria dei popoli israeliano e palestinese in una Palestina “libera dal fiume al mare” che sostengono gli antisionisti, molti dei quali, come è ben noto, sono di origine ebraica.

Analogie grossolane

La seconda ragione che secondo Eva Illouz fa dell’antisionismo “una nuova forma di antisemitismo” sarebbe che l’antisionismo “ripropone tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le fantasie dell’antisemitismo.” Così “invece di uccidere i bambini per utilizzare il loro sangue per farne del pane azzimo, un’altra diceria ossessiva vorrebbe che Israele prelevi gli organi dei palestinesi morti.” Con analogie così grossolane sarebbe sufficiente citare le numerose parole sioniste estremiste antipalestinesi, molto meno marginali perché pronunciate da responsabili di alto livello dello Stato israeliano per sostenere che il sionismo, in tutte le sue tendenze, è uguale al nazismo nel suo intento genocida. Ci sono affermazioni esagerate, e persino oltraggiose, in ognuno dei campi politici: ridurre l’insieme del campo a tali affermazioni è un metodo polemico deprecabile.

Quanto alla terza ragione, essa sarebbe che “l’antisionismo contiene un programma di negazione dell’antisemitismo, in quanto la sua denuncia è sospetta di strumentalizzazione. Ciò a sua volta rende meno scandaloso e più legittimo uccidere ebrei.” Per sostenere il suo argomento Eva Illouz spinge la distorsione fino all’estremo: “Slogan come ‘Globalize the Intifada’ (Globalizzare l’Intifada) sono in realtà appelli all’uccisione indiscriminata di civili ebrei ovunque nel mondo, perché la Seconda Intifada [2000-2005] fu una serie di attentati terroristi contro più di 1.000 civili israeliani per 5 anni.

L’autrice decide così, arbitrariamente e perentoriamente, che il termine Intifada (‘rivolta’ in arabo) rinvia alla “Seconda Intifada” piuttosto che alla prima, la rivolta di massa non violenta che raggiunse il suo apice nel 1988 e fece entrare il termine Intifada nel vocabolario internazionale. Inoltre riduce a “una serie di attentati terroristici” la “Seconda Intifada”, ribellione che fu il risultato dell’esasperazione della popolazione palestinese nei territori occupati del 1967 di fronte all’accelerazione della colonizzazione che fece seguito agli accordi di Oslo del 1993. Eva Illouz omette infine di dire che durante la “Seconda Intifada” ci furono da 3 a 4 volte più vittime palestinesi che israeliane e sembra ignorare che circa un terzo dei “più di 1.000 civili israeliani” che menziona erano in realtà militari.

Sarebbe noioso continuare a smascherare le falsità incluse nell’articolo di Eva Illouz. Arriviamo quindi alla conclusione:

“È tutta la terra che ormai ci è divenuta inospitale. Per la prima volta gli ebrei non hanno più il sogno di un altrove accogliente, trasformando in realtà l’antica maledizione antisemita dell’ebreo errante.

Il pathos eccessivo di questa conclusione è una constatazione del tragico fallimento del sionismo. Lungi dal risolvere la “questione ebraica” e di assicurare agli ebrei un rifugio in cui possano vivere sicuri, il sionismo ha creato uno Stato in cui l’insicurezza degli ebrei è più grande che nel resto del mondo. Attraverso la sua violenza omicida e distruttrice, portata al suo apice sotto il governo dell’estrema destra, ha anche attizzato un antisemitismo che si sperava fosse in via di estinzione in Occidente.

Gilbert Achcar

Accademico franco-libanese, docente emerito all’École des études orientales et africaines [scuola di studi orientali e africani] (SOAS) dell’università di Londra e autore di Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale [Gaza, un genocidio annunciato. Un punto di svolta nella storia mondiale] (La Dispute, 2025).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (II parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Segue dalla I parte

Come si manifesta nella vita quotidiana degli israeliani la situazione economica che descrive?

C’è una notevole differenza tra come la borsa o la moneta stanno rispondendo e come ne sta concretamente risentendo il livello di vita.

