Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo

 Richard Falk,

27 novembre 2019 R.Falk Blog

Nota preliminare:

Questo post è dedicato alla salute e ai diritti umani a Gaza. Si basa su una presentazione video di alcune settimane fa a una conferenza su questo tema tenutasi a Gaza. Non fa alcuno sforzo di aggiornamento in riferimento all’ultimo ciclo di violenza scatenato dall’assassinio mirato di Baha Abu-Ata, un comandante militare della Jihad islamica, il 12 novembre. Sono profondamente convinto delle questioni sollevate da questo post non solo perché sono stato testimone delle condizioni di vita a Gaza e ho amici a Gaza che hanno sopportato difficoltà e ingiustizie per così tanto tempo senza perdere il loro calore umano o persino la loro speranza. I miei contatti con Gaza e i Gazawi nel corso di molti anni sono stati allo stesso tempo stimolanti e profondamente scoraggianti, da una profonda comprensione delle carenze della condizione umana unita a uno sguardo edificante, al coraggio spirituale di persone che sono così pesantemente perseguitate.
Riflettendo sul terrificante destino imposto al popolo di Gaza, ho provato vergogna dei silenzi assurdi, in particolare di quei governi e dei loro leader nella regione e in quei paesi con una responsabilità storica (il Regno Unito) e influenza geopolitica (gli Stati Uniti). Prendo inoltre nota con allarme del rifiuto dei media mainstream di prestare attenzione allo squallore sopportato da così tanto tempo dal popolo di Gaza. Se mai la norma della “responsabilità di proteggere” venisse applicata in base alle necessità umanitarie, Gaza sarebbe in cima alla lista, ma ovviamente non c’è nessuna lista, e se mai ce ne fosse una, data l’attuale atmosfera internazionale, Gaza rimarrebbe tra quelli non elencati! Questa inattenzione verso il popolo di Gaza è così acuta da estendere la rete della complicità criminale ben oltre i confini di Israele.]
 
 

Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo

Voglio iniziare porgendo i miei saluti a tutti coloro che sono qui oggi. Vorrei che le condizioni a Gaza fossero diverse, permettendomi di condividere l’esperienza della conferenza direttamente con voi prendendovi parte personalmente e attivamente. Il tema della conferenza tocca le politiche e la pratica degli abusi israeliani che stanno perseguitando la popolazione di Gaza da così tanto tempo. La popolazione di Gaza sta affrontando una situazione deplorevole da quando l’occupazione è iniziata nel 1967, ma tale situazione è molto peggiorata dopo le elezioni di Gaza del 2006, rafforzata dai cambiamenti nell’amministrazione politica avvenuti l’anno successivo. Le politiche di Israele sono state sistematicamente crudeli e aggressive, ignorando gli standard legali e i valori morali applicabili al comportamento di una Potenza Occupante. Tali standard e valori sono incorporati nel diritto internazionale umanitario (IHL) e nel diritto internazionale dei diritti umani (IHRL).

Promuovere il diritto alla salute è tra i più fondamentali dei diritti umani, articolati per la prima volta nella Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità del 1946: “Il diritto di ciascuno al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”. Questo diritto è ulteriormente articolato nella Dichiarazione universale dei diritti umani, in particolare nell’articolo 25, e poi messo in forma di trattato dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali nel 1966. L’interferenza deliberata con il diritto alla salute è tra i peggiori abusi collettivi immaginabili di un popolo soggetto a un’occupazione militare. Israele, che fa affidamento su un regime di apartheid per mantenere il controllo sul popolo palestinese a fronte del suo diritto di resistenza protetto a livello internazionale, è stato particolarmente colpevole di un comportamento che ha palesemente, costantemente e intenzionalmente ostacolato e violato il diritto alla salute dell’intera popolazione civile di Gaza in vari modi.

La Grande Marcia del Ritorno incarna le brutalità della politica di occupazione israeliana, che include uno scioccante disprezzo per la salute fisica e mentale della popolazione civile palestinese che prende parte alle manifestazioni. Ci offre anche una metafora degli abusi del diritto alla salute e di altri diritti della popolazione di Gaza considerata come entità collettiva. Questo modello di abuso avviene nel contesto di persistenti e coraggiosi atti di resistenza palestinese a sostegno del loro diritto al ritorno in patria, un diritto affermato alle Nazioni Unite e chiaramente stabilito nella legislazione internazionale, che Israele ha rifiutato di sostenere per sette decenni, cioè fin dalla Nakba. Di fronte a un tale fallimento dei procedimenti internazionali per difendere i diritti dei palestinesi, il ricorso a una politica autonoma sembra ragionevole e, di fatto, l’unico percorso attualmente in grado di produrre risultati positivi. Il popolo di Gaza ha atteso abbastanza a lungo, anzi troppo a lungo, senza che i suoi diritti internazionali più elementari fossero protetti dalla comunità mondiale organizzata.

Una questione preliminare è se, come sostiene Israele, esso possa essere sollevato da tutti gli obblighi legali internazionali nei confronti del popolo di Gaza a causa del suo presunto “disimpegno” da Gaza nel 2005. Da una prospettiva di diritto internazionale, la rimozione fisica delle truppe occupanti dell’IDF dal territorio di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti israeliani illegali non ha influito sullo status giuridico di Gaza come “territorio palestinese occupato”. Israele ha mantenuto uno stretto controllo su Gaza, che ha incluso massicci attacchi militari nel 2008-09, 2012 e 2014, nonché l’uso frequente di forza eccessiva, armi e tattiche illegali e il mancato rispetto dei vincoli della legge. Nonostante il “disimpegno”, Israele mantiene un effettivo e completo controllo sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque marittime offshore di Gaza. In realtà, a seguito del blocco in atto dal 2007, l’occupazione è più intensa e violenta della forma di occupazione oppressiva che esisteva a Gaza prima del disimpegno. Dal punto di vista del IHL e IHRL, Israele è pienamente obbligato dal diritto internazionale a esercitare il suo ruolo di potere occupante e le sue affermazioni contrarie sono giuridicamente irrilevanti. Sfortunatamente, a causa delle realtà geopolitiche e della debolezza delle Nazioni Unite, queste affermazioni israeliane continuano ad avere una rilevanza politica poiché gli obblighi di Israele rimangono non rispettati e per lo più ignorati, creando una situazione inaccettabile in cui Israele gode di fatto dell’impunità e sfugge a tutte le procedure per rendere conto del proprio operato a disposizione mediante il ricorso al diritto internazionale e alle istituzioni giudiziarie internazionali.

È anche importante, a nostro avviso, comprendere il significato dei risultati del rapporto ESCWA (UN Economic and Social Commission for Western Asia) 2017 preparato da Virginia Tilley e da me stesso. Dopo aver esaminato le prove abbiamo concluso che Israele mantiene una struttura di controllo di apartheid sul popolo palestinese nel suo insieme, che ovviamente include la popolazione di Gaza. Il nostro punto principale è che Israele usa una varietà di mezzi per soggiogare e opprimere i palestinesi in modo da stabilire e sostenere uno Stato ebraico esclusivista in cui, secondo la Legge fondamentale israeliana del 2018, solo gli ebrei hanno l’autorità di rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Circoscrivere il diritto all’autodeterminazione secondo esclusivi criteri razziali è un riconoscimento virtuale di un’ideologia di apartheid.

Occorre prendere atto più ampiamente che l’apartheid è un crimine contro l’umanità, secondo l’articolo 7 (j) dello Statuto di Roma che regola i lavori del Tribunale penale internazionale. Il carattere criminale dell’apartheid era stato in precedenza confermato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid. Se l’apartheid è effettivamente presente, tutti i governi hanno essi stessi degli obblighi legali e morali di unirsi allo sforzo di reprimere e punire. Come per le IHL e IHRL, la criminalizzazione dell’apartheid non è perseguita con meccanismi intergovernativi formali a causa di barriere erette dalla geopolitica e dalla relativa debolezza delle Nazioni Unite, ma ciò non significa che la designazione sia politicamente e moralmente insignificante. Poiché i governi si rifiutano di agire, la responsabilità e l’opportunità per l’applicazione della legge spetta ai popoli del mondo per fare ciò che il contesto formale dell’ordine mondiale non è in grado di fare.

Una tale ondata anti-apartheid di base si è verificata rispetto al regime sudafricano dell’apartheid, producendo un’inversione del tutto inaspettata dell’approccio da parte della leadership afrikaner del paese con conseguente rilascio di Nelson Mandela dal carcere dopo 27 anni di prigionia seguito dalla transizione pacifica verso una democrazia costituzionale multirazziale con i diritti umani promessi a tutti indipendentemente dalla razza. Un simile risultato era considerato impossibile in tutto lo spettro politico in Sudafrica fino al 1994, quando è effettivamente accaduto.

Non possiamo garantire, naturalmente, che la storia si ripeterà e libererà il popolo palestinese dal suo calvario secolare, ma nemmeno possiamo escludere la possibilità che la combinazione di resistenza palestinese e solidarietà globale avrà un effetto di empowerment e liberatorio. In parte, il movimento nazionale palestinese è l’ultima grande lotta incompiuta contro il colonialismo di insediamento europeo. Considerato in questo modo, il Progetto Sionista attraverso l’istituzione di Israele ha temporaneamente invertito il flusso della storia in Palestina per una serie di ragioni complicate, ma il destino finale della Palestina rimane in dubbio fino a quando la resistenza palestinese viene sostenuta e la solidarietà rimane solida. A questo proposito, la Grande Marcia del Ritorno è un potente segnale che la resistenza palestinese qui a Gaza continua a offrire energia ispiratrice a quelli di noi in tutto il mondo che credono che questa particolare lotta per la giustizia individuale e collettiva da parte di un popolo oppresso sia ciò che i diritti umani significano alle loro fondamenta.

La Grande Marcia è una metafora perfetta sia per il tema di questa conferenza che per la lotta che ha motivato i residenti indifesi di Gaza a chiedere questo diritto fondamentale di tornare in patria da cui sono stati ingiustamente e forzatamente espulsi. Questa richiesta è stata riaffermata in modo impressionante ogni venerdì per più di un anno di fronte al feroce accanimento di Israele sulla forza eccessiva sin dal suo inizio nel marzo 2018. Israele fin dall’esordio delle proteste ha adottato un approccio di forza eccessiva mirato a terrorizzare i manifestanti ricorrendo alla violenza letale nel duro tentativo di punire e distruggere questa formidabile sfida creativa al controllo israeliano di apartheid / coloniale. L’obiettivo di Israele sembra essere uno sforzo vano e illegale di minare la volontà palestinese di resistere dopo decenni di segregazione, scoraggiamento e abusi indicibili.

Allo stesso tempo, una tale risposta criminale da parte di Israele a questa angosciante rivendicazione del diritto da parte del popolo di Gaza è stata anche l’espressione culminante dell’assalto israeliano alla salute fisica e mentale della popolazione civile di Gaza. Non sorprende che gli oneri creati da 20.000 feriti Gaza abbiano travolto le già sopraffatte capacità mediche di Gaza. Molti dei feriti hanno sofferto ferite da arma da fuoco che hanno messo a repentaglio la vita e gli arti, con gravi infezioni e con bisogno di amputazione. Questa situazione di crisi nell’assistenza sanitaria è stata aggravata dalla carenza di medicinali antibiotici necessari e dalle tristi esperienze dei feriti abitanti di Gaza che richiedono un’attenzione specializzata che può essere ottenuta solo al di fuori di Gaza. Quelli così disperatamente bisognosi di cure mediche al di fuori di Gaza hanno incontrato difficoltà quasi insuperabili per ottenere i necessari permessi di uscita e di ingresso che Israele spesso ha rifiutato persino in circostanze normali. In relazione ai feriti negli eventi della Grande Marcia, la situazione era molto peggiore. Israele non era più disposto a concedere permessi di uscita ai feriti nella Grande Marcia, discriminando qualsiasi palestinese che avesse osato protestare pacificamente contro la negazione dei diritti a cui ogni essere umano sulla terra ha diritto. Un simile abuso viene intensificato penalmente in relazione agli abitanti di Gaza che dovrebbero essere particolarmente protetti in virtù della Quarta Convenzione di Ginevra e dell’IHL più in generale. Invece della protezione, l’approccio israeliano è stato quello di imporre una prolungata punizione collettiva non solo ai resistenti palestinesi, ma all’intera popolazione di Gaza in violazione diretta dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, e non per un breve intervallo associato a circostanze speciali, ma nel corso di decenni.

