I professionisti della salute devono prendere posizione e agire per Gaza adesso

Talal Ali Khan

13 maggio 2025 – Aljazeera

Ho trascorso a Gaza 22 giorni. Ho visto tanta morte e distruzione, ma anche un coraggio, una compassione e una dedizione incredibili. Non dobbiamo abbandonare i nostri colleghi che sono lì.

Avevo seguito attentamente per nove mesi la guerra genocida a Gaza, quando mi si è presentata l’opportunità di fare volontariato nel contesto di una missione medica organizzata dall’ONU, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Palestinian American Medical Association.

Essendo specializzato in nefrologia, una branca medica che si occupa di pazienti con malattie renali, ho capito che c’era un disperato bisogno di cure specialistiche a causa del collasso del sistema sanitario e dell’elevato numero di medici specializzati uccisi a Gaza.

Sentivo anche che fosse mio dovere, come musulmano, aiutare la popolazione di Gaza. L’Islam ci insegna che chiunque salvi una vita è come se avesse salvato l’umanità intera; prendersi cura degli altri è un atto religioso e opporsi all’ingiustizia è un obbligo morale.

Credo che i miei diplomi di laurea non siano semplicemente destinati a rimanere appesi alle pareti di uno studio climatizzato o permettermi di stare alla guida di una magnifica auto o vivere in un quartiere di benestanti. Sono una testimonianza del fatto che ho giurato di dedicare la mia competenza al servizio dell’umanità, di mantenere il massimo rispetto per la vita umana e di offrire le mie conoscenze mediche e la mia compassione a chi ne ha bisogno.

Così il 16 luglio sono partito per Gaza con alcuni colleghi.

Siamo entrati nella Striscia attraverso il valico di Karem Abu Salem. Siamo passati dalla prosperità, comfort e ricchezza della parte israeliana alla terribile distruzione, devastazione e miseria della parte palestinese. Abbiamo praticamente visto cos’è l’apartheid.

Durante il nostro breve viaggio attraverso la Striscia di Gaza meridionale per raggiungere la nostra destinazione a Khan Younis abbiamo visto molti edifici bombardati, danneggiati o distrutti. Case, scuole, negozi, ospedali, moschee… di tutto.

La quantità di macerie era raccapricciante. Ancora oggi non riesco a dimenticare gli scenari di distruzione che ho visto a Gaza.

Siamo stati ospitati all’ospedale Al-Nasser perché era troppo pericoloso stare in qualsiasi altro posto. Siamo stati accolti con tanta premura che mi sono sentito in imbarazzo. Eravamo visti come dei salvatori.

Ho curato pazienti con problemi renali, lavorato come medico di medicina generale e talvolta ho prestato assistenza al pronto soccorso durante eventi con moltissime vittime.

La dialisi richiede acqua pulita, materiali sterili, alimentazione elettrica affidabile, farmaci e attrezzature che devono essere sottoposte a manutenzione e sostituzione – niente di tutto questo era garantito a causa del blocco israeliano. Ogni seduta di dialisi era una sfida. Ogni ritardo aumentava il rischio di morte dei miei pazienti. Tanti sono morti – una realtà che ho faticato ad accettare, sapendo che in circostanze normali molti di loro avrebbero potuto essere salvati e vivere una vita normale.

Ricordo il volto sorridente di uno dei miei pazienti, Waleed, un giovane che soffriva di insufficienza renale causata da ipertensione precoce, una condizione che con l’accesso a cure adeguate avrebbe potuto essere gestita in modo appropriato.

La dialisi era l’ancora di salvezza per Waleed, ma non poteva sottoporsi a un numero adeguato di sedute a causa del blocco israeliano che causava una grave carenza di forniture mediche. La malnutrizione e il peggioramento delle condizioni di vita non hanno fatto che accelerare il suo declino.

Ricordo quanto era affannosa la sua respirazione, il suo corpo sovraccarico di liquidi e la sua pressione sanguigna pericolosamente alta. Eppure, ogni volta che lo vedevo Waleed mi accoglieva con un caldo sorriso, il suo spirito in qualche modo integro, sua madre sempre al suo fianco. Pochi mesi dopo la mia partenza da Gaza Waleed è morto.

Un altro mio paziente era Hussein, un uomo gentile, di buon cuore e molto rispettato. I suoi figli si prendevano cura di lui con amore e dignità.

Soffriva di grave ipokaliemia e acidosi: i livelli di potassio nel suo corpo erano pericolosamente bassi e l’acidità saliva fino a livelli tossici. Per affrontare la propria condizione aveva bisogno di farmaci di base: integratori di potassio e compresse di bicarbonato di sodio.

Si trattava di farmaci semplici, economici e salvavita, eppure il blocco israeliano non ne permetteva l’ingresso. Non riuscendo a trovare queste compresse Hussein è stato ricoverato più volte per un’integrazione di potassio per via endovenosa.

Nonostante l’immensa sofferenza Hussein restava gentile, coraggioso e pieno di fede. Quando parlava ripeteva sempre la frase Alhamdulillah (la lode a Dio). Ho saputo che è morto qualche settimana fa.

Waleed e Hussein dovrebbero essere qui: lieti, sorridenti, felici con le loro famiglie. Invece, sono diventati vittime dell’assedio e del silenzio. Queste sono due delle tante tragiche storie che conosco e a cui ho assistito. Tante vite meravigliose che avrebbero potuto essere salvate sono andate perdute.

Nonostante questa triste realtà i miei colleghi a Gaza continuano a fare tutto il possibile per i loro pazienti.

Questi sono medici oltraggiati in tutti i modi possibili. Non solo combattono le difficoltà quotidiane della vita come tutti gli altri palestinesi di Gaza, ma assistono anche agli orrori quotidiani di bambini decapitati, arti amputati, esseri umani totalmente ustionati e, a volte, dei corpi senza vita dei loro cari.

Immaginate di lavorare senza anestesia, con pochi antidolorifici e pochissimi antibiotici. Immaginate chirurghi che lavano con semplice acqua bambini sottoposti ad amputazioni senza sedazione e che cambiano senza antidolorifici le medicazioni di pazienti con ustioni diffuse in tutto il corpo.

Eppure questi eroi della sanità continuano ad andare avanti.

Uno degli infermieri con cui ho lavorato, Arafat, mi ha profondamente colpito. Viveva con diversi membri della famiglia in un rifugio di fortuna che non offriva alcuna protezione dagli elementi: il freddo invernale, il caldo torrido o la pioggia battente.

Pativa la fame, come tutti gli altri palestinesi di Gaza, e ha perso 15 kg in nove mesi. Ogni giorno percorreva dai 2 ai 3 km a piedi per andare al lavoro con sandali consumati, rischiando di essere bombardato dai droni o colpito dagli spari israeliani per strada.

Eppure il sorriso non abbandonava mai il suo volto. Si prendeva cura di oltre 280 pazienti in dialisi, trattandoli con cura, ascoltando attentamente le loro famiglie in ansia e incoraggiando i colleghi con un leggero umorismo.

Mi sentivo così piccolo accanto a eroi come Arafat. La sua resilienza e la sua perseveranza, così come quella dei suoi colleghi, erano incredibili.

Mentre ero a Gaza ho avuto l’opportunità di visitare l’ospedale Al-Shifa con una delegazione delle Nazioni Unite. Quello che un tempo era il più grande e vitale centro medico di Gaza era ridotto in rovina. L’ospedale, un tempo simbolo di speranza e guarigione, era diventato simbolo di morte e distruzione, della volontà di demolire l’assistenza sanitaria. È stato straziante vederne i resti carbonizzati e bombardati.

Sono rimasto a Gaza per 22 giorni. È stato un vero onore far visita e aiutare la popolazione resiliente di Gaza ricavandone lezioni di vita. Il loro instancabile coraggio e la loro determinazione mi accompagneranno fino alla morte.

Nonostante abbia assistito a ciò che non avrei mai potuto immaginare, non sentivo il bisogno di andarmene. Volevo restare. Tornato negli Stati Uniti ho provato un profondo senso di colpa per aver lasciato indietro i miei colleghi e i miei pazienti, per non essere rimasto, per non aver fatto abbastanza.

Nel provare questo dolore costante non riesco a comprendere come un crescente numero di persone si abitui ai resoconti quotidiani delle morti palestinesi e alle immagini di corpi straziati e bambini affamati.

Come esseri umani e come operatori sanitari non possiamo tacere su Gaza. Non possiamo rimanere in silenzio e passivi. Dobbiamo denunciare e agire contro la devastazione dell’assistenza sanitaria e gli attacchi ai nostri colleghi nella Striscia.

Sono già sempre meno gli operatori autorizzati a entrare a Gaza per missioni sanitarie. L’attuale blocco ha impedito l’arrivo di qualsiasi fornitura medica.

Come operatori sanitari dobbiamo mobilitarci per chiedere l’immediata cessazione dell’assedio e il libero accesso alle missioni mediche. Non dobbiamo smettere di offrirci come volontari per aiutare le équipe mediche in difficoltà a Gaza. Questi atti di denuncia e volontariato danno ai nostri colleghi a Gaza la speranza e il conforto di non essere stati abbandonati.

Non permettiamo che Gaza sia solo un simbolo di distruzione, che sia invece l’esempio di uno spirito incrollabile.

Alzatevi, parlate e agite: fate in modo che la storia ricordi non solo la tragedia, ma anche il trionfo della compassione umana.

Sosteniamo la dignità umana.

Diciamo a Gaza: non siete soli!

L’umanità è dalla vostra parte!

Le opinioni espresse in questo articolo sono dellautore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Talal Ali Khan

Talal Ali Khan è un medico statunitense, specialista in nefrologia.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La resistenza palestinese potrà sempre sopravvivere senza sostegno dall’esterno. E Israele?

