L’accesso all’acqua potabile è un diritto dell’umanità. Perché in Palestina no?

Ramzy Baroud

15 aprile 2019, Middle East Monitor

Il libero accesso all’acqua potabile è un diritto fondamentale dell’umanità. Non si tratta solo di una asserzione dettata dal buon senso, ma di un vero e proprio obbligo legale sancito dal diritto internazionale. Nel novembre 2002 la Commissione ONU per i Diritti Economici, Sociali e Culturali adottò il “Commento Generale nr.15” riguardante il diritto all’acqua: “Il diritto umano all’acqua è indispensabile per condurre una vita di umana dignità. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti umani” (Articolo I.1)

Ma il dibattito sull’acqua come diritto dell’umanità si concluse solo anni dopo, con la Risoluzione 64/292 del 28 luglio 2010 dell’Assemblea Generale dell’ONU. Essa riconosceva esplicitamente “il diritto all’acqua potabile pulita e sicura come diritto umano essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani”.
Ha perfettamente senso: senza acqua non c’è vita. Tuttavia, come accade per qualunque altro diritto umano, sembra che alla Palestina venga negato anche questo.

La crisi idrica si sta abbattendo sull’intero mondo ma l’area più colpita è proprio il Medio Oriente. Le siccità legate al cambiamento climatico, le perturbazioni improvvise, la mancanza di una pianificazione centralizzata, i conflitti militari, tra le altre cose, hanno prodotto un senso di insicurezza idrica senza precedenti.

La situazione però si fa ancora più complicata in Palestina, dove la crisi idrica si collega direttamente al contesto politico più generale dell’occupazione israeliana: l’apartheid, gli insediamenti ebrei illegali, l’assedio e la guerra. Ma mentre è stata posta ragionevolmente molta attenzione sugli aspetti militari dell’occupazione israeliana, le politiche coloniali dello Stato in materia di acqua hanno attirato decisamente meno attenzione, nonostante siano un problema pressante e critico.

Secondo Ashraf Amra, il controllo totale dell’acqua è stata una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’istituzione del regime militare a seguito dell’occupazione di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza nel giugno 1967. Le politiche discriminatorie di Israele, che usa e abusa delle risorse idriche palestinesi, può definirsi vero e proprio “apartheid idrico”.

Il consumo eccessivo di acqua di Israele, l’uso irregolare delle dighe, la negazione del diritto dei palestinesi ad avere la propria acqua o a scavare nuovi pozzi, hanno tutti conseguenze ambientali enormi e probabilmente irreversibili, danneggiando in maniera fondamentale l’intero ecosistema acquatico.

In Cisgiordania, Israele usa l’acqua per consolidare la dipendenza dei palestinesi dall’occupazione, usando una forma crudele di dipendenza economica per mantenere i palestinesi in un rapporto subalterno. Tale modello è supportato dal controllo delle frontiere, i checkpoint militari, la riscossione di tasse, le chiusure, i coprifuochi militari e la negazione dei permessi edilizi. La dipendenza idrica è parte integrante di questa strategia.

L’ “Accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza”, conosciuto come l’Accordo di Oslo II, firmato nel settembre del 1995 a Taba, in Egitto, inasprì le iniquità di Oslo I firmato nel settembre 1993: oltre il 71% delle falde acquifere palestinesi furono messe a disposizione di Israele, mentre solo il 17% furono assegnate ai palestinesi.
Ancora più sconvolgente, il nuovo accordo incoraggiava un meccanismo volto a forzare i palestinesi a comprare la loro stessa acqua da Israele, rinforzando ancora di più il rapporto di sudditanza clientelare della Autorità Palestinese nei confronti dello Stato occupante. La compagnia idrica israeliana Mekorot, ente interamente governativo, abusa dei suoi privilegi per premiare o punire i palestinesi a suo piacimento. Nell’estate del 2016, ad esempio, l’intera comunità palestinese nella Cisgiordania occupata fu privata di acqua perché l’Autorità Palestinese non era riuscita a pagare le ingenti somme necessarie a ricomprare quell’acqua proveniente dalle stesse fonti naturali palestinesi.
Sconcertante, vero? Eppure c’è ancora chi si chiede come mai gli accordi di Oslo abbiano fallito nel tentativo di portare la tanto agognata pace nel territorio.

I numeri di questo apartheid idrico parlano chiaro: un palestinese in Cisgiordania usa in media 72 litri di acqua al giorno, un israeliano ne consuma dai 240 ai 300. Le responsabilità politiche di questa disuguaglianza nella distribuzione delle risorse d’acqua disponibili sono da attribuirsi non solo alla crudele occupazione israeliana ma anche alle politiche poco lungimiranti della leadership palestinese.
La situazione a Gaza è addirittura peggiore: il territorio sarà ufficialmente “inabitabile” entro il 2020, secondo un rapporto delle Nazioni Unite.
È letteralmente l’anno prossimo. La principale causa di questa sinistra previsione è proprio la crisi idrica di Gaza.

Secondo uno studio dellOxfam, “meno del 4% dell’acqua corrente [di Gaza] è potabile e il mare circostante è inquinato dagli scarichi fognari.” La ricerca dell’Oxfam si concludeva indicando la correlazione tra l’inquinamento idrico e il drastico aumento delle patologie renali nella Striscia di Gaza. La crisi idrico-sanitaria di Gaza si sta inasprendo anche per le frequenti chiusure dell’unica centrale elettrica operativa dell’enclave, demolendo qualsiasi speranza di trovare un rimedio.

La società statunitense RAND Corporation ha comprovato che un quarto di tutte le malattie diffuse nella zona assediata della striscia di Gaza hanno origine nella carenza di acqua. Altrettanto drammatiche sono le stime della RAND secondo cui, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale della Sanità, il 97% dell’acqua presente a Gaza è inadatta al consumo umano. Una situazione che in termini di sofferenza umana non può che definirsi orribile.

Gli ospedali della Striscia di Gaza stanno cercando di affrontare le grosse epidemie di malattie e patologie causate dall’acqua sporca, ma gli mancano strumenti adeguati, sono vessati dai continui tagli alla corrente elettrica e soffrono essi stessi dalla mancanza di acqua pulita. “L’acqua è spesso assente ad Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza” – prosegue il rapporto della RAND – “e anche quando l’acqua c’è, dottori e infermiere non riescono a sterilizzare le proprie mani per effettuare interventi chirurgici a causa della sua cattiva qualità”.
Secondo la piattaforma multimediale sull
ambiente Circle of Blue, dei due milioni di residenti a Gaza, solo il 10% ha accesso ad acqua pulita e potabile.
“I miei figli si ammalano perché manca l’acqua”, racconta a Circle of Blue Madlain Al-Najjar, madre di sei figli residente nella Striscia di Gaza, “soffrono spesso di vomito e diarrea. Spesso so riconoscere che l’acqua non è pulita, ma non abbiamo alternative”.

Il giornale inglese The Independent ha raccontato la storia di Noha Sais, madre ventisettenne di cinque figli residente a Gaza. “Nell’estate del 2017, tutti i figli di Noha si ammalarono improvvisamente, vomitando senza sosta, e furono ricoverati. Le acque putride del Mediterraneo di Gaza li avevano avvelenati”.

Il più giovane, Mohamed, un bambino di 5 anni vigoroso e in salute, contrasse un virus ignoto dal mare che si impadronì completamente del suo corpo e del suo cervello. Tre giorni dopo il viaggio, andò in coma. Dopo una settimana era già morto.”

Come Noha racconta al giornale, “I dottori dissero che l’origine dell’infezione era un germe proveniente dall’acqua di mare inquinata, ma che non potevano stabilire esattamente quale fosse. Dissero solo che se mai mio figlio si fosse ripreso, non sarebbe mai più stato lo stesso, che sarebbe stato un vegetale.”

Molti casi simili sono stati registrati in tutta Gaza, e non se ne vede la fine. Le politiche idriche di Israele sono solo una sfaccettatura di una ben più ampia guerra contro i palestinesi con l’intento di rafforzare il controllo coloniale.

A giudicare dalle testimonianze, i sionisti non hanno certo fatto “fiorire il deserto”, come afferma la propaganda israeliana. Da quando si è insediata sulle macerie di più di cinquecento città e villaggi palestinesi distrutti tra il 1947 e il 48, Israele ha fatto l’esatto opposto.

La Palestina contiene un potenziale di colonizzazione di cui gli arabi non necessitano né sono in grado di sfruttare”: queste sono le parole che il padre fondatore di Israele e primo Primo Ministro David Ben Gurion scriveva a suo figlio nel 1937. L’Israele sionista, tuttavia, ha fatto molto più che “sfruttare” quel “potenziale di colonizzazione”; ha anche assoggettato la Palestina storica a una estenuante e cruenta campagna di distruzione che non si è ancora conclusa, e che è probabile si protragga fin quando i sionisti prevarranno in Israele e nella Palestina occupata. È una ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice. Se l’accesso all’acqua pulita è a tutti gli effetti un diritto dell’umanità, perché allora il mondo permette che Israele faccia della Palestina e dei suoi abitanti una eccezione?

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Maria Monno)




Cinque ragioni per cui votare Netanyahu è stata una scelta razionale per gli ebrei israeliani

Haggai Matar

12 aprile 2019 + 972

Sì, Netanyahu è indagato per corruzione e sta praticamente annettendo la Cisgiordania. Ma per molti ebrei israeliani, ha anche fornito una relativa sicurezza, un’economia migliore e una crescente legittimazione internazionale – il che ha reso l’ignota alternativa molto peggiore.

Martedì Benjamin Netanyahu ha vinto la sua quinta campagna elettorale, ciò che ha fatto di lui il primo ministro israeliano più longevo. La maggior parte dei cittadini israeliani e la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani preferiscono continuare con le stesse identiche politiche che il Likud ha praticato negli ultimi dieci anni. Questi elettori hanno respinto la maggior parte dei partiti estremisti e fondamentalisti che chiedono l’annessione formale; hanno trasformato la sinistra sionista in una minoranza insignificante nella Knesset, e hanno mantenuto Netanyahu al potere, nonostante le numerose accuse di corruzione politica che sta affrontando.

