Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Sfollamenti senza fine: la tragedia delle espulsioni forzate a Tulkarem e Jenin

Fayha Shalash – Ramallah

24 aprile 2025 – Palestine Chronicle

Decine di migliaia di palestinesi continuano a subire sfollamenti e perdite a Tulkarem e in altri campi profughi della Cisgiordania settentrionale sotto la continua aggressione militare israeliana.

Tasneem Sleit continua a patire le sofferenze dello sfollamento dopo essere stata espulsa con la sua famiglia dalla loro casa nel campo di Tulkarem, come decine di migliaia di altri palestinesi.

L’aggressione militare israeliana contro i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale è in corso da tre mesi, senza che se ne veda una fine.

Tutti i residenti dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfrattati con la forza dalle loro case e centinaia di queste abitazioni sono state demolite nell’ambito di un piano più ampio per cancellare i campi profughi e alterarne completamente la struttura con il pretesto di eliminare le cellule della resistenza armata.

Oltre 40.000 sfollati da questi campi vivono in condizioni difficili, senza alcun sostegno palestinese ufficiale. Più della metà di loro si è stabilita in centri, residenze e locali pubblici nelle città di Jenin e Tulkarem, soffrendo per la mancanza di aiuti e un futuro incerto.

Non c’è disperazione più grande

Il 27 gennaio un aereo israeliano ha bombardato un obiettivo nel campo di Tulkarem uccidendo due palestinesi. In quel momento, Tasneem si trovava fuori dalla sua casa, nel quartiere di al-Madaris, e non è riuscita a rientrarvi a causa di un raid su larga scala dell’esercito israeliano.

Da allora Tasneem non ha più visto la sua casa. Lei e suo marito sono stati costretti a prendere in affitto un’abitazione alla periferia del campo, ma l’esercito israeliano l’ha presa d’assalto il 12 marzo, trasformandola in una caserma militare e costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.

“Qualche settimana fa i miei genitori hanno ricevuto dal tribunale israeliano un ordine di demolizione della loro casa all’interno del campo. In seguito ho saputo che la mia casa era stata demolita. Non c’è sensazione più penosa di questa: vedere i ricordi, gli oggetti personali e gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso lì svanire in momenti simili. È una cosa estremamente dura”, ha dichiarato al Palestine Chronicle.

“Gli sfollati sono completamente esausti”, dice Tasneem nel descrivere la loro situazione, mentre l’esercito israeliano annuncia che rimarrà nei campi fino al prossimo anno, senza un futuro chiaro davanti a loro.

Stiamo aspettando notizie di un ritiro così da poter tornare alle nostre case, la maggior parte delle quali è stata distrutta, e quelle rimaste sono gravemente danneggiate. La vita nel campo è insostenibile. C’è chi dice che torneremo al campo anche se dovremo vivere in una tenda, pur sapendo che ci è proibito ricostruire le nostre abitazioni,afferma.

Gli sfollati non cercano solo cibo; hanno anche bisogno di molte cose che non sono disponibili, come i vestiti che hanno lasciato nelle loro case, ora sepolti sotto le macerie, e beni di prima necessità per i bambini.

La maggior parte dei volontari che si occupano degli sfollati ha smesso di lavorare, incapace di far fronte al carico sempre più gravoso. Per non parlare dell’elevato numero di abitanti di Tulkarem le cui case sono state distrutte dai soldati perché si affacciavano sul campo o utilizzate come caserme militari.

Gli abitanti non hanno alternative abitative oltre ai rifugi già sovraffollati.

Quando finirà la nostra tragedia?

L’autista di ambulanze Hazem Masarweh sta vivendo i giorni più difficili dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel campo di Jenin.

Masarweh ci ha raccontato di essere stato costretto a lasciare l’abitazione all’inizio dell’offensiva. È riuscito a prendere una casa in affitto per evitare di essere confinato nei rifugi, ma non possiede utensili per cucinare o per fare il bucato.

“Tutti gli aiuti alimentari forniti agli sfollati contengono cereali da cucinare, ma non abbiamo fornelli né forni, il che ha aggravato le nostre sofferenze”, ci ha detto.

Per distribuire il pesante carico Hazem e i suoi due figli sono stati costretti a trasferirsi in un luogo mentre sua moglie e sua figlia si sono spostate in un altro e il figlio maggiore in un terzo. Si fanno visita ogni 20 giorni.

Masarweh possiede il Centro Medico Ibn Sina, dove l’esercito israeliano ha fatto irruzione più volte distruggendone i contenuti. Non è a conoscenza della sorte della sua casa all’interno del campo.