Joseph Massad

13 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nonostante l’esultanza in Israele per i suoi recenti successi, le vittime palestinesi continueranno a lottare fino a quando il suo genocida regime suprematista ebraico non sarà completamente smantellato.

Negli ultimi due mesi, gli israeliani e i loro padroni americani hanno intensificato la campagna di sterminio a Gaza nella speranza di reprimere la resistenza palestinese allo stato di apartheid suprematista ebraico una volta per tutte.

Non essendo riusciti a ottenere nessuno dei loro obbiettivi dopo il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti e Israele ne hanno attribuito la responsabilità agli alleati della resistenza palestinese e agli aiuti militari che le hanno fornito.

Hanno cominciato a prendere di mira questi alleati nella convinzione che senza aiuto dall’esterno la resistenza palestinese si sarebbe dissolta e avrebbe cessato di esistere.

Ironicamente è invece Israele che, sin dalla sua fondazione nel 1948, non potrebbe sopravvivere economicamente o militarmente in assenza di massicce e costanti iniezioni di capitale finanziario, militare e diplomatico dall’occidente.

Israele infatti non può sopravvivere oggi senza questi enormi livelli di assistenza e protezione, senza i quali la colonia di insediamento collasserebbe nel giro di mesi.

Questo fatto è risultato più chiaro nell’ultimo anno, durante il quale Israele si è dimostrato una potenza militare di quart’ordine il cui unico risultato è stato di commettere un genocidio contro una popolazione civile.

Per raggiungere i suoi obbiettivi Israele ha fatto affidamento su di un livello monumentale di aiuto militare e di spionaggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Con il loro aiuto Israele è stato in grado di indebolire la resistenza libanese, fino ad un cessate il fuoco che finora ha violato più di 100 volte, e di ottenere una situazione di stallo con l’Iran.

A loro volta gli americani, con la Turchia e Israele, hanno avuto successo nell’aiutare a rovesciare il regime siriano, che era stato una manna per la resistenza palestinese e libanese. Gli israeliani hanno anche preso di mira funzionari iraniani e bombardato il consolato iraniano a Damasco, cosa che ha portato alla rappresaglia iraniana e a ulteriori bombardamenti israeliani sull’Iran.

Nel frattempo, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Israele ha ucciso e affamato in massa ancora di più i palestinesi nel nord di Gaza e ha intensificato i pogrom dei coloni e i raid dell’esercito, così come le invasioni di città e cittadine della Cisgiordania.

Ha anche aumentato la repressione contro i palestinesi imprigionati a Gerusalemme Est occupata, da ultimo imponendo nelle loro scuole un programma israeliano, razzista e anti-palestinese, e vietando il programma palestinese, in aggiunta alla requisizione di abitazioni e attività palestinesi a beneficio dei coloni ebrei.

Per quanto riguarda gli isolati cittadini palestinesi di Israele, il regime israeliano negli ultimi mesi ha anche emanato un certo numero di leggi che erodono i pochi diritti che ancora avevano sotto il sistema israeliano di apartheid.

L’ultimissima strategia israeliana e statunitense ambisce a cancellare dalla memoria le massicce sconfitte militari che gli israeliani hanno subito da quando Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood lo scorso ottobre.

Soprattutto essa ambisce a rafforzare la colonia di insediamento ebraica contro le costanti minacce militari poste dalla resistenza e imporre la volontà israeliana, non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo.

Resistenza palestinese

Adesso che gli Stati Uniti sono riusciti a rovesciare tutti i dittatori arabi che si sono degnati di respingere l’ordine di normalizzare i rapporti con Israele (o che hanno insistito su condizioni per la normalizzazione che Israele ha rifiutato) – Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Al-Assad – mentre hanno sostenuto tutti gli altri dittatori arabi che si sono sottomessi completamente alla loro volontà e dimostrano loro obbedienza – dal Marocco alla Giordania e all’Autorità Palestinese fino al Golfo – gli americani e gli israeliani sono certi che l’eliminazione della resistenza palestinese sia del tutto alla loro portata.

Questa percezione è basata sulla persistente convinzione ideologica da parte degli imperialisti Stati Uniti e del genocida Stato israeliano che la resistenza palestinese non sia generata dalla natura genocida e segregazionista del regime della colonia di insediamento israeliana, ma sia invece il risultato del supporto esterno che riceve.

Secondo questi miopi e autoreferenziali strateghi statunitensi e israeliani una volta distrutto tale supporto, anche la resistenza palestinese scomparirà.

Non sorprende che la loro ignoranza e il loro rifiuto di imparare dalla storia della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista e al dominio suprematista ebraico siano più ostinati che mai.

Che la resistenza palestinese sia cominciata negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, agli albori della colonizzazione ebraica e senza supporto esterno, sembra irrilevante per i crudeli e razzisti strateghi americani e israeliani.

In realtà a partire dal 1882 e per tutti gli anni ’90 del 1800 la resistenza contadina palestinese prese di mira tutte le colonie ebraiche, al punto che “non c’era quasi colonia ebraica che non entrasse in conflitto” con i contadini palestinesi autoctoni.

Il fatto che la resistenza palestinese sia continuata da allora, per la maggior parte del tempo non solo senza supporto esterno ma nonostante gli enormi aumenti nella quantità e qualità del supporto esterno per l’oppressore sionista dei palestinesi, non disillude questi strateghi di tale convinzione razzista, che sminuisce l’oppressione dei palestinesi come vero impulso alla loro resistenza.

Soli

A differenza del popolo palestinese i colonizzatori sionisti dalla fine del diciannovesimo secolo hanno sempre goduto del supporto di tutte le nazioni colonizzatrici europee e dell’impero statunitense nella repressione di ogni resistenza alla colonizzazione ebraica e all’apartheid.

Dopo la prima guerra mondiale i sionisti sono stati aiutati nei loro sforzi anche da regimi arabi e da alcune famiglie palestinesi ricche e possidenti che hanno collaborato sia con loro che con l’occupazione britannica del paese.

Fatta eccezione per alcuni volontari provenienti da oltreconfine, il popolo palestinese ha resistito alla colonizzazione sionista da solo e con tutta la propria forza, affrontando l’impero britannico e le bande sioniste negli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo nonostante il ricorso da parte di britannici e sionisti al terrorismo e a brutalità estreme contro questa popolazione prigioniera.

I contadini giordani rivoluzionari che hanno tentato di aiutare i palestinesi fornendo loro rifugio e hanno preso di mira gli interessi britannici in Giordania sono stati rapidamente repressi nella seconda metà degli anni ’30 dall’Emiro Abdullah di Giordania e dal suo esercito controllato dagli inglesi, il quale si è avvalso di 10 aerei delle forze aeree britanniche per bombardarli.

Il cosiddetto supporto dei pochi eserciti arabi che sono intervenuti il 15 maggio 1948 per fermare l’espulsione sionista di quasi 400.000 palestinesi – che era cominciata quasi sei mesi prima, il 30 novembre 1947 – e per salvaguardare quel 45 % di Palestina che gli imperi del nord avevano designato come Stato palestinese nel famigerato Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 – è stato del tutto controproducente.

Non solo questi eserciti arabi, male equipaggiati, erano in netta inferiorità numerica rispetto alle bande sioniste, addestrate ed equipaggiate meglio, ma essi hanno anche fallito nell’evitare l’espulsione per mano sionista di altri 360.000 palestinesi e hanno perso più di metà del 45 % di Palestina che avrebbero dovuto proteggere.

Tutte le terre che Abdullah, nel frattempo autoproclamatosi Re, è riuscito a tenere sono state annesse alla Giordania, secondo un piano elaborato in precedenza con i sionisti. Più tardi egli si è rifiutato di riconoscere il governo di tutta la Palestina istituito a Gaza nel settembre del 1948.

Anche i poteri imperiali hanno riconosciuto l’annessione israeliana del 78 % della Palestina e l’annessione di Abdullah del 18 %, che ha ribattezzato “Cisgiordania”. (Gaza è stata difesa dagli egiziani fino a quando non è stata conquistata due volte dagli israeliani, nel 1956 e di nuovo nel 1967, quando Israele se ne è infine impossessato).

Nel frattempo tutti le principali potenze imperiali e l’Unione Sovietica hanno sostenuto pienamente la conquista sionista del 1948 sia militarmente che diplomaticamente.

Per sostenere la conquista sionista della terra dei palestinesi, sono arrivati in Palestina piloti volontari ebrei inglesi e americani e brigate ebree sioniste internazionali da tutto il mondo occidentale. Molti volontari continuano a recarsi in Israele per contribuire a imporre ai palestinesi la supremazia ebraica e l’apartheid.

Perdere legittimità

Dal 7 ottobre 2023 anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono diventati a tutti gli effetti complici di Israele nel suo genocidio di palestinesi tuttora in corso – un genocidio che è supportato apertamente o tacitamente da tutti i regimi arabi, inclusa la collaborazionista Autorità Palestinese, con l’eccezione della libanese Hezbollah, del governo yemenita di Ansar Allah, di alcuni gruppi della resistenza irachena, del regime siriano recentemente caduto e dell’Iran.

Questi sostenitori di Israele palestinesi, arabi e occidentali hanno anche dato un contributo determinante alla protezione militare di Israele dalle ritorsioni da parte delle forze arabe della resistenza e dell’Iran e, nel caso dell’Autorità Palestinese, attuato una campagna di repressione dei resistenti palestinesi in Cisgiordania.

Allo stesso tempo i sostenitori dei palestinesi hanno lanciato una campagna per rendere sempre più difficile ai sostenitori e agli sponsor di Israele continuare ad aiutarlo nel suo genocidio in corso.

Sia presso le Nazioni Unite che presso la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale è stato emanato contro Israele un cospicuo numero di risoluzioni, sentenze e rinvii a giudizio, che gli Stati Uniti hanno tentato di neutralizzare con tutte le minacce e le sanzioni di cui sono capaci.