Perché l’hanno fatto? Perché le persone votano per qualcuno che sostiene con orgoglio odio e razzismo? Per un leader che incrementa le politiche di apartheid e l’occupazione mentre procede con l’annessione parziale e attacca ripetutamente istituzioni democratiche come i tribunali, la stampa libera e la società civile? Perché tollerano la corruzione politica?

In realtà, ci sono alcuni buoni motivi. Questo non è un tentativo di giustificare la vittoria o le politiche di Netanyahu, ma piuttosto di offrire un’analisi delle considerazioni di cui gli ebrei israeliani hanno probabilmente tenuto conto nell’interpretare la realtà politica e nel percepire i rischi da affrontare.

1. Sicurezza: i numeri dicono tutto. Secondo B’Tselem, dall’inizio della seconda Intifada alla fine del 2000 e la fine della guerra a Gaza nel 2009,1072 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi, e 6.303 palestinesi dagli israeliani. Netanyahu è entrato in carica poco dopo la fine della guerra di Gaza del 2009. Nei dieci anni successivi, 195 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi e 3.485 palestinesi sono stati uccisi dagli israeliani, in particolare durante l’assalto israeliano del 2014 a Gaza.

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Negli ultimi dieci anni non ci sono state guerre con il Libano, la guerra civile siriana non è filtrata attraverso il confine israeliano e gli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in Siria sono rimasti generalmente senza risposta. Netanyahu è stato in grado di gestire l’occupazione e l’assedio a Gaza, così come il fronte siriano-iraniano, in modo che costassero molte meno vite israeliane rispetto al decennio precedente – cosa che gli israeliani ricordano bene. Agli inizi degli anni 2000, i civili israeliani si trovavano di fronte alle conseguenze dell’occupazione in Israele, attraverso attacchi suicidi e missili. Sotto Netanyahu, l’occupazione passa per lo più inosservata agli ebrei israeliani, e tutti i costi sono sostenuti principalmente dai coloni nei territori occupati. Gli israeliani ne sono ben consapevoli e apprezzano questo senso relativamente maggiore di sicurezza.

2. Economia: di nuovo, lasciamo parlare i numeri. Negli ultimi 10 anni di governo del Likud, il salario minimo di base in Israele è salito di oltre il 45%. È vero, questo è avvenuto grazie ai sindacati e alle pressioni della sinistra piuttosto che alle politiche economiche neo-liberiste di Netanyahu. Ma dal punto di vista della retribuzione minima media israeliana, è facile attribuire questo cambiamento a Netanyahu. Nel frattempo, la disoccupazione è al punto più basso degli ultimi decenni, la disuguaglianza è in calo da due anni consecutivi e la crescita del PIL è quasi del 30% superiore alla media OCSE.

Sì, ci sono comunque molti aspetti negativi. Con l’aumento dei prezzi delle case, sta diventando quasi impossibile comprare un appartamento in Israele, dove c’è anche il più alto tasso di povertà e il maggior divario sociale fra i paesi dell’OCSE. La percentuale di lavoratori che vivono in povertà, senza riuscire a sbarcare il lunario, è in aumento, mentre la spesa sociale e gli investimenti nei servizi sono a un livello risibile. Anche i trasporti pubblici, il sistema educativo e l’assistenza sanitaria sono in crisi.

E però la gente vede anche le crisi economiche e l’austerità degli altri Paesi, e prova un senso di sollievo per il fatto che a Israele siano state risparmiate simili difficoltà. Di più, le due comunità più gravemente colpite dalla povertà sono i cittadini palestinesi di Israele (i palestinesi nei territori occupati non sono nemmeno contati nelle statistiche ufficiali) e gli ultra-ortodossi. Entrambe le comunità votano per i propri partiti settoriali (gli ultimi danno costantemente sostegno a Netanyahu) e sono per lo più ignorati dal resto della società israeliana. Come ha detto una volta Netanyahu, “non tenendo conto degli arabi e degli ultra-ortodossi, stiamo andando alla grande.” Israele ha ottenuto, anno dopo anno, un punteggio estremamente alto anche nel World Happiness Index (indice mondiale della felicità).

3. Relazioni estere: Probabilmente la rivendicazione di successo più cara a Netanyahu è la rete globale di alleanze che ha sviluppato; i suoi forti legami con alcuni leader, dall’indiano Modi al brasiliano Bolsonaro; la sua capacità di turbare l’UE dall’interno e azzopparne la posizione sull’occupazione allineandosi a governanti autoritari dell’Europa orientale come l’ungherese Orban; la graduale normalizzazione con gli Stati arabi, dall’Oman all’Arabia Saudita e, naturalmente, la sua stretta amicizia con Putin e Trump. Nel periodo che ha preceduto il giorno delle elezioni, entrambi i leader hanno conferito a Netanyahu i “doni” tanto attesi, come dichiarazioni di sostegno per la sua quinta candidatura.

Si aggiunga il ruolo di Netanyahu nell’abolizione dell’accordo nucleare iraniano, nelle ambasciate che si spostano a Gerusalemme, nella crescente legittimazione in tutto il mondo per lo stile di governo quasi-autoritario di Netanyahu e il concorso Eurovision che arriva a Tel Aviv dopo un record di 4,1 milioni di turisti nel 2018 e si inizia davvero a capire. Gli israeliani sono sicuramente impressionati.

È importante sottolineare che tutto questo accade in un momento in cui Israele continua a commettere crimini di guerra nei territori occupati, uccide centinaia di manifestanti disarmati a Gaza dove mantiene un brutale assedio, procede con la graduale annessione in Cisgiordania, approva la legge dello Stato-nazione ebraico e discrimina i propri cittadini palestinesi, e non fa alcuno sforzo per procedere verso la pace. Il vecchio argomento secondo cui solo la pace offrirebbe sicurezza e legittimità internazionale è volato via col vento.

4. Paura: si potrebbe obiettare che la paura non ha posto in una lista di ragioni razionali per sostenere Netanyahu, ma la paura è un sentimento potente e una forza importante nel processo delle decisioni politiche. Che è, nel contesto locale, parzialmente irrazionale. Ad esempio, la costante demonizzazione di Netanyahu dei cittadini palestinesi in Israele, la sua delegittimazione della sinistra, dei media e del sistema di giustizia contro i crimini e la sua rappresentazione dell’Iran e del trattato con l’Iran come imminenti minacce all’esistenza di Israele sono tutte basate su menzogne. Propugnano il razzismo, il sentimento anti-islamico locale e globale e fomentano la paura.

Tuttavia, Netanyahu ha il merito di identificare i pericoli che Israele affronta, siano essi reali o immaginari, in una regione seriamente destabilizzata dal 2011. Ancor di più, la paura tra gli ebrei israeliani, che la soluzione sia dei due Stati che di un solo Stato (o qualsiasi altra via di mezzo) significherebbe rinunciare almeno ad un certo grado di potere, privilegi e supremazia ebraici, è del tutto giustificata. Una vera uguaglianza per tutti coloro che vivono tra il fiume Giordano e il mare implicherebbe probabilmente una completa revisione dell’attuale regime, e susciterebbe profonde divisioni tra gli ebrei israeliani. La pace richiederebbe a Israele di pagare un prezzo – non lo status quo. Rimanere con ciò che abbiamo per paura dell’ignoto è, quindi, una scelta razionale.

5. Mancanza di un’alternativa: guardando alle recenti elezioni, pochissimi partiti hanno offerto qualcosa di significativamente diverso da Netanyahu sulle questioni suddette. Ad eccezione di Meretz, Hadash e dei partiti arabi (tutti demonizzati da Netanyahu e mai difesi dal suo sfidante, Gantz), nessuno parlava di pace sostenibile o di qualsiasi tipo di risoluzione del “conflitto”, cioè l’occupazione, l’apartheid e l’assedio. Molto poco è stato proposto nei termini di una visione alternativa nella finanza, nel sociale o nelle relazioni diplomatiche.

Quindi, se le persone godono di una relativa sicurezza, di un’economia in piena espansione, di legittimità internazionale – e tutto a costo zero – a chi importa se il primo ministro presumibilmente riceve illecite mazzette da un amico o sta pian piano riscrivendo la storia dell’Olocausto?,

(traduzione di Luciana Galliano)




Elezioni israeliane: creare un fronte contro l’apartheid

Oren Yiftachel

3 aprile 2019, Middle East Eye

È urgentemente necessario un nuovo discorso che rifletta la situazione sul terreno per stimolare le forze democratiche sia in Israele/Palestina che all’estero**

La campagna elettorale israeliana, in pieno svolgimento a meno di due settimane dal voto, ha oscillato tra le discussioni sulla corruzione e sul terrorismo.

Tuttavia criticamente pare aver evitato a tutti i costi la questione centrale che determinerà il futuro di Israele: il sistema di apartheid che gradualmente sta plasmando i rapporti tra ebrei e palestinesi.

Quelli che hanno fatto della pace il loro programma – come l’ex-ministra degli Esteri Tzipi Livni – sono stati messi da parte. Persino il recente intervento del presidente USA Donald Trump, che ha riconosciuto le pretese di sovranità israeliane sulle Alture del Golan, ha infiammato il dibattito più sul futuro del fronte settentrionale che sulla probabile futura annessione di terre palestinesi.

Il fatto di tacere su questa questione rende solo più grave il suo impatto a lungo termine, come una malattia non curata. Il campo democratico deve creare un fronte locale e internazionale contro l’apartheid per salvare il Paese da questo cupo futuro, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati.

Cecità geografica

Lunghi anni di incitamenti contro l’idea stessa di pace e di uno Stato palestinese – contro le organizzazioni per i diritti umani e la “sinistra” in generale – stanno avendo effetto. Molti israeliani progressisti hanno sollevato nuove (e importanti) bandiere, come i diritti delle donne e dei gay, la protezione ambientale e la giustizia sociale. Pare che la resistenza all’oppressione israeliana da parte dei palestinesi possa attendere un altro giorno. Ma si tratta di un’illusione pericolosa.