Un recente articolo del quotidiano finanziario israeliano The Market ha calcolato a 111.000 shekel il costo della guerra per famiglia (confrontando il tasso di crescita medio dell’economia israeliana con il tasso di crescita reale negli ultimi due anni). Ciò corrisponde a circa 30.000 €, una cifra molto alta.

Se hai oltre il 40% delle famiglie israeliane che spende più di quello che sta guadagnando ogni mese, esse sono già in crisi. Si stanno sempre più indebitando di mese in mese solo per tenere la testa fuori dall’acqua, spendendo per il cibo e per pagare l’affitto, ecc.

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale non ha ancora neppure pubblicato il suo rapporto 2024 sulla povertà, ma un rapporto alternativo dell’organizzazione della società civile Latet ha scoperto che molti israeliani non ufficialmente classificati come al di sotto del livello di povertà sono tuttavia in grave crisi. Nel 2025 la percentuale di persone che non riescono a comprare cibo sufficiente, classificate come soggetti con insicurezza alimentare, si aggira intorno al 29%. Il rapporto descrive la situazione come uno “stato di emergenza”.

Da anni una grande percentuale di famiglie israeliane sa di essere “in passivo”, ad esempio con i conti bancari in rosso e compra a credito. Gli israeliani non sono già abituati a questa situazione? Cos’è cambiato durante la guerra?

Negli ultimi 5 anni la percentuale di famiglie israeliane che comprano a credito e con i conti bancari in rosso è circa del 40%, ma durante la guerra si sono notate due differenze.

Primo, i prodotti che la gente compra a credito sono meno quelli di lusso e più quelli per le necessità fondamentali. Secondo, c’è una differenza tra le famiglie che conservano un livello più o meno costante di debiti con le banche e che pagano gli interessi ogni mese e quelle i cui debiti aumentano ogni mese e delle quali crescono pure i pagamenti per gli interessi finché sono obbligate a vendere i propri averi. Durante la guerra queste ultime sono aumentate sempre di più.

E nel contempo tutto il denaro, gli sforzi e le risorse del governo vanno alla guerra. Ovviamente le persone ne risentono. Il costo della vita cresce e il livello dei servizi pubblici sta crollando in termini di qualità dei trasporti, dei servizi sanitari ed educativi. Le entrate stanno diminuendo per quasi tutti tranne che per i riservisti, e loro, come abbiamo detto, non stanno spendendo più di quello che guadagnano.

Cosa dice riguardo al fatto che gli investimenti stranieri rimangono alti, in particolare le grandi “uscite” [vendite di quote da parte di un imprenditore o di un investitore, con conseguente “uscita” dall’investimento, ndt.] del settore tecnologico? Ciò non riflette il fatto che il modello economico israeliano, benché distorto, è sostenibile?

A parte le “uscite” di giganti come Wiz [impresa della cybersicurezza comprata da Google, ndt.], la variazione netta degli investimenti è negativa, molto negativa. Gli investimenti sono drasticamente scesi, soprattutto nel settore tecnologico.

Ma anche se si guardano da vicino queste uscite, si vedrà che l’importo che ci si aspetta che il governo israeliano ne raccolga in tasse è incredibilmente ridotto in confronto alle dimensioni dell’accordo.

Nel settore tecnologico è molto comune che i lavoratori abbiano stock option, il che significa che i dipendenti, soprattutto quelli ben pagati, come i programmatori, di fatto posseggono azioni della società. Quindi, se un’impresa straniera come Google compra le azioni, le sta comprando in realtà da loro. Di conseguenza stanno diventando ricchi, ma non spendono quel denaro in Israele, perché se ne stanno andando. Il denaro viene portato all’estero.

Queste uscite sono fondamentalmente una fuga del settore tecnologico israeliano dal Paese. Queste imprese hanno già un piede fuori e anche l’altro, ancora in Israele, vuole uscirne.

Ho sentito descrivere il comportamento di Israele durante la guerra a Gaza come una forma di keynesismo [investimento da parte dello Stato per riattivare l’economia, ndt.] militare, suggerendo che sarebbe un approccio economico per lo meno in qualche modo sostenibile. Potrebbe approfondire questo aspetto?