A questo si aggiunge il crescente successo del movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni nell’esercitare pressioni su paesi e imprese affinché ritirino i loro investimenti in Israele, come ha recentemente fatto la Norvegia.

Inoltre la perdita del sostegno da parte di una cospicua porzione dell’opinione pubblica occidentale, inclusi gli ebrei europei e americani, ha anch’essa contribuito all’indebolimento della legittimità della colonia d’insediamento genocida in circoli occidentali tradizionalmente filo-israeliani, i quali storicamente avevano fornito indispensabile aiuto.

Collasso inevitabile

Il bilancio degli ultimi 15 mesi presenta luci e ombre.

La debolezza militare, economica e diplomatica di Israele è stata smascherata, come la sua incapacità di fermare il proprio indebolimento quotidiano su tutti i fronti, tranne quello del genocidio.

Eppure, grazie al grande aiuto militare e finanziario dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Unione Europea, gli israeliani riescono a continuare a usare ogni barbarico metodo a loro disposizione per distruggere la resistenza palestinese.

La cosa che lascia perplessi gli strateghi americani e israeliani tuttavia è che la resistenza palestinese, la quale non ha ricevuto nessun aiuto militare o finanziario da alcuna fonte esterna all’indomani del 7 ottobre 2023, continua a resistere alla distruzione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante l’esultanza e i festeggiamenti in Israele per i suoi recenti successi, le sue vittime palestinesi continueranno a lottare fino al completo smantellamento del suo regime suprematista ebraico e genocida.

Alla luce di questi sviluppi è più probabile che sia il genocida Israele, e non la resistenza palestinese, a non essere più in grado di sopravvivere a causa del decrescente supporto dall’esterno e dell’isolamento internazionale.

Questo gli strateghi statunitensi e israeliani lo sanno bene, anche se rifiutano di prenderne atto.

Tutto l’orrore omicida che essi stanno infliggendo oggi alla regione araba non potrà che rimandare l’inevitabile collasso del genocida regime coloniale d’insediamento, ma non riuscirà a preservarne l’esistenza.

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




No Other Land: un duo di registi israeliano e palestinese lotta per denunciare l’apartheid mentre a Gaza infuria la guerra

Alex MacDonald

26 novembre 2024  Middle East Eye

Middle East Eye parla con Yuval Abraham e Basel Adra di minacce di morte, attacchi di squadracce e antisemitismo

A un certo punto del loro premiato documentario No Other Land il regista palestinese Basel Adra dice al suo co-regista israeliano Yuval Abraham di essere convinto che basteranno 10 giorni per scrivere e girare e avranno finito, e gli dice che è troppo impaziente di vedere la fine dell’occupazione della Cisgiordania da parte del suo Paese.

“Abituati a sbagliarti,” dice Adra, sardonicamente, ad Abraham, mentre girano in macchina per Masafar Yatta, un agglomerato di villaggi a sud di Hebron dove si trova casa sua. “Sei un fallito.”

Nel 2024, dopo 57 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e oltre tre quarti di secolo dopo la Nakba, la ‘catastrofe’ che ha visto la cacciata dalle loro case di oltre 700.000 palestinesi, sembra più difficile che mai credere che un altro articolo, un rapporto o un documentario possano finalmente spingere il mondo ad agire.

No Other Land è disseminato di filmati risalenti all’infanzia di Adra che riprendono il padre attivista fronteggiare i soldati e i coloni israeliani esattamente come avrebbe poi fatto suo figlio.

Sebbene possa sembrare difficile che il documentario, girato nel corso di cinque anni fino all’ottobre 2023, sarà la goccia che farà finalmente traboccare il vaso dell’occupazione, ha certamente suscitato forti reazioni, sia positive che negative.

Abraham e Adra, rispettivamente a Gerusalemme e a Masafer Yatta, hanno detto a Middle East Eye che è stato difficile gestire le ripercussioni seguite al loro film. “Mi hanno sorpreso le reazioni in Germania,” ha detto Abraham.

” La Germania dice di sostenere Israele e gli israeliani, ma in realtà sta sostenendo gli israeliani che credono nella continuazione dell’occupazione e che, in un certo senso, ripetono le politiche dei loro governi.”

A febbraio i due registi hanno vinto il premio per i documentari al film festival della Berlinale; nel discorso di accettazione Abraham ha citato le leggi dell’”apartheid” che lo segregano dal suo co-regista invocando la fine dell’occupazione.

Per tutta risposta vari politici tedeschi hanno bollato i suoi commenti come “antisemiti”, dopo di che ha ricevuto minacce di morte e squadracce di estrema destra hanno attaccato la casa della sua famiglia in Israele.

In seguito il portale ufficiale online della Berlinale ha citato le ” tendenze antisemite” di No Other Land sebbene il commento sia poi stato rimosso.

Abraham ha detto che in Germania l’ossessiva repressione dei comportamenti filo-palestinesi sta rendendo sempre più difficile la vita per israeliani ed ebrei come lui che vogliono vedere la fine dell’attuale guerra a Gaza.

“Questa visione semplicistica su cosa significhi sostenere gli israeliani o il popolo ebraico… diplomaticamente, finanziariamente, significa continuare a fare quello che mostriamo nel film, cioè continuare a operare per impedire uno Stato palestinese.

Credo che abbiano agito non solo contro i palestinesi, ma anche contro gli israeliani perché considero i due popoli connessi e credo che la sicurezza sarà sempre uno sforzo comune,” dice.

‘Una storia di potere’

Tuttavia la controversia all’uscita del film ha solo accresciuto l’interesse per i suoi protagonisti, gli abitanti di Masafer Yatta.

Per decenni le autorità israeliane hanno cercato di sfrattare circa 1000 palestinesi residenti a Masafer Yatta per creare una “zona di tiro” militare, un campo di addestramento per l’esercito israeliano. 

Le loro case sono situate nell’Area C della Cisgiordania che resta sotto la totale autorità di Israele ed è costellata di colonie, illegali ai sensi del diritto internazionale, i cui abitanti attaccano regolarmente i palestinesi, vandalizzando case e veicoli e sparandogli contro.

Adra ha detto che dopo le controversie in Germania ha organizzato un’importante proiezione del film nel suo villaggio natale.

“Volevano veramente vederlo dopo tutte le storie su quello che era successo alla Berlinale, gli attacchi contro di me e contro Yuval da parte dei media israeliani e tedeschi,” ha detto.

“A marzo abbiamo fatto un’importante proiezione nel cortile della scuola con una grande affluenza di centinaia di persone della comunità, giornalisti e attivisti solidali.”

Adra ha detto che, oltre a vedere la loro lotta sullo schermo, l’esperienza è stata piena di nostalgia per molti degli anziani che vedevano i vecchi filmati ripescati dagli anni ‘90.

Un momento particolarmente memorabile era stata la visita nel 2009 dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella sua qualità di inviato di pace In Medio Oriente. All’epoca la sua visita, vista con scetticismo dal padre di Adra, aveva garantito la sospensione della distruzione di uno dei villaggi a Masafer Yatta.

Seguendo la visita Adra commenta fuoricampo “questa è una storia di potere”.

“Oggi siamo delusi,” ha detto a MEE.

Le immagini del massacro a Gaza sono ovunque mentre anche la Cisgiordania occupata ha subito un intensificarsi di attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano, inclusi attacchi aerei – un’escalation che ha causato centinaia di morti.

“Eppure governi come quelli di Regno Unito, USA e Germania continuano a difendere Israele, sostenendolo e appoggiandolo,” ha detto Adra.

“Sono complici di occupazione, apartheid e genocidio a Gaza.”

“Fede” nel cinema

Per gli abitanti la lotta per proteggere le proprie case è stata sfinente e costosa, finanziariamente e fisicamente.

Una figura centrale del film è Harun Abu Aran, un abitante del villaggio rimasto completamente paralizzato quando un soldato gli sparò al collo mentre tentavano, inspiegabilmente, di confiscare un generatore.

Sua madre ha sempre cercato di accudirlo dentro la grotta in cui vivevano, occupandosi delle visite di giornalisti stranieri curiosi, lamentandosi delle condizioni inadeguate in cui era costretta a prendersene cura.

In coincidenza con la fine del film Abu Aran è morto per le ferite riportate.

“Porto una telecamera con me da quando ero un ragazzino… per filmare le prove, mostrarle e farle pubblicare,” ha detto Adra a MEE.

Ha detto che si è aggrappato alla “fede”, che se continuava a registrare e produrre le prove in modo che tutto il mondo vedesse, qualcuno finalmente avrebbe fatto qualcosa, che gli USA sarebbero riusciti a fare pressione su Israele.

Il 7 ottobre, poco dopo la fine delle riprese, c’è stato l’attacco di Hamas nel sud di Israele con l’uccisione di circa 1200 persone e la cattura di centinaia di israeliani portati come ostaggi a Gaza.

In risposta Israele ha lanciato un attacco devastante contro la Striscia di Gaza, uccidendo oltre 44.000 persone, causando lo sfollamento praticamente di tutta la popolazione e facendo sprofondare l’enclave nella fame, distruzione e disperazione.

“Per tutto lo scorso anno abbiamo guardato il genocidio in diretta sui nostri cellulari con tutti i video provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania… la situazione sul campo non fa che peggiorare,” ha detto Adra.

“E agli israeliani non importa delle pressioni internazionali, del diritto internazionale perché, sfortunatamente, gli USA li sostengono.”

La vita sta diventando più difficile anche per Abraham che fa parte del sempre più sparuto numero di israeliani che sostengono i diritti dei palestinesi, sgomento nell’assistere al fervore ultra-nazionalista e irredentista che ha sommerso il Paese in cui nessuna cifra di morti palestinesi sembra suscitare alcuna simpatia.

