I palestinesi che vivono in Israele sono dimenticati dall’“accordo del secolo” di Trump

Awad Abdelfattah

11 giugno 2019 – Middle East Eye

I palestinesi all’interno dei confini israeliani devono unirsi ai rifugiati fuori da Israele per contrastare questo piano di liquidazione dei loro diritti nazionali

I palestinesi all’interno di Israele non sono mai stati considerati dalla comunità internazionale come parte del conflitto arabo-sionista, ma piuttosto come un gruppo etnico non ebraico nello Stato di Israele e che subisce discriminazioni.

L’“accordo del secolo”, che va avanti da quando il presidente USA Donald Trump ha assunto il potere, è stato preceduto da un duro colpo contro milioni di rifugiati palestinesi come il taglio agli aiuti finanziari all’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite che fornisce loro servizi fondamentali.

Lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme è stato un ulteriore passo inteso a eliminare il più elementare principio della causa palestinese: il diritto dei rifugiati palestinesi alle proprie case nella Palestina storica.  

Pochi hanno dedicato attenzione al fatto che i rifugiati palestinesi, sparsi nei campi di Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria e altri luoghi, sono parenti di primo grado dei palestinesi all’interno di Israele. Io ho parenti in campi profughi di Libano, Giordania e Siria. Nel 1992 incontrai per la prima volta un’allora settantanovenne zia che, insieme a una serie di altri familiari, era stata obbligata a scappare dal nostro villaggio nel 1948. Arrivò dal Libano dopo aver ottenuto un permesso israeliano per visitare i parenti. La sua visita ci provocò grande tristezza e pena, dopo che ci sorprese chiedendoci di cercare di sapere dalle autorità israeliane il luogo in cui si trovava il corpo di uno dei suoi tre figli, ucciso durante la brutale invasione israeliana del Libano nel 1982.

Quello che ci angosciò ulteriormente fu il suo desiderio di passare il resto della sua vita con noi, nel luogo in cui era nata e cresciuta – ma l’apartheid israeliana non l’avrebbe mai permesso, perché non era ebrea. Questa storia straziante non è che un simbolo delle sofferenze di milioni di rifugiati che stanno languendo in condizioni spaventose – comprese guerre – in attesa di tornare a casa da più di settant’anni.

La “Legge del Ritorno” israeliana concede il diritto solo agli ebrei, di qualunque parte del mondo, di immigrare, e in molti casi di vivere in case da cui questi rifugiati sono stati espulsi. Ogni conferenza o iniziativa internazionale di pace intesa a trovare una soluzione al problema palestinese ha ignorato questi diritti nazionali dei rifugiati, e persino la loro stessa esistenza.

La più deludente e frustrante tra queste furono gli accordi di Oslo del 1993, che li presero di sorpresa, insieme al resto del popolo palestinese – soprattutto i rifugiati.

Questa frustrazione derivava dall’approvazione da parte della dirigenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di escludere dall’accordo la comunità di 1.5 milioni di palestinesi sopravvissuti alla pulizia etnica del 1948 condotta dalle bande sioniste, e che da allora hanno vissuto sotto un sistema di discriminazioni, furto di terre, de-nazionalizzazione e altre forme di oppressione.

Aggiungere la beffa al danno

L’imminente “accordo del secolo” USA ha solo aggiunto la beffa al danno. Ma, contrariamente ad Oslo – che all’epoca sembrò a molti come una svolta fondamentale e un promettente percorso verso una vera pace – l’accordo di Trump è visto da molti palestinesi come un piano israelo-americano per liquidare definitivamente i diritti nazionali e politici di tutti i palestinesi, anche di quelli che vivono all’interno dei confini israeliani del 1948.

La cosa più umiliante riguardo a questo accordo è il modo in cui affronta come una questione economica la tragedia pluridecennale dei diritti umani dei palestinesi.

L’Arabia Saudita ha annunciato che agli uomini d’affari palestinesi con passaporto israeliano potrebbe essere concesso un permesso di residenza permanente nel regno: “Come parte di una tendenza al disgelo dei rapporti tra Israele e l’Arabia Saudita, il nuovo piano consentirà anche agli arabo-israeliani di lavorare in Arabia Saudita,” ha sottolineato un articolo sulla rivista economica israeliana “Globes”.

Questo annuncio ha sollevato tra i dirigenti politici e intellettuali palestinesi seri sospetti che si tratti di un passo nel costante processo di normalizzazione con il nemico e un mezzo per la promozione dell’“accordo del secolo” – un accordo già rifiutato ovunque dai palestinesi.

Questo approccio è in consonanza con la politica ufficiale israeliana, perseguita dal 1948, di domare e cooptare i palestinesi all’interno di Israele. Il recente cambiamento di atteggiamento dei media sauditi, degli Emirati e del Bahrain nei confronti di Israele mostra chiaramente una spinta per preparare l’opinione pubblica saudita alla normalizzazione con Israele.

Lotta contro l’apartheid        

Negli ultimi anni, dato che Israele ha virato ulteriormente verso l’estrema destra, il panorama geografico e politico della Palestina è diventato un’entità unica sottoposto a un unico sistema di separazione e colonialismo d’insediamento. Questa deriva di fatto del progetto colonialista contrasta con la soluzione dei due Stati sostenuta a livello internazionale.

Ora l’amministrazione Trump, attraverso l’imminente “accordo del secolo”, ha inflitto un colpo definitivo all’illusione dei due Stati. Sta legittimando la continua colonizzazione sionista di tutta la Palestina, aprendo la porta a ulteriori guerre e spargimenti di sangue.

Poiché una delle cause più serie al mondo dal punto di vista politico e umanitario viene ridotta dalla più grande potenza imperialista al mondo a un piano economico, ovunque i palestinesi – compresi quelli con la cittadinanza israeliana – si troveranno a dover affrontare una sfida enorme.

Devono cercare l’unità per ingaggiare una prolungata lotta per smantellare non solo l’assedio di Gaza, ma tutto il sistema dell’apartheid israeliana e sostituirlo con un’entità democratica ed egualitaria per tutti.

Voci che invocano l’unificazione della politica palestinese e movimenti di base su questa opzione stanno crescendo. Li ispira la lotta contro l’apartheid del Sud Africa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Awad Abdelfattah

Awad Abdelfattah è un giornalista politico ed ex-segretario generale del partito Balad [partito arabo-israeliano antisionista e di sinistra, ndtr.]. È coordinatore della “Campagna per lo Stato unico democratico”, con sede ad Haifa, fondata alla fine del 2017.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il Futuro della Palestina : il punto di vista dei giovani sulla soluzione dei due stati.

Hugh Lovat

ecfr, 28 maggio 2019

Un quarto di secolo dopo gli accordi di pace di Oslo, alcuni giovani scrittori palestinesi espongono il loro punto di vista sulla soluzione dei due stati.

Mai come oggi la validità del modello dei due stati è stata messa in dubbio. Una delle cause determinanti è senz’altro la comparsa sulla scena di una amministrazione americana che mostra un allineamento senza precedenti con l’ideologia della Grande Israele tipica dell’estrema destra israeliana. Tuttavia, già prima dell’elezione di Donald Trump, il modello dei due stati presentava segni di logoramento. A ciò hanno contribuito non poco lo stallo interminabile del processo di pace in Medio Oriente e l’impegno deliberato dei governi israeliani per ostacolare il processo di crescita dello stato palestinese, mentre consolidavano il loro controllo su Gerusalemme Est e sulla Cisgiordania. Un altro fattore determinante è stata senz’altro l’incapacità dell’Unione Europea di mettere in atto azioni conseguenti alla propria fervente presa di posizione in favore della soluzione dei due stati.

È difficile dire se la prospettiva dei due stati andrà avanti e la situazione attuale non depone certo a favore della sua futura realizzazione. Quello che tuttavia sembra più che certo oggi è che le misure politiche di USA e Israele stanno consolidando una realtà fatta di un solo stato senza uguali diritti per i Palestinesi. Il modo in cui il movimento di liberazione palestinese risponderà a questa sfida sarà cruciale. Se un cambio di strategia da parte dei leader palestinesi più anziani pare improbabile, i giovani attivisti della Cisgiordania, di Gaza, di Israele e della diaspora stanno già sviluppando un approccio diverso.

Questa serie di brevi saggi scritti da giovani intellettuali costituisce una rassegna parziale del dibattito sulla validità attuale del modello dei due stati e su cosa chiedere all’Unione Europea in questo momento critico.

Le opinioni espresse di seguito non rappresentano certo la totalità delle posizioni palestinesi e senz’altro mancano alcune voci, quali quelle degli Islamisti e dei rifugiati nei paesi limitrofi. Tuttavia questi brevi contributi riflettono le posizioni di molti giovani palestinesi sulla situazione attuale e danno un’indicazione sulla direzione in cui si svilupperà il futuro movimento nazionale palestinese. Per questo motivo dovrebbero essere presi in seria considerazione dai responsabili politici.

Yasmeen Al Khodary, scrittrice e ricercatrice. Londra/Gaza

La domanda se si debba o no lasciar cadere la soluzione dei due stati è obsoleta. È difficile pensare che la gente la creda ancora possibile: siamo nel 2019 e non nel 1995 e molte cose sono cambiate in peggio. E poi, come sarebbe una soluzione a due stati?

La gente che quotidianamente subisce le conseguenze di questo progetto –i Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania– hanno problemi ben più importanti, quali la sopravvivenza. Le conseguenze devastanti dell’occupazione israeliana hanno gradualmente trasformato i Palestinesi in popolazioni divise, che non godono dei diritti fondamentali e sono senza alcun sostegno, costrette ogni giorno a fronteggiare difficoltà sempre diverse: sono assediati, attaccati militarmente, circondati dagli insediamenti, bloccati da strade con divieto di transito, sottoposti a coprifuoco, arresti e prigione, per nominarne solo alcune. Provate a chiedere a un Palestinese che sta soffocando a Gaza a causa di un blocco che va avanti da 12 anni che cosa pensa della soluzione dei due stati. Molto probabilmente non otterrete risposta. La gente non ne po’ più di discorsi, non ne può più di ripetere sempre la stessa richiesta: ponete fine all’occupazione. Questo è il solo modello che possiamo portare avanti ora.