È in primo luogo importante notare che in nessuna parte del mondo nel XXI secolo c’è qualcosa come il keynesismo militare.

È una teoria che è stata sviluppata principalmente negli anni ’60 del ‘900 durante la Guerra Fredda, e, in modo oscuro e macabro, aveva in un certo modo senso. Fondamentalmente i governi degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale crearono lavoro in modo artificioso spendendo moltissimo denaro in armamenti invece che in welfare, educazione e in una società sana, e convinsero l’opinione pubblica ad assecondarli per paura della distruzione nucleare.

Ma, dato che il valore produttivo delle armi è zero, di fatto negativo in quanto le armi distruggono invece di produrre, ciò funzionò solo per un breve periodo di tempo. Negli anni ’70 questo provocò una crisi, ed è stato allora che nacque il neoliberismo e disse che anche le spese militari dovessero essere tagliate.

Ora il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accolto questa fantasticheria secondo cui “Ehi, qual è il problema? Torniamo ai bei vecchi tempi dei ’60 e creiamo una Nazione in uniforme e invece di mandare la gente a lavorare andranno a fare i riservisti nell’esercito.” Ma, semplicemente, non si può tornare indietro.

La ragione è che negli anni del keynesismo militare il commercio globale era una frazione di quello che è oggi. Le aziende di beni di consumo che stavano soffrendo perché la gente aveva un reddito disponibile minore semplicemente non avrebbero potuto trasferirsi in un altro Paese. Oggi alcuni israeliani sono effettivamente bloccati in Israele per ragioni personali, di salute e familiari e non hanno scelta se non fare parte di un’economia militarista, anche se il loro livello di vita sta peggiorando. Ma i capitali non hanno questi limiti e possono spostarsi in altri Paesi.

Cosa ne dice del Sudafrica durante l’apartheid e della Russia oggi? Israele non potrebbe emulare questi regimi nel modo in cui modifica la sua economia per poter rimanere bellicoso?

Prima di tutto non dimentichiamo che il regime di apartheid del Sud Africa alla fine è crollato. Ma per anni è riuscito ad autosostenersi nonostante boicottaggi generalizzati perché era ricco di risorse naturali e aveva un’economia relativamente sostenibile. Sicuramente questo non è il caso di Israele, che dipende molto dal commercio estero e non può mantenere la popolazione in uno stato di allerta militare permanente.

In tutti i suoi settori Israele dipende dall’importazione di energia, materie prime, tecnologia, componentistica e prodotti finiti, e dipende anche dalle esportazioni per finanziarsi e ottenere la valuta estera necessaria per continuare a importare.

Riguardo alla Russia, quello che secondo me spiega la sua capacità di sostenere la sua economia è la vendita di armi, così come di petrolio e altre risorse naturali, ad altri Paesi. E qui penso risieda la principale differenza tra la Russia e Israele. Perché la Russia, come risultato della guerra in Ucraina, ha di fatto esteso la sua influenza internazionale. Ci sono Paesi come la Cina, l’India, l’Iran e la Turchia che vedono un potenziale nell’intensificazione dei rapporti con la Russia, mentre al contrario in seguito alla guerra Israele non sta esattamente prosperando a livello diplomatico e nei fatti si sta isolando dai suoi stessi alleati.

Israele ha cercato di costruire nuove alleanze e collaborazioni commerciali al di fuori dell’Occidente, ma ha in gran parte fallito. L’Europa rimane il più grande partner commerciale di Israele, seguita dagli Stati Uniti. Gli Accordi di Abramo [con alcuni Paesi arabi, ndt.] sono stati presentati come una nuova frontiera dell’influenza e delle alleanze di Israele, ma in pratica sono poco più di una collaborazione che precedeva gli accordi e che riguarda gli armamenti. Ma dopo che, in seguito all’attacco israeliano a Doha, gli EAU [Emirati Arabi Uniti] hanno bandito le imprese israeliane dalla fiera delle armi di Dubai, resta da vedere cosa ne è rimasto degli Accordi di Abramo.