Stiamo vivendo uno stato psicologico complesso. Cerchiamo di sopravvivere con quel poco che abbiamo, e pensiamo costantemente alle nostre case e ai vicoli del campo in cui siamo cresciuti. Ci torneremo mai? Come saranno ora? Quando finirà la nostra interminabile tragedia?

Forse la preoccupazione maggiore per gli sfollati è la mancanza di prospettive o di una fine a questa aggressione, come per le precedenti incursioni. Il continuo sfollamento grava pesantemente sulle spalle degli espulsi e sulle loro speranze di una vita dignitosa, che sembrano un miraggio sotto l’occupazione.

FayhaShalash è una giornalista palestinese di Ramallah. Si è laureata all’Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha collaborato con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un anziano palestinese muore dopo essere stato picchiato da soldati in Cisgiordania

Redazione di MEMO

9 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia di notizie Wafa, ieri un anziano palestinese è morto dopo essere stato aggredito dai soldati dell’occupazione israeliana durante la demolizione di una casa nel sud della Cisgiordania occupata.

Le forze israeliane hanno picchiato un gruppo di abitanti palestinesi con i manganelli ed il calcio dei fucili mentre demolivano una casa a Wadi Fukin, ad ovest di Betlemme occupata.

Nell’aggressione sei persone hanno subito ematomi ed escoriazioni, incluso il settantenne Ghazi Badr Manasra, che ha avuto un ictus ed è stato successivamente dichiarato morto.

Un video che è circolato online mostra i soldati israeliani picchiare duramente molti palestinesi durante l’operazione.

Precedentemente lo stesso giorno l’esercito israeliano ha demolito sette case palestinesi in zone differenti della Cisgiordania in quanto “costruite senza permesso.”

Le autorità israeliane proibiscono la costruzione e la riqualificazione del territorio nelle aree classificate come “Area C” [in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo israeliano, ndt.] nella Cisgiordania occupata senza un permesso rilasciato da Israele – che i palestinesi affermano essere per loro quasi impossibile da ottenere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La lotta di Masafer Yatta: i cinque punti salienti dell’intervista di The FloodGate ad Alaa Hathleen

Romana Rubeo

4 marzo 2025 The Palestine Chronicle

Nel podcast The FloodGate, Voices from Palestine, Alaa Hathleen di Masafer Yatta parla della vita sotto il regime militare, della violenza dei coloni e della continua lotta della comunità contro la pulizia etnica

Il 2 marzo il documentario No Other Land ha vinto un Oscar; vi si documenta la lotta dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana in corso a Masafer Yatta.

In questa puntata di The FloodGate, Robert Inlakesh di Palestine Chronicle ha parlato con Alaa Hathleen, attivista e abitante di Masafer Yatta, della vita sotto il regime militare, delle realtà quotidiane dello sfollamento e della resistenza incrollabile della comunità contro le forze israeliane e gli attacchi dei coloni.

Masafer Yatta è uno dei casi di più lunga data di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata, eppure la sua gente si rifiuta di essere cancellata.

Ecco cinque punti chiave della testimonianza di Alaa Hathleen.

1. Sotto attacco

Per decenni Israele ha applicato una combinazione di governo militare, pressione economica e uso manipolatorio delle leggi per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Alaa Hathleen non vede alcun futuro per una soluzione a due Stati, perché l’occupazione non ha lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione palestinese.

“Ci hanno attaccato in ogni settore: sanità, istruzione ed economia. Con questi attacchi stanno cercando in ogni modo di farci andare via “, ha affermato Alaa.

“Ad esempio, per il mio villaggio c’è una sentenza legale della corte israeliana che afferma che la terra è nostra, eppure non ci è permesso viverci. Questa è la realtà secondo la legge israeliana. Abbiamo sofferto in ogni aspetto del vivere”.

“Anche in merito all’istruzione subiamo attacchi da parte dei coloni. Soffriamo per le demolizioni delle case e le operazioni militari. Non vogliono che viviamo qui; vogliono cacciarci con diversi mezzi, tra cui la violenza dei coloni e le demolizioni”, ha continuato Alaa, aggiungendo: “Per loro, questa è Area C [sotto il controllo israeliano totale ma temporaneo in base agli accordi di Oslo, ndt.], ma per noi è la nostra casa. Ecco perché non esiste una soluzione a due Stati per la Palestina”.

2. Perché siamo diventati attivisti

Per molti palestinesi l’attivismo non è una scelta, ma una necessità. L’attivismo di Alaa è profondamente personale, plasmato sia dall’occupazione che dalle lotte della sua famiglia.