Questa noncuranza produce una cecità geografica, senza eguali in qualunque altra campagna elettorale nel suo complesso. Per un verso milioni di palestinesi controllati da Israele non sono tra i votanti e non hanno voce in capitolo nel decidere il governo che determinerà le loro vite. Dall’altro centinaia di migliaia di coloni ebrei – che risiedono nella stessa zona – sono considerati cittadini a tutti gli effetti e probabilmente saranno determinanti per stabilire chi farà parte del prossimo governo.

È importante ricordare che i territori palestinesi e i loro cinque milioni di abitanti non se ne andranno da nessuna parte. Israele colonizza questi territori con un continuo progetto coloniale, governando i palestinesi con un violento pugno di ferro. Nonostante la burla dell’“autodeterminazione” palestinese in piccole enclave, note come aree A e B [in base agli accordi di Oslo, ndt.], i recenti interventi israeliani hanno messo in evidenza chi siano i veri padroni della Palestina.

Questi hanno incluso il blocco del trasferimento delle imposte all’Autorità Nazionale Palestinese, le continue incursioni e le frequenti uccisioni dell’esercito israeliano nelle aree palestinesi “autogovernate”, il trasferimento e la distribuzione da parte di Israele dei soldi del Qatar a Gaza e il bombardamento a discrezione di decine di obiettivi palestinesi dopo attacchi con i razzi.

Apartheid strisciante

Israele controlla la zona tra il Giordano e il mar Mediterraneo in modo praticamente totale. Ma la cecità geografica attraverso cui le politiche elettorali “vedono” gli ebrei ma non i palestinesi tende a una trasformazione più profonda, meglio definita come apartheid strisciante.

In base a questo sistema durato decenni è stata creata e istituzionalizzata una serie di tipologie principali di cittadinanza come “separate e diseguali”. Gli ebrei possiedono ovunque sulla terra piena cittadinanza, mentre i palestinesi sono frammentati in categorie giuridiche inferiori: cittadini israeliani di seconda classe, “residenti” di Gerusalemme est, “sudditi” della Cisgiordania e di Gaza, rifugiati nei campi.

I paralleli con l’apartheid sudafricano sono chiari: gli ebrei sono simili ai “bianchi”, i palestinesi in Israele sono i “coloured” [definizione che in Sudafrica comprendeva la popolazione non bianca ma neppure nera, come indiani e mulatti, ndt.], e i loro fratelli in Cisgiordania e a Gaza sono i “neri”.

Geograficamente le centinaia di colonie in Cisgiordania sono state collegate al resto di Israele, mentre i palestinesi sono chiusi nelle loro enclave, che sembrano bantustan [territori in cui le popolazioni native del Sudafrica esercitavano un autogoverno formale, ndt.], dai due lati della Linea Verde [il confine tra il territorio israeliano e quello palestinese occupato, ndt.].

Ciò ha trasformato l’occupazione militare – che si presumeva “esterna” e “temporanea” – in un dominio interno, civile e permanente. Questo fatto è stato di recente codificato con la legge dello Stato-Nazione, che ha dichiarato Israele patria degli ebrei, dove solo essi godono del diritto all’autodeterminazione, e che promuove la colonizzazione ebraica in tutta la zona.

La politica economica di Israele – che destina la grande maggioranza delle risorse agli ebrei, ebraicizzando la terra e soffocando lo sviluppo palestinese – è un altro caposaldo della struttura “separata e ineguale”. I palestinesi hanno contribuito alla situazione di stallo con anni di terrorismo, ma il potere di cambiare direzione rimane fermamente nelle sue [di Israele] mani.

Definizioni distorte

Ciò richiede la riconfigurazione delle definizioni politiche e delle lotte. Il linguaggio della “destra contro la sinistra” è distorto, dipingendo Israele come uno Stato normale con un campo nazionalista conservatore in competizione con un campo liberale più progressista. In tali Stati “normali”, la lotta tra destra e sinistra è contenuta in confini demografici e politici chiari. Nessun campo chiede la rottura di questi confini, di annettere nuovi territori o assoggettare milioni di persone al potere coloniale contro la loro volontà.

Eppure nelle imminenti elezioni israeliane questo è esattamente il programma di tutti i partiti associati alla cerchia del Likud e oltre, compresi tutti i partiti religiosi ebrei, che sommano più di metà del parlamento (ma che rappresentano forse un quarto delle persone sottoposte al governo israeliano).

Questi politici si oppongono alla fondazione di uno Stato palestinese e appoggiano la prosecuzione del controllo israeliano su tutta la terra, contro le leggi internazionali e la volontà dei palestinesi.

Ciò è stato reso ancora più evidente con l’inclusione del partito razzista Otzma Yehudit (Potere Ebraico) nel campo conservatore “legittimo”, dopo decenni in cui tutti i partiti ebraici hanno rifiutato una simile alleanza.

Quindi la maschera è caduta – questo è un progetto colonialista contro i diritti dei palestinesi e quanti ne appoggiano la lotta, e lo strumento principale è l’emergere di uno Stato dell’apartheid.

La lotta contro questo progetto inizia dandogli il nome corretto. Questo non è un “programma di destra”, ma l’emergere di un blocco dell’apartheid. Questa non è una semplice lotta tra due movimenti nazionali, questo è colonialismo. È probabile che, dopo le elezioni, la situazione di apartheid si accentui, creando maggiori barriere geografiche, legali ed economiche all’uguaglianza e alla democrazia. 

La nuova mappa politica dei territori palestinesi sembrerà probabilmente sempre più simile ai bantustan neri del Sudafrica prima del 1994 [data della fine formale del sistema di apartheid sudafricano, ndt.], con il previsto appoggio del regime USA e la silenziosa accettazione da parte di Russia, India e persino Europa.

Coalizioni internazionali

Cosa dovrebbero fare le forze democratiche e progressiste? Innanzitutto, a breve termine prima delle elezioni, l’ovvia situazione di apartheid dovrebbe essere denunciata ovunque. Chiunque creda nella democrazia deve creare un fronte unito contro l’apartheid.

Questo è un comune denominatore che può unire le forze, dalla destra moderata ai partiti arabi, nonostante le notevoli differenze su altre questioni. Chiedere un fronte contro l’apartheid metterà la questione sotto i riflettori, rompendo l’attuale cecità geografica e politica. La vecchia retorica della “democrazia qui e occupazione là” o “sinistra contro destra” è morta.

Il discorso di Bar-Ilan [università nei pressi di Tel Aviv, ndt.], in cui Netanyahu ha parlato di una soluzione dei due Stati un decennio fa, è morto. È urgentemente necessario un nuovo discorso che rifletta la situazione sul terreno per stimolare le forze democratiche sia in Israele/Palestina che all’estero. Ciò è particolarmente significativo per le comunità ebraiche in tutto il mondo che sono spesso in prima fila nella lotta per la democrazia e i diritti umani, ma che in genere tacciono sui crimini israeliani. È altrettanto importante per i sostenitori della lotta dei palestinesi per la giustizia affrontare la nuova situazione.

I discorsi pubblici non cambiano da un momento all’altro. Il fronte contro l’apartheid dovrà lavorare dopo le elezioni e raccogliere ogni possibile minimo appoggio per combattere i pericoli che si trova di fronte. Dovrà creare coalizioni tra ebrei, palestinesi ed internazionali, mobilitare le leggi internazionali, attirare l’attenzione dei media e occupare le piazze.

Le soluzioni all’attuale scenario di apartheid possono variare. Conflitti di lungo termine simili in Irlanda del Nord, Bosnia, Macedonia, Colombia e Sudafrica hanno indicato una serie di soluzioni: partizione, confederazione, federazione, Stato unitario binazionale o liberal-democratico.

Tutte sono possibili in Israele-Palestina, anche se la federazione sembra la più probabile. Ma prima si deve costituire un fronte contro l’apartheid per bloccare la degenerazione – e al più presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Oren Yiftachel è professore ospite [della cattedra] Leverhulme nel dipartimento di geografia dell’University College di Londra.

(traduzione di Amedeo Rossi)

**Nota redazionale: abbiamo deciso di tradurre questo articolo in quanto ci sembra interessante come parte del dibattito relativo alle imminenti elezioni israeliane.  Yiftachel è un noto studioso ed intellettuale israeliano, autore dell’importante saggio “Ethnocracy”, relativo alle politiche discriminatorie, anche su base territoriale, praticate dall’élite askenazita in Israele. Tuttavia la redazione non concorda con alcune valutazioni espresse in questo intervento. Non riteniamo che Tzipi Livni, né tanto meno il resto dello spettro politico israeliano, possa essere considerato il campo favorevole alla pace. In questo senso il fatto di non citare esplicitamente il principale sfidante di Netanyahu e della sua coalizione, il generale Benny Gantz e la sua alleanza di centro come sostenitori delle politiche di apartheid sembra indicare la destra estrema come unica responsabile. Infine già esiste una coalizione internazionale tra palestinesi, militanti israeliani di sinistra e internazionali che lotta contro le politiche israeliane e contro il sistema di apartheid: il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), di cui l’autore non fa parola.

 




A proposito di semiti e antisemiti, sionisti e antisionisti

Shlomo Sand

28 febbraio 2019, Investig’action

Se qualsiasi discorso antiebraico nel mondo continua a preoccuparmi, avverto una certa repulsione contro il diluvio di ipocrisia e manipolazione orchestrata da tutti quelli che ora vogliono incriminare chiunque critichi il sionismo.

Sebbene residente in Israele, “Stato del popolo ebraico”, ho seguito da vicino il dibattito in Francia su antisemitismo e antisionismo. Se qualsiasi discorso antiebraico nel mondo continua a preoccuparmi, avverto una certa repulsione contro il diluvio di ipocrisia e manipolazione orchestrata da tutti quelli che ora vogliono incriminare chiunque critichi il sionismo.