Yasmeen Al-Khoudary è una scrittrice e ricercatrice indipendente, è specializzata in archeologia e patrimonio e culturale palestinese dell’area di Gaza. Ha co-fondato Diwan Ghazza e scritto per numerose testate fra cui il Guardian, CNN, Al Jazeera English. Account twitter @yelkhoudary

Zaha Hassan, avvocata esperta in diritti umani e visiting fellow presso il Carnegie Endowment for International Peace di Washington.

Venticinque anni di trattato di pace di Oslo hanno confinato i Palestinesi in un buco nero politico e legale. Nella realtà attuale i Palestinesi sono privi del diritto all’autodeterminazione in quello che dovrebbe essere il loro stato sovrano e sono privi di uguali diritti di cittadinanza nello stato di Israele. Benjamin Netanyahu lo chiama lo ‘stato ridotto (state minus)’ palestinese.

Attualmente la scelta fra un unico stato binazionale e due stati è quindi illusoria. Entrambe queste soluzioni sono impraticabili in questo momento e lo saranno anche in futuro, per quanto è dato prevedere. La necessità più urgente è quella di definire con precisione la natura del conflitto attuale e quale dovrebbe essere la risposta a livello internazionale e dell’Europa in particolare.

I Palestinesi subiscono da oltre settant’anni un colonialismo insediativo che li costringe ad abbandonare i loro territori. Ridefinire il conflitto in questi termini non significa che il quadro del diritto internazionale, entro cui sono definiti gli obblighi di Israele quale forza occupante dal 1967, diventi inapplicabile o impraticabile. Il diritto umanitario internazionale non viene disatteso quando si chiede il rispetto delle norme internazionali sui diritti umani. I due quadri normativi si completano a vicenda e forniscono un orientamento per gli stati terzi su come inquadrare e che risposta dare alle azioni di Israele contro i Palestinesi.

Nel passato l’Europa è stata pioniera nel riconoscimento dell’OLP e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. L’Unione Europea è particolarmente impegnata nel rispetto della legge e dei diritti umani; per questo l’Europa, in accordo con l’ONU, può agire come baluardo nella protezione dei diritti del popolo palestinese e condurre un dibattito che individui una soluzione durevole del conflitto, rispettosa delle richieste individuali e collettive dei Palestinesi.

Ma prima di tutto la UE e i suoi stati membri devono riconoscere la realtà attuale per quella che è, ossia che Israele impone oggi ai Palestinesi un solo stato con un’occupazione e un conflitto perenne che non prevedono uguali diritti.

Zaha Hassan è avvocata specializzata in diritti umani e visiting fellow alla Carnegie Endowment for International Peace. È stata coordinatrice e senior legal advisor del team palestinese di negoziazione durante la richiesta della Palestina di ammissione all’ONU come stato membro, ha fatto parte della delegazione palestinese nei colloqui esplorativi sponsorizzati dal ‘quartetto per la pace’ nel 2011/2012. Account twitter: @zahahassan

Yara Hawari, policy fellow di Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network, Ramallah

Molti stati dell’Unione Europea temono che l’annessione formale della Cisgiordania da parte di Israele sia imminente e metta così l’ultima pietra sulla tomba degli accordi di pace di Oslo e della soluzione dei due stati. Se questa preoccupazione include un interesse nella difesa dei diritti dei Palestinesi, essa però non riconosce che gli accordi di Oslo e il modello dei due stati hanno fornito, nei 26 anni trascorsi, una complice copertura all’imposizione di un regime di apartheid che si estende dalla valle del Giordano al Mediterraneo e istituisce un controllo assoluto di Israele sulla vita dei Palestinesi.

Israele accusa continuamente i Palestinesi di non volere la pace e allo stesso tempo colonizza le loro terre costringendoli in ‘bantustan’ sempre più ristretti. La leadership palestinese, ostaggio del dibattito sul processo di pace di Oslo, ha fallito nel proprio progetto democratico e rivoluzionario e di conseguenza il popolo palestinese, con i suoi diritti e le sue aspirazioni all’autodeterminazione, non è mai stato così vulnerabile come in questo momento.

È necessario che gli stati dell’Unione Europea compiano un atto di umiltà e di onestà e riconoscano che un progetto in cui essi avevano investito tempo, denaro e energie non ha avuto gli esiti sperati né ha ottenuto risultati concreti.

Anziché impegnarsi in negoziati che ormai avvengono in un contesto e all’interno di una cornice politica ormai impraticabili, l’UE dovrebbe impegnarsi a far rispettare i diritti internazionalmente riconosciuti ai Palestinesi, ovunque essi si trovino, e garantire l’applicazione del diritto umanitario internazionale. Usando i propri canali diplomatici e di scambio, l’UE dovrebbe chiedere conto a Israele delle violazioni compiute, creando così un ambito più equo di discussione.

Contestualmente, abbandonato il sostegno caparbio alla politica dei due stati, l’Unione Europea potrà contribuire a creare spazi e opportunità anche per i Palestinesi, perché essi possano elaborare altre soluzioni al di fuori dal contesto della divisione in due stati che li ha paralizzati per tutto questo tempo.

Yara Hawari è Palestine policy fellow per Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network. Ha tenuto diversi corsi alla Università di Exeter; come giornalista free-lance collabora con diverse testate fra cui Al Jazeera English, Middle East Eye, e Independent. Account twitter:@yarahawari

Amjad Iraqi, scrittore, +972 Magazine, Haifa

Una regola elementare della politica ci insegna che se un piano non produce gli esiti desiderati, allora va rivisto. Purtroppo i governi europei, quando si tratta del processo di pace in Medio Oriente

prefigurato degli accordi Oslo, ignorano questo principio.

Per anni l’Europa ha creduto che l’occupazione fosse insostenibile e indesiderabile tanto per gli Israeliani quanto per i Palestinesi. Questa idea si è rivelata fatalmente sbagliata. Nella situazione attuale gli Israeliani possono permettersi di abitare in ‘Giudea e Samaria’, godersi le risorse naturali del territorio sentendosi sicuri perché sanno che i loro ‘nemici’ a Gaza sono tenuti a bada dall’occhio vigile dell’esercito. La maggioranza delle forze politiche di Israele non considera più l’occupazione una situazione transitoria, ma una soluzione permanente del ‘problema’ palestinese.

L’incapacità dell’Europa di comprendere questa situazione la colloca dieci passi indietro rispetto alla realtà odierna. Sebbene la Green Line compaia come una linea tratteggiata in Google Maps, nella realtà essa non esiste più e di certo non esiste nella mente della potenza occupante. Anche quando il governo israeliano palesa apertamente i propri obiettivi –incluse le leggi sull’annessione di terre e la legge sullo Stato Nazione– le autorità europee continuano a negare le intenzioni di Israele, si dicono preoccupate, ma non sanzionano questa deliberata cancellazione della soluzione dei due stati.

Perciò questo modello non solo è liquidato, ma risulta addirittura deleterio. L’Europa deve aggiornarsi su una situazione di cui i Palestinesi sono ormai consci da decenni: che la realtà in cui viviamo è quella di un solo stato, in cui siamo governati da un regime complesso, ma comunque gestito da uno stato unico, di apartheid. Finché l’Europa non giocherà le proprie carte contro questo sistema, Israele riterrà logico insistere nel mantenimento di questo stato di cose.

Amjad Iraqi è un palestinese con cittadinanza israeliana e attualmente risiede a Haifa. È advocacy coordinator al Centro Legale Hadala, scrive su + 972 Magazine ed è analista politico per Al-Shabaka. Account twitter: @aj_iraqi

Inès Abdel Razek, consulente free-lance, ha lavorato come consulente per l’Ufficio del Primo Ministro Palestinese, Ramallah.

Dobbiamo prendere le distanze dai fallimenti dal processo di pace in Medio Oriente (PPME) gestito dagli USA e dalla soluzione dei due stati, che sono diventati esercizi interconnessi di retorica politica e non tengono conto della realtà. Dobbiamo liberarcene sia perché Israele non ha mai riconosciuto i parametri internazionalmente fissati per la soluzione dei due stati, sia soprattutto se vediamo i passi compiuti dall’amministrazione Trump per porre fine all’autodeterminazione e al diritto al ritorno del popolo palestinese e la sua aperta adesione al punto di vista israeliano.

Bisogna articolare un nuovo modello politico basato sul diritto internazionale, che adotti una strategia imperniata sulle persone, tesa a promuovere uguali diritti e uguale libertà di autodeterminazione per Palestinesi e Israeliani. A prescindere dal fatto che ciò venga realizzato da un unico stato o da due stati, un nuovo modello deve prima di tutto sconfiggere la realtà di un unico stato che espande continuamente gli insediamenti coloniali, e deve contrastare ogni discriminazione su base etnica. La pace non può venire prima della libertà.

Questo nuovo modello politico dovrà quindi controllare che l’abbandono dei parametri tradizionali previsti ad Oslo per il Processo di Pace in Medio Oriente (PPME) non lasci spazio a interpretazioni ambigue e che il governo di Israele non sfrutti eventuali ambiguità per consolidare l’attuale situazione di un solo stato con un regime di apartheid.

Il movimento nazionale palestinese deve impegnarsi a questo cambio di metodo, abbandonare le tattiche usate da Oslo in poi e fare un uso strategico del diritto al ritorno e all’auto-determinazione come vengono riconosciuti a livello internazionale, senza cadere nella trappola della sovranità nazionale. Dal punto di vista della diplomazia, occorreranno una serie di sforzi multilaterali che facilitino questa nuova strategia, mentre gli attori geopolitici fondamentali del Sud globale e dell’Europa dovranno assumere un ruolo determinante e cambiare la deleteria agenda politica ora dominata dagli USA.

Inès Abdel Razek è consulente diplomatica e per la cooperazione internazionale in Palestina e nell’area del Mediterraneo. Attualmente collabora con il Palestinian Institute for Public Diplomacy e si occupa di advocacy internazionale. Account twitter: @InesAbdelrazek

https://www.ecfr.eu/article/commentary_the_future_of_palestine_youth_views_on_the_two_state_paradigm

Traduzione di Nara Ronchetti

A cura di AssopacePalestina




Una risposta palestinese alle esternazioni razziste di Jared Kushner

Haidar Eid

5 giugno 2019 – MondoWeiss

Raccogli il fardello dell’Uomo Bianco–
Disperdi il fiore della tua progenie–
Obbliga i tuoi figli all’esilio
Per assolvere le necessità dei tuoi prigionieri;
Per vegliare pesantemente bardati
Su gente inquieta e selvaggia–
Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.