“Sono sia un fisioterapista che un attivista, ma nessuna delle due attività è stata una scelta: sono diventato attivista dopo aver visto come l’occupazione ci ha negato tutti i diritti, quando hanno dichiarato la mia terra e la mia area zone militari, proibendoci di usarle”, ha detto.

“Sono diventato fisioterapista dopo che nel 2013 mio padre ha avuto un ictus. Era estremamente difficile accedere alla fisioterapia, quindi in quel momento ho deciso di dedicarmi a questo e lavorare sodo per aiutare la mia comunità”.

Alaa ha spiegato che non ci sono scuole nella zona. “Ogni giorno dovevo camminare per circa 10 chilometri attraverso montagne e valli solo per andare a scuola. Molte volte, i coloni ci hanno attaccati e picchiati, ma ero determinato a continuare i miei studi per sostenere la mia gente”, ha affermato.

3. Gli attacchi dei coloni

La violenza dei coloni è una minaccia quotidiana a Masafer Yatta e le autorità israeliane non offrono alcuna protezione agli abitanti palestinesi. Al contrario, facilitano gli attacchi assicurandosi che i coloni agiscano impunemente.

“I coloni ci attaccano mentre la polizia tarda il più possibile a rispondere, aspettando che i coloni abbiano terminato le distruzioni prima di arrivare. A volte, quando li chiamiamo, ci dicono: ‘Dove sono i coloni? State mentendo’ e invece di fermare gli aggressori ci arrestano”.

Altre volte, secondo Alaa, le forze israeliane riconoscono che i coloni ebrei israeliani illegali stanno facendo qualcosa di illecito, ma sostengono di non poterli fermare.

“Ci dicono sempre di presentare denunce alla stazione di polizia e, sebbene abbiamo presentato migliaia di denunce, non è cambiato nulla”.

“Non ci è permesso difenderci”, ha continuato. “Se ci proviamo, ci arrestano e ci mettono in prigione. Questa è la nostra realtà”.

4. Pulizia etnica e piani di annessione

Il governo israeliano supporta direttamente la violenza dei coloni, consentendo l’accaparramento di terre e l’espansione degli insediamenti. Masafer Yatta non sta solo subendo l’occupazione, sta anche affrontando un continuo processo di pulizia etnica.

“Il governo israeliano sostiene questi coloni, portandoli qui per attaccarci e continuare nei loro tentativi di sfrattare i palestinesi dalla loro terra”, ha detto Alaa.

“Siamo trattati come prigionieri: il nostro villaggio è chiuso e a volte decidono di aprire i cancelli. Ogni giorno affrontiamo attacchi da parte di coloni, soldati e amministrazione civile israeliana [il governo militare sui territori occupati, ndt.]. Emettono costantemente ordini di demolizione per le nostre case, cercando di cacciarci via”.

5. Dignità e diritti

Nonostante le difficoltà quotidiane la gente di Masafer Yatta si rifiuta di rinunciare alla propria terra. La resistenza è radicata nella loro dignità e nella determinazione a restare.

“Vogliono spostarci nelle città, ma noi rifiutiamo. Questa è la nostra terra, questa è la nostra vita. Vivremo qui con dignità e libertà, o saremo sepolti sotto di essa con i nostri antenati. Non c’è altra scelta”.

Purtroppo, ha affermato Alaa, questa questione è stata ampiamente ignorata dai media. “Ha ricevuto pochissima attenzione, ma rimane una delle lotte più importanti che affrontiamo”.

Romana Rubeo è una scrittrice italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il nostro film gareggerà agli Oscar. Ma qui a Masafer Yatta ci stanno ancora eliminando

Basel Adra

10 febbraio 2025 – +972 Magazine

Mentre il mondo guarda il film ‘No other land’ i coloni israeliani aggrediscono e bruciano i nostri villaggi e i soldati ci arrestano, ci fanno violenza e demoliscono le nostre case.

Durante le riprese di “No other land” – il nostro documentario sulla lotta e la resilienza degli abitanti palestinesi di Masafer Yatta di fronte ai tentativi di Israele di espellerci – si riproponeva una sola domanda: ci sarà qualcuno che lo guarderà? Importerà a qualcuno?

Dal momento in cui il film ha debuttato a Berlino l’anno scorso la risposta è diventata chiara. Migliaia di messaggi di solidarietà, ricerche su come vederlo e inviti da festival cinematografici di tutto il mondo hanno dimostrato che vi era una voglia travolgente di ascoltare la nostra storia. E il mese scorso è stato addirittura nominato per un Oscar.