Al di là di queste eccezionali condizioni associate alle conseguenze mediche della Grande Marcia, Israele, non riuscendo a proteggere la popolazione civile di Gaza in condizioni di occupazione prolungata ingiustificata, è colpevole di diverse forme aggiuntive di punizione collettiva, ognuna delle quali ha un impatto negativo sulla salute di Gaza. Queste conseguenze con effetti negativi derivano dal mantenimento di un blocco spietato, dall’applicazione periodica di forza eccessiva ben oltre ogni ragionevole giustificazione della sicurezza e dall’applicazione di politiche e pratiche che riflettono il carattere apartheid / coloniale del suo approccio al popolo palestinese, che ha a lungo assunto una forma sinistra a Gaza. I risultati sulla salute sono disastrosi, come confermato da affidabili misure statistiche delle condizioni fisiche e mentali della popolazione, come dimostrato dall’indisponibilità di acqua potabile sicura, dall’esistenza di fognature aperte non trattate, dalla frequenza di lunghe interruzioni di corrente che interferiscono con gli ospedali e attrezzature mediche e studi che documentano l’elevata incidenza di gravi traumi vissuti da molti residenti di Gaza, compresi i bambini piccoli e particolarmente vulnerabili. Per quelli di noi che hanno visitato Gaza anche in quelle che potrebbero essere descritte come condizioni “normali”, siamo arrivati a chiederci come chiunque potesse sopportare tale stress senza soffrire una reazione traumatica.

Questa grave violazione del diritto alla salute della popolazione di Gaza dovrebbe essere motivo di oltraggio nella comunità internazionale e ricevere adeguata attenzione da parte dei media, ma le violazioni deliberate e massicce di Israele nei confronti di IHL e IHRL sono protette dalla geopolitica dalla censura e dalle sanzioni contro parte dei governi e delle Nazioni Unite, una realtà ulteriormente oscurata da media occidentali mainstream compiacenti che vengono fuorviati e manipolati da una campagna di propaganda israeliana attentamente orchestrata che presenta la sua condotta criminosamente illegale come un comportamento ragionevole intrapreso per proteggere la sicurezza nazionale di uno stato sovrano, un aspetto del suo diritto legale di difendersi da ciò che definisce un nemico terroristico. Tale propaganda israeliana falsifica le realtà della situazione in molti modi, ma crea alquanta confusione al di fuori di Gaza per distogliere l’attenzione dalla sofferenza imposta al popolo palestinese nel suo complesso, e in particolare alla popolazione civile di Gaza.

In questo contesto, diventa chiaro che gli sforzi di solidarietà di base per svelare queste verità ed esercitare pressioni nonviolente su Israele mediante la campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimento , Sanzioni, ndt] e altre iniziative sono contributi essenziali alle continue lotte di resistenza del popolo palestinese. E a differenza della risposta sudafricana, Israele con la sua sofisticata capacità di penetrazione globale ha tentato in ogni modo di screditare tale lavoro di solidarietà globale, arrivando persino a sfruttare la sua influenza all’estero per criminalizzare la partecipazione all’attività BDS incoraggiando l’uscita di leggi punitive e l’adozione di politiche amministrative restrittive in Europa e Nord America.

Consentitemi di porre fine a queste osservazioni affermando che, nonostante l’apparente squilibrio delle forze sul campo, la storia rimane fortemente dalla parte della lotta palestinese contro questo regime di apartheid israeliano. Gran parte del mondo si rende conto che il coraggioso popolo di Gaza è stato a lungo nell’occhio di una terribile e apparentemente infinita tempesta. È mio onore sostenere al mio meglio possibile la realizzazione del diritto all’autodeterminazione. Nonostante le apparenze contrarie, sono fiducioso che prevarrà la giustizia, che i palestinesi raggiungeranno i loro diritti e sorprenderanno il mondo come hanno fatto gli avversari dell’apartheid sudafricano una generazione fa. Spero di vivere abbastanza a lungo da visitare Gaza in futuro in un momento di libertà e celebrazione. Nel frattempo, auguro alla conferenza un grande successo.

Richard Falk è Professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University e Presidente del Board of Trustees dell’ Euro-Mediterranean Human Rights Monitor

Traduzione di Angelo Stefanini




Come la questione israelo-palestinese è arrivata al cuore della politica USA

Alex Kane

22 novembre 2019 – +972

Un acceso dibattito su Israele e Palestina sta diventando centrale nella politica USA e non vi sono segnali che si stia spegnendo.

L’ultima volta che vi sono state delle primarie aperte del partito democratico, Hillary Clinton e Barack Obama si sono scontrati su tutto, dalla guerra in Iraq all’assistenza sanitaria, alla razza. Cioè su tutto tranne che su Israele.

Le critiche a Israele, nel corso della campagna elettorale 2007-2008 si sono limitate a candidati marginali. In un dibattito del 2007 sulla radio nazionale, Mike Gravel, il polemico ex senatore dell’Alaska che non ha mai avuto consensi superiori al 3%, ha chiesto perché fosse un problema che l’Iran finanziasse Hamas e Hezbollah, mentre gli Stati Uniti finanziano Israele.

Quella è stata una delle rare eccezioni rispetto alla linea standard filoisraeliana diffusa durante il periodo delle primarie – e il candidato che l’ha fatto non era esattamente una star. Gravel non ha ottenuto nemmeno un delegato. Mentre Clinton e Obama davano debitamente voce all’appoggio ad Israele durante la campagna, le relazioni tra USA ed Israele non occupavano un posto centrale nella corsa alle primarie democratiche

Dieci anni dopo, il dibattito su Israele è radicalmente cambiato. Adesso sta occupando la scena principale della politica americana – la corsa alla presidenza – e le aule del Congresso.

Il senatore Bernie Sanders, che è dato terzo nei sondaggi come prossimo candidato democratico alla presidenza, ha detto ripetutamente di desiderare che gli USA diminuiscano gli aiuti militari ad Israele per porre fine all’iniquo trattamento dei palestinesi da parte di Israele. Pete Buttigieg, il sindaco dell’Indiana accreditato al quarto posto, ha detto che i contribuenti statunitensi non dovrebbero pagare il conto di un’annessione israeliana della Cisgiordania. La senatrice Elizabeth Warren, che sta lottando per il primo posto con Joe Biden, è stata meno esplicita sui suoi programmi riguardo ad Israele/Palestina. Però ha parlato della necessità di porre termine all’occupazione israeliana e a ottobre ha detto di essere disposta a condizionare l’aiuto militare USA ad Israele. Quanto a Biden, è il solo a dichiarare che condizionare l’aiuto militare USA ad Israele sarebbe “assolutamente vergognoso”.

Intanto un nuovo gruppo di progressisti, guidati dalle deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib, sta allargando il dibattito al Congresso sull’alleanza USA-Israele, chiedendo limitazioni agli aiuti militari USA e accogliendo le tattiche di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni come strumenti per cambiare lo status quo sul terreno.

“C’è una crescente apertura e volontà di parlare in modo molto più approfondito e molto più imparziale riguardo alla realtà del conflitto israelo-palestinese”, ha detto Logan Bayroff, portavoce di ‘J Street’, il gruppo di pressione ebreo-americano filoisraeliano. “Si è aperto uno spazio molto più ampio negli ultimi 10 anni e soprattutto negli ultimi quattro, sotto l’amministrazione Trump.”

Questa evoluzione non è casuale. Il netto cambiamento nel dibattito statunitense su Israele e Palestina è il risultato di cambiamenti da tempo in gestazione nell’ideologia del partito, di una serie di clamorosi eventi in Israele e negli USA e della tenace organizzazione condotta da palestinesi americani che ha messo a profitto queste tendenze. Il risultato di tutto ciò? Un vivace dibattito sul futuro delle relazioni tra USA e Israele che non mostra segni di spegnersi.

Lo Stato ebraico non è estraneo alle politiche di Washington. Anche prima che il Presidente Harry Truman riconoscesse Israele nel 1948, gli ebrei americani stavano al Campidoglio, facendo pressione su Truman perché appoggiasse la trasformazione della Palestina, allora a maggioranza araba, in uno Stato ebraico.

Durante molti dei 70 anni trascorsi da allora, la discussione su Israele a Washington si è incentrata su come meglio proteggere lo Stato ebraico dai suoi ostili vicini.

Vi sono state occasionali interruzioni dello status quo. All’inizio degli anni ’80 il Presidente Ronald Reagan ha sospeso l’invio di aerei da combattimento ad Israele dopo il bombardamento di un reattore nucleare iracheno ed ha proibito l’esportazione di bombe a grappolo dopo che Israele le ha sganciate sul Libano durante la prima guerra israeliana in quel Paese. Nel 1992 il Presidente George H. W. Bush ha rifiutato di approvare la concessione di crediti a Israele finché non avesse smesso di costruire colonie su terra palestinese in Cisgiordania e a Gaza.

Questi occasionali cambiamenti nella posizione politica americana riguardo a Israele non hanno comunque compromesso l’alleanza di ferro tra USA ed Israele. E alla fine queste fratture nella discussione sullo status quo si sono spente.

Tuttavia la polarizzazione della politica di Washington negli ultimi anni ha aperto la strada all’attuale contrapposizione su Israele. Il partito repubblicano è diventato più bianco, più vecchio e più ricco. L’influenza dei cristiani evangelici di destra sul GOP [il partito repubblicano, ndtr.] è notevolmente aumentata, spingendo molto a destra la politica del partito repubblicano su Israele. Il partito democratico ha fatto maggior affidamento sulla gente di colore, sui giovani, sui laici e sulle minoranze religiose. I sostenitori di entrambi i partiti si sono coalizzati intorno a due visioni profondamente diverse su come l’America dovrebbe comportarsi nel mondo. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno provvisoriamente unito la dirigenza democratica e quella repubblicana per promuovere la guerra all’Iraq, ma negli ambienti progressisti il sentimento contro la guerra era forte. E con esso, vi era maggior attenzione verso la questione palestinese, benché la Palestina a volte costituisse un argomento divisivo. Alcuni progressisti non volevano collegare la Palestina all’Iraq, mentre quelli più schierati a sinistra le vedevano come questioni interconnesse.

“Hanno incominciato a mettere in rapporto ciò che avveniva all’interno del Paese e ciò che avveniva in Israele, perché Israele stava facendo quel collegamento all’interno della sua campagna di hasbara (propaganda)”, ha detto Zaha Hassan, una ricercatrice ospite al ‘Carnegie Endowment for International Peace’ [organizzazione no profit, che ha come missione la promozione della pace e la cooperazione fra le Nazioni, ndtr.]. “Dicevano che la resistenza palestinese nei territori occupati non era diversa dai movimenti islamici estremisti in Medio Oriente. I liberal e i progressisti negli Stati Uniti hanno incominciato a chiedersi se i valori sostenuti dal loro movimento potessero coerentemente continuare ad appoggiare Israele senza prendere in considerazione i diritti umani dei palestinesi.”

Era normale, nelle proteste contro la guerra in Iraq, vedere le bandiere palestinesi, sentire lo slogan “Dall’Iraq alla Palestina, l’occupazione è un crimine!”. Il legame tra la lotta contro l’imperialismo USA e la Palestina ricordava la fine degli anni ’60, quando i militanti del Black Power proposero una prospettiva internazionalista che collegava la lotta dei neri negli USA alle lotte anticoloniali in tutto il mondo, compresa la Palestina. Nell’era post 11 settembre, come alla fine degli anni ’60, le divisioni nelle strade riguardo a Israele-Palestina non si sono tradotte in una rottura nel consenso di Washington su Israele. Invece si è dovuti arrivare agli anni di Obama perché lo scetticismo su Israele giungesse al cuore del dibattito nel distretto di Washington.

L’elezione alla presidenza di Barack Obama è giunta come uno shock in un Paese abituato ad avere un bianco insediato alla Casa Bianca. Egli ha anche promesso di chiudere con le guerre dell’era Bush e di ricucire le relazioni con il mondo arabo e musulmano dopo l’11 settembre, una promessa che ha cercato di onorare compiendo la sua prima visita oltremare in Medio Oriente. Là, ha promesso una nuova era nella politica USA.

Una delle aree di quella nuova politica era Israele-Palestina. Dopo essersi insediato nel gennaio 2009, egli [Obama] ha telefonato al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas prima che al primo ministro israeliano Ehud Olmert, che presto avrebbe lasciato l’incarico per uno scandalo, sostituito da Benjamin Netanyahu. Nel suo viaggio in Medio Oriente, Obama non è atterrato in Israele, ma al Cairo, dove ha criticato la violenza palestinese, ma ha chiesto a Israele che smettesse di costruire colonie e che affrontasse la crisi umanitaria di Gaza.

Snobbato da Netanyahu, il cui governo ha continuato a costruire colonie israeliane, Obama non ha mai dato seguito alle sue richieste con dei fatti. Ma l’appello di Obama per un congelamento delle colonie, accanto alla fredda risposta di Netanyahu, ha gettato le basi per quella che sarebbe diventata una relazione avvelenata tra Obama e Netanyahu.

Queste tensioni hanno raggiunto un picco nel 2013 con il dibattito sull’accordo nucleare iraniano. La decisione di Obama di negoziare un accordo con l’Iran ha fatto venire un colpo a Netanyahu ed ai suoi alleati repubblicani. Ai loro occhi, l’accordo avrebbe consentito all’Iran di entrare nell’economia globale senza fare niente per limitare i suoi finanziamenti a gruppi di militanti ostili alla politica USA nella regione. Per Netanyahu, avrebbe anche compromesso il ruolo dell’Iran come elemento di distrazione dalla questione palestinese.