Iniziamo con i problemi di definizione. Già da molto tempo mi sento a disagio, non solo per la recente formula in voga: “civiltà giudaico-cristiana”, ma anche davanti all’uso tradizionale del vocabolo “antisemitismo”. Questo termine, come sappiamo, è stato inventato nella seconda metà del 19° secolo da Wilhelm Marr, nazional-populista tedesco che detestava gli ebrei. Nello spirito di quel tempo, coloro che usavano quel termine avevano come presupposto fondamentale l’esistenza di una gerarchia di razze in cima alla quale si trova l’uomo bianco europeo, mentre la razza semita occupa un rango inferiore. Uno dei fondatori della “scienza della razza” fu, come sappiamo, il francese Arthur Gobineau.

Ai nostri giorni, la Storia un pochino più seria non conosce altro che delle lingue semitiche (l’aramaico, l’ebraico e l’arabo, che si sono diffuse nel Vicino Oriente), mentre, al contrario, non conosce nessuna razza semitica. Sapendo che gli ebrei d’Europa non parlavano correntemente l’ebraico, che era utilizzato solo per la preghiera (come i cristiani usavano il latino), è difficile considerarli come semiti.

Bisogna forse ricordare che il moderno odio razziale contro gli ebrei è, soprattutto, un’eredità delle chiese cristiane? Dal quarto secolo, il cristianesimo si è rifiutato considerare l’ebraismo come una religione legittima concorrente, e da lì, ha creato il famoso mito dell’esilio: gli ebrei sono stati esiliati dalla Palestina per avere partecipato all’omicidio del figlio di Dio – pertanto, è opportuno umiliarli per dimostrare la loro inferiorità. Ma occorre sapere che non c’è mai stato un esilio degli ebrei di Palestina, e, fino ad oggi, non troveremo alcun testo di ricerca storica sul tema!

Personalmente, faccio parte di quella scuola di pensiero tradizionale che rifiuta di vedere gli ebrei come un popolo-razza estraneo all’Europa. Già nel 19° secolo, Ernest Renan, dopo essersi liberato del suo razzismo, aveva affermato che: “L’ebreo delle Gallie … era, molto spesso, solo un gallo che professava la religione israelita.” Lo storico Marc Bloch ha specificato che gli ebrei sono: “Un gruppo di credenti reclutati precedentemente in tutto il mondo mediterraneo, turco-cazaro e slavo”. E Raymond Aron aggiunge: “I cosiddetti ebrei, per la maggior parte, non sono biologicamente dei discendenti delle tribù semitiche …”. La giudeofobia, tuttavia, si è sempre ostinata a vedere gli ebrei non come un’importante fede, ma come una nazione straniera.

Il lento declino del cristianesimo come credo egemonico in Europa, purtroppo non è stato accompagnato da un declino della forte tradizione giudeofobica. I nuovi “laici” hanno trasformato l’odio e la paura ancestrale in moderne ideologie “razionaliste”. Possiamo quindi trovare pregiudizi sugli ebrei e sull’ebraismo non solo in Shakespeare o Voltaire, ma anche in Hegel e Marx. Il nodo gordiano tra ebrei, ebraismo e denaro sembrava ovvio tra le élite istruite. Il fatto che la stragrande maggioranza dei milioni di ebrei nell’Europa orientale abbiano sofferto di fame e vissuto in povertà non ha avuto assolutamente alcun effetto su Charles Dickens, Fiodor Dostoevskij, né su una larga parte della sinistra europea. Nella Francia moderna la giudeofobia ha conosciuto bei giorni non solo con Alphonse Toussenel, Maurice Barrès e Edouard Drumont, ma anche con Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon e anche, per un certo tempo, con Jean Jaures e Georges Sorel.

Con il processo di democratizzazione la giudeofobia ha costituito un elemento immanente tra i pregiudizi delle masse europee: l’affair Dreyfus si è dimostrato un evento “emblematico”, in attesa di essere superato, e di gran lunga, dallo sterminio di ebrei durante la seconda guerra mondiale. È tra questi due avvenimenti storici che il sionismo è nato come idea e movimento.

Va ricordato, tuttavia, che fino alla seconda guerra mondiale, la stragrande maggioranza degli ebrei e dei loro discendenti laici erano antisionisti. Non c’era solo l’ortodossia, forte e organizzata, ad indignarsi all’idea di accorciare i tempi della redenzione emigrando in Terra Santa; anche le correnti religiose più moderniste (riformatori o conservatori) erano fortemente contrarie al sionismo. Il Bund, partito laico dell’Impero russo e poi della Polonia indipendente in cui la maggior parte dei socialisti era di madre lingua yddish, considerava i sionisti come alleati naturali dei giudeofobi. I comunisti di origine ebraica non perdevano occasione di condannare il sionismo come complice del colonialismo britannico.

Dopo lo sterminio degli ebrei d’Europa, i sopravvissuti che non erano riusciti a trovare in tempo rifugio nell’America del Nord, o nell’URSS, addolcirono la loro relazione ostile al sionismo, anche perché la maggior parte dei paesi occidentali e del mondo comunista avevano riconosciuto lo stato di Israele. Il fatto che la creazione di questo stato sia stata effettuata nel 1948 a spese della popolazione araba indigena non disturbò granché. L’ondata della decolonizzazione era ancora agli inizi e non era un dato da prendere in considerazione. Israele fu quindi percepito come uno stato-rifugio per gli ebrei erranti, senza ricovero né focolare.

Il fatto che il sionismo non sia riuscito a salvare gli ebrei d’Europa e che i sopravvissuti desiderassero emigrare in America, e nonostante la percezione del sionismo come un’impresa coloniale nel pieno senso del termine, non altera un dato significativo: la diagnosi sionista riguardante il pericolo che incombeva sulla vita degli ebrei nella civiltà europea del ventesimo secolo (non affatto giudeo-cristiana!), si era rivelata corretta. Theodore Herzl, il pensatore dell’idea sionista, aveva, meglio dei liberali e dei marxisti, compreso i giudeofobi del suo tempo.

Ciò non giustifica, tuttavia, la definizione sionista secondo cui gli ebrei formano un popolo-razza. Né giustifica la visione dei sionisti che la Terra Santa è la patria nazionale sulla quale avrebbero diritti storici. I sionisti hanno tuttavia creato un fatto politico compiuto e qualsiasi tentativo di cancellarlo si tradurrebbe in nuove tragedie di cui sarebbero vittime le due popolazioni che ne sono risultate: israeliana e palestinese.

Allo stesso tempo bisogna ricordarsi e ricordarlo: se non tutti i sionisti rivendicano la continuazione del dominio sui territori conquistati nel 1967, e se molti di loro non si sentono a proprio agio con il regime di apartheid che Israele vi esercita da 52 anni, tutti quelli che si definiscono sionisti continuano a vedere in Israele, almeno nei suoi confini del 1967, lo stato degli ebrei del mondo intero e non una Repubblica per tutti gli israeliani, un quarto dei quali non sono considerati ebrei, di cui il 21% sono arabi.

Se una democrazia è fondamentalmente uno stato che aspira al benessere di tutti i suoi cittadini, di tutti i suoi contribuenti, di tutti i bambini che vi nascono, Israele, al di là del pluralismo politico esistente, è, in realtà, una vera e propria etnocrazia come erano la Polonia, l’Ungheria e altri stati dell’Europa orientale, prima della seconda guerra mondiale.

Il tentativo del presidente francese Emmanuel Macron e del suo partito di criminalizzare oggi l’anti-sionismo come una forma di antisemitismo mostra di essere una manovra cinica e manipolatoria. Se l’antisionismo diventa un crimine, mi sento di raccomandare a Emmanuel Macron di far condannare con effetto retroattivo, il bundista Marek Edelman, che fu uno dei leader del ghetto di Varsavia e totalmente anti-sionista. Si potrebbe anche inviare a processo i comunisti anti-sionisti che, piuttosto che emigrare in Palestina, scelsero di combattere, armi in pugno, contro il nazismo, cosa che ha loro conquistato un posto sul “manifesto rosso” [stampato dai nazisti contro gruppi della resistenza antinazista in Francia composti da persone senza cittadinanza francese, ndt.].

Se intende essere coerente nella condanna retroattiva di tutti i critici del sionismo, Emmanuel Macron dovrà aggiungere la mia insegnante Madeleine Rebérioux, che ha presieduto la Lega dei diritti umani, l’altro mio insegnante e amico Pierre Vidal-Naquet e, naturalmente, anche Eric Hobsbawm, Edward Saïd e molte altre eminenti figure, ora scomparse, ma i cui scritti sono ancora autorevoli.

Se Emmanuel Macron desidera attenersi a una legge che reprime gli anti-sionisti ancora viventi, la cosiddetta futura legge dovrà applicarsi anche agli ebrei ortodossi di Parigi e New York che rifiutano il sionismo, a Naomi Klein, Judith Butler, Noam Chomsky e molti altri umanisti universalisti, in Francia e in Europa, che si autoidentificano come ebrei pur dichiarandosi anti-sionisti.

Si troveranno, naturalmente, molti idioti antisionisti e giudeofobi, come non mancano dei pro-sionisti imbecilli, pure giudeofobi, ad augurare che gli ebrei lascino la Francia e emigrino nello Stato di Israele. Li includerà in questa grande impennata giudiziaria? Stia attento, signor Presidente, a non lasciarsi trascinare in questo ciclo infernale, proprio quando la popolarità è in declino!

Per concludere, non penso ci sia un aumento significativo dell’antigiudaismo in Francia. Questo è sempre esistito, e temo, purtroppo, che abbia davanti a sé ancora giorni buoni. Non ho dubbi, tuttavia, che uno dei fattori che gli impedisce di regredire, in particolare in alcuni quartieri in cui vivono persone immigrate, è precisamente la politica praticata da Israele contro dei palestinesi: quelli che vivono come cittadini di seconda classe all’interno dello “stato ebraico” e quelli che, da 52 anni, subiscono un’occupazione militare e una colonizzazione brutali.

Facendo parte di coloro che protestano contro questa tragica situazione, sostengo con tutte le mie forze il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e sono favorevole alla “desionizzazione” dello Stato di Israele. Dovrò, in questo caso, temere che la mia prossima visita in Francia mi porti davanti a un tribunale?

 

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org




Come sarebbe uno Stato di Israele non coloniale?