È un risultato formidabile – non solo per noi registi, ma per gli attivisti, gli amici e i compagni nella lotta, che passano lunghe ore sul campo, affrontando violenze e arresti nella lotta contro l’oppressione e la colonizzazione. È anche un riconoscimento per gli avvocati che perseverano nei tribunali israeliani, determinati a garantire ogni mezzo per aiutare i palestinesi a rimanere sulla loro terra all’interno di un sistema concepito per legittimare l’occupazione.

Ma prima e soprattutto è una vittoria per la gente di Masafer Yatta, un insieme di piccoli villaggi nella punta meridionale della Cisgiordania occupata, la cui resilienza riflette il suo incrollabile impegno nei confronti della propria terra. Mentre l’occupazione cerca di cancellare la loro esistenza, la loro risolutezza continua a spingerci a resistere, documentare e lottare per la giustizia.

Tuttavia, nonostante il sensazionale successo del film nei festival e tra i giornalisti e il pubblico di tutto il mondo, la situazione qui sul campo sta rapidamente peggiorando e il futuro appare cupo. Negli ultimi 16 mesi i coloni e i soldati israeliani si sono avvantaggiati del clima di guerra per ridisegnare la realtà a Masafer Yatta a favore dei coloni e dei loro avamposti, intensificando gli sforzi per espellerci dalla nostra terra. Anche mentre sto scrivendo l’esercito israeliano sta compiendo un’importante operazione di demolizione nella comunità di Khalet-A-Daba, abbattendo case, gabinetti, pannelli solari e alberi.

Anche se questo articolo non può ragionevolmente dar conto di tutti i recenti attacchi o atti di spossessamento contro gli abitanti palestinesi, volevo evidenziare alcuni dei più notevoli incidenti delle ultime settimane, per mostrare che, mentre noi stiamo ricevendo un riconoscimento internazionale, la nostra concreta realtà resta una lotta quotidiana contro la cancellazione.

Nulla di ciò che fanno mi costringerà a lasciare questo luogo’

Khaled Musa Abdel Rahman Al-Najjar, di 72 anni, vive con i 10 membri della sua famiglia nella comunità di Oawawis. Per la maggior parte delle notti rimane sveglio per paura di attacchi dei coloni. “L’insediamento di Mitzpe Ya’ir è ad un chilometro a sud est della nostra comunità e dopo l’inizio della guerra a ottobre 2023 è stato creato un avamposto illegale a 400 metri di distanza”, mi dice. “I coloni hanno anche costruito una struttura di legno ad appena 200 metri dalla mia casa, consentendogli una chiara vista su di essa.”

Il 3 gennaio Al-Najjar era in casa quando ha sentito un cane fuori abbaiare forte poco dopo le 3 del mattino. “Ho afferrato la mia torcia elettrica e sono andato a controllare il mio asino, che avevo legato (vicino alla casa) per timore che i coloni potessero rubarlo. Ma non ho visto nulla per cui sono tornato dentro.”

Dieci minuti dopo ha nuovamente sentito abbaiare. “Sono tornato fuori e ho improvvisamente visto un colono avvicinarsi a me”, racconta Al-Najjar. “Ha detto ‘Vieni qui’ e ha cercato di afferrare la mia torcia, ma io l’ho spinto via. Allora altri tre coloni mascherati hanno iniziato a correre verso di me, brandendo bastoni.

Ho cominciato a gridare chiedendo aiuto, ma nessuno mi sentiva”, continua. “Il primo colono che avevo visto mi ha colpito il braccio facendomi cadere la torcia dalla mano. Gli altri l’hanno raggiunto gettandomi a terra e colpendomi su tutto il corpo finché ho iniziato a perdere conoscenza. È stato come se fossi caduto dentro un vespaio.” 

Dopo parecchi minuti di aggressione i coloni sono andati via, lasciando Al-Najjar a terra sanguinante. “Ho raccolto le mie forze e sono tornato dentro casa, con il sangue che mi colava dalla testa e dalla fronte. Non riuscivo a parlare.” Poco dopo sono arrivati degli attivisti internazionali ed hanno condotto Al-Najjar ad un’ambulanza che lo ha portato in un ospedale nella vicina città di Yatta.

Dopo le prime cure Al-Najjar è stato trasferito in un ospedale più grande ad Hebron, dove un’ecografia ha rivelato un’emorragia cerebrale. “Sono stato ricoverato in terapia intensiva in condizioni critiche”, dice. “Due giorni dopo sono stato dimesso, ma sono ancora convalescente da questa brutale aggressione.”