Il partito Repubblicano ha invitato Netanyahu a tenere un discorso al Congresso per cercare di impedire l’accordo. Questo ha provocato un impressionante scontro politico tra Obama, lo storico presidente amato dalla base del suo partito, da un lato, e il partito Repubblicano ed Israele dall’altro, accentuando la contrapposizione riguardo allo Stato ebraico.

“I repubblicani pensavano che Netanyahu fosse il leader più importante al mondo in quel momento – persino più di Reagan. È diventato una star, come se fosse il guru del partito repubblicano”, ha detto Shibley Telhami, docente all’università del Maryland e professore associato ospite presso la ‘Brookings Institution’ [importante gruppo di ricerca americano indipendente, ndtr.]. Per i democratici era l’esatto opposto. Ciò ha avuto un grande impatto.”

Telhami, un sondaggista, ha osservato queste ripercussioni in una inchiesta che ha condotto nel dicembre 2015: i sondaggi contrari a Netanyahu tra i democratici sono saliti dal 22% al 34%. Il 13% dei repubblicani non vedeva di buon’occhio il leader israeliano, mentre il 51% gli era favorevole.

Quando Netanyahu è arrivato a Washington nel marzo 2015 per opporsi all’accordo con l’Iran, 58 democratici e indipendenti alleati dei democratici hanno boicottato il suo intervento.

Le critiche ad Israele all’epoca di Obama non si limitavano al Congresso. Erano persino più aspre nei movimenti sociali progressisti, che a loro volta rassicuravano i democratici riguardo al fatto che la loro posizione anti Netanyahu era appoggiata dalla loro base elettorale.

Nel periodo in cui si è svolto lo scontro tra Obama e Netanyahu sull’Iran, sempre più gruppi per i diritti dei palestinesi hanno destinato risorse a Washington. Nel 2015 ‘Jewish Voice for Peace’ [Voce Ebraica per la Pace] (JVP), l’associazione di [ebrei di] sinistra di solidarietà con la Palestina, ha assunto il suo primo dipendente focalizzato sul Congresso.

“C’è stato l’attacco a Gaza del 2014, e allora improvvisamente siamo diventati molto, molto più grandi”, ha detto Rebecca Vilkomerson, che ha appena lasciato la carica di capo di JVP dopo 10 anni in carica. “Abbiamo deciso che avevamo abbastanza membri con abbastanza sezioni locali per cui non sarebbe stato inutile andare a fare questo genere di incontri (al Congresso)”.

Inoltre alla fine del 2014 ‘Defense for Children International-Palestine’ [associazione internazionale per la difesa dei bambini con sede a Ginevra, ndtr.] e l’ ‘American Friends Service Committee’ [associazione di quaccheri che si batte per la giustizia sociale, la pace, la riconciliazione tra i popoli, l’abolizione della pena di morte ed i diritti umani, ndtr.] hanno lanciato la campagna “Non è il modo di trattare un bambino”, un tentativo concentrato su Washington di spingere i parlamentari USA a esprimersi contro i maltrattamenti israeliani nei confronti dei bambini palestinesi. Questo tentativo ha avuto successo, soprattutto presso la deputata Betty McCollum: con le sue proposte di legge e lettere che chiedevano attenzione per gli arresti israeliani di bambini palestinesi, è diventata il principale difensore dei diritti dei palestinesi al Campidoglio.

Tuttavia non tutti i gruppi della sinistra progressista lavoravano congiuntamente. ‘J Street’ [associazione di ebrei liberal moderatamente critici con Israele, ndtr.], per esempio, un gruppo fondato nel 2007, si è creato uno spazio a parte in Campidoglio: premere per uno Stato palestinese e per la fine dell’occupazione israeliana per consentire ad Israele di rimanere “ebreo e democratico”, secondo quanto afferma J Street. Ciò si opponeva a gruppi come JVP e ‘US Campaign for Palestinian Rights’ [coalizione di gruppi che lavorano per libertà, giustizia ed eguaglianza, ndtr.] (USCPR), i quali sostengono in pieno la strategia del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni [contro Israele, ndtr.] (BDS) – compreso il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi – e il taglio degli aiuti militari statunitensi [ad Israele, ndtr.]. Eppure nel loro insieme, i gruppi da J Street a ‘US Campaign’ hanno introdotto una novità in un dibattito normalmente dominato soltanto dalla preoccupazione per la sicurezza di Israele.

“Anche se la parte avversa ha molte più risorse e migliori relazioni, i gruppi per i diritti dei palestinesi hanno svolto un duro e diligente lavoro per rendere visibile la propria presenza in Campidoglio, chiarendo che c’è un’altra prospettiva che i membri del Congresso devono riconoscere, anche se non sentono ancora la necessità di votare in quel senso”, ha detto a +972 un autorevole assistente parlamentare. “Ecco come riesci a spostare il dibattito. Si inizia a rendere più complessa la questione per la gente, e per troppi membri del Congresso la questione è stata semplice. Ciò sta cambiando.”

Ma se il dibattito a Washington si è incentrato su Netanyahu, i movimenti sociali di sinistra non hanno focalizzato la principale attenzione sul leader israeliano. Al contrario, si sono concentrati su Israele stesso e hanno criticato l’intero regime che ha governato i palestinesi in modo simile ad uno Stato di apartheid, uno Stato che doveva essere boicottato – un messaggio diffuso dalle campagne BDS. I gruppi per i diritti dei palestinesi si sono alleati con i gruppi per i diritti dei migranti e per i diritti civili in campagne indirizzate a chi fa profitti con le carceri private, lanciando il messaggio che l’oppressione delle persone di colore nelle carceri è collegata all’oppressione dei palestinesi – soprattutto perché imprese come G4S [società privata britannica di servizi per la sicurezza, ndtr.] traggono profitto dall’incarcerazione di tutte quelle comunità. Sezioni di ‘Students for Justice in Palestine’ [organizzazione di attivisti studenteschi pro-palestinesi negli Stati Uniti, in Canada e in Nuova Zelanda, ndtr.] hanno formato coalizioni con comunità di colore nei campus universitari per spingere i dirigenti studenteschi ad appoggiare il disinvestimento dalle imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana.

Molto di questo lavoro degli studenti è stato guidato dagli stessi palestinesi, un’eco del lavoro che gruppi come la ‘General Union of Palestinian Students’ [organizzazione gestita da studenti palestinesi che esiste fin dai primi anni ’20, ndtr.] hanno fatto nei campus USA a cominciare dalla guerra del 1967. Dopo gli Accordi di Oslo [del 1993], l’attivismo guidato dai palestinesi negli USA è venuto meno, in quanto è stata dedicata maggiore attenzione alla creazione di uno Stato a casa loro piuttosto che a creare un movimento globale anticoloniale. Ma, una volta falliti gli Accordi di Oslo, i capi delle organizzazioni palestinesi si sono reinseriti nel più ampio movimento di solidarietà. Questa rinascita ha raggiunto il suo apice in seguito all’invasione israeliana di Gaza nel 2008-2009.

“I palestinesi hanno iniziato ad essere più autocentrati, il che ha anche significato che sono aumentati i militanti palestinesi”, ha detto Andrew Kadi, a lungo organizzatore palestinese-americano e membro del comitato direttivo della USCPR.

Uno dei momenti più importanti per il movimento per i diritti dei palestinesi è stato nell’agosto 2016, quando ‘A Vision for Black Lives’, una piattaforma politica resa pubblica da gruppi collegati con il movimento ‘Black Lives Matter’, ha appoggiato il disinvestimento dal “complesso militare-industriale” di Israele ed ha accusato Israele di apartheid e genocidio. Per i gruppi per i diritti dei palestinesi la piattaforma politica è stata un eccellente esempio di come la lotta per la libertà dei neri e la lotta palestinese dovrebbero essere collegate. È stata una brillante affermazione della loro strategia “intersezionale”, che garantiva che i palestinesi difendessero i diritti dei neri negli USA, e viceversa, come parte di una più vasta spinta a collegare le lotte per la giustizia dei palestinesi e dei neri.

“Vi è ora una situazione in cui i movimenti sociali sono profondamente interconnessi”, ha detto Nadia Ben Youssef, direttrice delle attività di sostegno del Center for Constitutional Rights [Centro per i diritti costituzionali, organizzazione di sinistra per il patrocinio legale senza scopo di lucro con sede a New York, ndtr.]. “Stiamo creando una politica coerente di giustizia sociale, per cui se tu hai un’opinione sulla giustizia razziale, sulla detenzione, sulla disuguaglianza in senso più generale, hai un’opinione anche sulla Palestina.”

Nel periodo dello shock delle elezioni del 2016, l’ampio schieramento di sinistra era arrivato a riconoscere che i diritti dei palestinesi avrebbero dovuto essere parte integrante del programma progressista. Linda Sarsour, un’importante attivista palestinese-americana, è stata uno dei volti della storica Marcia delle Donne contro Trump del gennaio 2017. Ma l’integrazione dei diritti dei palestinesi nel movimento progressista non è avvenuto senza polemiche. Gruppi filoisraeliani hanno attaccato Sarsour e il Movimento per le Vite dei Neri. Li hanno accusati di dirottare il movimento progressista verso un programma del tutto differente. Tuttavia è diventato insostenibile per i progressisti ignorare la Palestina.

Ciò è diventato ancor più evidente quando dirigenti progressisti come Ilhan Omar, eletta nel 2016, ha sposato la lotta a favore di qualunque cosa, dall’assistenza sanitaria per tutti al Green New Deal fino all’eliminazione dell’occupazione israeliana. L’impostazione di politica estera di Omar si concentra sulla smilitarizzazione e sui diritti umani, senza fare eccezione riguardo al trattamento di Israele verso i palestinesi.

L’elezione di Trump ha esasperato la politica sulla Palestina negli USA. La sua stretta alleanza con Netanyahu ha allontanato i democratici da Israele. I regali di Trump alla destra israeliana – il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, il silenzio dell’amministrazione sulle colonie israeliane e il riconoscimento delle alture del Golan come territorio israeliano – lo hanno ulteriormente legato a Netanyahu, un problema per coloro che credono nell’importanza di una relazione bipartisan con lo Stato ebraico.

Trump ha perseguito anche un’altra strategia che ha portato la questione israelo-palestinese al centro del dibattito americano: definendo “antisemiti” suoi accesi oppositori come Omar e Tlaib, parte di un tentativo di spaccare il partito democratico, fa perdere elettori ebrei ed eccita la sua base di destra.

“Avete visto il partito repubblicano cercare di trasformarlo in un’arma politica, una questione spinosa. Diventa una questione di guerra culturale, come l’aborto o l’immigrazione”, ha detto Logan Bayroff, il portavoce di J Street. “Questo provoca la loro base elettorale, che non sono ebrei americani ma sono tanti elettori evangelici, che stanno guidando il programma [di Trump].”

La decisione di Netanyahu nello scorso agosto di vietare a Omar e Tlaib di recarsi in Israele-Palestina con una delegazione del Congresso faceva parte della strategia di Trump di dipingerle come nemiche di Israele e dell’America. Facendo in modo di creare un contrasto internazionale da prima pagina, Trump ha portato avanti i suoi piani di fare di Omar e Tlaib i volti del partito democratico, una strategia che lui reputa vincente nei confronti delle persone preoccupate della corsa a sinistra dei democratici.

Ma quella decisione ha avuto anche un effetto boomerang. Omar e Tlaib hanno tenuto un’eccezionale conferenza stampa dopo che è stato comunicato il divieto, in cui hanno parlato ad un pubblico di tutta la Nazione dell’indecenza dell’occupazione e di come Israele fa del male ai palestinesi. È stata, in una sola settimana, una sintesi di come la Palestina sia passata dai margini al centro della politica americana. A destra viene usata come questione controversa, mentre a sinistra viene amplificata dai parlamentari progressisti che vedono la Palestina come parte del loro più vasto programma di giustizia sociale.

Per quei democratici che vogliono mantenere l’alleanza USA-Israele così com’è, la decisione di Netanyahu di bandire Tlaib e Omar è stata inquietante ed ha solo incrementato il loro desiderio di vedere Netanyahu lasciare l’incarico e vincere qualcuno come Benny Gantz, il capo del partito Blu e Bianco [coalizione di centro-destra che ha vinto le ultime elezioni in Israele, ndtr.]. Ai loro occhi, ciò permetterebbe ai democratici di tornare alle loro consuete posizioni su Israele: appoggiare i negoziati tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese senza la seccatura di un Netanyahu sfacciatamente di parte che danneggia il rapporto tra USA ed Israele.

Ma mentre un incarico di formare un nuovo governo a Gantz potrebbe dare un attimo di respiro a questi democratici dopo il caos dell’era Netanyahu-Trump, non porrà fine alla messa in discussione progressista del consenso di Washington a Israele.