“Una sinistra israeliana c’è, al momento non rappresentata politicamente ed è molto piccola e sempre più perseguitata dal governo. Dal 7 ottobre lo spazio per le critiche si è veramente ristretto,” ha spiegato.

I recenti mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant sono stati pesantemente condannati in Israele, non solo dagli alleati politici ma anche dai leader all’opposizione.

Perfino Yair Golan, leader dei Democratici (una fusione del Partito laburista e di Meretz, di centro sinistra), li ha bollati come “vergognosi.”

“Io penso che la gente, specialmente nei paesi occidentali, voglia aggrapparsi alla speranza che se solo si sostituisse Netanyahu tutto migliorerebbe e ci sarebbe una soluzione politica, la soluzione dei due Stati, qualsiasi cosa,” ha detto Abraham.

“I partiti israeliani non sono intenzionati a esprimere neppure un minimo di critica verso il loro esercito nonostante la più alta Corte del mondo abbia definito crimini di guerra contro l’umanità le loro operazioni militari.”

Un atto di resistenza dall’interno

Masafer Yatta continua a respingere i tentativi di Israele per cancellarne l’esistenza. “È la nostra terra… ecco perché soffriamo per essa,” sono le parole di uno degli abitanti.

Lo scorso anno ha visto un’esplosione di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e Masafer Yatta non ha fatto eccezione.

Nel corso del weekend i coloni avrebbero attaccato la casa di un attivista locale nel villaggio di Tiwani e aggredito i suoi famigliari, ferendone due.

I soldati israeliani sono poi arrivati e invece di prendere di mira i coloni hanno sequestrato l’attivista.

Il film di Abraham e Adra presenta la Palestina alla vigilia di quella che è indubbiamente stata la maggiore crisi per i palestinesi dal 1967.

E con uno spazio per la resistenza palestinese che si è ridotto in Israele, nei territori occupati e, a quanto pare, anche in quasi tutto il resto del mondo, No Other Land sta combattendo un’ardua battaglia.

“Per noi il film è un atto di resistenza dall’interno e appena l’abbiamo finito volevamo farlo vedere il prima possibile,” conclude Adra.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




‘Tribunale di Umanità e Coscienza’- è stato istituito a Londra il Tribunale per Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

5 novembre 2024 Palestine Chronicle

Perché istituire un Tribunale del Popolo nonostante il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia? Perché l’ordine internazionale ha fallito il suo compito – la CIG, anche dopo aver definito genocidio le azioni di Israele, non riesce a far rispettare le sue sentenze.”

La scorsa settimana si è riunito a Londra un gruppo di celebri intellettuali, giuristi, artisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media e delle organizzazioni della società civile per istituire il Tribunale per Gaza – un’iniziativa indipendente con il ruolo di “tribunale di umanità e coscienza”.

Gaza rappresenta un punto di rottura nel percorso storico dell’umanità, in cui prevale un sistema globale basato sul potere, non sulla giustizia”, afferma il sito web del Tribunale per Gaza. “Alla luce di questa prospettiva l’esigenza di considerare ciò che accade a Gaza nella sua dimensione storica, politica, filosofica e giuridica sta diventando un compito urgente e necessario per l’umanità.”

Guidato da Richard Falk, esperto emerito di diritto internazionale ed ex relatore speciale per l’ONU sui territori palestinesi occupati, il Tribunale sta intraprendendo una via alternativa alla giustizia internazionale, intesa a dare risalto alle voci della società civile nell’analisi delle violenze conseguenti al conflitto esacerbatosi dopo l’operazione della resistenza del 7 ottobre.

Perché è necessario?

Benché la causa di genocidio contro Israele sia attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), l’iniziativa è considerata come un Tribunale del Popolo.

Il fallimento dell’ordine internazionale nell’adempiere al suo compito è esattamente il motivo per cui è necessario un tribunale del popolo. La Corte Internazionale di Giustizia, nonostante abbia definito come genocidio l’attuale guerra di Israele, non è in grado di far rispettare le proprie sentenze”, afferma il sito web.

Il Tribunale per Gaza, convocato a Londra per due giorni di iniziali incontri preparatori, ha riunito circa 100 partecipanti.

Chi è coinvolto?

Tra i partecipanti all’incontro di Londra vi erano: Ilan Pappe, Jeff Halper, Ussama Makdisi,Ayhan Citil, Cornel West, Avi Shlaim, Naomi Klein, Aslı Bali, Mahmood Mamdani, Craig Mokhiber, Hatem Bazian, Mehmet Karlı, Sami Al-Arian, Frank Barat, Hassan Jabareen, Willy Mutunga, Victor Kattan, and Victoria Brittain.

Tra le organizzazioni partecipanti figurano: Legge per la Palestina (Law for Palestine), la Rete delle ONG palestinesi per l’ambiente (the Palestinian Environmental NGOs Network), la Rete araba per la sovranità alimentare (the Arab Network for Food Sovereignty (APN), Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele (the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel), l’Organizzazione palestinese per i diritti umani (Palestinian human rights organization Al-Haq), BADIL, il Centro per i diritti umani Al-Mezan (Center for Human Rights), l’Associazione in sostegno dei prigionieri e dei diritti umani (the prisoner support and human rights group) Addameer, e il Centro Palestinese per i diritti umani (the Palestinian Center for Human Rights) (PCHR).

Quali sono i suoi obbiettivi?

Il Tribunale per Gaza ha due principali obbiettivi: uno particolare e uno universale. L’obbiettivo particolare è contribuire a porre termine il prima possibile ai tragici eventi e indicarne i responsabili alla coscienza pubblica.

L’obbiettivo universale è emettere una decisione fondata sui valori intellettuali e morali dell’umanità, tale da poter servire da punto di riferimento per impedire future atrocità in tutto il mondo. Soffermandosi sui complessi motivi per cui tali eventi possono accadere, e ancora accadono in questo momento della storia umana, il Tribunale intende spiegare perché l’umanità non sia stata capace di porre fine a tali atrocità /come l’umanità possa porvi fine.

Secondo il sito web “la legittimità del Tribunale deriva dal rivolgere l’attenzione alle annose ferite della questione palestinese, con un focus sulla attuale tragedia a Gaza.”

Il risultato

Il sito web afferma che il documento complessivo che verrà predisposto dal Tribunale dopo tutte queste ricerche e valutazioni colmerà un grave vuoto che le nazioni hanno lasciato e fungerà da linea guida per tutte le nazioni del mondo.

Come opera il Tribunale

Secondo il sito il Tribunale per Gaza principalmente è composto dal Comitato Presidenziale, dalla Grande Sezione e da 3 Sezioni specializzate, oltre che da sei Unità Amministrative e di supporto.

Operando come un tribunale di opinione [Organismo indipendente, non giurisdizionale come il “Tribunale Russell-Sartre”n.d.t.], la Grande Sezione del Tribunale sarà costituita da tutti i membri del comitato e da circa 10 persone invitate. Inoltre possono anche essere inclusi tra i membri della Sessione Pubblica giuristi, accademici, artisti e intellettuali che sono stati riconosciuti, ma non hanno fatto parte di queste sezioni. Le Sessioni Pubbliche prendono decisioni a maggioranza. E’ essenziale che l’opinione di ciascun membro sia riportata nella decisione ed ogni membro ha il diritto di scrivere valutazioni positive, negative o divergenti che vanno allegate alla decisione. 

Ogni sezione sarà composta da cinque o sei membri. Essi saranno scelti tra le persone autorevoli nei rispettivi ambiti di appartenenza. Le sezioni discuteranno e perverranno alle decisioni nell’ambito delle proprie specifiche aree di discussione, che comprendono la Sezione di Diritto Internazionale, la Sezione di Relazioni Internazionali e Ordine Mondiale e la Sezione di Storia, Etica e Filosofia.

Dato che lo scopo del Tribunale è quello di attirare l’attenzione sul genocidio in corso a Gaza, l’obbiettivo è che le sessioni di ogni sezione siano trasmesse dal vivo su canali di informazione internazionali come TRT World, Associated Press e Al Jazeera.

Sarà inoltre composto da Unità Amministrative e di Supporto.

Le Unità Amministrative assicurano l’efficiente e corretto funzionamento del Tribunale e garantiscono le condizioni necessarie per un equo processo decisionale. Le Unità di Supporto, create a discrezione del Comitato Presidenziale, facilitano le procedure che contribuiscono al raggiungimento degli obbiettivi del Tribunale.

Inclusività e Accessibilità

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che in una dichiarazione il Tribunale ha sottolineato il proprio impegno all’inclusività e accessibilità, invitando associazioni della società civile palestinese e persone colpite direttamente dal conflitto a presentare prove e testimonianze.

Questo ente, hanno affermato gli organizzatori, ha lo scopo di colmare un vuoto, concentrando l’attenzione sull’impatto umano delle politiche e delle azioni di Israele sui civili palestinesi.

Oltre ad occuparsi degli eventi recenti l’apparato giuridico del Tribunale integrerà i temi del colonialismo di insediamento e dell’apartheid, contestualizzando le sue conclusioni all’interno del pluridecennale conflitto israelo-palestinese e di eventi storici quali la Nakba del 1948 e l’occupazione dei territori palestinesi successiva al 1967.

Secondo gli organizzatori il Tribunale per Gaza “deriva il suo potere e la sua autorità non dai governi, ma dalle persone in generale e dai palestinesi in particolare ed usa l’accumulazione intellettuale e di coscienza dell’umanità con cui chiunque di buon senso può concordare e che può produrre giudizi e documenti che possono essere di riferimento per problemi futuri.”