Da ‘Il fardello dell’uomo bianco’ – Gli Stati Uniti e le isole Filippine

Di Rudyard Kipling, 1899

Nella letteratura e nel discorso razzisti classici i nativi neri e di colore sono raffigurati come gruppi etnici indolenti, che non sono in grado di gestire i propri interessi; sono soggetti arretrati che entrano in conflitto con altri soggetti moderni. Le migliori intenzioni di queste nazioni in ultima istanza non contano niente e qualsiasi cosa abbiano è realizzato dal potere dell’illusione e dall’intervento occidentale. L’ideologia razzista del colonialismo giustifica l’occupazione di terre altrui e quindi sostiene il cosiddetto volto umano del colonialismo occidentale in generale, e del colonialismo di insediamento israeliano in particolare.

Jared Kushner, genero di Donald Trump e suo consigliere per il Medio Oriente, recentemente ha sollevato dubbi sulla capacità dei palestinesi di autogovernarsi: “È qualcosa che dovremo osservare. La speranza è che nel tempo diventino capaci di governare…Prima che i territori palestinesi possano diventare ‘meta di investimenti’, (i palestinesi) hanno bisogno di avere un sistema giudiziario equo….libertà di stampa e di espressione, tolleranza verso tutte le religioni.” Ovviamente secondo lui Israele possiede tutte queste libertà, anche se si guarda bene dal riconoscere che esse spettano esclusivamente ad uno specifico gruppo etnico-religioso.

È andato oltre quando ha chiesto se i palestinesi possano aspettarsi la liberazione dall’ingerenza militare e governativa israeliana, dicendo che questo sarebbe “difficile!”. Per lui “ciò che il popolo palestinese vuole è l’opportunità di vivere una vita migliore. Vogliono la possibilità di pagare il mutuo.”

Questo è razzismo al 101%, direttamente mutuato dal darwinismo sociale del XIX secolo.

Una definizione classica di razzismo, fondata su un approccio rigidamente biologico, in cui credono quelli come Jared Kushner ed altri suprematisti bianchi, dal Sudafrica al Sudamerica all’Israele dell’apartheid, è che gli esseri umani si possano distinguere in base alla loro costituzione biologica e queste differenze comportano innate diversità fondamentali riguardo alle capacità mentali. Questo è il fondamento logico del razzismo. Quindi in base a questa logica i palestinesi non sono in grado di autogovernarsi come gli israeliani bianchi askenaziti. A parte il fatto che le differenze tra gruppi sociali sono una funzione di elementi materiali e storici. E questo si applica alle differenze tra i coloni di insediamento e i nativi in Palestina.

Ci si può chiedere se Kushner abbia mai sentito parlare di Samira Azzam, Salma Khadra Jayyusi, Ghassan Kanafani, Mahmoud Darwish, Toufik Zayyad, Ibrahin Abu Lughd, Hisham Sharabi, Naji Al-Ali, o Fadwa Touqan – solo per citare alcune delle grandi menti palestinesi.

I palestinesi, per i ragazzi ricchi e bianchi come Kushner, non sono veri e propri esseri umani, come gli israeliani askenaziti, perché non producono bombe e macchine. Quindi semplicemente non possono autogovernarsi. Però sono ovviamente responsabili della tragedia delle loro vite dal 1948 ad oggi. Israele, insieme agli USA, ha tentato di civilizzarli. I palestinesi hanno una mentalità diversa, inferiore a quella degli occidentali. Ecco perché questi primitivi ed incivili palestinesi dovrebbero essere grati se gli israeliani askenaziti sono abbastanza generosi da sobbarcarsi il peso di governarli.

Il messaggio di Kushner è abbastanza chiaro: dato che non si può contare sul fatto che i palestinesi gestiscano i propri interessi, dovrebbero accettare l’ “accordo del secolo” e di essere schiavi degli israeliani. Quella di Kushner non è solo un’ideologia razzista, ma anche islamofobica e orientalista. Non ho alcun dubbio che avrebbe sostenuto le leggi ‘Jim Crow’ [leggi sulla segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti, ndtr.] e il regime di apartheid, dal momento che la nuova legge israeliana dello Stato-Nazione non gli crea alcun problema!

Permettetemi di concludere questo scritto con una perla tratta da uno dei più grandi pensatori palestinesi del XX secolo, il defunto Edward Said, che scrisse in ‘Cultura e Imperialismo’ che “l’elemento comune sia al colonialismo che al neo-colonialismo, come parti costitutive dell’imperialismo, è la presunzione della superiorità del colonialista bianco occidentale rispetto al colonizzato nero/nativo – e il diritto del primo di opprimere il secondo, il cui ruolo è solamente riaffermare la superiorità del primo.”

Haidar Eid

Haidar Eid è professore associato di letteratura postcoloniale e postmoderna all’università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, compresi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato saggi su studi culturali e letteratura in parecchie riviste, tra cui Nebula, Journal of American Studies in Turchia, Cultural Logic e Journal of Comparative Literature.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Reporter Senza Frontiere accetta un premio da un regime che uccide giornalisti

Ali Abunimah

28 maggio 2019 – Electronic Intifada

Reporter Senza Frontiere sta affrontando dure critiche per aver accettato un premio da un regime che uccide giornalisti.

All’inizio del mese l’associazione, spesso nota con le sue iniziali in francese RSF, durante una cerimonia all’università di Tel Aviv a cui ha partecipato il presidente israeliano Reuven Rivlin, ha ricevuto il premio “Dan David” per “la difesa della democrazia”.

Il direttore di RSF Christophe Deloire ha ritirato il premio a nome del gruppo.

L’ambasciatrice francese a Tel Aviv Hélène Le Gal ha definito la cerimonia di premiazione “una bellissima serata”.

Elsa Lefort, militante francese per i diritti umani, ha detto di “essere rimasta senza parole davanti a un simile cinismo.”

Lefort, moglie di Salah Hamouri, avvocato franco-palestinese recentemente incarcerato per più di un anno da Israele senza imputazioni, ha aggiunto che i suoi pensieri sono andati ai “giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e a quelli che languiscono nelle prigioni dell’occupante.”

Prendere di mira i giornalisti

In febbraio una commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU ha rilevato che lo scorso anno i cecchini israeliani “hanno sparato intenzionalmente” a giornalisti palestinesi che stavano informando sulle proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza.

Due sono stati uccisi – Yaser Murtaja and Ahmed Abu Hussein.

All’inizio di questo mese, la madre di Murtaja, Khairiya, ha chiesto alla pop star Madonna di non esibirsi alla competizione musicale Eurovision.

Yaser era un giovane modesto, pacifico, disarmato, che andava sul confine di Gaza con la sua videocamera per trasmettere al mondo la vera immagine di Israele, che assassina i sogni di bambini e giovani,” ha scritto.

Mio figlio non voleva morire, cercava la vita, amava il suo lavoro, voleva far crescere suo figlio con dignità e libertà. Yaser amava questo Paese, e non voleva lasciarmi.” La Commissione per la Protezione dei Giornalisti ha definito l’uccisione di Murtaja e di Abu Hussein “parte di uno schema”, notando che nessuno è mai stato chiamato a rispondere di queste e altre uccisioni di operatori dei media da parte di Israele.

L’organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza “Al Mezan” ha documentato più di 230 attacchi contro giornalisti durante la Grande Marcia del Ritorno, 100 dei quali con proiettili veri e altrettanti provocati da candelotti lacrimogeni.

Hamza Abu Eltarabesh, che spesso collabora con questo giornale, recentemente ha detto al podcast di Electronic Intifada di aver smesso di indossare un giubbotto con la scritta STAMPA quando informa sulle proteste di Gaza e cerca solo di mischiarsi alla folla perché l’esercito israeliano ha deliberatamente preso di mira moltissimi giornalisti.

All’inizio di questo mese aerei da guerra israeliani hanno attaccato e distrutto a Gaza City gli uffici dell’agenzia di notizie turca Anadolu.

Persino Reporter Senza Frontiere ha riconosciuto che “le forze israeliane hanno continuato a sottoporre giornalisti palestinesi ad arresti, interrogatori e detenzioni amministrative, spesso senza basi concrete” e che negli ultimi anni le autorità dell’occupazione israeliana hanno ripetutamente chiuso mezzi di informazione palestinesi.

Il giorno dopo la cerimonia di premiazione lo stesso Deloire, il direttore di Reporter Senza Frontiere, ha accusato Israele di “crimini di guerra” contro giornalisti.

Credibilità danneggiata

Il fatto che Reporter Senza Frontiere abbia ricevuto questo premio danneggia gravemente la sua credibilità,” ha osservato la pubblicazione francese ‘Agence Média Palestine’.

In effetti, ricevendo un premio per la ‘democrazia’ in presenza di Reuven Rivlin, il presidente del regime israeliano che lo scorso luglio ha approvato la legge sullo Stato-Nazione che istituisce ufficialmente l’apartheid, non contribuisce alla democrazia, semmai il contrario.”

L’agenzia “Média Palestine” ha accusato Reporter Senza Frontiere di aver preso parte a una manifestazione propagandistica intesa a ripulire l’immagine di Israele.

Gli attivisti palestinesi hanno chiesto a precedenti destinatari di rifiutarsi di accettare il premio Dan David.

Per esempio, nel 2010 il PACBI, la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, ha detto alla celebre scrittrice canadese Margaret Atwood che la sua accettazione del premio avrebbe appoggiato una “campagna ben avviata per occultare le gravi violazioni delle leggi internazionali e dei diritti umani fondamentali da parte di Israele.”

L’autrice di “Il Racconto dell’Ancella” ha ignorato gli appelli dei palestinesi ed ha accettato il versamento di un milione di dollari del “Dan David”.

Il premio “Dan David” è assegnato dall’università di Tel Aviv, che è essa stessa totalmente complice del sistema di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid di Israele.

La commissione del “Dan David Price” include Henry Kissinger, l’uomo di stato americano noto per una spaventosa serie di crimini, compreso il fatto di aver architettato il colpo di stato militare in Cile nel 1973 e i bombardamenti genocidi in Cambogia che hanno ucciso 1,7 milioni di persone.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La falsa rivoluzione di Madonna: Eurovision, egemonia culturale e resistenza

Ramzy Baroud

22 maggio 2019Palestine Chronicle

Lo scorso marzo è mancata all’età di 51 anni Rim Banna, famosa cantante palestinese che ha musicato le poesie palestinesi più commoventi. Banna ha colto nel modo più nobile e melodioso la lotta dei palestinesi per la libertà. Se potessimo immaginare gli angeli che cantano, lo farebbero come lei.