“Moltissimi democratici si illudono che il problema sia solo Bibi (Netanyahu). Ma non dovremmo fare troppe personalizzazioni”, ha detto l’importante consigliere democratico al Congresso. “Sì, Bibi è particolarmente dannoso, sfacciato nel suo approccio di parte, ma, come Trump, Bibi è il prodotto di una reale tendenza politica in Israele. Rappresenta un elemento illiberale con cui i democratici devono fare i conti se prendono sul serio i valori che professano.”

Alex Kane è un giornalista che vive a New York, il cui lavoro su Israele/Palestina, libertà civili e politica estera USA è stato pubblicato su VICE News, The Intercept, The Nation, In These Times ed altri giornali.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’elisir di Trump potrebbe dimostrarsi un’overdose per Israele

Tom Suarez

22 novembre 2019 – Mondoweiss

La notizia che l’amministrazione Trump non considera più “illegali” le colonie israeliane in Cisgiordania non è stata scioccante, tanto quanto non lo è la finta indignazione manifestata dalle stesse Nazioni che continuano a rafforzare Israele indipendentemente da quello che fa. Questo preludio all’annessione israeliana della Cisgiordania sicuramente favorirà ulteriori sofferenze per i palestinesi, incoraggiando i coloni e i soldati occupanti.

Ma in realtà questa annessione è già avvenuta decenni fa. C’è una ragione per cui Israele semplicemente non lo ha mai detto.

Il 29 novembre 1947 l’ONU ha votato per raccomandare la partizione della Palestina (risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), scartando una raccomandazione di minoranza per uno Stato democratico bi-nazionale. I negoziatori a favore della causa palestinese approfittarono di un rinvio di 24 ore per proporre un altro piano bi-nazionale, con una costituzione simile a quella degli Stati Uniti (1). La proposta venne ignorata, ma i 71 anni che seguirono sono stati un accidentato ma inarrestabile ritorno al rallentatore del concetto essenziale di un unico Stato democratico. Ironicamente il genio di Trump che concede al sionismo ogni suo desiderio rende più vicina questa liberazione – e la fine del sionismo.

Se Israele fosse accusato di aver annesso la Cisgiordania, e quindi di averla gestita come uno Stato di apartheid, potrebbe sostenere una “prova” del contrario: l’Autorità Nazionale Palestinese. I palestinesi, ci viene detto, votano per il proprio “governo”. Ma, malgrado le targhe sulle porte degli uffici dell’ANP a Ramallah, la situazione sul terreno è che l’Autorità Nazionale Palestinese non ha una reale “autorità” su quanto avviene alla Palestina e al suo popolo. Alcune funzioni associate con l’esercizio del governo le sono formalmente assegnate, ma le esercita solo a discrezione di Israele. La sua [dell’ANP] repressione politica contro i suoi “cittadini”, per esempio, risparmia la fatica a Israele, e gli aiuti internazionali alla Palestina sono in realtà un ulteriore aiuto a Israele, perché ciò sussidia semplicemente la sua occupazione e la paralisi dell’economia palestinese.

In altre parole, l’Autorità Nazionale Palestinese può essere vista come un semplice subappaltante e una foglia di fico per la definitiva sovranità israeliana sull’intera area – senza tener conto della teorica divisione della Cisgiordania nelle aree A (palestinese), B (palestinese-israeliana) e C (israeliana) in base agli accordi di Oslo. Israele iniziò a violare le leggi che disciplinano una potenza occupante subito dopo la conquista da parte sua nel 1967 e da allora ha governato tutta la Cisgiordania (che include Gerusalemme est) e Gaza (direttamente o con un assedio) (2).

Togliendo di mezzo il fumo negli occhi, ciò che rimane è che Israele tratta “Giudea e Samaria” [cioè la Cisgiordania, ndtr.] come territorio sotto la sua sovranità, ma solo gli ebrei che vi vivono (cioè i coloni) possono votare, mentre ai non ebrei, in base all’etnia, vengono negati persino i più basilari diritti umani.

Questo miraggio non può durare all’infinito, ma l’ultimo regalo di Trump può solo accelerare il giorno della resa dei conti. Il suo implicito invito al furto totale della Cisgiordania e in definitiva di tutta la Palestina, l’obiettivo del sionismo per oltre un secolo, ora incombe vicino in modo allettante. Netanyahu non ha bisogno di nient’altro che “farlo” in modo da assicurare che la “comunità internazionale” continui a comportarsi come ha fatto riguardo all’annessione di Gerusalemme est da parte di Israele quattro decenni fa: proteste, risoluzioni e totale acquiescenza. L’accentuata repressione israeliana ispirata da Trump potrebbe di per sé scatenare una nuova rivolta palestinese che potrebbe fornire a Israele il pretesto per l’annessione.

Ma questa tentazione preannuncia un deludente risveglio. Israele improvvisamente “possiederà” la Cisgiordania. Non ci sarà nessuna ANP foglia di fico per coprirla. Come farà Israele a spiegare che i non ebrei non possono votare e rimanere asserviti in quella che sostiene essere la terra sotto la sua sovranità? Quella che è sempre stata la reale situazione sarà messa in bella mostra di fronte al mondo: Israele è uno Stato di apartheid.

Dovrà affrontare tre possibilità:

Uno, potrebbe fare la pulizia etnica di un altro paio di milioni di palestinesi. Ma non siamo nel 1948 e neppure nel 1967. Benché Israele continui ad attuare il contenimento etnico di palestinesi in bantustan all’interno del lato palestinese della Linea di Armistizio [del 1948, ndtr.], la sua continua pulizia etnica fuori dalla Palestina deve rimanere discreta. Nel mondo di oggi, neppure la pur scioccante impunità di Israele potrebbe difenderlo dal fatto di caricare su camion due o tre milioni di persone e portarle in nuovi campi di rifugiati nei Paesi vicini.

Due, potrebbe concedere ai non- ebrei della Cisgiordania la stessa cittadinanza di cui già “godono” i non ebrei in Israele, tranne che a Gerusalemme est – certamente una cittadinanza di second’ordine, ma tuttavia essi possono votare nelle elezioni nazionali e così il sistema potrebbe essere fatto passare per una democrazia formale. Succede che abbiamo un banco di prova di un simile scenario – Gerusalemme est – e dimostra che la cittadinanza per i non-ebrei non risulterebbe dall’annessione. Benché Israele consideri Gerusalemme est parte integrante di Israele, i suoi abitanti non ebrei sono “residenti” precari, non cittadini, e non hanno voce nelle elezioni nazionali di Israele. Ciò è ancora più significativo in quanto la popolazione non-ebrea di Gerusalemme est, a differenza di quella della Cisgiordania, è di gran lunga troppo scarsa per minacciare le preoccupazioni demografiche di Israele. (3)

E così, per definizione, Israele sarebbe costretto alla terza opzione: continuare semplicemente come prima, per quanto possa durare. La Cisgiordania sarebbe come ora è Gerusalemme est – ma troppo grande da nascondere. I non ebrei della Cisgiordania sarebbero stranieri sulla loro stessa terra, “residenti” senza voce in capitolo sulle questioni nazionali e sottoposti a una pulizia etnica attraverso leggi poco trasparenti studiate a questo scopo. L’inerzia potrebbe essere a volte a favore di uno Stato di apartheid, ma non sarebbe sostenibile. Potrebbero passare due anni, o forse fino a dieci, ma una volta che una massa critica di interessi politici ed economici mondiali veda Israele come un peso, la richiesta di una semplice uguaglianza sarà la sconfitta definitiva dello Stato sionista.

Uno Stato unico democratico, che avrebbe dovuto essere l’ovvia risposta nel 1947, dopo sofferenze indicibili verrà finalmente realizzato.

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Note

1. Riguardo alla nuova proposta in seguito al voto della risoluzione 181, vedi TNA, WO_261-571, Fortnightly Intelligence Newsletter No. 55, Part II, Partition of Palestine, p9, bottom. Vale la pena di sottolineare che, secondo i documenti britannici, la ragione per cui l’ONU optò per la partizione rispetto a uno Stato democratico bi-nazionale fu che temeva un incremento del terrorismo sionista (vedi TNA, CAB 129/21, pagina stampata “52”, o How Terrorism Created Modern Israel [Come il terrorismo ha creato il moderno Israele], p. 236, dell’autore). Anche gli antirazzisti ebrei negli insediamenti, tra cui il rettore dell’università Ebraica Judah Magnes, appoggiarono uno Stato unico.

2. Israele e gli USA negarono militarmente i risultati delle elezioni palestinesi del 2006, per cui i palestinesi non hanno effettivamente votato il governo attuale (Fatah), ma ciò è secondario per questo punto. I candidati delle elezioni vennero già ridotti di numero da Israele attraverso esclusioni, incarcerazioni e assassinii.

3. Gli abitanti non ebrei “residenti” di Gerusalemme possono votare alle elezioni municipali. I non ebrei possono fare richiesta di cittadinanza, ma così facendo rinuncerebbero implicitamente allo status di Gerusalemme est come palestinese in base alle leggi internazionali, e comunque la loro cittadinanza non è uguale a quella dei coloni ebrei della città. Di fatto i non ebrei rischiano l’espulsione solo presentando una qualunque richiesta alle autorità israeliane, che potrebbero in tal caso chiedere prove documentate della residenza della famiglia fin dal diciannovesimo secolo, mentre ebrei provenienti dall’estero non hanno bisogno di questi requisiti – di qui, per esempio, la riluttanza palestinese a fare richiesta di permessi edilizi.

Tom Suarez è autore, come ultimo libro, di “Writings on the Wall [Scrivere sul Muro], una serie di di storie orali palestinesi commentate raccolte dall’ Arab Educational Institute [Istituto educativo arabo] di Betlemme (2019).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto ONU contro il BDS

Azeezah Kanji e David Palumbo-Liu

12 Novembre 2019 – Al Jazeera

BDS: nel mirino del colonialismo dei diritti umani

Un recente rapporto dell’ONU contribuisce alla strumentalizzazione del discorso dei diritti umani da parte di Israele per giustificare l’oppressione in Palestina

Nel suo rapporto sull’antisemitismo presentato il 17 ottobre alle Nazioni Unite il relatore speciale sulla libertà di religione e di fede Ahmed Shaheed ha citato – senza smentirle – affermazioni secondo cui “gli obiettivi, le attività e gli effetti del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) sono fondamentalmente antisemiti.”

Questa legittimazione dell’attacco contro il BDS è un atto d’accusa schiacciante – non contro il BDS, ma contro la logica pretestuosa per contestarlo.

Gli “obiettivi” e le “attività” del movimento sono esclusivamente fondati sulle leggi internazionali e sulle stesse risoluzioni dell’ONU: porre fine all’occupazione dei territori palestinesi, garantire l’uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele e rispettare il diritto al ritorno dei rifugiati.

Dal punto di vista del diritto internazionale, non è il BDS che dovrebbe essere considerato discutibile, ma la sfacciata riluttanza di Israele quando si tratta di rispettare norme fondamentali delle leggi internazionali.

Come ha evidenziato un’altra recente pubblicazione dell’ONU, Israele ha messo in pratica meno dello 0,5% delle raccomandazioni prescritte dall’ONU dal 2009 per porre rimedio ai crimini dell’occupazione – rendendo palesemente necessaria l’applicazione di ulteriori meccanismi di pressione economica e politica. La stessa ONU ha identificato 192 attività economiche che probabilmente violano le leggi internazionali agevolando e ricavando profitti dalle illegali colonie israeliane.

Screditare persino le pratiche non violente come il BDS equivale a negare ai palestinesi qualunque diritto a resistere al fatto di essere colonizzati.

Cancellando il contesto dell’occupazione, il rapporto di Shaheed cerca in modo perverso di presentare i palestinesi come coloro che violano i diritti umani invece che vittime di queste violazioni.

Egli fa riferimento al rapporto di una commissione ONU per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) che esprime preoccupazione riguardo ai discorsi d’odio antisemita in Palestina – ma ignora totalmente il fatto che questo rapporto inizia riconoscendo che “l’occupazione israeliana, l’espansione delle colonie e il continuo blocco della Striscia di Gaza, che sono considerati illegali dalle leggi internazionali, pongono seri problemi perché (la Palestina) metta in atto pienamente i suoi impegni in base alla Convenzione (sulla discriminazione razziale).”

Shaheed condanna anche l’“antisemitismo di sinistra” di “individui che sostengono di appoggiare opinioni antirazziste e antimperialiste.” Ma rimane palesemente in silenzio riguardo al razzismo insito nello stesso imperialismo, anche in Palestina, dove le libertà religiose al centro del suo incarico (e vari altri diritti fondamentali delle popolazioni indigene sotto occupazione) sono sistematicamente calpestate. Per esempio, i palestinesi cristiani e musulmani devono affrontare limitazioni all’accesso a luoghi fondamentali per il culto come Betlemme e al-Aqsa.