Nasim Ahmed

3 marzo 2019 – Middle East Monitor

Mentre si avvicinano le elezioni [israeliane, ndt.] del 9 aprile, MEMO intervista i parlamentari ed ex parlamentari arabi della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] in merito alla loro esperienza di lavoro all’interno del sistema politico israeliano e alle loro speranze per il futuro.

Il contrasto tra democrazia ed etnocrazia è al centro della narrazione israeliana. I fondatori dello Stato erano convinti di gettare le basi di uno Stato democratico, che si sarebbe impegnato per il bene di “tutto il suo popolo”. La Dichiarazione di Indipendenza israeliana era chiara sul fatto che si sarebbe trattato di uno Stato fondato sui principi di “libertà, giustizia e pace, guidato dalle visioni dei profeti di Israele; avrebbe garantito pieni ed eguali diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni in base a differenze di fede religiosa, razza o sesso; avrebbe garantito libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura”.

Nobili ideali, certo, tuttavia la narrazione ufficiale è servita non solo a nascondere il razzismo insito nel sionismo, ma anche le sfide inconciliabili che nascono dall’imposizione di un’etnocrazia in una terra già popolata da un popolo appartenente a un diverso gruppo etnico. Coloro che hanno capito cosa avrebbe comportato il sionismo, come ad esempio il compianto giornalista Christopher Hitchens, si sono opposti ad esso per principio: “Sono un anti-sionista, sono una di quelle persone di origine ebraica che credono che il sionismo sarebbe un errore anche se non ci fossero i palestinesi”. Hitchens, che molti considerano uno dei più forti sostenitori dei valori liberali occidentali e un altrettanto strenuo oppositore del dogmatismo, ha inoltre dichiarato che non avrebbe mai potuto accettare il presupposto di uno Stato ebraico, perché si trattava di “un’idea stupida, messianica e superstiziosa”.

Il contrasto tra quell’idea e gli ideali dei padri fondatori di Israele è stato un tema ricorrente sia per i sostenitori dello Stato che per i suoi oppositori. Di solito, i sostenitori di Israele sono segnati da dogmatismo. Il ministro degli Interni britannico, Sajid Javed [del partito Conservatore, di origine pakistana, ndt.], per esempio, ha citato la narrazione della fondazione di Israele quando ha dichiarato “Se dovessi andare a vivere in Medio Oriente, c‘è solo un posto in cui potrei andare. Israele!” Spiegando perché non andrebbe in nessun Paese a maggioranza musulmana, ha aggiunto che Israele è “l’unica Nazione in Medio Oriente che condivide gli stessi valori democratici della Gran Bretagna e l’unica Nazione in Medio Oriente in cui la mia famiglia sentirebbe il caloroso abbraccio della libertà e dell’indipendenza“.

Javed è un simbolo per coloro che sono pro-Israele e scattano in sua difesa armati di nient’altro che frasi fatte per affrontare la realtà di undici milioni di palestinesi che non hanno mai provato alcun “caloroso abbraccio di libertà e indipendenza” da parte di Israele. Essi sono la prova vivente dell’inconciliabile contrasto tra democrazia ed etnocrazia intessuto nel paradosso sionista, emerso in modo così catastrofico che perfino ex primi ministri dello Stato sionista hanno manifestato la loro preoccupazione per la tendenza (di Israele) a diventare uno Stato di apartheid.

Quasi nessuno ha conosciuto tale contrasto in Israele meglio di Haneen Zoabi. La parlamentare della Knesset ha deciso di non partecipare alle prossime elezioni, in aprile. Nonostante ciò, mi ha detto che spera di risolvere un giorno la situazione e trasformare Israele da regime coloniale a democrazia piena, che non discrimini sulla base di chi è o non è ebreo. Membro del partito arabo-israeliano Balad, Zoabi è parlamentare dal 2009 e al centro della tensione che scuote il cuore di Israele, i cui sostenitori non hanno mai smesso di ricordarci, a sostegno della loro tesi, che “l’unica democrazia del Medio Oriente” ha Zoabi e un’altra decina di membri arabi in parlamento.

Come riesce a conciliare il fatto di essere una parlamentare della Knesset con l’aver denunciato che Israele non è una vera democrazia? “Quando gli Stati Uniti hanno permesso agli afroamericani di salire in autobus, ma hanno preteso che sedessero solo nei posti in fondo, ecco, questa era forse uguaglianza?” ha risposto tuonando. “Sei nella Knesset, ma non nel posto dal quale è possibile cambiare qualcosa, cambiare effettivamente qualcosa”.

In questo metaforico autobus, aggiunge, esistono 85 leggi razziste che ti impediscono di cambiare davvero le cose. “Siamo sempre seduti più in basso. Tu sali sull’autobus, ma devi sederti dietro. L’autobus su cui sali assicura speciali privilegi agli ebrei. Puoi gridare, ma non hai niente come il Primo Emendamento della Costituzione americana a proteggerti. C’è razzismo, ci sono articoli di legge razzisti, ma non c’è alcuna Costituzione a difendere i tuoi diritti.”

Le leggi razziali menzionate sono state al centro di campagne da parte di gruppi per la promozione dei diritti come “Adalah”, Centro per i Diritti della Minoranza Araba (Legal Centre of Arab Minority Rights) in Israele. Il gruppo per i diritti umani, con sede ad Haifa, ha documentato ogni legge discriminatoria all’interno del Paese. Più della metà pare siano state adottate dopo le elezioni del 2009, che portarono al potere la coalizione più di destra nella storia dello Stato, guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu. La più recente tra le leggi discriminatorie è la legge sullo Stato-Nazione [Jewish Nation-State Law], che è stata denunciata perché codifica l’apartheid in Israele.

Secondo Zoabi, l’apartheid di tipo israeliano è stata occultata da una potente narrazione che presenta al resto del mondo lo Stato come una democrazia liberale, con un ragionamento di giustificazione di carattere colonialista. “C’è un forte sentimento di giustificazione che permette a Israele di discriminare i suoi stessi cittadini palestinesi,” spiega. “Esiste un discorso morale che ti fa sentire in dovere di apprezzare il Paese anche se ti viene riconosciuto solo il 10% dei tuoi diritti”.

Utilizzando la classica dinamica del colonizzatore contro il colonizzato, la parlamentare di Nazareth aggiunge che Israele fa anche un ragionamento morale per spiegare perché può negare ai palestinesi i loro diritti nazionali. “Esiste una ragione etica per cui dovrebbero negare la tua storia e identità di palestinese, anche se ci riconoscono il 20% dei nostri diritti civili e nessuno di quelli nazionali. Ed esiste un ragionamento che illustra perché dovremmo accettare la nostra inferiorità e la posizione di popolo oppresso.” Il tragico impatto di tale potente narrazione, spiega Zoabi, è il motivo per cui Israele non considera la sofferenza dei palestinesi e la loro discriminazione come vera sofferenza e reale discriminazione.

La funzione dello Stato di Israele non è essere neutrale verso tutti i suoi cittadini, ma riconoscere un ruolo dominante agli ebrei a spese della popolazione autoctona”, ribadisce. “Israele non può garantire diritti individuali a tutti i suoi cittadini, perché lo Stato si definisce come Stato ebraico”.

Anche se non si ricandiderà alle elezioni legislative di aprile, Zoabi dice di essere determinata a restare in politica; mi ha detto che è tempo di sviluppare il programma politico del partito Balad e il suo progetto: “L’idea è di fare una campagna per uno Stato di tutti i cittadini, e contestare la concezione di uno Stato ebraico e democratico. Non esiste un modo democratico di essere uno Stato ebraico”. Il suo obiettivo, ribadisce, è di trasformare Israele in uno Stato non coloniale. “Il sionismo è un’ideologia coloniale e l’unico modo di avere una democrazia è di separare lo Stato dal sionismo”.

Come sarebbe Israele come Stato non coloniale, non sionista? “Immaginiamo una democrazia. Non diciamo che chi è arrivato come colonizzatore ora se ne deve andare; diciamo che chi è arrivato come colonizzatore oggi ha la possibilità di vivere insieme a noi”.

Israele, insiste Zoabi, non deve continuare con i tentativi di spostamento e sostituzione dei palestinesi – la popolazione autoctona – ma deve cercare di coesistere con loro. “L’unico modo di coesistere con noi è eliminare dall’agenda gli obiettivi coloniali e sviluppare uno Stato per tutti i cittadini di Israele. Non a spese della nostra identità e del nostro legame con i palestinesi nel resto del mondo.

Contemporaneamente, Balad ha una visione democratica di accettazione di tutti gli israeliani come normali esseri umani in uno Stato normale. Il suo messaggio agli ebrei israeliani, dice Haneen Zoabi, è semplice: “Vorremmo riconoscervi come collettività, però all’interno di uno Stato che non si identifichi esclusivamente con voi, ma che si identifichi con me e con voi allo stesso livello.” Uno Stato del genere sarà uno Stato diverso con una diversa simbologia, e sarà una democrazia. “Su questa base, io non difendo solo i miei diritti, ma anche il diritto degli ebrei come popolo, perché anche loro hanno il diritto di vivere in un Paese normale. Forse non hanno scelto di vivere in uno Stato razzista, di apartheid, ma nessuno ha dato loro un’alternativa. Balad offre una vera alternativa.”

(traduzione di Elena Bellini)




Antisionismo significa essere contrari al nazionalismo ebraico in Palestina

Rima Najjar

Palestine Chronicle – 6 febbraio 2019

Quanti calunniano gli antisionisti accusandoli ingiustamente di antisemitismo sanno molto bene che l’antisionismo significa essere contrari al nazionalismo ebraico come si è manifestato nel territorio della Palestina storica, ora divisa tra Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, ma di fatto controllata dallo Stato ebraico.

Il sionismo è un prodotto della filosofia ebraica e si basa sulla cultura e sul pensiero ebraici, che hanno le loro radici nell’ebraismo. Lo scopo fondamentale del regime sionista del colonialismo di insediamento di Israele è di rimanere uno Stato ebraico. Accuse esagerate e false di antisemitismo intendono creare un clima di paura in cui le campagne per i legittimi diritti umani dei palestinesi vengono soffocate.