Seconda fase

Secondo gli organizzatori la seconda fase del Tribunale per Gaza è programmata per maggio 2025 a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, in cui verranno condivise con il pubblico relazioni predisposte, testimonianze e bozze di dichiarazioni.

Nella sessione di Sarajevo si prevede che parlino rappresentanti di comunità colpite e testimoni esperti.

L’udienza principale del Tribunale, parte cruciale dell’iniziativa, è programmata per ottobre 2025 a Istanbul, Turchia.

A Istanbul un gruppo di esperti presenterà una bozza delle conclusioni e decisioni del Tribunale, comprendenti testimonianze e dichiarazioni di civili ed organizzazioni palestinesi colpiti dalla crisi.

Incessante genocidio

Ignorando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha incassato la condanna internazionale durante la sua continua e brutale offensiva a Gaza.

Attualmente sotto processo di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio nei confronti dei palestinesi, Israele ha scatenato una devastante guerra contro Gaza a partire dal 7 ottobre (2023).

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza sono stati finora uccisi 43.391 palestinesi e feriti 102.347.

Inoltre almeno 11.000 persone risultano scomparse, probabilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione ‘Diluvio di Al-Aqsa’ del 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che molti israeliani quel giorno sono stati uccisi da ‘fuoco amico’.

Milioni di sfollati

Organizzazioni palestinesi e internazionali dicono che la maggioranza degli uccisi e feriti sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia soprattutto al nord di Gaza, che ha condotto alla morte molti palestinesi, per la maggior parte bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di circa 2 milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, costringendo la grande maggioranza degli sfollati dentro la città meridionale densamente popolata di Rafah, vicino al confine con l’Egitto – in ciò che è diventato il più grande esodo di massa dalla Nakba del 1948.

Più avanti nel corso della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno cominciato a spostarsi dal sud verso il centro di Gaza in una continua ricerca di salvezza.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 




Un messaggio per gli ebrei che conosco e per gli ebrei che dovrebbero conoscere la verità

Salman Abu Sitta

29 ottobre 2024 – Middle East Monitor

È ora che veniate allo scoperto e prendiate posizione.

Al momento, in Occidente e in Israele, ci sono molti gruppi di ebrei che affermano di stare dalla parte della giustizia per i palestinesi in Palestina. Oscillano tra proporre un regime sionista, camuffato in panni pacifisti, a una prudente ma non significativa liberazione della Palestina.

Io vi dico: non potete continuare con questa altalena. Smettete di oscillare fra due estremi. Prendete posizione, proclamate la vostra lealtà a una tribù o a tutta l’umanità.

Non esistono una apartheid a metà, un’occupazione umana (come hanno sostenuto le macchine della propaganda), un compromesso tra l’assassino e la vittima, non esistono uccisioni o distruzioni giustificate.

Non nascondetevi dietro a slogan come “uguaglianza” o, in arabo, “musawa”, uno Stato Unico Democratico. Sono bustine che contengono una ricetta per un veleno.

L’occupante e l’assassino non hanno il diritto all’“autodifesa”. L’autodifesa non è un diritto di coloro che arrivano da oltreoceano per ammazzare e saccheggiare. L’autodifesa è il diritto del popolo di un Paese di difendersi contro gli invasori stranieri.

Non siete esseri umani giusti quando dite: ammazzate i bambini, ma non troppo, affamate la gente, ma tenete in vita qualcuno, metteteli in gabbia, ma con un guinzaglio lungo, distruggete gli ospedali, ma dategli cerotti.

Non potete mercanteggiare su quanta della loro terra rubata impossessarvi, metà o un po’ di più. Non predicate l’adesione alla “soluzione dei due Stati”. State semplicemente negoziando su quanta carne taglierete via dal corpo della Palestina.

Non accusate “le due parti”. State nascondendo il killer dietro la sua vittima.

Non potete offrire alla popolazione imprigionata una falsa libertà di parlare o respirare in base a quanto imposto dal carceriere e aspettarvi di essere applauditi.

Se siete un israeliano non potete vivere in Israele su una terra i cui proprietari vivono in un campo profughi.

Se siete un israeliano abbiate la decenza di non impiegare un lavoratore della Cisgiordania per coltivare per voi quello stesso campo che avete sottratto alla sua famiglia espulsa. Restituitegli ciò che è suo. 

Se siete un israeliano a Sderot che vive sulla terra del villaggio di Nejd i cui abitanti sono rifugiati a Gaza, a tre chilometri di distanza, non lamentatevi se vi tirano i tubi della cucina. Vi stanno dicendo che sono ancora qui e che non lasceranno la loro terra. 

Se siete un askenazita arrivato sui nostri lidi su una nave di trafficanti per uccidere, distruggere e derubare siete un codardo. Dovreste combattere i vostri compatrioti che vi hanno perseguitato dove vivevate. Non dovreste fare vela per un altro Paese per uccidere un popolo di cui non sapevate nulla, che non vi ha fatto del male.

Siate come i palestinesi: combattete con tutta la vostra forza l’aggressore, l’occupante, l’assassino.

Se non siete un attivista per la causa della giustizia state proteggendo l’assassino.

Rammentate che d’ora in poi la storia degli ebrei non sarà più ricordata per il dogma cristiano degli assassini di Gesù Cristo né per le atrocità dei nazisti, ma per le persistenti, continue e barbariche atrocità contro i palestinesi che rappresentano un genocidio durato finora più di 27.700 giorni.

Questo è un pesante fardello che potete scaricarvi dalle spalle mettendovi incondizionatamente dalla parte dei palestinesi.

I vostri migliori pensieri, il vostro latente concetto di giustizia che oscilla da zero a cento ha solo aiutato l’assassino.

Se siete veramente esseri umani giusti venite allo scoperto: unitevi alla resistenza palestinese, combattete l’aggressore sul campo, fianco a fianco con i palestinesi.

Questo è l’unico modo per ripristinare la giustizia.

La prova del nove per testare la vostra umanità è chiara: l’adempimento completo e senza restrizioni del Diritto al Ritorno con retribuzione, compensazione e risanamento delle perdite e dei danni materiali e immateriali, individuali e collettivi.

Tutto il resto è fuffa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Rupi Kaur, Sally Rooney e Judith Butler si uniscono al boicottaggio delle “silenti” istituzioni culturali israeliane

Imran Mullah

28 ottobre 2024-Middle East Eye

Autori vincitori del premio Nobel sono tra le centinaia di scrittori, editori e altri lavoratori del libro che boicottano le istituzioni culturali israeliane “complici” della guerra di Israele a Gaza.

Gli autori vincitori del premio Nobel Annie Ernaux e Abdulrazak Gurnah sono tra centinaia di scrittori, editori e altri lavoratori del libro che si sono impegnati a non lavorare con istituzioni culturali israeliane che sono “silenti osservatori della schiacciante oppressione dei palestinesi”.

In una lettera aperta, promossa dal Palestine Festival of Literature (PalFest) [Festival della letteratura palestinese] e pubblicata lunedì, i firmatari hanno affermato: “Non possiamo in buona coscienza impegnarci con le istituzioni israeliane senza interrogarci sulla loro relazione con l’apartheid e le espulsioni di popolazione”.

Ciò include istituzioni che “non hanno mai riconosciuto pubblicamente i diritti inalienabili del popolo palestinese come sanciti dal diritto internazionale”.

Sally Rooney, l’autrice del bestseller Normal People [da cui è stata tratta una serie televisiva di successo; traduzione italiana: Persone normali, Einaudi, ndt.], ha firmato la lettera, così come la famosa poetessa Rupi Kaur, che ha pubblicato originariamente la sua opera su Instagram. Tra i firmatari ci sono anche la vincitrice del Booker Prize Arundhati Roy e il famoso poeta palestinese Mohammed El-Kurd.

La lettera, che condanna le azioni di Israele a Gaza come genocidio, recita: “Invitiamo i nostri editori, redattori e agenti a unirsi a noi nel prendere posizione nel riconoscere il nostro coinvolgimento, la nostra responsabilità morale e a smettere di avere relazioni con lo Stato israeliano e con le istituzioni israeliane complici”. Tra gli altri firmatari figurano Jhumpa Lahiri, che ha vinto il premio Pulitzer nel 2000, e Kamila Shamsie, vincitrice del Women’s Prize for Fiction [Premio per la narrativa femminile] del 2018. Anche lo storico autore di bestseller William Dalrymple ha firmato la lettera, così come i giornalisti Owen Jones, Afua Hirsch e Pankaj Mishra, e l’accademica Judith Butler.

Divisioni nel mondo dell’editoria

“La cultura ha svolto un ruolo fondamentale nel normalizzare queste ingiustizie”, dice la lettera. “Le istituzioni culturali israeliane, spesso lavorando direttamente con lo Stato, sono state fondamentali nell’offuscare, mascherare e mistificare l’espropriazione e l’oppressione di milioni di palestinesi per decenni”.

UK Lawyers for Israel [avvocati britannici per Israele], un gruppo di difesa legale che sta attaccando il governo del Regno Unito per la sua sospensione parziale delle vendite di armi a Israele, ha inviato un’altra lettera a enti commerciali ed editori sostenendo che il “boicottaggio è chiaramente discriminatorio nei confronti degli israeliani”.

Gli ultimi mesi hanno visto forti divisioni nel mondo dell’editoria sulla guerra di Israele a Gaza.

A maggio l’Edinburgh International Book Festival (EIBF) [Festival internazionale del libro di Edimburgo] ha posto fine a una ventennale partnership con la società di gestione patrimoniale Baillie Gifford a causa della mobilitazione degli attivisti contro i legami di quest’ultima con le aziende tecnologiche e militari israeliane

Nello stesso mese la Society of Authors [Società degli Autori] del Regno Unito, il più grande sindacato del paese degli scrittori, illustratori e traduttori, ha votato di stretta misura per respingere una risoluzione a sostegno di un cessate il fuoco a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Questa è la prima guerra dell’apartheid di Israele?