Quando Banna è morta, tutti i palestinesi hanno pianto la sua scomparsa. Benché pochi mezzi di comunicazione internazionali abbiano dato la notizia della sua morte a un’età relativamente giovane, il fatto che sia stata vinta dal cancro non ha ottenuto molta attenzione o discussione. Tristemente la morte di un’icona palestinese di resistenza culturale che ha ispirato un’intera generazione, a cominciare dalla prima Intifada nel 1987, è stata a malapena notata come un fatto degno di nota e di riflessione, persino tra quanti pretendono di perorare la causa palestinese.

Confrontatela con Madonna, un’“artista” che si è impegnata per l’auto-esaltazione, la fama personale e l’arricchimento. Quest’ultima ha rappresentato i valori morali più degradati, utilizzando l’intrattenimento a buon mercato e soddisfacendo le più basse caratteristiche comuni per rimanere il più a lungo possibile famosa nel mondo della musica.

Mentre Banna aveva una causa, Madonna non ne ha nessuna. E, mentre Banna rappresenta la resistenza culturale, Madonna simbolizza l’egemonia culturale globalizzata – in questo caso, l’imposizione della cultura consumistica occidentale sul resto del mondo.

L’egemonia culturale definisce la relazione degli USA e di altre culture occidentali con il resto del mondo. Non è cultura come nelle conquiste intellettuali e artistiche collettive di quelle società, ma come una serie di strumenti ideologici e culturali utilizzati dalle classi dominanti per mantenere la dominazione su [popoli] svantaggiati, colonizzati ed oppressi.

Madonna, Michael Jordan, i Beatles e la Coca-Cola, rappresentano molto più di semplici interpreti e di una bevanda frizzante: sono anche uno strumento per garantire il dominio culturale, quindi economico e politico. Il fatto che in qualche città in giro per il mondo, soprattutto nell’emisfero sud, la Coca Cola scorra “più liberamente dell’acqua” la dice lunga sullo strumento economico e sulla dimensione politica dell’egemonia culturale.

Questa questione è diventata problematica quando Madonna ha deciso di esibirsi in Israele, come ha fatto varie volte in passato, in quanto parte della competizione canora Eurovision. Sapendo chi è e da che parte sta, la sua decisione non dovrebbe aver rappresentato una sorpresa – dopotutto nel suo concerto del settembre 2009 a Tel Aviv cantò avvolta in una bandiera israeliana.

Ovviamente è fondamentale che ad artisti del suo calibro ed ai partecipanti, che rappresentavano 41 diversi Paesi, venga ricordata la loro responsabilità morale verso i palestinesi occupati ed oppressi. È anche importante che ci si opponga ai continui tentativi di Israele di mascherare la sua apartheid e i suoi crimini di guerra in Palestina.

Infatti non si dovrebbe consentire che continui l’insabbiamento delle violazioni israeliane dei diritti umani utilizzando l’arte – noto anche come “art-washing” -, mentre Gaza è sotto assedio e i bambini palestinesi vengono colpiti e uccisi quasi ogni giorno, senza rimorso e senza responsabilità legale.

Questa è la ragione per cui questi eventi artistici sono importanti per il governo e la società israeliani. Israele ha utilizzato l’Eurovision come distrazione rispetto allo spargimento di sangue in evidenza non lontano dalla location di Tel Aviv. Quelli che si sono adoperati per garantire il successo dell’evento, sapendo benissimo come Israele lo stia utilizzando in quanto opportunità per normalizzare la sua guerra contro i palestinesi, dovrebbero seriamente vergognarsi.

Ma, d’altra parte, dovremmo essere sorpresi? Eventi musicali come Eurovision non si trovano forse al cuore dello schema globalizzante dell’egemonia culturale centrata sull’Occidente, con l’unico proposito di imporre una visione capitalistica del mondo, in cui la cultura occidentale è consumata come una merce, non diversamente da un panino McDonald o da un paio di jeans Levi?

Chiedere alla sessantenne Madonna di evitare di intrattenere l’apartheid israeliana può essere considerato utile come strategia mediatica, perché contribuisce a mettere in luce, anche se solo momentaneamente, un problema che altrimenti sarebbe stato assente dai titoli dei giornali. Tuttavia, concentrando l’attenzione su Madonna e qualunque siano i principi dei diritti umani che lei in apparenza appoggia, abbiamo anche assunto il rischio di nobilitare inavvertitamente lei e i valori consumistici che rappresenta. Oltretutto, in questa traiettoria centrata su Madonna, abbiamo anche ignorato la resistenza culturale della Palestina, il nucleo centrale che sta dietro il “sumud” (fermezza) palestinese nel corso di un secolo.

Mentre è importante mantenere pressione su quanti sono impegnati nell’appoggiare politicamente, economicamente e culturalmente Israele, questi sforzi dovrebbero essere secondari rispetto all’appoggio alla cultura della resistenza dei palestinesi. Comportarsi come se le buffonate sul palco di Madonna rappresentassero una cultura vera, ignorando nel suo complesso la cultura palestinese, è fare come gli studiosi che affrontano la decolonizzazione dal punto di vista dei colonizzatori, non dei colonizzati. La verità è che le Nazioni non possono liberarsi realmente della mentalità colonialista senza che le loro narrazioni prendano il centro del palcoscenico in termini di politica, cultura e ogni altro aspetto della conoscenza.

L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza capire e, ancor di più, senza sentire ed appassionarsi,” scrisse l’intellettuale antifascista italiano Antonio Gramsci. Ciò comporta che l’intellettuale e l’artista sentano “le passioni elementari del popolo, le comprendano e, quindi, le spieghino e le giustifichino.”

La verità è che fare appello al senso morale di Madonna senza immergerci appassionatamente nell’arte di Banna non farà, a lungo termine, il bene dei palestinesi. In ultima analisi solo sposare la cultura della resistenza palestinese terrà a bada i messaggi culturali egocentrici, egemonici e a buon mercato delle Madonna di tutto il mondo.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, Università di California, Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché la Germania ha condannato il BDS

Nada Elia

Giovedì 23 maggio 2019 – Middle East Eye

La risoluzione tedesca non è la prima: si aggiunge nella stessa linea di precedenti risoluzioni simili adottate dalla Francia e dal Regno Unito

Il 17 maggio il Bundestag, il parlamento tedesco, ha adottato una mozione che condanna il BDS, definendolo “antisemita”.

Questa risoluzione non vincolante, proposta dai cristiano-democratici e dai socialdemocratici di centro sinistra, che fanno parte della coalizione al potere, ha raccolto l’appoggio di diversi partiti tedeschi, tra cui il partito liberal-democratico e i Verdi.

Il partito di estrema destra AfD (Alternativa per la Germania) ha presentato una propria mozione che chiedeva la messa al bando totale del movimento BDS, mentre il partito di estrema sinistra tedesca, Die Linke, non ha appoggiato la mozione del governo, ma ne ha presentato una propria che chiedeva una condanna di tutte le dichiarazioni antisemite del BDS.

Una spiegazione convincente

Poco dopo hanno iniziato a circolare articoli allarmisti, alcuni dei quali affermavano che la Germania era “il primo Paese al mondo a rendere illegale il BDS.”

Per esempio, un’intervista con l’economista politico che vive a Berlino Shir Hever [studioso israeliano degli aspetti economici dell’occupazione dei territori palestinesi, ndtr.] inizia così: “Il parlamento tedesco, il Bunderstag, ha appena adottato un testo legislativo senza precedenti che condanna il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni [contro Israele], noto con l’acronimo BDS. Ha considerato il BDS antisemita e illegale. Ciò fa della Germania il primo e unico Paese al mondo a rendere illegale il movimento BDS.”

Hever offre una spiegazione molto interessante (per non dire molto convincente) del perché la Germania abbia condannato il BDS. Ricordando che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato per due volte che era stato Hadj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, e non Adolf Hitler, ad aver avuto per primo l’idea dello sterminio degli ebrei, Hever suggerisce che Netanyahu offra ai tedeschi una via d’uscita dal loro senso di colpa relativo all’Olocausto.

“Invece di sentirvi colpevoli dell’Olocausto, di dovervi scusare e prendervi la responsabilità dei crimini che sono stati commessi tanti anni fa, in realtà potete attribuire la colpa ai palestinesi,” spiega Hever.

“Ed è un messaggio in codice rivolto alla destra tedesca,” prosegue, aggiungendo: “A quanto pare alcuni partiti di sinistra hanno manifestato il desiderio di liberarsi del proprio senso di colpa per l’Olocausto equiparando il movimento BDS, promosso dai palestinesi, all’antisemitismo. Ovviamente non è un movimento antisemita.

Ma così facendo dicono: «Oh, noi lottiamo contro l’antisemitismo scegliendo di sostenere Israele, lo Stato d’Israele, piuttosto che sentirci responsabili della protezione del popolo ebraico.»

La sinistra tedesca

Un altro militante che vive a Berlino, Ronnie Barkan, dissidente israeliano e sostenitore del BDS, offre una spiegazione più convincente della ragione per cui certi partiti della sinistra tedesca abbiano sostenuto la legge anti-BDS: essa [la sinistra tedesca, ndtr.] è razzista.

Dobbiamo capire che, come il movimento ha recentemente ricordato alla gente, «il BDS prende di mira la complicità e non l’identità.»

Barkan paragona la risoluzione tedesca contro il BDS alla legge israeliana sullo Stato-Nazione. Mentre la legge sullo Stato-Nazione non ha fatto altro che codificare il razzismo latente nel Paese, scrive Barkan, senza cambiare niente, il fatto che sia stata finalmente formulata in termini semplici, spogliata del suo «linguaggio sionista-liberal orwelliano», ha risvegliato tutti gli spettatori in delirio che avevano fino ad allora creduto alla «democrazia israeliana».

Allo stesso modo, sostiene Barkan, la mozione tedesca anti-BDS non fa che evidenziare la vera natura del popolo tedesco, che resta profondamente razzista. La collera di Barkan è però rivolta soprattutto contro la sinistra tedesca, che secondo lui si rende gravemente complice delle azioni intese a far tacere la dissidenza e la militanza a favore dei diritti dei palestinesi.