La missione sionista, prima di rivendicazione violenta e poi di conservazione di Israele come Stato ebraico per gli ebrei di tutto il mondo in Palestina, impone che Israele possa esistere solo come Stato dell’apartheid, che non possa assolutamente mai essere veramente democratico.

L’idea del nazionalismo ebraico (riunire tutti gli ebrei del mondo in Palestina e rinominarla “la Terra di Israele”) è la causa diretta della pulizia etnica dei palestinesi e della continua guerra di Israele contro la nostra stessa esistenza come popolo indigeno della Palestina (vedi “Palestine: A Four Thousand Year History” [Palestina: una storia di quattromila anni] di Nur Masalha). Il fatto che io abbia sentito il dovere di rinviare il lettore al libro di Masalha dà la misura del livello di successo dell’hasbara [propaganda, ndtr.] avvelenata di Israele.

Il nazionalismo ebraico si manifesta come colonialismo di insediamento. Un concetto (colonialismo di insediamento, che ora è molto più accettato come paradigma per comprendere la Nakba – ma solo se viene inteso come colonialismo di suprematisti bianchi, non di suprematisti ebrei) non ne esclude un altro che opera in Palestina, cioè sionismo ebraico = nazionalismo ebraico = supremazia ebraica = apartheid.

Il linguaggio antisionista rimane problematico perché è necessariamente chiuso nella cappa dell’ebraismo. Joseph Massad definisce il sionismo come “un movimento colonialista…costituito nell’ideologia e nella prassi da un’epistemologia religiosa-razziale.”

È difficile dire la parola “ebreo” o “ebraico” in relazione con la tragedia palestinese senza essere ferocemente calunniati o senza che le nostre idee vengano “contestate”. Lo stesso linguaggio a sostegno del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni [contro Israele] (BDS), cioè per i diritti umani dei palestinesi, è incredibilmente tabù persino per un’istituzione per i diritti civili!

Il comunicato del “Civil Rights Institute” [Istituto per i Diritti Umani] di Birmingham [negli USA, ndtr.] che ripristina il premio ad Angela Davis è stato salutato da molti come una rivendicazione dell’integrità di Angela Davis in quanto attivista dei diritti umani. A mio parere, tuttavia, ha ulteriormente accusato l’istituto, in quanto il linguaggio del comunicato implicitamente condivide una menzogna sionista – cioè il sostegno alla Palestina = sostegno alla violenza (ovvero al terrorismo).

Per quanti sono consapevoli che la revoca del premio è stata determinata da pressioni da parte della comunità ebraica di Birmingham a causa del sostegno di Davis al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, il linguaggio che segue è vergognoso perché nasconde quel fatto:

I membri del consiglio hanno informato delle discussioni che hanno avuto con vari membri della comunità che hanno espresso la propria opposizione per la concessione del premio alla dott.ssa Davis a causa della sua mancata esplicita opposizione alla violenza.”

Il linguaggio usato elimina totalmente la lotta palestinese dall’equazione. Un discorso che ha a che fare con l’appoggio ai diritti umani dei palestinesi non dovrebbe essere controverso e evitato come la peste dal Civil Rights Institute di Birmingham!

Molti di noi attivisti nella lotta per la giustizia in Palestina siamo ora capaci di criticare il sionismo come movimento di colonialismo di insediamento, ma parecchi non si sentono a proprio agio o capaci di districare le importanti radici del sionismo che si trovano nell’ebraismo.

Dagli inizi del secolo,” scrivono Richard Falk e Virginia Tilley nel rapporto dell’ESCWA [Commissione economica e sociale dell’ONU per l’Asia occidentale, ndtr.] sull’apartheid israeliana contro il popolo palestinese, “la storia del movimento sionista si è centrata sulla creazione e la conservazione di uno Stato ebraico in Palestina…Per rimanere uno ‘Stato ebraico’ sono necessarie una indiscussa dominazione nazionalista ebraica sul popolo nativo palestinese – un vantaggio garantito nella democrazia israeliana dalle dimensioni della popolazione – e leggi dello Stato, istituzioni nazionali, pratiche di sviluppo e politiche per la sicurezza tutte centrate su questo obiettivo. A seconda di dove vivono vengono applicati alle popolazioni palestinesi diversi metodi, che richiedono modifiche nella loro amministrazione…La Knesset scoraggia i partiti politici dall’adottare un programma che contenga una qualunque sfida all’identità di Israele come Stato ebraico.”

L’insistenza in malafede che ogni tanto si sente, secondo cui la parola “ebraico” nel brano succitato non si riferisce in nessun modo alla fede e che riguarda solo gli ebrei non religiosi, assimilati, atei, socialisti che hanno fondato il movimento sionista, è un grande ostacolo sul cammino di chiunque sia interessato a smantellare Israele come Stato ebraico – cioè per la realizzazione di uno Stato veramente democratico e secolare nella Palestina storica.

Oggi in tutto il mondo sinagoghe e rabbini sono quelli che indottrinano le proprie comunità ad adorare Israele e un’identità tribale, si potrebbe dire medievale. E alla loro testa c’è il rabbino capo di Israele. Quelli che non lo fanno sono ai margini.

Alcuni, ebrei e non ebrei, soprattutto cristiani cresciuti, come Alice Walker, nella tradizione cristiana che “venera una Bibbia che contiene i Salmi e passaggi profetici su ‘Sion’” e che credono che le persone siano condizionate molto più dalla propria religione, una parte della loro cultura, che da qualunque altra cosa, sono spinti a “tornare indietro” per comprendere il male che noi esseri umani commettiamo – certamente un’introspezione personale, come un dovere:

Dobbiamo andare indietro

Come persone adulte, ora,

Non come gli ingenui bambini che siamo stati una volta,

e studiare la nostra programmazione,

dall’inizio.

Ogni cosa: i cristiani, gli ebrei,

i musulmani; persino i buddisti. Ogni cosa, senza eccezione,

dalle radici.

[dalla poesia del 2017 di Alice Walker “It Is Our (Frightful) Duty” [E’ il nostro (terribile) dovere]

È anticristiano tornare alla Bibbia e interpretare i versetti che ispirano i cristiani evangelici a commettere il male e a provocare indicibili sofferenze al popolo palestinese in “Terra Santa”? È antiebraico (non voglio dire antisemita perché non sono sicura di capire più cosa esso significhi) analizzare quello che nel Talmud possa ispirare i rabbini capo di Israele nel loro razzismo e nella loro crudeltà, nell’avvallare la pulizia etnica e il genocidio?

Come ha commentato Virginia Tilley in una discussione pubblica su Facebook:

Sfortunatamente l’idea che gli ebrei abbiano un diritto esclusivo letteralmente concesso da dio di proteggere se stessi e la ‘loro’ terra dai non ebrei a qualunque costo è una forte tendenza all’interno dell’ideologia nazionalista israeliana (penso che alcuni rabbini dell’esercito abbiano recentemente ribadito questo punto). Gli afrikaner, che avevano anch’essi un’ideologia del ‘popolo eletto’, in Sud Africa la pensavano allo stesso modo riguardo agli ‘altri’. Un interessante libro che confronta varie dottrine sul popolo eletto è ‘Chosen Peoples: Sacred Sources of National Identity’ [Popoli eletti: fonti sacre dell’identità nazionale] di Anthony Smith.”

Un sondaggio del 2016 ha rivelato che circa metà degli ebrei israeliani crede nella pulizia etnica: il presidente israeliano Reuven Rivlin ha definito i risultati “un campanello d’allarme per la società israeliana” – intendendo la società ebreo-israeliana.

Il mondo deve riconoscere e fare i conti con il fatto che i palestinesi sono oppressi da oppressori che sono ebrei, che ci hanno colonizzati in quanto ebrei. Dobbiamo sfidare l’eccezionalismo ebraico e il privilegio ebraico nel movimento.

Criticare lo Stato ebraico, uno Stato basato su un’epistemologia religiosa-razziale e chiedere la sua fine in quanto tale non equivale alla distruzione dell’ebraismo, equivale alla distruzione dell’apartheid e della supremazia ebraica come si manifesta nello Stato ebraico di Israele.

Dato che un’ideologia del ‘popolo eletto’ è fermamente inserita nel nazionalismo ebraico pensato oggi e che tale indottrinamento influisce negativamente su come gli ebrei di Israele ed altri sionisti vedono gli “altri”, soprattutto i palestinesi che pensano abbiano preso “la loro terra” e non il contrario, Israele ha bisogno di più campagne di educazione simili a quelle messe in atto da “Zochrot” [associazione israeliana che sistema cartelli con i nomi arabi dove sorgevano villaggi palestinesi distrutti durante la Nakba, ndtr.] e da “De-Colonizzatore” (ricerca e laboratorio artistico per il cambiamento sociale) per contribuire a smantellare la tossica identità ebraica che il sionismo ha diffuso in lungo e in largo e farci andare tutti verso uno Stato secolare e democratico in tutta la Palestina dal fiume [Giordano, ndtr.] al mare [Mediterraneo, ndtr.].

Rima Najjar è un’ex docente (ora in pensione) all’università Al-Quds, in Palestina. Viene da Lifta, Gerusalemme e Ijzim, Haifa, e attualmente vive negli Stati Uniti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un rapporto riservato dell’UE denuncia l’ ‘apartheid’ giuridico in Cisgiordania

El País

Gerusalemme – 1 febbraio 2019

I rappresentanti europei sostengono che Israele sottopone i palestinesi a una “sistematica discriminazione”

L’adolescente Ahed Tamimi, icona della resistenza palestinese, è stata condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato nel 2017 un militare israeliano nella sua casa di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania. Il soldato Elor Azaria è rimasto dietro le sbarre per 14 mesi dopo essere stato condannato da un consiglio di guerra per aver giustiziato un aggressore palestinese a terra gravemente ferito nella città di Hebron (sud della Cisgiordania) nel 2016. Dopo mezzo secolo di occupazione i rappresentanti diplomatici dei 28 Paesi dell’UE constatano la “sistematica discriminazione giuridica” di cui sono vittime i palestinesi in Cisgiordania. In un rapporto riservato rivolto ai responsabili del Servizio Esteri a Bruxelles e al quale “El País” ha avuto accesso, gli ambasciatori a Gerusalemme est e a Ramallah chiedono che Israele riformi la giustizia militare per “garantire un processo e una sentenza equi in base alle leggi internazionali.”