Oren Yiftachel 

15 ottobre 2024 – +972 magazine

Tutt’altro che privo di una strategia politica, Israele sta combattendo per rafforzare il progetto suprematista che ha costruito per decenni tra il fiume e il mare.

Durante lo scorso anno molti hanno sostenuto che il disastro del 7 ottobre – il più grande massacro di civili israeliani nella storia del Paese – è stato un segnale del fatto che lo status quo di occupazione permanente è crollato. Sotto il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu Israele ha portato avanti una politica di “gestione del conflitto” a lungo termine per rafforzare l’occupazione e la colonizzazione delle terre palestinesi mentre conteneva la frammentata resistenza palestinese. Ciò implicava finanziare un Hamas “dissuaso”, che vari leader israeliani consideravano come “una risorsa”.

È vero che in seguito al 7 ottobre alcuni aspetti di questa strategia sono falliti, soprattutto l’illusione che il progetto nazionale palestinese potesse essere schiacciato, o che Hamas ed Hezbollah potessero essere tenuti a bada in assenza di un qualunque accordo politico. Anche il concetto secondo cui la colonizzazione ebraica potesse garantire la sicurezza lungo i confini e le frontiere di Israele, un mito sionista di lunga data, è stato distrutto: oltre al profondo trauma e al dolore sofferti da decine di comunità frontaliere ebraiche, circa 130.000 israeliani provenienti da più di 60 luoghi all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndt.] sono sfollati, e molti di loro lo sono tuttora.

Altri esperti hanno sostenuto che la guerra israeliana a Gaza, e ora in Libano, è priva di una strategia politica “per il giorno dopo”, ed è combattuta solo a favore della sopravvivenza politica di Netanyahu. Ma, diversamente dall’opinione popolare, un’analisi realistica dell’anno trascorso mostra che in questa guerra Israele continua a promuovere un obiettivo strategico inequivocabile: conservare e rafforzare il regime di supremazia ebraica sui palestinesi dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. In questo senso gli ultimi 12 mesi possono essere meglio compresi come la “prima guerra dell’apartheid” di Israele.

Mentre le precedenti otto guerre hanno tentato di creare un nuovo ordine geopolitico o sono state limitate a zone specifiche, l’attuale intende rafforzare il progetto politico suprematista che Israele ha costruito su tutto il territorio e che l’attacco del 7 ottobre ha sostanzialmente sfidato. Di conseguenza c’è anche un netto rifiuto di esplorare ogni via di riconciliazione o persino un cessate il fuoco con i palestinesi.

L’ordine suprematista di Israele, che una volta era definito “strisciante” e più di recente “apartheid profondo”, è storicamente ben radicato. È stato mascherato negli ultimi decenni dal cosiddetto processo di pace, promesse di una “occupazione temporanea” e affermazioni secondo cui Israele non aveva “partner” con cui negoziare. Ma negli ultimi anni la realtà del progetto di apartheid è diventata sempre più evidente, soprattutto sotto il governo di Netanyahu.

Oggi Israele non fa alcun tentativo di nascondere le sue intenzioni suprematiste. La legge dello Stato-Nazione del 2018 ha dichiarato che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico” e che “lo Stato vede lo sviluppo della colonizzazione ebraica come un valore nazionale.” Facendo un passo ulteriore, il manifesto dell’attuale governo israeliano (noto come i suoi “principi guida) nel 2022 ha affermato con orgoglio che “il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile a ogni area della Terra di Israele”, che, nel lessico ebraico, include Gaza e la Cisgiordania, e si impegna a “promuovere e sviluppare colonie in ogni parte della Terra di Israele”.

Lo scorso luglio la Knesseth ha votato con una maggioranza schiacciante il rifiuto della creazione di uno Stato palestinese. E quando Netanyahu parla all’ONU, come ha fatto due settimane fa, le cartine che mostra descrivono chiaramente questo progetto: uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, con i palestinesi destinati ad esistere ai margini invisibili della sovranità ebraica come abitanti di seconda o terza classe.

Ironicamente e tragicamente gli attacchi terroristici di Hamas e dei suoi alleati negli ultimi tre decenni, così come la loro retorica di negazione dell’esistenza di Israele e che propugna un futuro Stato islamico dal fiume al mare, sono stati invocati come pretesto per l’occupazione e l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. I massacri del 7 ottobre possono quindi essere criticati non solo come criminali e profondamente immorali, ma anche come una “ribellione boomerang”, che torna indietro per consentire una violenza brutale contro il popolo palestinese e danneggia gravemente la loro giusta lotta per la decolonizzazione e l’autodeterminazione. L’offensiva di Hezbollah nel nord ha aggiunto altra benzina al fuoco della ribellione boomerang, che a sua volta brucia chi l’ha perpetrata.

Reprimere i palestinesi, cementare la supremazia ebraica

Per oltre 75 anni Israele ha violentemente dominato, espulso ed occupato i palestinesi. Ma questa storia di oppressione impallidisce in confronto con le distruzioni operate contro i gazawi nell’ultimo anno, quello che molti esperti hanno definito un genocidio.

In seguito al “disimpegno” israeliano e a 17 anni di assedio soffocante contro l’enclave controllata da Hamas, agli occhi degli israeliani Gaza è diventata simbolo di una visione distorta della sovranità palestinese. Pertanto, molto più che combattere miliziani o cercare vendetta per il 7 ottobre, i massicci bombardamenti, la pulizia etnica e l’eliminazione della grande maggioranza delle infrastrutture civili della Striscia, compresi ospedali, moschee, industrie, scuole e università, da parte di Israele sono un attacco diretto alla possibilità della decolonizzazione e autodeterminazione dei palestinesi.

Nell’anno trascorso, immersi nella nebbia di questo massacro contro Gaza, anche l’occupazione coloniale della Cisgiordania ha accelerato. Israele ha introdotto nuove misure di annessione amministrativa; la violenza dei coloni si è ulteriormente intensificata con l’appoggio dell’esercito; sono stati fondati decine di nuovi avamposti, contribuendo all’espulsione delle comunità palestinesi; città palestinesi sono state sottoposte a chiusure che ne hanno soffocato l’economia; la repressione violenta della resistenza armata da parte dell’esercito israeliano ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla Seconda Intifada, soprattutto nei campi profughi di Jenin, Nablus e Tulkarem. La già tenue distinzione tra aree A, B e C è stata completamente cancellata: l’esercito israeliano agisce liberamente in tutto il territorio.

Nel contempo Israele ha accentuato l’oppressione dei palestinesi all’interno della Linea Verde e la loro condizione di cittadini di seconda classe. Ha intensificato le pesanti restrizioni sulla loro attività politica attraverso maggiori controlli, arresti, licenziamenti, sospensioni e vessazioni. I dirigenti arabi sono etichettati come “sostenitori del terrorismo” e le autorità stanno attuando un’ondata senza precedenti di demolizioni di case, soprattutto nel Negev/Naqab, dove nel 2023 il numero di demolizioni (che hanno raggiunto la cifra record di 3.283) è stata superiore al numero totale per gli ebrei in tutto lo Stato. Allo stesso tempo la polizia ha rinunciato del tutto ad affrontare il grave problema del crimine organizzato nelle comunità arabe. Quindi possiamo notare una strategia comune in tutti i territori controllati da Israele per reprimere i palestinesi e cementare la supremazia ebraica.

La crescente offensiva in Libano — che è stata lanciata per respingere i dodici mesi di aggressioni di Hezbollah contro il nord di Israele, ma ora sta diventando un attacco massiccio contro tutto il Libano — e lo scambio di colpi con l’Iran sembrano annunciare una fase nuova e a livello regionale della guerra. Ciò è chiaramente legato all’agenda geopolitica dell’impero americano, ma serve anche a distrarre l’attenzione dalla crescente oppressione dei palestinesi.

Un altro fronte della guerra dell’apartheid viene condotto contro gli ebrei israeliani che lottano per la pace e la democrazia. I continui tentativi del governo Netanyahu di indebolire la (già ridotta) indipendenza del potere giudiziario consentirà ulteriori violazioni dei diritti umani aumentando il potere dell’esecutivo, attualmente composto dalla coalizione più a destra che Israele abbia mai conosciuto. Stiamo già vedendo gli effetti della caduta di Israele in un governo autoritario. il Paese è invaso dalle armi grazie alla decisione del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di distribuire decine di migliaia di fucili, soprattutto a sostenitori del suprematismo ebraico che vivono nelle colonie della Cisgiordania o nelle aree di confine. Il ministro delle Finanze e governatore di fatto della Cisgiordania Bezalel Smotrich, lui stesso un colono irriducibile, ha destinato grandi somme di fondi pubblici per progetti di colonizzazione. E il governo ha di fatto messo a tacere ogni critica contro la guerra criminale di Israele scatenando gravi violenze poliziesche contro manifestanti antigovernativi e contro la guerra, incitando contro istituzioni accademiche, intellettuali e artisti e diffondendo discorsi tossici e accusatori contro i “traditori” di sinistra.

Una dimensione particolarmente rivoltante della guerra dell’apartheid è l’abbandono da parte del governo degli ostaggi rapiti da Hamas, il cui potenziale ritorno minaccia il governo mettendo in evidenza il fiasco del 7 ottobre. Nel contempo la loro presenza nei tunnel di Hamas impedisce al governo di continuare la sua criminale, e largamente inefficace, “pressione militare” a Gaza, che minaccia ogni possibilità che gli ostaggi ritornino vivi. Quindi, sfruttando la sofferenza e lo shock delle famiglie degli ostaggi, il governo consente che noi ci troviamo di fronte a un continuo stato di emergenza che preclude l’apertura di un’inchiesta ufficiale sulle negligenze che hanno portato ai massacri del 7 ottobre.