Fino a poco tempo fa lei era anche il coordinatore del comitato ufficiale del movimento BDS per l’embargo militare. Quindi sono curioso di sentire la sua opinione riguardo a che punto è la campagna per l’embargo delle armi a Israele dopo due anni di guerra, e in futuro.

Nel 2022, quando ho iniziato a lavorare, credevo fermamente nella campagna per l’embargo militare, ma pensavo che probabilmente sarebbe stata l’ultima (del BDS) ad aver successo a causa del fatto che i singoli individui non possono realmente boicottare le armi. Mi aspettavo di vedere [avere successo] prima le campagne di boicottaggio contro le imprese di beni di consumo e poi di disinvestimenti e infine, quando le sanzioni fossero aumentate, avremmo potuto assistere a un embargo militare.

Quindi stavo progettando a lungo termine. Ma poi, quando Israele ha iniziato a commettere il genocidio, mi sono trovato attorno a un tavolo con ministri di diversi governi a dire loro che è illegale che i loro Paesi commercino armi con Israele. E loro si agitavano sulle sedie e non potevano far altro che concordare che era un dato di fatto.

Quindi si sono trovati in una situazione veramente difficile e molti governi in effetti si sono attivati. Non abbastanza e non abbastanza in fretta, possiamo sempre chiedere di più e lo dovremmo fare, ma se guardo anche solo il ritmo al quale le azioni per l’embargo sulle armi sono cresciute nei diversi Paesi, soprattutto nel Sud globale ma anche in Europa, è veramente incredibile.

E non è comparabile con altri casi di genocidio. Certo, alla maggioranza dei Paesi non importa davvero molto delle proprie relazioni con il regime rwandese, quindi hanno rispettato le leggi internazionali e imposto un embargo militare. Ma ci sono stati Paesi, come Israele, che hanno rotto l’embargo e sono stati puniti per questo. Ora, tuttavia, vediamo che in Paesi che non hanno imposto l’embargo militare, i lavoratori portuali stanno dicendo nei porti: “Bene, in questo caso abbiamo l’obbligo giuridico e morale di non caricare le armi sulle navi.”

E gli Stati Uniti, che sono il più grande fornitore di armi a Israele, e ovviamente sono più complici e più interessati a prolungare il genocidio, hanno ancora un grave problema logistico perché le armi devono passare attraverso l’Europa nel loro viaggio verso Israele. Non è tecnicamente possibile fare altrimenti. A causa di ciò è stato colpito il trasferimento persino di armi USA a Israele.

Come prevede che sarà lo sviluppo dell’economia israeliana nei prossimi anni?

Se sapessi come prevedere lo sviluppo economico sarei molto ricco. Ma penso che dovremmo prestare attenzione alla fine dell’anno, quando il ministero delle Finanze fa un resoconto di quanto il governo spende realmente per la guerra rispetto ai suoi impegni in base al bilancio 2025. Mi aspetto che molti investitori e istituzioni internazionali perderanno fiducia.

A lungo termine, mentre la banca centrale israeliana ha messo in guardia che l’economia si riprenderà lentamente, se non per nulla, l’opinione pubblica si aspetta una ripresa rapida. La delusione colpirà duramente la società israeliana, e se tutto ciò darà come risultato una maggiore emigrazione di persone altamente professionalizzate, entro 2-3 anni l’esercito israeliano smetterà di funzionare come un esercito moderno.

Possiamo già vedere segnali di questo nella crisi della disciplina militare. Alcune unità adottano emblemi propri, agiscono nella totale impunità e seguono catene di comando informali. In Cisgiordania sempre più spesso i soldati si uniscono alle milizie dei coloni e partecipano ai pogrom contro i palestinesi. E mentre migliaia di soldati crollano dal punto di vista mentale e morale e altre migliaia lasciano il Paese, il governo risponde aumentando le paghe ai riservisti. Il risultato è una specie di forza mercenaria che si sposta da un’unità all’altra invece di prestare servizio in una struttura coerente e disciplinata. In questo senso la disintegrazione della società israeliana si riflette sempre più nel suo esercito.