In realtà chi contribuisce in modo assolutamente schiacciante all’aumento delle statistiche sull’antisemitismo in Paesi come la Germania e gli Stati Uniti non è la sinistra “antirazzista e antimperialista”, ma sono i neonazisti e l’estrema destra, sostenuti dagli stessi partiti politici del nazionalismo bianco che prendono di mira anche gli attivisti per i diritti di musulmani e palestinesi.

Le implicazioni repressive dell’analisi di Shaheed sono evidenti, con la prova del nove dell’antisemitismo che egli accoglie: le linee guida dell’“Holocaust Remembrance Association” [Associazione per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 31 Paesi, ndtr.] (IHRA).

Il problema con esse non è la definizione di antisemitismo che include – “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso gli ebrei” – ma gli esempi di antisemitismo che fornisce, parecchi dei quali coinvolgono le critiche a Israele o al sionismo.

Per esempio, agli occhi dell’IHRA (e a quanto pare dello stesso Shaheed) “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista” equivale all’antisemitismo.

Non importa che alcuni dei maggiori critici alla creazione dello Stato ebraico siano stati importanti politici ebrei, come il membro del governo inglese Edwin Montagu, che nel 1917 definì la premessa secondo cui il popolo ebraico costituisce una Nazione separata come “antisemita”.

Come ha notato il filosofo dell’università di Oxford e cofondatore di “Independent Jewish Voices” [Voci ebraiche indipendenti] (GB) Brian Klug, l’effetto di equiparare l’antisionismo con l’antisemitismo è fondere lo Stato ebraico con il popolo ebraico: lo stesso peccato di cui il relatore speciale Shaheed accusa chi critica Israele.

La ridefinizione dell’antisemitismo dell’IHRA è stata messa in discussione da studiosi ebrei e da numerose organizzazioni per i diritti civili, dalla “Foundation for Individual Rights in Education” [Fondazione per i Diritti Individuali nell’Educazione, associazione USA per la libertà di parola nei campus, ndtr.] e dalla British Columbia Civil Liberties Association [Associazione per le Libertà Civili della Columbia Britannica”: società benefica canadese per le libertà civili e i diritti umani, ndtr.], perché confonde le critiche a Israele con il razzismo.

Nonostante sia stata bocciata dall’ “Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali” [ente dell’UE per la difesa dei diritti, ndtr.], la ridefinizione dell’IHRA è stata adottata da Paesi nel Nord America e in Europa – mettendo in pericolo la democrazia che Shaheed pretende di stare salvando dall’ “intossicazione” dell’antisemitismo.

Per esempio, negli USA la concezione eccessivamente estesa di antisemitismo è stata accolta dal Department of Education Office of Civil Rights [Dipartimento dell’Ufficio Educativo per i Diritti Civili, ente federale USA per la difesa del diritto all’istruzione, ndtr.] sotto la direzione di Kenneth Marcus, nominato dal presidente Donald Trump, che ritiene che gli studenti che protestano a favore dei diritti dei palestinesi dovrebbero essere perseguiti penalmente. È stata anche brandita nel tentativo di censurare eventi universitari e corsi sulla Palestina e per intentare cause contro docenti palestinesi.

Ciò è parte di un più ampio contesto di legalizzazione della soppressione della libertà di parola, in cui leggi contro il BDS sono state approvate in 27 Stati USA e proposte in altri 14 – sfidando direttamente la Costituzione USA e le decisioni della Corte Suprema che stabiliscono il diritto al boicottaggio in generale. Mentre Shaheed nel suo rapporto chiarisce che “le leggi internazionali riconoscono i boicottaggi come forme legittime di espressione politica,” al contempo legittima la demonizzazione del BDS sottesa alla legislazione contro il boicottaggio.

L’ossessione riguardo alle critiche contro Israele (sia di ebrei che di non ebrei) svia l’attenzione dal violento e spesso mortale antisemitismo dei suprematisti bianchi e dei nazionalisti di destra, che aspirano a restaurare la “grandezza” americana tornando alle forme più apertamente razziste del dominio del colonialismo di insediamento.

L’ironia del fatto che il BDS venga condannato in nome della “libertà di religione e di fede” esemplifica le contraddizioni insite nella lunga tradizione del colonialismo dei diritti umani – in cui i diritti umani, lungi dall’essere la salvezza dei dannati della terra, sono stati strumento della loro condanna. Dall’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1798 all’attacco di Bush all’Afghanistan e all’Iraq più di due secoli dopo, gli imperialisti hanno costantemente utilizzato il discorso dei diritti per presentare se stessi come i guardiani della dignità umana e come suoi violatori quelli che essi hanno massacrato, torturato e spossessato.

Nello sviluppo del sistema internazionale dei diritti umani contemporaneo seguito alla Seconda Guerra Mondiale, le potenze europee si sono presentate come i progenitori dei diritti umani, insistendo sulle eccezioni per proteggere le loro stesse atrocità coloniali dalle critiche. Il riferimento ai “diritti umani fondamentali” nel preambolo dello Statuto dell’ONU nel 1945 venne introdotto dallo statista afrikaner [popolazione bianca sudafricana di origine olandese, ndtr.] Jan Smuts, le cui altre significative eredità includono le politiche segregazioniste in Sud Africa che prepararono la strada all’apartheid. Questa genealogia colonialista è portata avanti fino ad ora dalle istituzioni israeliane, dalle Ong dei coloni e dai tribunali che si appellano ai diritti umani per giustificare l’oppressione dei palestinesi.

Come hanno notato gli studiosi di diritto internazionale Nicola Perugini e Neve Gordon nel loro libro “Il diritto umano di dominare” [Nottetempo, 2016, ndtr.], “gli indigeni palestinesi (vengono dipinti) come invasori e quindi perpetratori di violazioni dei diritti umani, mentre i coloni ebrei sono concepiti come nativi e descritti come vittime di abusi.”

Nella realtà capovolta dei dominatori, lo spossessamento e la distruzione della proprietà palestinese sono giuridicamente razionalizzati come necessari per salvaguardare i “diritti umani” dei coloni quali la libertà di religione, mentre tentativi di frenare o smantellare le colonie illegali sono descritti come “discriminazione razziale” e “pulizia etnica” contro i coloni. La giustizia per i palestinesi sotto occupazione è denunciata come un’ingiustizia per gli occupanti.

Quanti si battono per la libertà e l’autodeterminazione dei palestinesi sono gli eredi di un’altra forte tradizione: quella dei movimenti anticolonialisti che hanno resistito contro coloro che hanno sostenuto di parlare per l’umanità intera mentre ne colonizzavano brutalmente l’84%.

Anche quando è stato combattuto da una repressione spietata, dalla demonizzazione e dalla criminalizzazione, il popolo sottoposto a dominio coloniale ha continuato a sfidare le ingiuste strutture di potere e i concetti di esclusivismo razziale di diritti, dignità, libertà, leggi e umanità che li difendono.

I frutti dei loro tentativi vennero sanciti nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU che riconoscono “la necessità di portare a una fine rapida e incondizionata il colonialismo in tutte le sue forme,” e “la legittimità della lotta dei popoli per…la liberazione dalla dominazione coloniale, apartheid e occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili”: una lotta per la liberazione che continua fino ad oggi, attraverso movimenti come il BDS.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di al Jazeera.

Sugli autori

Azeezah Kanji (dottorato e master in giurisprudenza in diritto islamico) è un’accademica in ambito giuridico e scrittrice che vive a Toronto.

David Palumbo-Liu è professore Louise Hewlett Nixon alla Stanford University.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




boicottaggio contro Puma

Puma continua ad aiutare Israele a mascherare con lo sport le violazioni dei diritti umani

Imprese come Puma, che supporta le associazioni sportive israeliane, ignorano consapevolmente l’oppressione degli atleti palestinesi.

 Aya Khattab

27 Ottobre 2019 | Al Jazeera

 

Da quando ho iniziato a giocare a pallone da ragazzina, il mio sogno è sempre stato farlo nella nazionale femminile palestinese di calcio. E ci sono riuscita! Mi sono fatta strada attraverso le diverse categorie, cominciando con la squadra under 16, ed ora sono difensore nella nazionale.

Realizzare il mio sogno non ha però comportato soltanto duro lavoro, ma anche l’affrontare un’ulteriore aspetto del sistema israeliano di oppressione militare e discriminazione razziale.

Essere un atleta in Palestina non è semplice. Qui non si può dire che il gioco sia al di sopra di politica e conflitto. Qui siamo circondati da posti di blocco israeliani, barriere di separazione, strade segregate e colonie. Le infrastrutture israeliane di occupazione e apartheid negano a tutti i palestinesi, atleti inclusi, qualsivoglia libertà di movimento. Siamo costantemente vessati, minacciati e umiliati dalle forze israeliane. Quando siamo in campo, non ci è concesso il lusso di dimenticare l’occupazione.

Quando viaggiamo per gli allenamenti o per un evento siamo continuamente costretti a subire perquisizioni umilianti ai checkpoint militari. Le partite vengono interrotte da incursioni di militari armati. I campi da gioco vengono fagocitati dalla continua espansione degli insediamenti illegali, i nostri stadi devastati dalle bombe israeliane.

Dedicarsi alla carriera di atleta in Palestina è senz’altro una lotta costante, poiché l’occupazione israeliana pone delle barriere di fronte a noi ad ogni passo. Questo è il motivo per cui ci aspettiamo che il resto del mondo, ed in particolar modo le imprese e le istituzioni sportive, si mostrino consapevoli della nostra sofferenza e ci appoggino. Questo è il motivo per cui rifiutiamo i tentativi di alcune industrie o di certe marche dello sport di mascherare l’occupazione israeliana.

L’anno scorso, la multinazionale dell’abbigliamento sportivo Puma ha firmato un contratto di sponsorizzazione della durata di quattro anni con la IFA, la Israel Football Association [la federazione calcistica israeliana, ndtr.]. La IFA include squadre provenienti dalle colonie israeliane illegali, costruite su terreni sottratti alle famiglie palestinesi violando le leggi internazionali.

La complicità dell’IFA nella prassi israeliana di occupazione illegale è stata ripetutamente condannata da consiglieri delle Nazioni Unite, decine di parlamentari europei, personaggi pubblici, dalla società civile e da associazioni per i diritti umani.

La sponsorizzazione dell’IFA da parte di Puma e la legittimazione internazionale che ne consegue lasciano intendere al regime israeliano razzista e di destra che l’ espansione delle colonie illegali ottenuta con l’ espulsione di famiglie palestinesi dalle terre dei loro avi può continuare impunemente.

Puma sostiene che lo sport “ha la capacità di trasformarci e darci potere”. É vero. Lo sport ha cambiato la mia vita e quella di molti palestinesi, che hanno perseverato nel seguire i propri sogni nonostante le scoraggianti condizioni dettate dall’occupazione.

Tuttavia, anziché dare potere a persone come noi, che ogni giorno si rapportano con l’oppressione, Puma ha scelto di dare potere e supporto ai nostri oppressori.

Più di duecento squadre palestinesi hanno richiesto alla compagnia di attenersi ai suoi stessi codici etici e annullare l’accordo con l’IFA.

Qual è stata la risposta di Puma alle continue richieste di riconsiderare il contratto? Un risibile tentativo di schivare le critiche appellandosi alla “dedizione verso l’uguaglianza universale”, mentre insiste nel sottoscrivere le violazioni dei diritti umani dei palestinesi perpetrate da Israele, e aiuta lo Stato ebraico a mascherare con lo sport il suo sistema di oppressione.

Nel frattempo, l’edizione della Coppa di Palestina di quest’anno è stata cancellata a causa di nuove restrizioni israeliane alla libertà di movimento dei palestinesi. Israele aveva inizialmente negato l’autorizzazione a raggiungere la Cisgiordania a tutti i giocatori della squadra uscita vincitrice dalla Coppa di Gaza, eccetto uno. Quando la squadra ha ripresentato la domanda, Israele ha negato l’autorizzazione a tutti i giocatori eccetto cinque.

Nel 2018, i proiettili dei cecchini israeliani hanno ucciso 183 palestinesi a Gaza, ferendone più di 6,000, nel corso delle manifestazioni pacifiche mirate ad ottenere la fine dell’asfissiante assedio israeliano alla striscia (in atto da ormai dodici anni), e il rispetto del diritto al ritorno, sancito dalle Nazioni Unite. I cecchini israeliani hanno stroncato la carriera di promettenti atleti palestinesi, inclusi calciatori, pugili, ciclisti, pallavolisti.

Una commissione di indagine delle Nazioni Unite ha scoperto che i soldati israeliani hanno intenzionalmente preso di mira ed ucciso civili palestinesi che partecipavano alle manifestazioni, il che può costituire un crimine di guerra.

Ciononostante, la posizione di Puma è rimasta immutata. Ecco perché sostenitori del BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, movimento che propone il boicottaggio di Israele fintanto che non accetti di accogliere importanti richieste relative ai diritti umani dei palestinesi, ndtr.] in tutto il mondo hanno intrapreso azioni più incisive contro l’impresa. In migliaia hanno invitato a smettere di acquistare i prodotti Puma finché il marchio non mette fine alla sponsorizzazione dell’IFA.