In effetti l’abbandono del sostegno alla Palestina da parte di un gruppo di sinistra europeo era stato segnalato qualche anno fa in un articolo della rivista “Jacobin” [periodico della sinistra radical americana, ndtr.] intitolato “Il problema palestinese della sinistra tedesca”, che sottolineava, tra i principali tradimenti, come il presidente di “Die Linke” a Berlino, Klaus Lederer, fosse intervenuto ad un raduno filo-israeliano durante la guerra contro Gaza [l’operazione “Piombo Fuso”, ndtr.] del 2008-2009.

Non si era trattato di un caso isolato. In quanto “senatore per la cultura”, Lederer ha anche cercato di annullare altre manifestazioni filo-palestinesi, come ad esempio la “conversazione con Manal Tamimi [zia di Ahed, la ragazza palestinese condannata da Israele per aver schiaffeggiato due soldati, ndtr.]” dell’anno scorso, organizzata dal gruppo “Donne sotto occupazione”.

Con Stavit Sinai e Majed Abusalama, Barkan è membro di “Humboldt 3” [i tre attivisti denunciati per aver manifestato contro un incontro all’università Humboldt, ndtr.], che di recente è stato imputato per aver interrotto la conferenza di un membro della Knesset [parlamento, ndtr.] israeliano che aveva appoggiato l’attacco israeliano contro Gaza nel 2014 [operazione “Margine protettivo”] all’università Humboldt. Nella sua dichiarazione al tribunale, Abusalama ha spiegato: «Migliaia di musulmani e di palestinesi in Germania non si sentono liberi di esprimersi senza rischi. Hanno la sensazione che potrebbero essere perseguitati in qualunque momento semplicemente per aver gridato ‘Liberate la Palestina’, o per sognare di tornare liberamente nel proprio Paese, in base al diritto al ritorno imposto dall’ONU. Temono le persecuzioni per aver chiesto l’uguaglianza, la dignità, la libertà e la giustizia a Gaza.»

Combattere le menzogne

Qualunque siano le ragioni complesse che spiegano l’abbandono da parte della sinistra tedesca del sostegno popolare ai diritti dei palestinesi, è necessario contrastare alcune menzogne contenute in quest’ultima risoluzione. In primo luogo, come sottolinea Middle East Eye, questa iniziativa non è vincolante, è assolutamente simbolica.

In altri termini la Germania non ha “reso illegale” il BDS, ha adottato una risoluzione che lo condanna (a torto) come antisemita. In secondo luogo, la risoluzione tedesca non è la prima, si iscrive nella linea tracciata da precedenti risoluzioni simili prese dalla Francia e dall’Inghilterra.

Nel 2015 la Francia aveva condannato un collettivo di attivisti del BDS a una ammenda di 14.000 euro, più le spese legali, per aver promosso il BDS in un supermercato, affermando che è un reato promuovere il boicottaggio in quanto esso è intrinsecamente «discriminatorio» in base alla Nazione di provenienza.

E nel 2016 la Gran Bretagna ha emanato una legge per vietare a enti pubblici di boicottare i prodotti israeliani. Così finora solo la Francia ha «reso illegale» il BDS, infliggendo un’ammenda a dei militanti.

Tuttavia, nonostante la dichiarazione del sistema giuridico francese secondo cui il BDS è intrinsecamente discriminatorio, bisogna capire che, come ha ricordato di recente il movimento BDS, «esso prende di mira la complicità e non l’identità».

In effetti numerose industrie boicottate, come Caterpillar, Hewlett-Packard e G4S, non sono israeliane.

Negli Stati Uniti ogni tentativo di applicazione di risoluzioni statali che vietano il BDS è stato contestato con sentenze favorevoli nei tribunali, come dimostra un recente articolo del “Washington Post “ intitolato giustamente: «Le leggi contro il BDS sono popolari. Ciò non vuol dire che siano costituzionali».

La più recente causa vinta contro un divieto imposto dallo Stato contro il BDS ha avuto luogo a Pflugerville, in Texas, dove un’insegnante, Bahia Amawi, ha denunciato il distretto scolastico per non aver voluto rinnovare il suo contratto quando lei ha rifiutato di firmare una clausola in cui dichiarava di non si sarebbe impegnata nel movimento BDS.

Nell’aprile 2019 Amawi ha ottenuto un’importante vittoria quando il giudice ha emesso un’ordinanza contro la legge anti-BDS che la priverebbe dei suoi diritti civili e del suo lavoro.

Obiettivi del BDS

Tuttavia, siccome ci si può aspettare che delle leggi contro il BDS vengano discusse e votate in diversi Paesi d’Europa e nord America (anche il governo canadese ha condannato il BDS), certi punti meritano di essere ripetuti e chiariti.

Più precisamente, gli obiettivi del movimento BDS sono i seguenti: mettere fine all’occupazione illegale della terra palestinese e smantellare il muro illegale dell’apartheid, concedere ai cittadini palestinesi di Israele l’uguaglianza dei diritti e riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Ne consegue che affermare che il movimento BDS sia “antisemita” equivale ad affermare che il “semitismo” (famiglia linguistica condivisa tecnicamente da numerosi gruppi nazionali ed etnici, ma a tutti gli effetti, in questo caso, un’etnia) sia di per sé un sotto-gruppo razziale colonialista suprematista che viola il diritto internazionale.

Chiaramente la logica stessa di una tale rivendicazione è sbagliata a diversi livelli. In secondo luogo, trattandosi dell’affermazione secondo cui il BDS cerca di “delegittimare” Israele, mentre non fa altro che esercitare una pressione su di esso perché rispetti il diritto internazionale, bisogna chiedersi perché un Paese si senta minacciato quando gli si chiede di rispettare i diritti dell’uomo. La giustizia è una minaccia solo nei confronti dell’ingiustizia. Se Israele, in quanto Paese, è minacciato, si sente “delegittimato” dalle richieste che si adegui alle leggi internazionali – quello che il BDS cerca di ottenere –, allora chiaramente questo Paese rappresenta una flagrante violazione del diritto internazionale. In fin dei conti, che il boicottaggio di Israele sia illegale o meno, la “legalità” di un movimento, di un’ideologia, di una politica o di una prassi non è un indicatore della sua integrità morale. Fino alla sua abolizione l’apartheid era legge.

Come la schiavitù. E per tornare al contesto tedesco, è stato lo stesso per l’Olocausto. Anche se il BDS diventasse illegale, un reato, non sarebbe immorale. Quando la legge si schiera dalla parte dell’oppressore, quelli che vi resistono e cercano di cambiarla hanno la morale dalla loro parte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Nada Elia

Nada Elia è una scrittrice e commentatrice politica della diaspora palestinese che attualmente lavora sul suo secondo libro “Who You Callin’ “Demographic Threat?” [Chi definisci ‘minaccia demografica’? Note dall’intifada globale]. Docente di Studi di Genere e Globali (in pensione), fa parte del gruppo dirigente della campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI).

(traduzione di Amedeo Rossi)




Occidente e Stato di apartheid

L’Israele di Netanyahu dichiarerà uno Stato dell’apartheid. L’Occidente non farà niente?

I leader del mondo non avranno altra scelta che riconoscere che, di nascosto, è stato dichiarato un secondo Stato di apartheid in stile Sudafrica

Gideon Levy

30 Aprile 2019 – Middle East Eye

Il mondo continua a girare sul suo asse, nulla è cambiato nemmeno dopo le recenti elezioni in Israele.

Eletto alla guida di Israele per la quinta volta, Benjamin Netanyahu è pronto a dare vita al governo più nazionalista e di destra nella storia del Paese – e intanto il mondo sembra andare avanti come niente fosse.

Da decenni Israele sputa continuamente in faccia al resto del mondo, con noncurante disprezzo del diritto internazionale e con totale indifferenza riguardo alle esplicite decisioni e precise politiche adottate dalle istituzioni mondiali e dalla maggioranza dei governi nazionali del mondo.

Tuttavia nel mondo tutto quel disprezzo scivola via come fosse acqua fresca. Le elezioni sono arrivate e passate senza evidenti effetti sul sostegno ciecamente automatico a Israele da parte dei governi europei e, ovviamente, anche da parte americana: incondizionato, senza riserve, appartenente invariato. Evidentemente ciò che era è ciò che sarà.

Però Israele è cambiato nel corso del lungo regno di Netanyahu. Questo abile statista israeliano sta lasciando il segno sul volto del suo Paese, con un profondo e duraturo effetto – molto più di quanto previsto o di quanto appaia.

È pur vero che anche i governi di sinistra in Israele hanno fatto il possibile per mantenere l’occupazione israeliana per sempre e non hanno avuto intenzione neppure per un istante di porvi fine – ma Netanyahu sta portando Israele molto più lontano, verso livelli ancor più estremi.

Sta compromettendo ciò che costituisce un governo accettabile entro il territorio sovrano riconosciuto di Israele, anche nei confronti dei suoi cittadini ebrei. Il volto stesso dell’“unica democrazia in Medio Oriente”, che ha a lungo funzionato soprattutto a beneficio degli ebrei israeliani che costituiscono la sua classe privilegiata, viene adesso sfigurato da Netanyahu e soci.

Beniamino dell’Occidente

Intanto, incredibilmente, la risposta del mondo è di non cambiare affatto il sostegno che ha offerto a Israele in tutti gli anni del governo Netanyahu, come se in quest’ultima fase lui non stesse modificando niente, come se le mutate posizioni assunte da Israele non facessero aumentare né diminuire quel sostegno.

Con o senza Netanyahu, Israele resta il beniamino dell’Occidente. Nessun altro Paese gode dello stesso livello di sostegno militare, economico, diplomatico e morale, senza condizioni. Ma la prossima amministrazione israeliana, il quinto governo Netanyahu, è pronta ad annunciare un cambiamento che alla fine il mondo avrà difficoltà ad ignorare.

Il nuovo governo è pronto a strappare l’ultimo lembo di maschera dal suo volto reale. La principale risorsa di Israele, nel proporsi come una democrazia liberale che condivide i valori cari all’Occidente, sta per essere annientata.