Un nuovo orizzonte politico

Guardando al futuro vale la pena di ricordare che l’apartheid non è solo un abisso morale e un crimine contro l’umanità, è anche un regime instabile, caratterizzato da continue violenze che non risparmiano nessuno e danni estesi per l’economia e l’ambiente.

Nonostante il considerevole appoggio che riceve tra gli ebrei in Israele e all’estero, e dai governi occidentali che scandalosamente ne garantiscono l’impunità, il regime israeliano è lungi dall’essere vittorioso nella sua prima guerra dell’apartheid. Le forze che gli si oppongono stanno crescendo non solo tra i palestinesi e nei Paesi arabi vicini, ma anche tra gli ebrei della diaspora e la più vasta opinione pubblica sia nel Nord che nel Sud globali. L’Israele dell’apartheid ha già perso la battaglia etica, ma perdere le alleanze internazionali, i rapporti commerciali, le prospettive economiche e i legami culturali e accademici potrebbe obbligare il governo a porre fine alla guerra per la supremazia ebraica.

Eppure questo non è un risultato inevitabile. Richiede una significativa mobilitazione globale per imporre le leggi internazionali, così come un’alleanza tra ebrei e palestinesi che sfidi e rompa l’ordine dell’apartheid di separazione, segregazione e discriminazione legalizzate. La lotta necessaria è civile e non violenta: lotte simili contro i regimi di apartheid in tutto il mondo come in Irlanda del Nord, nel Sud degli Stati Uniti, in Kosovo o in Sudafrica hanno avuto successo quando hanno abbandonato la violenza che prendeva di mira i civili e si sono concentrate su campagne civiche, politiche, legali ed etiche.

La lotta richiede anche un orizzonte politico che risponda ai continui fallimenti della divisione della terra tra il fiume e il mare. Il movimento per la pace “Una Terra per Tutti: due Stati una Patria”, un’iniziativa unitaria tra israeliani e palestinesi, ha articolato tale visione basata sull’uguaglianza individuale e collettiva. Questo modello confederale di due Stati, con libertà di movimento, istituzioni comuni e una capitale condivisa, può offrire un’uscita dal crescente apartheid e contribuire a disegnare un orizzonte verso un futuro di riconciliazione e pace. Solo l’adozione di tali prospettive può garantire che la prima guerra dell’apartheid sia anche l’ultima.

Il professor Oren Yiftachel è un ricercatore di geografia politica e giuridica e attivista per i diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli esperti delle Nazioni Unite avvertono che l’ordine internazionale è in bilico ed esortano gli Stati a conformarsi al parere consultivo della Corte internazionale di giustizia

18 settembre 2024 – Alto commissario dell’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite

GINEVRA (18 settembre 2024) – A più di 50 giorni dalla pronuncia dello storico parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (CIG) in cui si dichiara illegittima l’occupazione israeliana del territorio palestinese, gli esperti delle Nazioni Unite* avvertono che l’edificio del diritto internazionale è in bilico, con la maggior parte degli Stati che non adotta misure significative per rispettare i propri obblighi internazionali, ribaditi nella sentenza. Offrendo specifici punti di azione per gli Stati che garantirebbero il rispetto del parere della CIG e del diritto internazionale, un gruppo di esperti ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Sono trascorsi oltre 50 giorni da quando la Corte internazionale di giustizia ha emesso uno storico parere consultivo. La Corte internazionale di giustizia ha dichiarato l’occupazione israeliana del territorio palestinese, che comprende la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e la Striscia di Gaza, come illegale ai sensi del diritto internazionale e ha sottolineato che le azioni di Israele equivalgono ad annessione. Il parere ha osservato che le azioni di Israele includono il trasferimento forzato, la discriminazione razziale e la segregazione o apartheid, e una violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Particolarmente allarmante è l’impatto di queste violazioni su generazioni di bambini palestinesi e gli effetti sproporzionati su donne, persone con disabilità e anziani. La Corte ha ribadito che la realizzazione dell’autodeterminazione non può essere lasciata a negoziati bilaterali tra due parti diseguali e asimmetriche: l’occupante e l’occupato. Ha chiesto a Israele di cessare immediatamente le sue attività di colonizzazione di insediamento illegali e di ritirarsi da queste aree il più rapidamente possibile. Ancora più importante, la Corte ha fornito indicazioni inequivocabili in merito alle responsabilità degli Stati e delle organizzazioni internazionali in relazione all’occupazione illegale di Israele.

Nonostante queste inequivocabili direttive, gli Stati rimangono paralizzati di fronte al cambiamento radicale rappresentato dalla sentenza della Corte e sembrano non voler o non essere in grado di adottare le misure necessarie per adempiere ai propri obblighi.

Gli attacchi devastanti contro i palestinesi in tutto il territorio palestinese occupato dimostrano che continuando a chiudere gli occhi sulla terribile situazione del popolo palestinese la comunità internazionale sta alimentando la violenza genocida. Gaza rimane sotto assedio e bombardamenti intensi, con case, scuole, ospedali e campi profughi densamente popolati che ospitano migliaia di persone regolarmente attaccati. L’entità della conseguente distruzione ambientale e contaminazione a Gaza deve ancora essere pienamente valutata. La portata della distruzione del paesaggio e del tessuto urbano palestinese, comprese scuole e università, ospedali, violazioni di alloggi, terreni e proprietà, inquinamento e degrado dell’ambiente e sfruttamento delle risorse naturali è estrema a Gaza e si sta diffondendo nel resto del territorio occupato, provocando accuse di distruzione totale di case, città, scuole, sistema sanitario, genocidio culturale e, più di recente, ecocidio. Sono in aumento la violenza estrema e le intimidazioni contro i palestinesi in Cisgiordania, nonché gli attacchi militari contro le città di Jenin, Nablus, Tulkarem Tubas e nelle aree rurali dove i palestinesi praticano la pastorizia.

Gli Stati devono agire ora. Devono ascoltare le voci che li invitano ad agire per fermare gli attacchi di Israele contro i palestinesi e porre fine alla sua occupazione illegale. Tutti gli Stati hanno l’obbligo legale di conformarsi alla sentenza della Corte internazionale di giustizia e devono promuovere l’adesione alle norme che proteggono i civili. Pertanto, gli Stati dovrebbero:

1. Rivedere immediatamente tutte le interazioni diplomatiche, politiche ed economiche con Israele per garantire che non sostengano o forniscano aiuti o assistenza alla sua presenza illegale nel territorio palestinese occupato.

2. Astenersi dal riconoscere o adottare misure per annullare qualsiasi riconoscimento di qualsiasi cambiamento nel carattere fisico o nella composizione demografica, nella struttura istituzionale o nello status del territorio palestinese occupato, comprese le relazioni con Israele previste dai trattati e mentre agiscono come membri di organizzazioni internazionali.

3. Adottare tutte le misure per garantire che il popolo palestinese nel territorio palestinese occupato possa esercitare e realizzare pienamente il proprio diritto all’autodeterminazione, anche tramite il riconoscimento dello Stato di Palestina.

4. Imporre un embargo totale sulle armi a Israele, bloccando tutti gli accordi sulle armi, le importazioni, le esportazioni e i trasferimenti, compresi gli apparati a duplice uso che potrebbero essere utilizzati contro la popolazione palestinese sotto occupazione.

5. Vietare l’ingresso nel loro territorio e nei loro mercati di beni e servizi derivanti sia dalla colonizzazione del territorio palestinese occupato sia da altre attività illecite che potrebbero essere dannose per i diritti dei palestinesi, e adottare misure per etichettare e consentire l’ingresso di beni e servizi provenienti da individui ed entità palestinesi nel territorio occupato.

6. Annullare o sospendere relazioni economiche, accordi commerciali e relazioni accademiche con Israele che potrebbero contribuire alla sua presenza illecita e al regime di apartheid nel territorio palestinese occupato.

7. Imporre sanzioni, tra cui il congelamento dei beni, a individui, entità tra cui aziende, società e istituzioni finanziarie israeliane, coinvolte nell’occupazione illecita e nel regime di apartheid, nonché a qualsiasi entità e individuo straniero o nazionale soggetto alla loro giurisdizione che fornisca beni e servizi che potrebbero aiutare, assistere o consentire l’occupazione e l’apartheid.

8. Impedire a tutti i loro cittadini che hanno la doppia cittadinanza con Israele di prestare servizio nell’esercito israeliano o in altri servizi che contribuiscono al regime di occupazione e apartheid o di acquistare o affittare proprietà ovunque nel territorio palestinese occupato.

9. Indagare e perseguire gli individui che ricadono nella loro giurisdizione che sono coinvolti in crimini nei territori palestinesi occupati, compresi i cittadini con doppia cittadinanza che prestano servizio nell’esercito israeliano, compresi i mercenari o coloro che sono coinvolti nella violenza dei coloni.

10. Abrogare la legislazione e le politiche che criminalizzano e penalizzano la difesa dei diritti dei palestinesi all’autodeterminazione e all’opposizione non violenta all’occupazione e all’apartheid di Israele, incluso il sostegno al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

11. Diffondere ampiamente le conclusioni della Corte, assicurando che lo status di occupazione della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e la Striscia di Gaza, e l’illegalità della presenza di Israele trovino spazio nei documenti pubblici e nei sistemi educativi.

12. Presentare osservazioni alla CPI in modo che indaghi sui crimini internazionali inclusi nel parere della CIG.

13. Convocare Assemblee generali degli Stati parti ai sensi dello Statuto di Roma o della Quarta Convenzione di Ginevra, per garantire la piena conformità da parte di tutte le parti in Palestina e Israele al diritto internazionale umanitario e al diritto penale internazionale.