Amos Briton è un giornalista di +972 che vive a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Come il Jewish Chronicle usa l'”antisemitismo” come arma per alimentare il panico morale

Neve Gordon

4 dicembre 2025 – Middle East Eye

Alcuni articoli equiparano l’attivismo filopalestinese all’odio verso il popolo ebraico, seguendo il subdolo copione del governo israeliano.

Durante lo Yom Kippur [ricorrenza religiosa ebraica, ndt.] due ebrei britannici sono stati uccisi nella sinagoga della Congregazione Ebraica di Heaton Park a Manchester in un crudele atto di violenza antisemita. Uno dei due è stato colpito accidentalmente dalla polizia.

Più tardi, quella stessa settimana, mentre discutevamo di antisemitismo a tavola, mio ​​figlio adolescente, che frequenta un liceo a Hackney, Londra, ha preso il telefono e ha mostrato decine di reel antisemiti su Instagram.

Numerose clip generate dall’intelligenza artificiale mostravano ebrei ortodossi in diverse situazioni in cui apparivano ossessionati dal denaro, mentre altri reel negavano l’Olocausto, mettendo in discussione, ad esempio, la possibilità di preparare sei milioni di pizze in 20 forni. Alcuni dei suoi compagni di scuola hanno apprezzato i video, trovandoli divertenti.

L’antisemitismo è vivo e vegeto nel Regno Unito e in tutta Europa. È necessario che venga combattuto con decisione. Ma invece di concentrarsi su questo problema molto reale importanti organizzazioni ebraiche hanno seguito il governo israeliano strumentalizzando l’antisemitismo nel tentativo di criminalizzare e mettere a tacere i palestinesi e i loro sostenitori nella lotta per la liberazione e l’autodeterminazione.

La crudele ironia è che di fatto queste organizzazioni stanno drasticamente indebolendo la vera lotta contro l’antisemitismo.

Un esempio calzante è il Jewish Chronicle, il più antico quotidiano ebraico del mondo. Nel dicembre 2024 il Chronicle pubblicò un articolo della commentatrice Melanie Phillips, che scrisse: “La paura e l’odio squilibrati verso gli ebrei e l’obiettivo di sterminarli definiscono la causa palestinese… I governi di sinistra che sostengono ideologicamente la causa palestinese e si inchinano alle circoscrizioni elettorali musulmane in cui l’odio per gli ebrei è dilagante, riciclano in modo scandaloso le menzogne ​​su Israele”.

Affermando che i peggiori colpevoli sono stati “i governi di Gran Bretagna, Australia e Canada”, Phillips concludeva definendo tutti i sostenitori della causa palestinese come “facilitatori di un odio squilibrato e omicida verso gli ebrei”.

Svuotato di significato

Tre settimane dopo il Chronicle pubblicò un articolo intitolato: “Elon Musk ha davvero fatto il saluto nazista al comizio di Trump?” Il sottotitolo rassicurava i lettori che “le associazioni benefiche ebraiche negano che si trattasse di un riferimento nazista”, mentre l’Anti-Defamation League (Ong ebraica con sede negli USA, ndtr.) avrebbe affermato che il gesto di Musk era “imbarazzante”, ma non un saluto nazista.

L’accostamento di questi articoli uno che equipara l’attivismo filo-palestinese ad un antisemitismo omicida, e l’altro che minimizza i pericoli concreti dell’antisemitismo, come manifestato in un saluto nefasto da parte di una delle persone più potenti del mondo fornisce una porta d’accesso all’universo del Chronicle e alla sua aggressiva campagna contro qualsiasi dimostrazione di solidarietà con i palestinesi.

L’antisemitismo viene spesso privato del suo significato originario ovvero discriminazione contro gli ebrei in quanto ebrei e utilizzato invece come una “cupola di ferro” per difendere Israele dai suoi critici. Articoli come questi mi hanno spinto ad analizzare più attentamente il modo in cui il giornale ha storicamente inteso e utilizzato l’antisemitismo sulle proprie pagine un progetto di ricerca i cui risultati sono stati recentemente pubblicati.