Lo scorso giugno le associazioni per i diritti umani in venti Nazioni del mondo hanno protestato contro tale sponsorizzazione nei negozi Puma, negli uffici e durante le partite di squadre sponsorizzate dal marchio. Oggi riproporranno tale protesta per una seconda giornata di azione globale, con più di 50 manifestazioni in tutto il mondo.

Sta a tutti noi pretendere che Puma risponda per il fatto di non rispettare i principi dello sport e della correttezza.

In quanto giovane e determinata donna palestinese che ha fatto dell’andare oltre i limiti e del superare ostacoli parte essenziale della propria vita, non permetterò che il sistema di oppressione israeliano mi impedisca di vivere il mio sogno.

Tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia possono unirsi a me e pretendere che Puma rispetti il proprio impegno di promuovere il cambiamento sociale, mettendo fine alla sponsorizzazione della nostra oppressione.

 

(Traduzione dall’inglese di Jacopo Liuni)




La Chiesa di Nelson Mandela ha aderito a un boicottaggio di Israele che dovrebbe essere imitato

Asa Winstanley

26 ottobre 2019 – Middle East Monitor

Questo mese la Chiesa di Nelson Mandela, la Chiesa metodista dell’Africa meridionale, ha aderito al movimento palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Durante un recente convegno a Città del Capo la Chiesa ha denunciato “i continui soprusi e l’oppressione del popolo palestinese da parte di Israele e lo storico ruolo profetico giocato dalla Chiesa e dalla comunità internazionale nel combattere l’apartheid e ogni forma di discriminazione e ingiustizia.” La chiesa ha comunità anche in Namibia, Botswana, Lesotho, Swaziland e

Dando l’annuncio della clamorosa decisione, il BDS sudafricano ha evidenziato i rapporti storici della Chiesa metodista del Paese con il suo gigante della lotta di liberazione e primo presidente democraticamente eletto: Nelson Mandela.

Mandela fu allevato da una madre cristiana profondamente religiosa e durante la sua gioventù frequentò una serie di scuole metodiste.

Nella sua autobiografia del 1994, “Lungo cammino verso la libertà” [Feltrinelli, 1994], Mandela ha raccontato la natura contraddittoria del fatto di essere cresciuto, come nel suo caso, con un’educazione colonialista rivolta ai “nativi”.

Il nostro modello era l’inglese istruito,” racconta, “aspiravamo a diventare un ‘inglese nero’, come venivamo a volte chiamati con derisione. Ci veniva detto – e lo credevamo – che le migliori idee, il miglior governo e gli uomini migliori erano inglesi.”

Ma, come molte tradizioni legate agli imperi coloniali, l’eredità metodista nell’Africa meridionale conteneva in sé molte tendenze diverse, a volte contraddittorie.

Oltre che segnate da impulsi colonialisti, le chiese sudafricane erano anche luoghi di riunione per la lotta di liberazione.

A questo proposito la figura più famosa è, ovviamente, l’arcivescovo Desmond Tutu. Il più grande veterano della Chiesa anglicana contro l’apartheid è anche un fervente critico dell’apartheid israeliano, che ha descritto come persino peggiore di quello sudafricano, contro gli indigeni palestinesi.

Ma anche la Chiesa metodista ha avuto le sue figure progressiste, e si è a lungo opposta all’apartheid.

Seth Mokitimi, uno degli insegnanti di Mandela, in seguito diventò il primo presidente nero di un’importante congregazione sudafricana – una mossa che nel 1964, al culmine del regime di apartheid, richiese coraggio.

Le convinzioni religiose di Mandela lo accompagnarono oltre la sua l’infanzia. Nelle sue memorie racconta anche di essere stato “indottrinato” (un termine significativamente religioso) al comunismo dal “mio primo amico bianco”, Nat Bregman.

Quando Mandela aveva da poco superato i vent’anni, lui e Bregman lavoravano insieme a Johannesburg in uno studio legale diretto da un ebreo progressista che simpatizzava per l’African National Congress (ANC), (il cui braccio armato ovviamente Mandela contribuì in seguito a fondare).

Com’è noto, per tutta la sua vita, e soprattutto durante la Guerra Fredda, Mandela negò di essere un comunista, anche nel “processo per tradimento” a cui venne sottoposto negli anni ’60.

Ma dopo la sua morte nel 2013 sia l’ANC che il Partito comunista sudafricano confermarono (o rivelarono, a seconda del punto di vista) che effettivamente egli ne era stato membro. Infatti il partito dichiarò: “Mandela non era solo iscritto all’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma era anche membro del Comitato centrale del nostro partito.”

Comunque sia, nel “Lungo cammino per la liberta” Mandela scrisse che l’insistenza di Bregman perché entrasse nel partito all’epoca non lo convinse e che una delle ragioni fu la sua fede cristiana: “Ero anche molto religioso, e l’avversione del partito per la religione mi dissuase.”

L’adesione della Chiesa di Mandela al movimento BDS è quindi estremamente significativa. È il riconoscimento di come il movimento BDS sia esplicitamente modellato sul movimento per il boicottaggio contro l’apartheid sudafricano. Oltre a ciò, dimostra ancora una volta il ruolo guida che gli attivisti sudafricani stanno giocando nel movimento mondiale per la giustizia in Palestina. Quando vedono l’apartheid lo riconoscono.

La politica della Chiesa metodista dell’Africa meridionale sul boicottaggio di Israele è particolarmente positiva. Dà indicazione ai metodisti di boicottare “ogni attività che favorisca l’economia israeliana,” come ha spiegato il BDS sudafricano.

La Chiesa ha anche promosso un “boicottaggio di tutti gli operatori e viaggi turistici israeliani per i pellegrini” e invita i cristiani che visitano la Terra Santa a “cercare invece deliberatamente viaggi turistici che offrano una prospettiva palestinese alternativa.”

Queste sono misure concrete basate sui principi che possono avere un impatto su Israele. Lento ma sicuro, il BDS si sta imponendo.

Ora Israele destina una quantità imprecisata di milioni di dollari per lottare contro il BDS – un segno che questa strategia è efficace.

Dobbiamo imitare le politiche delle Chiese sudafricane a favore del BDS e adoperarci in questo senso in Occidente.

Amandla! Awethu! [Potere! Al popolo!, slogan del movimento sudafricano contro l’apartheid, ndtr.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Avete sentito parlare delle violenze in Cile. Probabilmente non avete sentito dire che il suo esercito ha imparato le sue tattiche in Israele

Benjamin Zinevich
 New York

22 ottobre 2019 – The Indipendent

Negli ultimi anni pare che l’IDF abbia utilizzato un metodo per rendere invalidi i manifestanti palestinesi invece di sparare per ucciderli – e ciò lo abbiamo visto riprodotto in Cile questa settimana.

Quello che è iniziato come un atto di disobbedienza civile degli studenti contro l’aumento dei biglietti della metropolitana di Santiago ora si è esteso fuori dalla capitale cilena. Con un’improvvisa rivolta contro l’austerità e la persistente diseguaglianza economica, la proposta di un aumento delle tariffe (per una cifra equivalente a 2 centesimi di euro) è stata semplicemente sale versato su una ferita aperta per i poveri e i lavoratori del Cile. Quando sono state disperse con la forza dalla polizia nazionale, le proteste pacifiche, sono diventate violente. Il governo, guidato da un miliardario di destra, il presidente Sebastián Piñera, ha risposto decretando lo stato d’emergenza e chiedendo all’esercito di sedare le proteste, dichiarando che lo Stato era “in guerra”.

Mentre l’esercito metteva in atto azioni brutali nei confronti di civili che non si vedevano più dai tempi della dittatura, terminata all’inizio degli anni ’90, è importante evidenziare i legami internazionali di tale brutalità. Dovrebbe essere particolarmente messo in rilievo il sostegno militare in termini di tecniche e di risorse dello Stato di Israele al Cile nel passato e nel presente.

Durante il regime di Augusto Pinochet, appoggiato dagli USA, il Cile ha assistito all’incarcerazione, all’uccisione o alla sparizione di decine di migliaia di oppositori politici. Durante quegli anni, Israele e il Cile hanno avuto un rapporto di collaborazione, in quanto Israele era uno dei principali fornitori di armamenti alla giunta militare.

Il periodo oscuro del governo di Pinochet ha significativi rapporti con il presente. Il presidente Piñera, che ha nominato nel suo governo personaggi che hanno fatto commenti a favore di Pinochet, ha anche lavorato per perfezionare leggi cosiddette “antiterrorismo” dell’epoca della giunta. Queste leggi hanno a loro volta aumentato la sorveglianza e l’oppressione dei mapuche [principale popolazione indigena del Cile, ndtr.] e dei gruppi di sinistra.

Oggi le forze armate di Cile e Israele non tentano neppure di nascondere la loro alleanza, citando sul sito web dell’ambasciata cilena in Israele l’intenzione di “incrementare i legami con…Israele per rendere possibile lo scambio di competenze, addestramento ed esperienze.” Nel 2018, durante la visita di quell’anno in Cile del generale israeliano Yaacov Barak, Cile e Israele hanno firmato un accordo in cui si parla di promuovere ulteriore “cooperazione nella formazione, nell’addestramento e nella dottrina militare”

Mentre in entrambi i Paesi questa alleanza notoriamente favorisce il potere dell’esercito, quelli che ne risentono in modo più negativo sono la classe operaia e i popoli indigeni delle due regioni. In Israele i palestinesi sono sottoposti a un sistema di occupazione e di apartheid, e in Cile i lavoratori e i gruppi indigeni, come i mapuche, hanno vissuto per secoli l’oppressione su base coloniale.

Negli ultimi anni l’Israeli Defence Force [Forza di Difesa Israeliana, l’esercito israeliano, ndtr.] (IDF) pare abbia utilizzato la prassi di rendere invalidi i manifestanti palestinesi invece di colpirli mortalmente. Ormai da più di un anno civili palestinesi manifestano nei pressi del muro di Gaza per protestare contro l’occupazione israeliana e l’IDF ha sparato a circa il 60% di questi 10.511 civili agli arti inferiori, con più del 90% delle vittime provocate da proiettili veri.

Durante la settimana scorsa questo metodo israeliano è stato utilizzato contro civili cileni in varie occasioni su cui si hanno informazioni. Una donna è stata colpita a una coscia e si troverebbe in condizioni critiche a causa della perdita di sangue. In un’altra circostanza un giovane di 23 anni è stato colpito a una gamba prima che un veicolo militare lo schiacciasse uccidendolo.

Queste tecniche simili non sono casuali e sono considerate a livello internazionale parte di quello che gruppi di attivisti come “Jewish Voice for Peace” [gruppo di ebrei statunitensi antisionisti, ndtr.] hanno denominato “lo scambio mortale”. Negli Stati Uniti la polizia municipale, agenti dell’ICE [Immigration and Costumer Enforcement, la polizia USA anti-immigrazione, ndtr.] e altri funzionari della sicurezza fanno addestramento insieme all’IDF, condividendo metodi e armamenti che possono incoraggiare l’identificazione in base alla razza, le uccisioni extragiudiziarie e un crescente controllo contro i gruppi più emarginati di entrambi i Paesi.

Emilio Dabed, un avvocato cileno-palestinese, aveva già delineato i collegamenti, scrivendo: “In entrambi i casi i palestinesi e la popolazione indigena del Cile vivono in una condizione di eccezione imposta loro dai colonizzatori e in base alla quale il popolo colonizzato è (visto come) né titolare di diritti di cittadinanza né soggetto politico, ma piuttosto come una minaccia – corpi da governare con una violenza normata nelle leggi.”

Le armi israeliane, che hanno mantenuto al potere Pinochet con la forza, sono state usate in modo sproporzionato contro i mapuche, che hanno appoggiato i tentativi della sinistra, come l’elezione del socialista Salvador Allende nel 1970. Oggi molti indigeni partecipano alle manifestazioni e costituiscono molte delle vittime provocate dall’esercito.

Fuori dal Cile e da Israele è importante denunciare la collaborazione militare che perpetua l’oppressione di popolazioni indigene emarginate. Questi legami tra l’IDF e le forze armate di altri Paesi dovrebbero essere indagati e messi in discussione. Un’ulteriore militarizzazione delle comunità non produce la pace, ma ulteriore brutalità e ingiustizia – ed è tempo di parlare del perché ignoriamo questo fatto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La guerra alla verità: come i troll dei social media israeliani hanno conquistato Facebook

Ramzy Baroud

20 ottobre 2019,  Middle East Monitor

Il 9 ottobre la piattaforma di social media Facebook ha cancellato la pagina del nuovo e popolare sito web del Palestinian Information Center (PIC). Questa azione, avvenuta senza nemmeno contattare gli amministratori della pagina, conferma che la guerra di Facebook alle voci pro-Palestina continua senza sosta.