L’Occidente continuerà allora a sostenerlo? L’Occidente, che chiede che la Turchia introduca profondi cambiamenti prima di concederle una piena ammissione, che impone sanzioni alla Russia quando invade la Crimea, questo Occidente continuerà a sostenere la nuova repubblica di Israele che Netanyahu e i suoi partner di governo stanno preparandosi a varare?

Un cambiamento radicale

Il livello del cambiamento atteso non può essere sopravvalutato. Israele sarà diverso. Dove il precedente governo ha appiccato l’incendio, questo attizzerà il fuoco appena si propagherà. Il sistema giudiziario, i media, le organizzazioni di difesa dei diritti umani e dei diritti degli arabi in Israele presto proveranno una cocente sensazione.

Gli editoriali, se criticano per esempio i soldati israeliani o appoggiano un boicottaggio contro Israele, tra breve per legge non verranno più pubblicati sui media israeliani. L’aeroporto Ben Gurion amplierà i divieti di ingresso per chi critica il regime israeliano.

Le organizzazioni della società civile verranno private del loro status giuridico. Gli arabi verranno più rigorosamente esclusi in vista della realizzazione di uno Stato ebraico in cui tutti i parlamentari sono ebrei.  E ovviamente vi è l’annessione, attualmente in attesa dietro le quinte.

Il nuovo governo sarà il governo israeliano dell’annessione. Se il previsto appoggio di Washington sarà imminente – il riconoscimento americano dell’annessione delle Alture del Golan è stato il primo passo, il ‘ballon d’essai’ – allora Netanyahu farà la mossa che finora si è trattenuto dal fare durante tutto il suo regno.

Annuncerà l’annessione almeno di parte dei territori occupati.

Il significato sarà inequivocabile: Israele ammetterà per la prima volta che la sua occupazione militare della Cisgiordania, durata 52 anni, sarà permanente; che non è, come per molto tempo sostenuto, un fenomeno transitorio.

Drastici cambiamenti di politica

I territori non sono “merce di scambio” in negoziati per la pace, come sostenuto all’inizio dell’occupazione, bensì possedimenti coloniali che rimarranno in modo permanente sotto il governo israeliano. Non vi è alcuna intenzione che i territori annessi ora, che potranno poi espandersi, vengano mai restituiti ai palestinesi.

Quindi il nuovo governo Netanyahu annuncerà due drastici cambiamenti di politica. Primo, si chiuderà la questione della soluzione di due Stati, che persino Netanyahu ha appoggiato e a cui tutti i leader mondiali si sono dichiarati favorevoli.

Quell’opzione verrà dichiarata morta. Al tempo stesso Israele si dichiarerà uno Stato di apartheid non solo di fatto, ma adesso, per la prima volta, anche di diritto.

Poiché nessuno di coloro che sono a favore dell’annessione intende garantire uguali diritti ai palestinesi nei territori che verranno annessi, e poiché una annessione mirata solo sulla terra su cui si trovano le colonie è palesemente una mistificazione, gli uomini di Stato del mondo non avranno altra scelta che riconoscere che, di nascosto, nel XXI secolo, è stato dichiarato un secondo Stato di apartheid in stile sudafricano.

L’ultima volta un regime di apartheid è stato miracolosamente abbattuto senza alcuno spargimento di sangue. Questa volta il mondo si riunirà e ripeterà l’impresa?

Quale Israele state ancora appoggiando?

Questa domanda va posta anzitutto ai leader dell’Europa, da Angela Merkel a Emmanuel Macron, compresa Theresa May – a tutti i leader dell’Unione Europea. Hanno ripetuto all’infinito il mantra che il loro appoggio ad Israele e al suo diritto di esistere in sicurezza è fermo e irrevocabile.

Hanno continuamente dichiarato il loro sostegno ad una soluzione negoziata di due Stati. Quindi chi sostenete adesso? Che cosa sostenete? Quale Israele, esattamente? In quale mondo pensate di vivere? Forse in un mondo dei sogni che evidentemente trovate comodo, ma che ha sempre meno rapporti con il mondo reale.

L’Europa riuscirà a continuare a sostenere che Israele condivide i suoi valori liberali, quando in Israele sono vietate le organizzazioni della società civile? Quando quasi tutti i politici sionisti israeliani dichiarano che non hanno niente da discutere con i deputati arabi eletti in parlamento?

Provate a immaginare un diplomatico europeo che dichiari che i membri ebrei del suo parlamento nazionale non possono partecipare ad alcun dialogo politico. O che un diplomatico europeo dichiari che i cittadini ebrei del suo Paese sono dei traditori e una quinta colonna.

Questo genere di cose sono politicamente corrette in Israele, in tutti i partiti. E che dire della libertà di parola, tanto sacra nel discorso europeo, quando il ‘World Press Freedom Index’ (Indice mondiale della libertà di stampa) del 2019 di Reporter senza Frontiere classifica già Israele al numero 88 – dopo Albania, Kirghizistan e l’Ungheria di Victor Orban?

Questo è l’Israele che state appoggiando.

La soluzione dei due Stati è morta

Anche il sostegno automatico dell’Occidente alla soluzione dei due Stati deve essere aggiornato. Credete davvero, cari uomini e donne di Stato, che questo Israele abbia qualsivoglia intenzione di applicare una simile soluzione?

Vi è mai stato anche un solo politico israeliano che volesse, o potesse, trasferire circa 700.000 coloni, anche da Gerusalemme est occupata?

Credete davvero che senza un ritiro da tutte le colonie, che rappresenterebbe il minimo di giustizia per i palestinesi, vi sia qualche prospettiva che una simile soluzione si affermi e si trasformi in realtà?

Si potrebbe notare che la maggior parte dei diplomatici occidentali che sono ben informati su ciò che accade sanno già da tempo che questa soluzione è morta, ma nessuno di loro ha il coraggio di ammetterlo.

Ammetterlo richiederebbe di ridefinire tutte le loro posizioni sul conflitto in Medio Oriente, compreso il sostegno all’esistenza di uno Stato ebraico.

Con l’arrivo del nuovo governo Netanyahu il mondo occidentale non può semplicemente continuare a chiudere un occhio e sostenere che tutto va bene. Niente va bene.

Perciò ora la domanda è: siete pronti ad accettare questo? Rimarrete in silenzio, muti, concederete il vostro appoggio e chiuderete gli occhi sulla realtà?

Chi di voi si preoccupa per il futuro di Israele dovrebbe essere il primo a svegliarsi e trarre le dovute conclusioni. Certamente, ogni persona di coscienza dovrebbe farlo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Gideon Levy

Gideon Levy è un editorialista di Haaretz e membro della direzione editoriale del quotidiano. E’ entrato in Haaretz nel 1982 ed è stato per quattro anni vicedirettore del giornale. Ha vinto il premio ‘Euro-Med Journalist’ nel 2008; il premio ‘Leipzig Freedom’ nel 2001; il premio ‘Israeli Journalists’Union’ nel 1997; il premio ‘The Association of Human Rights in Israel’ nel 1996. Il suo nuovo libro, ‘The Punishment of Gaza’ (La punizione di Gaza) è stato appena pubblicato da Verso.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I problemi dei sionisti con l’intersezionalità

Denijal Jegic

24 aprile 2019, Palestine Chronicle

La lotta dei palestinesi per i diritti umani e per la liberazione fa parte di un conflitto globale contro le strutture razziste. Le attuali proteste inclusive, come il movimento “Black Lives Matter” [“Le vite dei neri importano”, movimento USA contro le uccisioni di persone di colore, ndt.] o l’iniziativa per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele hanno spesso utilizzato approcci transnazionali e intersezionali, sottolineando la molteplicità di esempi di oppressione che un individuo può sperimentare.

Il riconoscimento dei legami tra l’oppressione israeliana dei palestinesi e altre manifestazioni di razzismo è stato individuato come una minaccia strategica da Israele, il cui governo si è basato sull’esclusione dei palestinesi dall’umanità e sulla divulgazione di un’opposizione binaria tra civiltà. Come dimostrano la continua denigrazione della deputata del Congresso Ilhan Omar e i recenti attacchi a studiosi come Michelle Alexander, Marc Lamont Hill e Angela Davis, i sionisti stanno cercando di arginare le analisi degli afroamericani che protestano riguardo alle sofferenze dei palestinesi.

Cos’è l’intersezionalità?

La teoria dell’intersezionalità è sorta dalla frustrazione riguardo alla riproposizione del patriarcato etero normato da parte delle femministe bianche. Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine quando ha teorizzato che le donne di colore sono oppresse in quanto donne e in quanto persone di colore. Gli approcci intersezionali sottolineano la pluralità di fattori di identità che sono presi di mira da politiche oppressive, come la marginalizzazione di fattori razziali, etnici, religiosi, di genere, sessuali ed altri dell’identità di un individuo.

Quindi non c’è da sorprendersi che, nel discorso sionista, l’intersezionalità sia stata recentemente demonizzata in quanto “ipocrisia”, “strumento politico”, “l’ultima strategia degli odiatori di Israele,” o, secondo Alan Dershowitz [docente statunitense di diritto internazionale e accanito difensore di Israele, ndt.], “una parola in codice per antisemitismo”.

La fandonia della “fine di Israele”

In un articolo per “The Observer” [quotidiano inglese indipendente, ndt.] Ziva Dahi ha chiesto: “Gli odiatori di Israele prima o poi si sveglieranno dalla fantasia dell’intersezionalità, dalla loro ossessione per la vittimizzazione, dall’adorazione dei palestinesi e dalla demonizzazione degli israeliani?”

Bret Stephens sul New York Times si è lamentato di un presunto attacco progressista contro Israele. I sionisti hanno impiegato tentativi retorici per sminuire l’intersezionalità al fine di proteggere Israele dalle critiche. Tuttavia ogni punto proposto dai sostenitori di Israele sfrutta tradizionali miti colonialisti e un palese razzismo antipalestinese.

La libertà per i palestinesi è semplicemente incompatibile con l’espansione del sionismo che – in quanto movimento basato sull’esclusione dei palestinesi – è l’opposto dei diritti umani universali. Di conseguenza, i sostenitori del sionismo continuano a descrivere i palestinesi come una peste e una bomba demografica a orologeria, la cui sopravvivenza minaccia l’esistenza di Israele.

Stephens identifica lo slogan di protesta “dal fiume al mare” [dal Giordano al Mediterraneo, ossia il territorio della Palestina storica, ndt.] come una “richiesta noiosamente malevola per la fine di Israele come Stato ebraico.” Come ha correttamente capito, Israele, in quanto “Stato ebraico”, può esistere solo finché esclude i palestinesi.