I diplomatici che firmano il documento rappresentano governi che spesso divergono apertamente in merito al conflitto israelo-palestinese, che però concordano nel descrivere il modo di funzionare concreto dell’occupazione israeliana in Cisgiordania come un “regime duale”. Benché non figuri nel testo l’espressione apartheid giuridico, il suo contenuto dà conto di una giustizia segregata. “Il rapporto è una cartografia della situazione dei diritti nella cosiddetta Area C, sotto totale controllo israeliano e che rappresenta il 60% del territorio occupato, con una serie di raccomandazioni rivolte a Bruxelles sostenute da tutti i capi missione,” precisa una fonte europea a Gerusalemme.

Ai palestinesi vengono applicati la legge marziale e i regolamenti stabiliti da un dipartimento del ministero della Difesa, e sono sottoposti ai tribunali militari di “Giudea e Samaria”, denominazione biblica coniata in Israele per definire il territorio della Cisgiordania. Questi organi esecutivi e giudiziari si basano anche su norme ereditate dai precedenti poteri coloniali o amministrativi. Ci sono ancora in vigore leggi ottomane (per esempio per confiscare terre palestinesi apparentemente non coltivate), britanniche (per operare detenzioni amministrative, senza imputazioni e a tempo indefinito, che ora colpiscono circa 440 prigionieri) e persino giordane, quelle dell’amministrazione presente sul territorio fino al 1967, quando Israele occupò i territori palestinesi dopo la guerra dei Sei Giorni. Secondo il rapporto annuale dei tribunali militari israeliani del 2011, l’ultimo disponibile, i palestinesi sottoposti a processo penale sotto l’occupazione hanno una percentuale di condanne del 99,74%.

Documento riservato

Questo documento riservato dell’UE, con data 31 luglio scorso e che deve ancora essere preso in considerazione a Bruxelles, esamima la “la realtà di un’occupazione quasi permanente.” In Cisgiordania più di 2,5 milioni di palestinesi si vedono “privati dei loro diritti civili fondamentali” e devono far fronte a “numerose restrizioni della loro libertà di movimento.” Oltretutto da cinquant’anni l’economia palestinese è soggetta a un “sostanziale sottosviluppo”.

I rappresentanti diplomatici europei concordano nel difendere la soluzione dei due Stati come il percorso migliore verso una pace regionale. Riconoscono anche di comune accordo che lo sforzo della UE per “il processo di creazione di istituzioni statali e di sviluppo di un’economia palestinese sostenibile,” come prevedono gli accordi di Oslo del 1993, è compromesso dalle limitazioni giuridiche descritte nel rapporto, che tra i suoi destinatari ha anche i governi dei 28 Stati membri.

I 400.000 coloni ebrei che si sono stabiliti in Cisgiordania sono sottoposti solo alle leggi israeliane, in base ad uno status personale ed extraterritoriale. I 300.000 palestinesi che risiedono nell’Area C devono rispondere a una legislazione penale molto più rigida. Un colono deve comparire davanti a un giudice civile israeliano entro 24 ore, mentre un palestinese può essere portato davanti a una corte militare fino a 96 ore dopo.

I palestinesi vengono discriminati anche in materia di libertà civili, come quella d’espressione e di riunione, o di diritti urbanistici di edificazione. Le riunioni di più di 10 persone devono avere il permesso del comandante militare, che di rado lo concede. La pena per aver violato il divieto arriva fino a 10 anni di carcere. “Anche la riunificazione familiare, in particolare quando uno dei membri della famiglia ha doppia cittadinanza, palestinese e di un Paese europeo, viene resa difficile dalle autorità israeliane,” sottolinea la fonte europea consultata.

Tra il 2010 e il 2014 è stato concesso solo l’1,5% delle richieste di licenza edilizia presentate dai palestinesi nell’Area C della Cisgiordania. Di conseguenza più di 12.000 costruzioni sono state demolite in quanto accusate di essere illegali dagli amministratori militari dell’occupazione. L’Ue ha finanziato direttamente 126 progetti urbanistici palestinesi nell’Area C, dei quali sono 5 sono stati approvati da Israele.

I palestinesi della Cisgiordania sono soggetti a meccanismi (legali) sui quali non hanno nessun diritto di rappresentanza”, puntualizza il documento riservato europeo, “dato che i militari israeliani sono un’entità esterna che risponde solo a un governo straniero.” Nel giugno dell’anno scorso circa 6.000 palestinesi (di cui 350 erano minorenni, come Ahed Tamini) si trovavano rinchiusi in carceri situate in territorio israeliano come “prigionieri per questioni di sicurezza”, chiamati così perché si tratta di casi di “violenza di origine nazionalista.”

Diplomatici a Gerusalemme e a Ramallah

Il rapporto dei diplomatici dell’UE a Gerusalemme e Ramallah ritiene che Israele violi la legislazione internazionale per il fatto di spostare prigionieri e detenuti fuori dalla Cisgiordania, e nel contempo rende difficile il diritto di visita dei familiari.

Per delitti identici commessi nello stesso territorio esistono due diversi parametri giuridici. Le inchieste della polizia israeliana del “distretto di Giudea e Samaria” portano ad accuse formali contro coloni ebrei sono nell’8% dei casi di attacchi contro palestinesi o danni alle loro proprietà.

Secondo il giornale [israeliano] “Haaretz” il numero di “delitti dovuti al nazionalismo” commessi da abitanti delle colonie contro i palestinesi in Cisgiordania è aumentato di tre volte l’anno scorso, quando si sono registrati 482 incidenti di questo tipo, rispetto al 2017, durante il quale se ne sono contati 140. Nei due anni precedenti si era determinata una riduzione di questi attacchi in seguito alle conseguenze prodotte nel 2015 dalla morte di un bambino di 18 mesi, bruciato vivo, e dei suoi genitori in seguito a un attacco a Duma, località che si trova a nordest di Ramallah. Due giovani coloni sono in attesa di giudizio per questo attentato incendiario.

Il presidente Abbas volta le spalle alla società civile palestinese

Il rapporto dei capi missione europei presso l’Autorità Nazionale Palestinese che si trovano a Gerusalemme e a Ramallah è critico anche nei confronti del governo del presidente Mahmoud Abbas, che riceve dalla UE aiuti finanziari essenziali per la sua sopravvivenza. La politicizzazione del sistema giudiziario, gli arresti arbitrari (anche di giornalisti), gli abusi e le torture nei centri di detenzione e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici, tra le altre azioni del governo palestinese, ricevono le critiche del rapporto diplomatico dell’Unione. Il rais Abbas non è sottoposto a controllo parlamentare ed emana leggi attraverso decreti su una società civile molto giovane, ma limitata dall’egemonia del dirigente ottuagenario.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Vittoria del BDS: un gruppo musicale britannico boicotta l’Eurovisione perché si tiene in Israele

Palestine Chronicle

25 gennaio 2019

Un promettente gruppo britannico ha rifiutato di partecipare alla competizione musicale “Eurovisione” perché quest’anno verrà ospitata in Israele.

Confermando la sua decisione su Twitter, “The Tuts”, gruppo composto da tre ragazze, ha provocato una reazione da parte dei sostenitori di Israele.

Alcuni hanno persino cercato di insinuare che la scelta della band sia un esempio di antisemitismo, benché il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele abbia chiaramente affermato che la sua campagna intende protestare contro la continua occupazione militare della Palestina.

Ma il gruppo è stato anche elogiato in quanto consapevole delle violazioni dei diritti umani commesse da Israele e conscio dell’impatto che la sua partecipazione avrebbe sulla normalizzazione dell’occupazione.

Qualcuno ha invitato anche altri Paesi, compresa l’Irlanda, che ha esplicitamente sostenuto il BDS, a boicottare l’evento.

Da quando è stato annunciato che Israele avrebbe ospitato l’annuale evento transnazionale, gruppi culturali e giornalisti palestinesi stanno esortando a boicottare la competizione “Eurovisione” di quest’anno.

Una dichiarazione firmata dal Sindacato dei Giornalisti e da una rete di organizzazioni culturali palestinesi lo scorso anno ha chiesto:

“‘Eurovisione avrebbe’ tenuto la gara nel Sudafrica dell’apartheid?”

A settembre l’“European Broadcasting Union” [l’Unione Europea di Radiodiffusione”, ndtr.] (EBU) ha annunciato che la competizione si terrà a Tel Aviv e non a Gerusalemme, in seguito alle critiche internazionali e al timore del boicottaggio.

In Irlanda una campagna che chiede ai musicisti di boicottare “Eurovisione 2019” ha ottenuto anche l’appoggio di più di 60 personalità pubbliche, che considerano la partecipazione all’evento come un tradimento del popolo palestinese.

Israele, con il sostegno degli USA, ha a lungo accusato quanti appoggiano il BDS di essere antisemiti ed ha fatto pressione su governi e organismi stranieri perché si oppongano al movimento.

Nel 2017 Tel Aviv ha minacciato azioni contro Amnesty International dopo che quest’ultima ha lanciato una nuova campagna che chiede di mettere al bando i prodotti delle colonie.

Israele ha anche pubblicato una lista nera, che include Ong di Europa, Stati Uniti, Sud America e Africa, i cui dipendenti o membri hanno il divieto di ingresso in Israele a causa del loro presunto appoggio alla campagna del BDS.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La nuova “strada dell’apartheid” israeliana è molto più della semplice segregazione

Edo Konrad

16 gennaio 2019, +972

Israele sostiene che la nuova strada, che separa israeliani e palestinesi con un muro alto otto metri, decongestiona il traffico per i coloni aiutando al contempo i palestinesi a viaggiare in Cisgiordania. Chi la critica sostiene che aiuterà a creare enclave solo per israeliani, libere da ogni presenza palestinese.