PIC ha quasi 5 milioni di follower su Facebook, un gruppo diversificato e ampio di palestinesi e loro sostenitori internazionali, a dimostrazione della sua popolarità e credibilità. Per i troll di Israele sui social, PIC era semplicemente troppo efficace per lasciargli divulgare il suo messaggio. Come al solito, Facebook ha obbedito.

Questo scenario, che si ripete spesso, è ora la norma: i troll dei social pro-Israele zumano su una piattaforma di media palestinesi, lavorando nel contempo in stretta collaborazione con i gestori di Facebook, per censurare il contenuto, bloccare individui o cancellare intere pagine. Semplicemente i punti di vista palestinesi su Facebook sono indesiderati e il margine di ciò che è permesso si sta rapidamente restringendo.

Sue, un’utente di Facebook, mi ha detto che è stata contattata dalla piattaforma per il suo presunto “odio verbale/bullismo” dopo aver affermato che gli “israeliani sono psicologicamente militarizzati” e che “la minaccia percepita ad opera dei palestinesi e un vero e proprio odio verso di loro (sono) tenuti vivi dal governo (israeliano).”

Sue’ naturalmente ha ragione nel suo giudizio, un’affermazione che è stata fatta molte volte, persino dallo stesso presidente israeliano. Il 14 ottobre 2014 il Presidente Reuven Rivlin ha detto che “è venuto il momento di ammettere che quella israeliana è una società malata di una malattia che ha bisogno di una cura.” Inoltre, il fatto che il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, abbia soffiato sul fuoco della paura, dell’odio e del razzismo per conquistarsi qualche voto alle elezioni israeliane ha fatto il giro dei giornali in tutto il mondo.

È poco chiaro dove esattamente ‘Sue’ abbia sbagliato e quale parte del suo commento costituisca “odio verbale” e “bullismo”. Ho chiesto ad altri di condividere le esperienze che avevano avuto con Facebook a causa dei loro discorsi pro-palestinesi. Le risposte che ho ricevuto indicano un disegno chiaro, cioè che Facebook non sta effettivamente prendendo di mira l’incitamento all’odio, ma le critiche alla guerra di Israele, all’assedio, al razzismo e all’apartheid. Per esempio, ‘José’ è stato censurato per aver scritto, in spagnolo, che “non c’è nulla di più vigliacco che attaccare o uccidere un bambino.”

Un esercito di dannati vigliacchi, assassini di bambini palestinesi, questa non è una guerra, questo è un genocidio,” ha commentato.

Derek’ è stato sospeso dall’uso di Facebook per 30 giorni, fatto avvenuto “molte volte” in passato con “accuse diverse.” Mi ha detto che “basta un certo numero di rapporti da parte dei troll che hanno dei gruppi segreti su chi prendere di mira.”

Lo stesso schema si è ripetuto con ‘Anissa’, ‘Debbie’, Erika’, ‘Layla’, ‘Olivia’, ‘Rich’, ‘Eddy’ e numerosissimi altri.

Ma chi sono questi “troll” e quali sono le radici del fatto che Facebook prenda costantemente di mira palestinesi e i loro sostenitori?

I troll

Secondo un documento ottenuto da Electronic Intifada, il governo israeliano ha finanziato con un enorme budget una “campagna globale di pressione” con l’unico scopo di influenzare l’opinione pubblica straniera e combattere il movimento palestinese di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Scrivendo su EI, Asa Winstanley ha descritto “un esercito di migliaia di troll” che è “parzialmente finanziato dal Ministero Israeliano per gli Affari Strategici”.

Per occultare il proprio coinvolgimento, il ministero ha ammesso di operare usando come facciata dei gruppi che ‘non vogliono rivelare il loro legame con lo Stato,’” ha scritto Winstanley.

Uno di questi gruppi di troll, che si stima includa 15.000 membri attivi, è Act.IL.

Sul sito web “Jacobin Magazine” [rivista on line della sinistra radicale americana, ndtr.], Michael Bueckert  ha descritto la funzione principale degli utenti dell’applicazione Act.IL:

Con le applicazioni su cellulari e la piattaforma online Act.IL, Israele mira a reclutare una folla di attivisti da tastiera e troll per unirsi alla loro guerra contro le più insidiose forme di violenza: i tweet pro-palestinesi e i post su Facebook.”

Act.IL è solo la punta dell’iceberg di un tentativo massiccio e centralizzato, guidato dal governo israeliano e che coinvolge legioni di sostenitori in tutto il mondo. Comunque, Israele non avrebbe mai raggiunto i propri obiettivi se Facebook non si fosse ufficialmente unita al governo israeliano nella sua “guerra” sui social contro i palestinesi.

Sembra che Sohaib Zahda, nel 2014, sia stato il primo palestinese a essere arrestato dall’esercito israeliano per un suo post sui social, seguendo una nuova strategia con cui si vuole dare un giro di vite a quello che Israele considera “incitamento all’odio”. Da allora la campagna di arresti si è allargata e ha incluso centinaia di palestinesi, la maggior parte giovani attivisti artisti, poeti e studenti.

Ma, secondo “Intercept”[sito di controinformazione e di denuncia, ndtr.], Israele ha cominciato a monitorare seriamente Facebook solo nel 2015.

Gli arresti di palestinesi per post su Facebook hanno aperto uno spiraglio su quale sia la situazione della sorveglianza in Israele, rivelando il lato oscuro dei social media,” ha scritto Alex Kane. “ Quella che una volta era vista come un’arma dei deboli è diventata il posto perfetto per stanare una resistenza potenziale.”

Israele ha rapidamente fabbricato una base legale per gli arresti (solo nel 2015 sono stati aperti 155 casi), dando in questo modo una copertura giuridica che è poi stata usata in accordi successivi con Facebook. Il Codice Penale israeliano del 1977, art. 144 D.2, è stato ripetutamente usato per contrastare un fenomeno sulle reti sociali che si è costituito molto più di recente, tutto in nome della repressione dell’ “incitamento alla violenza e al terrorismo”.

 

La strategia israeliana è cominciata con una massiccia campagna di propaganda, hasbara, che mira a creare una pressione pubblica e dei media su Facebook. Il governo israeliano ha attivato l’allora nascente armata di troll per costruire una narrazione globale centrata sull’idea presunta che Facebook sia diventata una piattaforma per idee violente, che i palestinesi stanno utilizzando sul campo.

Il team Facebook-Israele

Quando nel settembre 2016 il governo israeliano ha annunciato la sua intenzione di lavorare con Facebook per “contrastare l’istigazione all’odio”, il colosso dei social media era pronto a raggiungere un accordo, anche se ciò significava violare quella fondamentale libertà di espressione che aveva ripetutamente promesso di rispettare.

Secondo l’Associated Press, che cita funzionari israeliani di alto livello, in quel momento il governo israeliano e Facebook si sono accordati per “decidere come contrastare l’istigazione all’odio sul network dei social media.”

L’accordo è stato il risultato di due giorni di discussioni che hanno coinvolto, fra gli altri, il Ministro degli Interni israeliano, Gilad Erdan, e la Ministra della Giustizia, Ayelet Shaked.

In un comunicato l’ufficio di Erdan ha detto che, “si sono accordati con i rappresentanti di Facebook per creare dei team onde capire come monitorare nel modo migliore e rimuovere i contenuti provocatori.”

In essenza, ciò significa che ogni contenuto relativo alla Palestina e a Israele viene ora filtrato, non solo dagli editor di Facebook, ma anche dai funzionari israeliani.

Per i palestinesi il risultato è stato disastroso, dato che molte pagine, come quelle di PIC, sono state cancellate e innumerevoli utenti sono stati bannati, temporaneamente o per sempre.

La procedura che prende di mira i palestinesi e i loro sostenitori molto spesso segue lo stesso iter:

  • I troll pro-Israele si muovono in tutte le direzioni, monitorando e commentando i post palestinesi.

  • I troll riportano individui e contenuti presumibilmente offensivi al “team” di Facebook/Israele.

  • Facebook esegue le raccomandazioni relative agli account che sono stati segnalati come da censurare.

  • Gli account di pagine palestinesi e pro-palestinesi e quelli di individui singoli sono cancellati o bannati.

Anche se PIC non ha ricevuto nessun preavviso prima che il suo account molto popolare fosse cancellato, è probabile che la decisione abbia seguito lo stesso schema riportato qui sopra.

Quando i social media furono introdotti per la prima volta, molti ci videro un’opportunità per presentare idee e promuovere cause che, per una qualche ragione, erano state ignorate dai media tradizionali.

La Palestina improvvisamente trovò una piattaforma nuova e accogliente, non era influenzata da ricchi proprietari e pubblicitari pagati, ma da individui ordinari – milioni di loro.

Sembra che Israele abbia comunque trovato un modo per eludere l’influenza di Facebook sulle discussioni relative ai diritti palestinesi e all’occupazione di Israele.

Quando la denuncia dell’apartheid, la condanna degli assassini di bambini e la discussione la mentalità di paura che permea Israele diventano “incitamento all’odio” e “bullismo”, uno dovrebbe riflettere su cosa ne è della promessa di libertà e democrazia popolare fatta dai social media.

Se in anni recenti Facebook ha fatto molto di più per screditarsi, niente è più sinistro che censurare le voci di quelli che hanno il coraggio di sfidare violenza, razzismo e apartheid promossi dallo Stato, ovunque, ma specialmente in Palestina.

Romana Rubeo, scrittrice e editor italiana, ha contribuito a questo articolo.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Mirella Alessio)




L’ambasciatore USA afferma che evacuare le colonie della Cisgiordania “sarebbe un sicuro disastro”

Yumna Patel

17 ottobre 2019 – Mondoweiss

Giovedì l’ambasciatore USA in Israele David Friedman ha detto al sito di notizie in rete “Arutz Sheva” [legato ai coloni sionisti religiosi, ndtr.] di ritenere che lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme “abbia promosso la pace” e che “lo sradicamento” di ebrei o arabi nel caso di un piano di pace USA nella regione sarebbe “inumano”.

In una lunga intervista con il sito di notizie, che si occupa di argomenti che vanno dalla guerra del 1967 all’Iran, a Freidman è stato chiesto del fantomatico piano di pace del presidente Donald Trump e del futuro status delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.

È una parte molto importante del piano,” ha detto Friedman. “Vista l’esperienza dell’evacuazione da Gaza non credo che un piano realistico e praticabile possa prevedere che qualcuno, ebreo o arabo, venga obbligato a lasciare la propria casa.”

Riferendosi apparentemente alla vecchia posizione dei palestinesi e della comunità internazionale secondo cui ogni piano di pace dovrebbe richiedere che alcune delle centinaia di colonie in Cisgiordania vengano evacuate, Friedman ha affermato che “sarebbe un sicuro disastro”.

Quindi non riteniamo che un’evacuazione forzata sia realizzabile. E lo dico sia dal punto di vista degli ebrei che degli arabi,” ha continuato Friedman.

Né l’intervistatore né Friedman hanno fatto menzione delle centinaia di migliaia di palestinesi espulsi a forza dalle loro case nel 1948 e nel 1967, e dei continui tentativi di Israele di trasferire con la forza comunità palestinesi come i beduini di Khan al-Ahmar.

Quando gli viene chiesto: “Nessuna espulsione?” Friedman ha risposto affermando che è stato “francamente un processo inumano – parlando di ebrei e di arabi.”

Nel 2006 è fallito, ha prodotto una reazione estremamente contraria tra gli israeliani. Penso sia una politica fallimentare, e non qualcosa che potremmo proporre,” ha detto, in riferimento all’evacuazione delle colonie israeliane illegali da Gaza a metà degli anni 2000.

Friedman ha manifestato la speranza di espandere la sovranità israeliana su Gerusalemme occupata, le Alture del Golan e la Cisgiordania, affermando “abbiamo fatto enormi progressi su Gerusalemme – se non il 100% del ritorno a casa, siamo al 95%.”

Il Golan era raggiungibile al 100% nei termini del riconoscimento del presidente”, ha affermato, lodando la decisione di Trump all’inizio dell’anno di riconoscere il territorio siriano occupato come parte di Israele.

Ha anche apprezzato il “progresso che abbiamo fatto” nella Cisgiordania occupata ed ha manifestato la speranza che “anche se non accettato immediatamente” gli USA possano promuovere un piano che “lavori per lo Stato di Israele e per la regione, che i palestinesi possano accettare e che porti la pace nella regione.”

Friedman ha proseguito elogiando la guerra del 1967, che diede come risultato l’espulsione di altre centinaia di migliaia di palestinesi e l’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est, come “una data straordinaria per Israele e per il mondo.”

Da quando è stato nominato ambasciatore, Friedman è stato una figura molto controversa tra i palestinesi e i loro sostenitori.