Allo stesso modo in un attacco contro l’intersezionalità, la collaboratrice dell’ADL [Anti Difamation League, organizzazione della lobby filoisraeliana USA, ndt.] Sharon Nazarian su “The Forward” [storico giornale della comunità ebraica USA, ndt.] ha chiesto la spoliazione dei palestinesi. Ha demonizzato il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, concesso dall’ONU, in quanto “la fine di fatto dello Stato ebraico”.

La fine apocalittica di Israele è un luogo comune sionista che rivela i fondamenti razzisti del sionismo, ossia che i palestinesi non debbono tornare alla loro patria semplicemente perché non sono ebrei, e che la messa in pratica dei diritti umani e delle leggi internazionali significherebbe la fine di Israele.

La fandonia de “gli ebrei sono sionisti”

Il sionismo è nato nel XIX° secolo, non dall’ebraismo ma da un movimento europeo di colonialismo d’insediamento che soddisfaceva le necessità dell’antisemitismo cristiano dominante all’epoca e ha prosperato sullo sfruttamento delle strutture orientaliste presenti nella cultura occidentale. I sionisti hanno abusato dell’ebraismo come scudo retorico per presentare una critica intersezionale e anticolonialista del sionismo come razzismo antisemita.

Nel suo commento sull’intersezionalità, Stephens dipinge le politiche sioniste come caratteristiche etnico-nazionali dell’ebraismo, liquidando quindi in quanto antisemiti i discorsi sulla colonizzazione, l’apartheid e il genocidio. Paradossalmente lo stesso Stephens attribuisce una connotazione politica ad ogni ebreo come sionista per giustificare il suo appoggio al sionismo e per presentare Israele come vulnerabile in un “Medio Oriente saturato di antisemitismo genocida.”

Nazarian tenta di includere il sionismo nel femminismo, dipingendo quest’ultimo come un movimento ebraico. Sostiene che “escludere le donne ebree dal (femminismo)” è “inquietante”. Tuttavia il sionismo è antitetico al femminismo. Mentre il femminismo svela l’ingiustizia e sostiene l’uguaglianza, il sionismo perpetua l’ingiustizia sulla base dell’ideale di supremazia e si fonda strutturalmente sull’oppressione delle donne palestinesi.

La fandonia del “conflitto complicato e complesso”

I sionisti respingono l’analisi intersezionale, in quanto insistono sul fatto che la situazione in Palestina/Israele è un caso storicamente e geograficamente isolato che non ha niente a che vedere con il resto del mondo e sarebbe troppo complesso da capire per la gente comune o, come afferma Stephens, “molto più complicato del quadro in bianco e nero disegnato dai critici progressisti di Israele.”

Dahi lamenta che i sostenitori dell’intersezionalità riconoscano diverse forme di oppressione come costitutive di un sistema intersezionale “anche se avvengono in contesti geografici, culturali e politici non connessi tra loro.” Tuttavia l’autrice tenta di isolare la lotta palestinese nel tempo e nello spazio.

L’eccezionalità israeliana necessita proprio di questo approccio. I miti sionisti seguono la narrazione secondo cui i palestinesi non meritano la simpatia di nessuno perché sono terroristi, il terrorismo è geneticamente e culturalmente intrinseco alla palestinità, nessuno è pericoloso come i palestinesi e di conseguenza Israele, in quanto ultima e più vulnerabile colonia europea, ha il diritto di “difendersi”. I sionisti temono che i non palestinesi, invece di aderire alla narrazione israeliana, possano al contrario provare empatia per i palestinesi. È quindi semplicemente logico che gli opinionisti sionisti attacchino “Black Lives Matter”, la “National Women’s Studies Association” [Associazione Nazionale per gli Studi sulle Donne], Jewish Voice for Peace [Voce ebraica per la pace, associazione di ebrei contrari all’occupazione e al sionismo] e Students for Justice in Palestine [Studenti per la Giustizia in Palestina].

La fandonia orientalista ed islamofobica

Poi Dahi giustifica l’oppressione dei palestinesi evocando luoghi comuni orientalisti, quando afferma che i palestinesi giustiziano i gay e praticano il delitto d’onore.

Propagandare che i palestinesi meritano di soffrire a causa della loro arretratezza senza pari e che la loro lotta non può essere messa in relazione con nessun’altra lotta è parte integrante dell’ eliminazione del colonizzato da parte del colonizzatore.

La resistenza palestinese è dunque dipinta come fanatismo islamico. Sostenendo che “i nemici di Israele erano impegnati nella sua distruzione molto prima che occupasse un solo centimetro di Gaza o della Cisgiordania,” Stephens presenta Israele come sotto costante minaccia alla sua esistenza e scredita la resistenza palestinese come odio pre-politico. Sottintendere che l’occupazione israeliana del 1967 sia la causa del problema attuale è un errore dei sionisti liberali, mentre in realtà la colonizzazione della Palestina è iniziata alla fine del XIX° secolo.

Dare la colpa alle vittime

Sfruttando questa vera eccezionalità israeliana, i sostenitori del sionismo si affrettano ad accusare i palestinesi per la loro disgrazia, occultando al contempo i diseguali rapporti di potere coloniali.

Nazarian sostiene che i palestinesi “hanno ripetutamente fallito nel dimostrare un impegno per la pace” e respinge la “ben radicata delegittimazione di Israele e del sionismo” da parte della narrazione palestinese.

Incolpare i palestinesi è coerente con gli scritti di Stephens. In precedenza aveva appoggiato il colonialismo ed ha parlato di “infermità” della “mente araba”. Stephens ha difeso il massacro di palestinesi durante la Grande Marcia del Ritorno ed ha dato la colpa ai palestinesi.

Nella sua presa di posizione sull’intersezionalità, era scandalizzato che i progressisti non avessero condannato in modo sufficientemente duro i palestinesi. Assolvendo Israele dalle sue responsabilità per le sofferenze dei palestinesi, Stephens si riferisce a loro (disumanizzati con l’uso del termine “Hamas”) come “assassini”, “misogeni” e “omofobi”, che, secondo lui, non hanno futuro a causa della loro “cultura di vittimizzazione, violenza e fatalismo.”

Il mito del sionismo come liberazione

A volte il sionismo è persino presentato come un movimento progressista. In un articolo su “Tablet” [rivista ebraico-americana on line, ndt.], Benjamin Gladstone ha sostenuto l’inclusione degli ebrei nell’intersezionalità. Mentre l’autore sembra comprendere la teoria di Crenshaw, non vede gli ebrei al di fuori della cornice sionista. La sua argomentazione, secondo cui “la questione ebraica fa parte del movimento intersezionale per la giustizia” è ovviamente corretta.

Tuttavia, equiparando antisemitismo e antisionismo, postula entrambi come “gravi problemi intersezionali” e quindi ne deduce che il razzismo antiebraico è una caratteristica dell’intersezionalità. Ancor peggio, l’autore dipinge il sionismo come un “movimento di liberazione” che “ha la potenzialità non solo di coesistere, ma anche di appoggiare e dare forza ad altri movimenti di liberazione, da quello delle donne al nazionalismo palestinese.” Questo tentativo di rendere romantico un movimento colonialista di insediamento genocida cancella la difficile situazione dei palestinesi e marginalizza l’opposizione ebraica al sionismo.

Perchè l’intersezionalità è antisionista

Ci si deve chiedere se i sionisti, come esemplificato da questi autori, siano consapevoli di quello che significa il sionismo – soprattutto per le sue vittime. Nel caso in cui non fosse evidente che il sionismo si basa sulla continua esclusione e cancellazione dei palestinesi, questi testi lo rendono assolutamente chiaro. Gli autori rivelano che il sionismo crea gerarchie razziali e contrapposizione binaria tra civiltà in base a un nucleo eurocentrico. Quindi l’autore dimostra precisamente perché l’intersezionalità è antisionista.

L’analisi intersezionale insisterebbe sulle differenze tra ebrei e sionismo come ideologia politica. In effetti decostruirebbe i molteplici modi in cui gli ebrei sono oppressi all’interno e al di fuori del contesto sionista. Per esempio, il “Jews of Color and Sephardi/Mizrahi Caucus” [Assemblea degli ebrei di colore e dei sefarditi / mizrahi] ha definito come analisi intersezionale un’“organizzazione antirazzista e anticolonialista e una solidarietà per abbattere le barriere che sistemi di dominazione legati tra loro pongono tra comunità oppresse e che intendono dividerci e conquistarci.”

Mentre i sostenitori del sionismo tendono a sostenere che gli attivisti intersezionali prendono di mira esclusivamente Israele, sono gli stessi sionisti che dipendono dall’eccezionalità israeliana, presentando la libertà dei palestinesi come un genocidio per gli ebrei.

Ma, al di là di questi miti, non esiste una base etica né giuridica per difendere il trattamento strutturalmente razzista dei palestinesi da parte di Israele.

Come dimostrano i testi citati, i sionisti hanno difficoltà a proporre un argomento valido senza respingere le leggi internazionali e i diritti umani. In quanto movimento eurocentrico e orientalista, il sionismo si alimenta, retoricamente e letteralmente, di un’opposizione binaria razzista/di civiltà.

L’analisi intersezionale aiuta ad identificare l’emarginazione razziale, socio-economica, classista e sessista degli ebrei neri, dei rifugiati africani, dei palestinesi e di altri gruppi sottoposti al dominio israeliano. Può potenzialmente rafforzare una collaborazione tra le molte vittime di Israele. Ma proprio questo potenziale di decolonizzazione è molto problematico per il sionismo – un’ideologia colonialista d’insediamento che ha adottato gerarchie razziali.

Denijal Jegić è un ricercatore di post-dottorato, attualmente a Beirut, Libano. E’ l’autore di “Trans/Intifada – The Politics and Poetics of Intersectional Resistance.” [“Trans/Intifada – la politica e la poetica della resistenza intersezionale.”] (Heidelberg: Universitätsverlag Winter, 2019). Ha inviato quest’articolo a “ The Palestine Chronicle”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gerusalemme ordina che gli asili non permettano l’ingresso alle “minoranze”

Michael Schaeffer Omer-Man

18 aprile 2019, + 972

Il dipartimento della sicurezza del Comune invia istruzioni agli asili della città ordinando che stranieri e “minoranze”, eufemismo per indicare gli arabi, non siano ammessi nei loro spazi. Un’associazione antirazzista chiede che il Comune revochi gli ordini.