La scorsa settimana Israele ha inaugurato una nuova strada segregata nella Cisgiordania occupata, con un enorme muro di otto metri che separa viaggiatori israeliani e palestinesi su entrambi i lati. Etichettata da chi la critica come la strada dell’apartheid, la motivazione ufficiale della “Route 4370” è decongestionare il traffico per i coloni israeliani che fanno i pendolari verso Gerusalemme e al contempo creare un nuovo modo di viaggiare tra il nord e il sud della Cisgiordania per i palestinesi.

Eppure, nonostante le ragioni dichiarate, i militanti contro l’occupazione e per i diritti umani sostengono che l’autostrada segregata è un ulteriore modo per creare in Palestina aree solo per israeliani – libere da ogni presenza palestinese. Ed è un segno che Israele, e gli israeliani, non vedono più la segregazione come qualcosa di cui vergognarsi.

Mentre in passato c’era un maggiore tentativo di nascondere la segregazione all’opinione pubblica israeliana, oggi essa è percepita come legittima,” afferma Efrat Cohen-Bar, un urbanista e architetto dell’ong “Bimkom” [associazione israeliana che sostiene una pianificazione urbana condivisa con la popolazione, anche quella palestinese, ndtr.]. “In un Paese in cui ogni giorno è proposta una nuova legge discriminatoria, una breve strada segregata non scandalizza nessuno.”

Il ministro della Sicurezza Pubblica Gilad Erdan ha definito l’autostrada “un esempio di capacità di creare la coesistenza tra israeliani e palestinesi proteggendo al contempo dalle attuali minacce alla sicurezza.”

Per Cohen-Bar l’autostrada non può essere disgiunta dal sistema complessivo di strade segregate in Cisgiordania, che spesso obbligano i palestinesi a utilizzare sottopassaggi per non disturbare il traffico dei coloni [che passano] sopra di loro. “L’autostrada 4370 dovrebbe essere vista nel contesto più ampio come una continuazione della politica (da parte di Israele) di separazione e della creazione di enclave solo israeliane.”

Agli occhi di Daniel Seidemann, avvocato e attivista che dirige l’Ong israeliana “Terrestrial Jerusalem” [Gerusalemme Terrena, associazione israeliana che studia l’impatto delle politiche sulla città, ndtr.] e che ha passato gli ultimi 20 anni a monitorare i mutamenti nel panorama della città, la Route 4370 ha anche una dimensione geopolitica. L’autostrada, afferma, è parte della strategia israeliana a lungo termine di “creazione di contiguità territoriale tra Gerusalemme e le colonie che la circondano,” soprattutto con la molto discussa area E1, la zona di 12 km2 che si trova tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim in Cisgiordania.

Per decenni Israele ha desiderato edificare colonie nell’area, collegando l’insediamento a Gerusalemme e dividendo concretamente in due la Cisgiordania.

Oltretutto, afferma Seidemann, la strada è solo il primo passo nel progetto israeliano di escludere i palestinesi dall’utilizzo della Route 1, parte della quale viene utilizzata sia dagli israeliani che dai palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò, ritiene, ha lo scopo di pregiudicare le possibilità di costituzione di uno Stato palestinese e di procedere con la progressiva annessione di ampie zone della Cisgiordania.

Netanyahu è impegnato in un indirizzo strategico per stabilire unilateralmente un confine di fatto tra Israele e la cosiddetta Palestina,” dice Seidemann. “La strada è stata aperta ora perché le politiche del primo ministro stanno finalmente prendendo forma. L’obiettivo finale è l’annessione dell’Area C [più del 60% dei territori occupati, in base agli accordi di Oslo sotto totale ma provvisorio controllo di Israele, ndtr.] della Cisgiordania con una minima presenza palestinese. Ciò è quello che stiamo vedendo succedere nella E1.”

La Route 4370 non è la prima autostrada segregata nei territori palestinesi occupati per uso esclusivo degli israeliani. Durante la Seconda Intifada Israele ha chiuso la Route 443, una seconda autostrada che unisce Gerusalemme alla zona di Tel Aviv, al traffico palestinese in seguito a una serie di casi di spari letali contro veicoli israeliani. Nel giugno 2007 gli abitanti di sei villaggi che si trovano nei pressi della Route 443 fecero richiesta all’Alta Corte di Giustizia israeliana di riaprire la strada ai palestinesi. Due anni e mezzo dopo, la corte stabilì che ai palestinesi doveva essere consentito di utilizzare la strada della Cisgiordania.

L’Alta Corte, almeno sulla carta, sentenziò che Israele doveva smettere di consentire solo agli israeliani di utilizzare la Route 443” continua Seidemann. “Questo caso è diverso. Non si tratta di una politica specifica, ma piuttosto di una scelta già ben ponderata da molto tempo. Riguarda la costruzione di infrastrutture separate e parallele per israeliani e palestinesi; questo tipo di cose non era mai stato fatto prima.”

La Route 4370 è stata concepita per creare un effetto domino,” dice Ahmad SubLaban, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani con sede a Gerusalemme “Ir Amim” [“Città di Persone”, Ong israeliana che si occupa delle politiche applicate a Gerusalemme, ndtr.]. “L’autostrada è parte di un puzzle che verrà terminato per collegare prima o poi Gerusalemme a Ma’ale Adumim, a Gush Etzion, alle colonie della zona di Ramallah e a quelle di Givat Ze’ev. Al momento il puzzle non è ancora stato completato.”

Per ora i cittadini israeliani che utilizzano la strada avranno un percorso più rapido dalle colonie della zona di Ramallah verso i quartieri ebraici di Gerusalemme, soprattutto durante l’ora di punta. A quelli che viaggeranno sul lato palestinese verrà impedito di entrare a Gerusalemme, anche se la nuova strada renderà effettivamente più breve il loro viaggio dalla zona di Ramallah alla parte meridionale della Cisgiordania.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’attivista israeliana che ha schiaffeggiato l’accusatore di Ahed Tamimi vuole un processo politico

Oren Ziv

14 gennaio 2019, +972

Yifat Doron afferma di aver schiaffeggiato il procuratore militare israeliano per difendere la sua amica. “Noi non veniamo puniti nello stesso modo dei palestinesi per aver commesso le stesse azioni.”

Pochi minuti prima che un tribunale militare israeliano condannasse la giovane Ahed Tamimi a otto mesi di carcere, un’attivista israeliana, Yifat Doron, si è avvicinata al procuratore militare, gli ha gridato: “Chi sei tu per giudicarla?” e ha dato uno schiaffo in testa al tenente colonnello.

Doron è stata rilasciata sulla parola solo due giorni dopo essere stata arrestata per aver schiaffeggiato il procuratore nel marzo dello scorso anno. A Tamimi non è stata concessa la libertà su cauzione per quattro mesi in attesa del processo, avendo anche lei schiaffeggiato un soldato israeliano qualche mese prima.

Ahed è palestinese. Yifat è israeliana. Ahed è stata giudicata dal sistema giudiziario militare israeliano. Yifat – nonostante avesse preso a schiaffi un ufficiale militare nella Cisgiordania occupata, proprio come Ahed – è stata processata in un tribunale civile all’interno di Israele.

Quando Israele occupò la Cisgiordania nel 1967 applicò sul territorio la legge militare. Tecnicamente, nel territorio occupato la legge militare ed il sistema giudiziario militare hanno giurisdizione ugualmente su palestinesi ed israeliani. Nella pratica, un palestinese ed un israeliano che commettano lo stesso identico reato nello stesso identico territorio sono soggetti a leggi differenti, a procedure giudiziarie differenti, vengono processati in tribunali differenti e godono di diritti e tutele differenti.

A differenza dello schiaffo di Ahed, che ha occupato i titoli dei giornali in tutto il mondo e a quanto pare ha messo in imbarazzo il sistema militare e l’orgoglio nazionale di Israele, non vi è stata una documentazione filmata del gesto di Doron.

Il suo processo, per aver aggredito un pubblico ufficiale in circostanze aggravate, è iniziato giovedì scorso presso la pretura di Gerusalemme. Il pubblico ministero chiede che venga incarcerata.

La scorsa settimana, fuori dall’aula a Gerusalemme, Doron ha detto che non intendeva fare una dichiarazione politica quando ha preso a schiaffi l’ufficiale israeliano l’anno scorso. “Per come la vedo io, è stata una reazione al fatto di vedere la mia amica in difficoltà.” Comunque, ha aggiunto, ciò che è seguito è stato un esempio di apartheid.

Noi non veniamo puniti nello stesso modo in cui vengono puniti i palestinesi per le stesse azioni”, ha spiegato.

Doron si rappresenta da sola al processo.

Poiché l’arresto è avvenuto in un contesto politico, non mi interessa entrare in qualunque genere di argomentazioni giuridiche”, ha detto a proposito della sua decisione di rinunciare all’avvocato. “Rappresenterò me stessa sul piano politico – mi intendo di politica.”

Il sistema giudiziario è uno degli strumenti principali usati da Israele per opprimere i palestinesi, ha aggiunto Doron, e spera di impostare il processo su questo. In particolare, spera di far luce sul diverso modo in cui sono trattati palestinesi e israeliani nei due separati sistemi giudiziari.

Doron ha detto che non si opporrà alla richiesta della procura di incarcerarla. “Ci sono persone che accettano pacificamente il carcere, come molti dei miei amici palestinesi, che fanno quotidianamente esperienza della realtà del carcere, sia personalmente che attraverso i propri cari.” Il carcere fa semplicemente parte della loro vita, spiega.

Negli ultimi anni Doron ha visitato il villaggio palestinese di Nabi Saleh quasi ogni settimana. Ha partecipato alle periodiche manifestazioni del villaggio contro l’occupazione ed è stata presente ai funerali degli abitanti palestinesi uccisi dalle forze israeliane per aver protestato contro l’espansione degli insediamenti illegali. Negli ultimi dieci anni, decine di persone di Nabi Saleh, compresi minori, sono state arrestate ed imprigionate per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni settimanali del villaggio.

In definitiva, l’importante è sostanzialmente stare accanto ai miei amici”, conclude Doron.

La prossima udienza del suo processo si terrà a settembre – tra otto mesi. A differenza di Ahed, che è rimasta in prigione in attesa del processo, Doron rimarrà in libertà fino ad allora.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)