14. Garantire la piena protezione dei palestinesi, in particolare donne, bambini, persone con disabilità e anziani, istituendo una presenza protettiva e garantendo un accesso sicuro e completo a esperti e meccanismi indipendenti incaricati di monitorare e investigare sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini internazionali nei territori palestinesi occupati.

È necessaria un’azione decisa. Di fronte all’inazione irresponsabile della maggior parte dei governi, ora spetta alle organizzazioni della società civile e alle istituzioni nazionali per i diritti umani mobilitarsi e chiedere ai loro Stati di conformarsi al fondamentale parere consultivo della Corte internazionale di giustizia. È tempo di bussare alle porte di ogni leader politico e funzionario ministeriale responsabile in tutto il mondo per porre fine all’occupazione illegale, all’apartheid, all’oppressione e all’assalto di Israele contro il popolo palestinese e, in ultima analisi, garantire verità, giustizia e responsabilità. Lo dobbiamo soprattutto alle donne e ai bambini che sono stati colpiti in modo sproporzionato dall’attuale catastrofe.

Non agire ora mette a repentaglio l’intero edificio del diritto internazionale e della legalità negli affari mondiali. Il mondo è in bilico sul filo di un rasoio: o viaggiamo collettivamente verso un futuro di pace e legalità giuste, o precipitiamo verso l’anarchia e la distopia, e un mondo in cui è la forza a determinare il diritto”.

*Gli esperti: Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967; Balakrishnan Rajagopal, Relatrice speciale sul diritto a un alloggio adeguato; Tlaleng Mofokeng, Relatrice speciale sul diritto di ogni individuo al godimento del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale; Farida Shaheed, Relatrice speciale sul diritto all’istruzione; George Katrougalos, Esperto indipendente sulla promozione di un ordine internazionale democratico ed equo, Nicolas Levrat, Relatore speciale sulle questioni delle minoranze; Cecilia M Bailliet, Esperta indipendente sui diritti umani e la solidarietà internazionale; Irene Khan, Relatrice speciale sul diritto alla libertà di opinione ed espressione; Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione; Tomoya Obokata, Relatrice speciale sulle forme contemporanee di schiavitù, comprese le sue cause e conseguenze; Alexandra Xanthaki, Relatrice speciale nel campo dei diritti culturali, Heba Hagrass, Relatrice speciale sui diritti delle persone con disabilità; Ashwini K.P. Relatrice speciale sulle forme contemporanee di razzismo, xenofobia e intolleranza correlata; Olivier De Schutter, Relatore speciale sulla povertà estrema e i diritti umani; Pedro Arrojo Agudo, Relatore speciale sui diritti umani all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari; Paula Gaviria Betancur, Relatrice speciale sui diritti umani degli sfollati interni; Michael Fakhri, Relatore speciale sul diritto al cibo; Reem Alsalem, Relatrice speciale sulla violenza contro le donne e le ragazze, le sue cause e conseguenze; Marcos A. Orellana, Relatore speciale sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e dello smaltimento ecologicamente corretti di sostanze e rifiuti pericolosi, Richard Bennett, Relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Barbara G. Reynolds (Presidente), Bina D’Costa, Dominique Day, Gruppo di lavoro di esperti sulle persone di discendenza africana; Mary Lawlor, Relatrice speciale sulla situazione dei difensori dei diritti umani; Sig.ra Fernanda Hopenhaym (Presidente), Sig.ra Pichamon Yeophantong, Sig. Damilola Olawuyi, Sig. Robert McCorquodale e Sig.ra Lyra Jakulevičienė, Gruppo di lavoro sulla questione dei diritti umani e delle società transnazionali e altre imprese commerciali; Laura Nyirinkindi (Presidente), Claudia Flores (Vicepresidente), Dorothy Estrada Tanck, Ivana Krstić e Haina Lu, Gruppo di lavoro sulla discriminazione contro le donne e le ragazze; Geneviève Savigny, presidente-relatrice, Carlos Duarte, Uche Ewelukwa, Shalmali Guttal, Davit Hakobyan, Gruppo di lavoro sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali.

Relatori speciali, esperti indipendenti e gruppi di lavoro fanno parte di ciò che è noto come Procedure speciali del Consiglio per i diritti umani. Procedure speciali, il più grande organismo di esperti indipendenti nel sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, è il nome generale dei meccanismi indipendenti di indagine e monitoraggio del Consiglio che affrontano situazioni specifiche di paesi o questioni tematiche in tutte le parti del mondo. Gli esperti delle Procedure speciali lavorano su base volontaria; non sono personale delle Nazioni Unite e non ricevono uno stipendio per il loro lavoro. Sono indipendenti da qualsiasi governo o organizzazione e prestano servizio a titolo individuale.

Per ulteriori informazioni e richieste dei media, contattare – HRC-SR sui diritti umani in oPT hrc-sr-opt@un.org

Per richieste dei media relative ad altri esperti indipendenti delle Nazioni Unite, contattare Dharisha Indraguptha (dharisha.indraguptha@un.org) o John Newland (john.newland@un.org)

Segui le notizie relative agli esperti indipendenti per i diritti umani delle Nazioni Unite su Twitter: @UN_SPExperts

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Festival del cinema di Venezia: la regista ebrea Sarah Friedland elogiata per il discorso di solidarietà alla Palestina

Mera Aladam

9 settembre 2024 – Middle East Eye

La regista americana ha detto che stava ricevendo il premio Luigi De Laurentiis per il miglior primo film nel ‘336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione’

Su internet molte persone hanno manifestato apprezzamento alla regista ebrea americana Sarah Friedland dopo che al festival del cinema di Venezia ha espresso solidarietà con i palestinesi nel bel mezzo dell’attuale guerra a Gaza.

Friedland, che sabato ha vinto il Leone del Futuro – Premio ‘Luigi de Laurentiis’ a Venezia per un film d’esordio e il premio Orizzonti per la miglior regia per il suo film Familiar Touch – ha detto che stava ricevendo il premio nel “336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione.”

Credo che come registi abbiamo la responsabilità di utilizzare le piattaforme istituzionali con cui lavoriamo per rimediare all’impunità di Israele a livello mondiale”, ha proseguito la regista, tra gli applausi e le acclamazioni del pubblico.

Di lì in poi vi è stata un’ondata di gradimenti online per Friedland, la cui affermazione è diventata virale sui social media.

Gran bel modo di utilizzare la tua piattaforma”, ha detto lo studioso americano islamico Omar Suleiman in un post su X, già conosciuto come Twitter.

Sarah Friedland merita un altro premio mondiale per il suo coraggio senza precedenti di schierarsi dalla parte dei palestinesi oppressi”, ha scritto un altro utente.

Diversi utenti si sono detti interessati a vedere il suo film, in particolare un post afferma: “Dobbiamo sostenere quei pochi coraggiosi che si esprimono apertamente in un’industria [quella dei social media, ndt] che vergognosamente ostracizza chi si oppone all’apartheid e al genocidio israeliani.”

Parecchi utenti hanno definito il discorso di Friedland “coraggioso”, riferendosi alle potenziali reazioni che avrebbe ricevuto. Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza artisti, attivisti per i diritti e altri personaggi pubblici hanno detto di essere stati messi a tacere e di aver subito censure per aver espresso sentimenti filo palestinesi.

Sapeva delle terribili e infamanti accuse che le avrebbero lanciato contro quando ha preso posizione e lo ha fatto ugualmente”, ha scritto su X un utente.

La scrittrice e giornalista pachistana Fatima Bhutto ha detto: “Sarah Friedland ha letteralmente più cuore e fegato di chiunque in tutta Hollywood”.

Le parole di Friedland giungono nel momento in cui la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza si avvicina a compiere un anno.

Secondo funzionari palestinesi dal 7 ottobre sono state uccise almeno 41.000 persone a Gaza, anche se questa è considerata una stima prudente.

A luglio esperti hanno dichiarato in una lettera alla rivista medica The Lancet che il reale numero di vittime palestinesi uccise a Gaza potrebbe essere superiore a 186.000.

Reazioni contro Friedland

Alcuni utenti di social media e scrittori hanno condannato le parole di Friedland, definendola una “ebrea che odia sé stessa”, una “ebrea assimilata privilegiata” e altri insulti razzisti.

In una lettera aperta a Friedland il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini la ha criticata “per essere diventata uno strumento di propaganda di Hamas”.

No, Sarah Friedland, non sei coraggiosa. Sei parte della mentalità del gregge, della sua moda”, ha scritto Yemeni in un pezzo pubblicato su Ynet. “Se ci sono sempre più voci come la tua, di odio per Israele, la Jihad nel mondo diventerà più forte – e poi verranno anche da te. Non c’è immunità per chi ha sostenuto Hamas, come non c’è immunità per i musulmani, che sono le principali vittime della Jihad.”

Molti utenti hanno risposto a queste critiche dicendo che “Sarah è dalla parte giusta della storia.”

Non è la prima volta che la regista vincitrice del premio si è schierata per la causa palestinese.

All’inizio di quest’anno, durante le festività della pasqua, Friedland ha pubblicato un post su X dicendo di aver “passato la seconda notte di pasqua in arresto insieme a centinaia di altri ebrei antisionisti ad un Seder (pasto rituale) improvvisato davanti alla porta di Schumer [leader maggioranza democratica al Senato, l’ebreo con la più alta carica istituzionale negli USA, n.d.r.] chiedendo l’interruzione dei finanziamenti USA al genocidio e il disinvestimento da Israele.”

Friedland si è anche unita alle proteste pro Palestina fin dall’inizio della guerra lo scorso anno. In un caso si è unita a 1.500 ebrei antisionisti che hanno bloccato il ponte di Manhattan a New York, chiedendo un cessate il fuoco permanente a Gaza e la fine dell’occupazione di Israele.

MEE ha contattato Friedland per un commento.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)