In un documento che riporta le istruzioni distribuite di recente agli asili, la Divisione di Emergenza e Sicurezza del Comune ha ordinato agli asili pubblici di Gerusalemme di non consentire agli “stranieri” e alle “minoranze” di entrare nelle strutture scolastiche.

In una sezione intitolata “Ingresso dei visitatori”, il documento recita: “Non consentite l’ingresso di stranieri negli spazi dell’asilo – come norma l’ingresso non è permesso alle minoranze, in questi casi dovete comunicarlo al responsabile della sicurezza dell’area.”

Minoranze è un eufemismo semi-ufficiale e universalmente inteso nell’uso ebraico del termine in Israele per arabi.

Il “Centro di Crisi sul Razzismo”, un progetto della Coalizione contro il Razzismo e del Centro israeliano di Azione Religiosa del Movimento Riformato [una corrente dell’ebraismo, ndt.], la scorsa settimana ha inviato una lettera al Comune di Gerusalemme sostenendo che le istruzioni sono illegali e chiedendo che vengano cambiate.

Secondo il giornale in lingua ebraica Ma’ariv [secondo quotidiano più letto in Israele, ndt.], che per primo ha riportato la vicenda, il Comune di Gerusalemme ha risposto che “i protocolli per la sicurezza delle istituzioni educative sono stabiliti dalla polizia israeliana e dal ministero dell’Educazione.”

Il Comune ha detto a Ma’ariv che avrebbe corretto la formulazione del documento. Nella risposta non ha indicato se la modifica della formulazione avrebbe cambiato le istruzioni relative alla discriminazione sulla base della nazionalità o dell’etnia.

“Le minoranze, anche se si tratta di cittadini e residenti dello Stato, sono considerate automaticamente stranieri pericolosi”, ha scritto la parlamentare Aida Touma-Sliman del partito ebraico-arabo Hadash.

“Il Comune ha detto che avrebbe corretto le istruzioni – ma che cosa dovremo aspettarci se il razzista Bezalel Smotrich sarà a capo del ministero dell’Educazione?”, ha scritto su Twitter Touma-Sliman.

Smotrich, un parlamentare apertamente omofobo che in passato ha difeso la segregazione e la cui lista di candidati parlamentari include ex seguaci del gruppo terrorista fuorilegge un tempo guidato da Meir Kahane [si riferisce al partito Kach, messo fuorilegge nel 1994, ndt.], ha detto che chiederà il ministero dell’Educazione nel prossimo governo.

L’ esplicita segregazione – sia ufficiale che ufficiosa – esiste in Israele in moltissimi modi, dai reparti di maternità ai parchi giochi, agli autobus, alberghi, piscine pubbliche, strade e abitazioni.

L’anno scorso Israele ha approvato una norma costituzionale che dà la precedenza ai diritti nazionali degli ebrei in Israele senza garantire piena uguaglianza a tutti i cittadini non ebrei. Si pensa che la legge verrà usata per giustificare e preservare politiche e leggi intrinsecamente razziste e discriminatorie se esse dovessero essere messe in discussione dalla Corte Suprema del Paese.

Oltre al razzismo e alla discriminazione sancite dallo Stato all’interno di Israele, nei territori palestinesi occupati da Israele vi è un insieme di leggi completamente differenti per ebrei israeliani e palestinesi non cittadini. Questo insieme di leggi e sistemi giuridici si accompagna a una serie di diritti estremamente differenti, che portano a sempre più frequenti accuse di [aver instaurato] un sistema di apartheid.

Michael Omer-Man

Sono capo redattore di +972 Magazine e collaboratore fisso sia di cronaca che di analisi. Prima di entrare a +972 ho lavorato come responsabile delle notizie per JPost.com [versione on line del Jerusalem Post, giornale israeliano inizialmente di sinistra che negli ultimi anni si è spostato a destra, ndt.].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Perché l’Europa non definisce Israele uno Stato di apartheid?

John Dugard

17 aprile 2019, Al Jazeera

Sia per le politiche adottate sia per il livello di brutalità, l’apartheid in Israele non è così diverso da quello che esisteva in Sudafrica.

L’apartheid esiste ancora ed è vivo, vegeto e prospero nella Palestina occupata.

I palestinesi lo sanno. I sudafricani lo sanno. Molti israeliani lo hanno accettato come parte del loro dibattito politico. Gli americani ci stanno facendo i conti ora con l’emergere di nuove voci nel Congresso e nelle ONG, come “Jewish Voice for Peace” [Voci Ebraiche per la Pace, associazione di ebrei statunitensi contro l’occupazione, ndt.], che non hanno paura di chiamarlo apertamente così.

Soltanto in Europa si osserva un’ostinata negazione dell’apartheid di Israele verso i palestinesi, nonostante le prove a sua conferma siano schiaccianti.

Le restrizioni da parte di Israele della libertà di movimento nel territorio occupato della Palestina sono un revival dei tanto odiati divieti di passaggio in Sudafrica, leggi che proibivano ai sudafricani neri senza permesso di stare in una città “bianca”. Le politiche di Israele sulla rimozione forzata della popolazione e la distruzione dei centri abitati assomiglia molto alla storia della ricollocazione delle persone di colore allontanate dalle aree destinate alla sola occupazione dei bianchi nel Sudafrica dell’apartheid.

Le forze dell’ordine israeliane operano brutalità e torture che vanno anche oltre le peggiori pratiche dell’apparato di sicurezza sudafricano. L’umiliazione delle persone di colore che era il fulcro dell’apartheid sudafricano è replicata fedelmente in Palestina.

La retorica razzista nel dibattito pubblico israeliano offende persino chi conosce bene il tipo di linguaggio dell’apartheid in Sudafrica. La propaganda di crudo razzismo che ha caratterizzato la recente campagna elettorale in Israele non ha precedenti neanche in Sudafrica.

Certo ci sono delle differenze, perché i due territori hanno condizioni storiche, religiose, geografiche e demografiche differenti, ma entrambi i casi rientrano nella definizione universale di apartheid. Nel diritto internazionale, l’apartheid è un tipo di regime di discriminazione razziale istituzionalizzata e legalizzata sancito dallo Stato, nonché di oppressione di un gruppo razziale egemonico sull’altro.

Sotto certi aspetti l’apartheid del Sudafrica era peggiore, mentre sotto altri è peggiore quello israeliano nella Palestina occupata. Per certo, l’applicazione dell’apartheid nella Palestina occupata da parte di Israele ha un carattere più militarista e brutale. L’apartheid in Sudafrica non ha mai imposto un blocco su una comunità nera né ha metodicamente ucciso gli oppositori come sta attualmente facendo Israele lungo la frontiera di Gaza.

Sono fatti ben noti: chiunque legga i giornali non è all’oscuro della repressione inflitta al popolo palestinese da parte dell’esercito d’occupazione israeliano e dei coloni ebrei. È noto a tutti che i differenti sistemi legali per i coloni e per i palestinesi hanno creato un regime di status legali segregati e assolutamente disuguali.

Come mai dunque l’Europa nega ostinatamente l’esistenza dell’apartheid nella Palestina occupata? Perché si continua a fare affari con Israele come se niente fosse? Perché l’Eurovision Song Contest si terrà a Tel Aviv? Perché l’Europa vende armi e intrattiene rapporti commerciali con Israele, persino con le colonie illegali? Perché mantiene rapporti culturali e accademici? Come mai Israele non è soggetta al tipo di ostracismo che fu applicato ai tempi in Sudafrica e alle istituzioni sudafricane bianche conniventi?

Come mai le sanzioni a condanna dell’apartheid in Sudafrica furono adottate dai governi europei mentre si prendono provvedimenti volti a criminalizzare il movimento nonviolento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) che cerca di assicurare pace, giustizia e uguaglianza per i palestinesi?

Ci sono tre spiegazioni per risolvere l’enigma.

Per prima cosa, in molti Stati europei le lobby filoisraeliane sono potenti esattamente quanto negli Stati Uniti, ma senza lo stesso grado di visibilità.

Il secondo fattore è il senso di colpa per l’Olocausto. Le politiche di alcuni Paesi come l’Olanda verso Israele sono ancora condizionate dal senso di colpa per non aver fatto abbastanza per salvare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Ultimo, ma il più importante di tutti, esiste la paura di essere classificati come antisemiti. Promosso e manipolato da Israele e dalle sue lobby, il concetto di antisemitismo è stato esteso fino a includere non solo l’odio verso gli ebrei, ma anche la critica verso l’apartheid israeliano.

Nel caso del Sudafrica, il presidente PW Botha era odiato perché applicava l’apartheid, non perché era un afrikaner [comunità bianca sudafricana di origine olandese e protestante, ndt.]. Potrebbe sembrare scontato che allo stesso modo molti possano odiare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu perché applica l’apartheid, e non in quanto ebreo, ma questa linea di demarcazione è assai sottile in Europa, tanto da diventare pericoloso e poco saggio criticare Israele.

In Europa, criticare l’apartheid in Sudafrica era una causa popolare. Il movimento anti-apartheid, che faceva pressioni per il boicottaggio delle esportazioni sudafricane, degli scambi commerciali, sportivi, artistici e accademici, era incoraggiato e non assoggettato ad alcuna restrizione. I governi imposero svariati tipi di sanzioni, incluso l’embargo. Le proteste pubbliche contro l’apartheid erano prassi comune nelle università.

Le critiche verso le politiche discriminatorie e repressive di Israele invece rischiano di essere bollate come antisemitismo, con serie conseguenze sulla carriera e la vita sociale di una persona. Conseguentemente, si vedono ben poche proteste contro l’apartheid israeliano nei campus europei e un ben più freddo sostegno al movimento BDS. Le personalità pubbliche che criticano Israele vengono attaccate in quanto antisemite, come dimostra la caccia alle streghe fatta contro i membri del partito Laburista in Gran Bretagna.

Finché gli europei non avranno il coraggio fare una distinzione tra le critiche verso Israele per il suo apartheid e il vero e proprio antisemitismo (che, ricordiamo, è l’odio verso gli ebrei), l‘apartheid continuerà a prosperare nella Palestina occupata con la complicità diretta dell’Europa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione di Maria Monno)