Strenuo sostenitore del movimento di colonizzazione, Friedman ha provocato polemiche all’inizio dell’anno, quando ha detto di credere che Israele abbia il diritto di annettere parti della Cisgiordania – una proposta che, pur illegale in base al diritto internazionale, negli ultimi mesi ha ripreso molto vigore nella politica israeliana dominante.

Friedman, ex-curatore fallimentare di Trump, è anche stato presidente di “American Friends of Beit El Yeshiva” [Amici Americani della Yeshiva di Beit El] – una ong che appoggia la colonia illegale di Beit El, nei pressi di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, dove il suo nome compare su vari edifici della colonia, direttamente finanziati dalla sua organizzazione.

Yumna Patel

Yumna Patel è la corrispondente in Palestina per Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I palestinesi devono imparare dagli errori del Sudafrica

Ramzy Baroud

4 ottobre 2019 – Al Jazeera

I palestinesi che guardano al Sudafrica post-apartheid devono esaminare con attenzione i suoi tanti errori.

Oggi il paragone tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è tanto diffuso quanto ovvio. Proprio come fecero in passato il Sudafrica e molti altri colonialismi di insediamento, ora Israele sta applicando politiche di segregazione razziale e di pulizia etnica per favorire e proteggere gli interessi dei colonialisti negando e marginalizzando i fondamentali diritti umani della popolazione colonizzata.

Naturalmente il discorso della liberazione della Palestina ha preso a riferimento la lotta popolare contro l’apartheid sudafricana, mentre anche il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha largamente adottato il modello del movimento di boicottaggio del Sudafrica.

L’indomita resistenza e gli enormi sacrifici dei sudafricani fatti per rovesciare definitivamente centinaia di anni di colonialismo e di apartheid razziale olandesi e britannici sono eccezionali e degni di ammirazione. Sfidare e sconfiggere ufficialmente le potenti e sinistre forze che hanno perpetrato una tale storica ingiustizia è un’impresa straordinaria. Essa sottolinea l’invincibile potere dei movimenti popolari ed offre un esempio positivo per i palestinesi.

Tuttavia, nella corsa ad enfatizzare le similitudini tra le due esperienze – che nasce dal bruciante e giustificabile desiderio dei palestinesi di raggiungere la propria “opportunità sudafricana” – vengono commessi due gravi errori.

Primo: i palestinesi spesso fraintendono e idealizzano il percorso della lotta sudafricana contro l’apartheid. Secondo: tra i palestinesi ed i loro sostenitori vi è una assai diffusa convinzione che l’abolizione ufficiale delle leggi di apartheid abbia automaticamente aperto la strada ad una nuova era di democrazia ed eguaglianza in Sudafrica.

Simili percezioni conducono all’erronea ipotesi che un’analoga vittoria legale in Israele possa risolvere tutti i problemi della Palestina e spianare la strada all’agognata soluzione di uno Stato unico.

Questa questione ha occupato i miei pensieri durante una recente visita in Sudafrica. Mentre facevo conferenze sulla Palestina e sulla comune lotta delle due Nazioni, ho avuto l’occasione di incontrare, per discutere dell’esperienza sudafricana, parecchi intellettuali, ex militanti anti-apartheid e attivisti per i diritti umani, che partecipano all’attuale lotta per l’uguaglianza in Sudafrica.

A mio avviso i palestinesi devono ascoltare ed analizzare attentamente le opinioni dei sudafricani che hanno lottato e continuano a lottare per una reale uguaglianza e per una democrazia piena, in modo da poter meglio comprendere il Sudafrica post-apartheid e ricavarne importanti lezioni per la nostra lotta.

Nazione, democrazia ed emarginazione

Una delle principali sfide che il Sudafrica post-apartheid ha affrontato è stata la costruzione di una Nazione sulle ceneri di un regime connotato dalla divisione razziale, dall’emarginazione e dall’oppressione.

Come hanno spiegato gli accademici Na’eem Jeenah e Salim Vally nel loro saggio ‘Beyond ethnic nationalism: lessons from South Africa’ [Oltre il nazionalismo etnico: lezioni dal Sudafrica], un futuro comune per colonialisti e colonizzati può essere costruito solo “quando vi sia accordo sul fatto che una nuova Nazione deve essere forgiata all’interno di un nuovo Stato.”

Benché si possa essere tentati di discutere subito di un nuovo Stato e di lasciare la questione della nuova Nazione ad una fase post-liberazione, questo sarebbe un enorme errore. In Sudafrica essa è stata rimandata e ora i sudafricani ne stanno subendo le conseguenze”, hanno scritto Jeenah e Vally.

Di certo, mentre i governi post-apartheid in Sudafrica hanno enfatizzato i simboli dell’unità e esaltato la diversità – come la bandiera arcobaleno – il simbolismo non è stato sufficiente a tenere insieme una Nazione.

Come ha sottolineato Enver Motala, professore associato alla cattedra di Educazione per comunità, adulti e lavoratori dell’università di Johannesburg, “l’approccio alla creazione della Nazione nel Sudafrica post-aprtheid spesso ha privilegiato le rivendicazioni democratico- progressiste che tendono all’inserimento in costituzione dei diritti umani e giuridici, dei loro simboli, di bandiere e slogan per l’unificazione, lasciando inalterati gli assetti strutturali e le perduranti caratteristiche del potere storicamente costituito, e la frammentazione sociale.”

Motala ha aggiunto che la creazione di uno Stato e di una Nazione veramente uniti può essere possibile solo attraverso “l’eliminazione di ogni forma concepibile di privilegio sociale”.

Ci si aspettava che l’eliminazione delle strutture politiche dell’apartheid e l’introduzione della democrazia avrebbero facilitato il processo di costruzione della Nazione. Ma, come mi ha detto Karima Brown, importante giornalista e analista politica, la svolta democratica del 1994 è stata solamente “l’inizio di un processo di rafforzamento della democrazia e di costruzione di un ordine più equo, non sessista e antirazzista.”

Ha sottolineato l’importanza di non consentire che il colonialismo di apartheid venga sostituito da un progetto neo-coloniale che continuerebbe ad emarginare molti gruppi e a minare gli sforzi di costruzione della Nazione.

Disuguaglianza e diritti sulla terra

Secondo un recente studio della Banca Mondiale il Sudafrica “resta il Paese economicamente più iniquo al mondo”, una triste realtà che ha molto a che fare con il modello economico neoliberista che il governo sudafricano democraticamente eletto ha adottato dal 1994 e che è strettamente collegato con le potenti forze neocoloniali che continuano ad agire in Sudafrica.

Vally mi ha detto che “le carenze dell’attuale sistema di disuguaglianza in Sudafrica si possono far risalire alla natura dell’accordo negoziato tra il movimento di liberazione allora egemone ed il regime di apartheid.”

Di conseguenza, la fine del sistema di apartheid non ha modificato la composizione di classe e le relazioni di potere in Sudafrica, dato che il periodo post-apartheid ha testimoniato “il permanere del carattere classista dello Stato (nonostante il discorso sui diritti umani, la democrazia borghese liberale e lo sviluppo) e l’inserimento del Sudafrica nell’economia globale di mercato.”

In un certo senso, mentre l’impianto delle leggi discriminatorie di impronta razziale è stato eliminato, le fondamenta e la struttura della diseguaglianza permangono, addirittura più forti che prima del 1994. I tradizionali capitalisti bianchi, il capitale globale, una parte della classe media nera e pochi capitalisti neri sono oggi coloro che traggono benefici a spese della grande maggioranza”, ha detto Vally.

La persistente disuguaglianza si manifesta in vari modi, in modo più evidente nella questione dei diritti e nella ridistribuzione della terra. Come nel caso dei palestinesi, i sudafricani concepiscono la terra come se avesse un valore molto più alto del suo prezzo di mercato; esso è strettamente legato all’identità e alle radici culturali.

Mahlatse Mpya, una ricercatrice del Centro africano – mediorientale, mi ha detto che il governo del Sudafrica è ancora incapace di “ capire che cosa significhi la terra per la popolazione nera”. Per i neri sudafricani “la terra è parte della loro identità ed eredità, un modo per molti di loro di collegarsi alle proprie radici e ai propri antenati”, mi ha spiegato.

I neri sudafricani si aspettavano che nel periodo post-apartheid la terra gli sarebbe stata restituita, ma per anni l’African National Congress (ANC) [prima movimento di liberazione e poi principale partito politico sudafricano, al governo dal 1994, ndtr.] si è mostrato riluttante a confiscare la terra ai bianchi. Temendo che una simile iniziativa avrebbe provocato al Paese la perdita di investimenti ed appoggi stranieri, il governo ha invece cercato di ottenere la terra comprandola dai bianchi.

Recentemente l’ANC ha adottato una risoluzione per promuovere leggi di esproprio della terra senza indennizzo. Mentre alcuni hanno apprezzato l’iniziativa, altri sono diffidenti.

La terra continua ad essere una questione conflittuale e non sarà risolta da un governo che privilegia gli investimenti esteri rispetto alla volontà del popolo”, ha detto Mpya.

Violenza e giustizia sommaria

E poi c’è il problema della violenza. L’esperienza del Sudafrica ha dimostrato che l’abbandono ufficiale dell’apartheid non significa necessariamente la fine dello stato di repressione e coercizione. Se la violenza da parte dell’apparato di sicurezza sudafricano è gestita in modo differente rispetto ai tempi dell’apartheid, l’effetto traumatizzante che provoca è sostanzialmente lo stesso.

Tokelo Nhlapo, un ricercatore del Comune sudafricano di Ekurhuleni per l’Economic Freedom Fighters (EFF) [Combattenti della libertà economica, partito di ispirazione panafricana, ndtr.], mi ha detto che il governo del Sudafrica ha utilizzato la repressione per mantenere lo stesso modello di controllo che veniva impiegato dai governanti coloniali del Paese. È stato in grado di farlo perché la giustizia sudafricana di transizione non è riuscita ad affrontare e risolvere molte delle conseguenze della violenza dell’apartheid sull’intera popolazione.

L’avvio del processo giudiziario della Commissione di Verità e Riconciliazione (TRC) ha promesso di guarire le ferite del Sudafrica e di portare la riconciliazione in un Paese un tempo profondamente diviso”, ha detto. “Mentre la TRC è stata generalmente ben accolta dalla comunità internazionale come strumento pacifico per superare un passato violento, in realtà l’approccio giudiziario alla storia del conflitto sudafricano ha identificato la violenza statale nei confronti di intere comunità, tralasciando il legame tra chi la perpetrava e chi ne beneficiava.”

Ha ulteriormente spiegato: “Con ‘approccio giudiziario’ mi riferisco all’eccessivo affidamento a mezzi legali per affrontare il fondamentale aspetto morale della violenza dell’apartheid, che negava alla maggioranza nera la concessione della cittadinanza, ne limitava la libertà di movimento tramite l’emanazione di leggi, all’espulsione forzata dalle proprie terre, al limitato accesso all’istruzione e alle opportunità di lavoro – su nessuno dei quali aspetti la TRC ha indagato.”

In conseguenza della mancanza di una vera riconciliazione e di seri sforzi da parte dell’ANC di affrontare la brutalità dell’apartheid in tutte le sue manifestazioni e strutture, la violenza si è diffusa anche all’interno delle comunità precedentemente oppresse.

Mphutlane wa Bofelo, un operatore culturale e critico della società sudafricano, ha spiegato che l’attuale violenza sommaria nella società sudafricana ha profonde radici nell’apartheid.

Ci sono stati tentativi di costruire il potere del popolo attraverso associazioni civiche, comitati di strada, di quartiere, di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo”, ha detto Bofelo.

Un insieme di fattori, tra cui la detenzione di massa, gli arresti e l’esilio di leader socio-politici dotati di esperienza e maturità, la mancanza di competenze, il settarismo, la divisione in fazioni e l’infiltrazione di agenti del regime (post 1994), attenti al tornaconto personale, eccetera, ha condotto a parecchi atti di cattiva gestione della democrazia, che hanno ridotto le attività di alcune associazioni civili, comitati di strada e di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo a strumenti di giustizia sommaria.”

Certamente, come hanno evidenziato ripetutamente i miei interlocutori sudafricani durante le nostre conversazioni, l’esperienza sudafricana è densa di difficoltà e di insuccessi. Molti intellettuali del Paese ritengono che il percorso post-apartheid sia poco promettente.

Perciò i palestinesi dovrebbero porre attenzione a ciò che sta avvenendo oggi in Sudafrica, piuttosto che esaltare ed applaudire ciecamente il suo passato di lotta anti-apartheid. Tutte queste questioni – la costruzione della Nazione post-apartheid, l’oppressione economica e la violenza endemica – devono essere attentamente esaminate e integrate nella strategia di liberazione palestinese.

Se vogliamo riuscire a sconfiggere l’apartheid di Tel Aviv e a costruire un luminoso futuro in cui gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani si spartiscano la terra e le risorse su un piano di eguaglianza, dobbiamo imparare dagli errori del Sudafrica.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, consulente di media, scrittore.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

Si veda anche sullo stesso argomento il saggio di Al Shabaka