Nell’esaminare la comparsa del termine “antisemitismo” in un periodo di 100 anni – dal 1925 al 2024 – ipotizzavo che la sua presenza fosse stata più marcata durante l’Olocausto, quando l’antisemitismo portò allo sterminio di sei milioni di ebrei.

Tuttavia i risultati hanno rivelato che nel 1938, al culmine della repressione nazista contro gli ebrei in Germania (che, a differenza della “soluzione finale”, non era avvolta nel segreto), l’antisemitismo era menzionato in 352 articoli. Sebbene questo dato fosse notevolmente superiore alla media, era comunque inferiore rispetto al numero di occorrenze registrato durante la campagna elettorale nazionale di Jeremy Corbyn nel 2019 e l’ultima guerra di Israele contro Gaza, quando il numero di articoli che invocavano l’antisemitismo era quasi doppio.

Sebbene il termine sia diventato più comune negli ultimi decenni, sorprendentemente, secondo il punto di vista espresso dal Chronicle, la minaccia dell’antisemitismo è percepita come più grave oggi rispetto alla fine degli anni ’30 e all’inizio degli anni ’40.

Fomentare la paura

Tra gennaio 2023 e giugno 2024 – un periodo che copre i nove mesi precedenti l’attacco del 7 ottobre e i nove successivi – il termine antisemitismo, che denota quasi sempre antisionismo e critica a Israele, è apparso in circa un articolo su cinque. Ciò suggerisce che il principale quotidiano ebraico del Regno Unito abbia strumentalizzato una nozione sionista di antisemitismo per generare panico morale tra i suoi lettori.

In altre parole il settimanale ebraico ha contribuito a fomentare paura e ansia equiparando falsamente l’antisemitismo all’antisionismo o alle critiche a Israele. Questa falsa e pericolosa commistione spiega il drammatico aumento della frequenza del termine e il motivo per cui sulle pagine del Chronicle Corbyn sembra essere molto più minaccioso per gli ebrei rispetto ad Hitler.

Ma affinché tali false accuse acquisiscano credibilità l’antisionismo e la critica a Israele devono essere interpretati come una minaccia imminente per i singoli ebrei in tutto il mondo. Ciò si ottiene, in parte, introducendo un’altra falsa equiparazione, questa volta tra la sensazione di “sentirsi a disagio” e quella di “non essere al sicuro“.

Ovviamente l’affermazione che Israele stia perpetrando un genocidio, o che costituisca un regime di insediamento coloniale e uno Stato di apartheid, potrebbe far “sentire a disagio” gli ebrei che si identificano emotivamente con Israele e il sionismo.

Ma il Chronicle presenta il loro disagio come di per sé lesivo, o come “non trovarsi al sicuro”. In definitiva, quindi, una fallace nozione di antisemitismo viene presentata come un pericolo per la sicurezza per evocare il timore dell’annientamento ebraico, e questo viene poi utilizzato come strumento di repressione delle rivolte per mettere a tacere gli attivisti palestinesi e filo-palestinesi che criticano l’apartheid israeliano e, più recentemente, la sua guerra genocida a Gaza.

Dato che l’antisemitismo autentico rimane una realtà fin troppo presente, il modo in cui il Chronicle ha utilizzato questo termine rischia di sminuire la minaccia dell’antisemitismo realmente esistente.

In effetti il più antico giornale ebraico ancora esistente sembra fermamente intenzionato a usare l’antisemitismo non tanto per combattere il razzismo, quanto per difendere un regime razzista e nascondere orribili violazioni. Abusando del termine antisemitismo il giornale sta danneggiando proprio gli ebrei che afferma di rappresentare, me compreso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Neve Gordon è l’autore di Israel’s Occupation [Ed. italiana: L’occupazione Israeliana, ed. Diabasis, ndt.]. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con altri autori, è Human Shields: A History of People in the Line of Fire [Ed. italiana: Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Laterza, ndt.]. Potete seguirlo su @nevegordon —

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)