Non è stata la prima volta che Al-Najjar è stato attaccato dai coloni. Nel 2001 un colono gli ha sparato al ventre usando un fucile prestatogli da un soldato israeliano. Gli restano le cicatrici ancora adesso.

Eppure, nonostante le sue gravi ferite e i reiterati attacchi, Al-Najjar resta indomito. “Nulla di ciò che fanno mi costringerà a lasciare questo luogo”, mi dice mentre gli do un passaggio di ritorno da Yatta il giorno dopo la dimissione dall’ospedale. “Tutto ciò che voglio è vedere i miei nipoti e passare del tempo con loro a casa.”

Con tutta la disperazione che proviamo e la mancanza di speranza, sono persone come Khaled Al-Najjar, che rifiutano di lasciare la loro terra nonostante subiscano brutali aggressioni, che ci spingono a continuare a resistere, per quanto ci sentiamo impotenti.

Terrorismo dei coloni al servizio del furto di terre

Dal 7 ottobre i coloni hanno costruito almeno otto nuovi insediamenti in diverse zone di Masafer Yatta. Nel villaggio di Tuba i coloni dell’avamposto illegale di Havat Ma’on hanno creato un nuovo avamposto non residenziale – consistente in altalene e una bandiera israeliana – a soli 100 metri dalle case della famiglia Awad, dove si radunano frequentemente prima di provocare e attaccare gli abitanti palestinesi.

Nel pomeriggio del 25 gennaio il ventiseienne Ali Awad era seduto nella sua jeep parcheggiata vicino alla casa della sua famiglia quando ha visto sei coloni mascherati che correvano verso di lui. Uno aveva un fucile, un altro una bottiglia di benzina. “Volevo mettere in moto la macchina e scappare, ma poi ho visto il mio cuginetto e i miei anziani nonni”, racconta. “Sono uscito dalla macchina e sono andato verso i bambini per spostarli dalla casa. Poi ho sentito il vetro andare in frantumi.”

Quando ha guardato verso la sua macchina Awad ha visto che ne usciva del fumo. I coloni le avevano dato fuoco. “Sapevano che usavo portare i bambini a scuola e trasportare gli abitanti in città per le loro necessità, da quando l’esercito ha bloccato la strada normale (per i veicoli non fuoristrada)”, spiega.

Dopo aver incendiato la jeep di Awad i coloni hanno spostato l’attenzione sul magazzino adiacente alla sua casa, che conteneva 10 tonnellate di cibo per animali e hanno dato fuoco anche a quello. “Per fortuna il fuoco non si è propagato”, mi dice Awad.

Ma la situazione è presto ulteriormente peggiorata. Uno dei coloni è entrato con la forza nella casa dello zio di Awad, Mahmoud, mentre i suoi cuginetti – Jouri di 6 anni e Jude di 9 – erano all’interno. “L’attacco è durato circa 10 minuti”, racconta Awad. “Il colono ha frantumato il vetro in cucina, ha distrutto due armadi ed ha mischiato le scorte di farina e riso nella dispensa. Ha anche rovesciato sul pavimento un contenitore di 100 chili di yogurt e spaccato un lavandino.”

Più tardi la famiglia ha scoperto che anche i bambini potevano essere stati aggrediti. “Jouri aveva una visibile traccia di un colpo sulla schiena, mentre Jude è stato colpito al braccio destro”, dice. Awad ha sporto denuncia alla polizia israeliana sull’incidente, ma finora non ha ricevuto riscontro.

Quattro giorni dopo, mentre la famiglia si stava ancora riprendendo dal precedente attacco, un pastore colono, accompagnato dalla polizia israeliana e da soldati, è arrivato di mattina al villaggio con il suo gregge ed è entrato nel terreno agricolo di proprietà palestinese.

Mi sono svegliato e c’era un intero esercito di fronte a casa mia”, racconta Awad. È risultato che il colono ha sostenuto che alcuni abitanti di Tuba lo avevano attaccato e gli avevano rubato il telefono. Ma, nonostante che Awad non fosse nemmeno tra coloro che il colono aveva accusato, è stato arrestato dall’esercito insieme ad altri quattro abitanti.

Durante l’arresto i soldati mi hanno umiliato”, mi dice Awad. “Mi hanno gettato con la faccia a terra sulla jeep militare. I soldati mi stavano intorno e uno di loro mi ha tenuto il piede sulla schiena durante tutto il viaggio. La mano destra mi sanguinava per quanto mi avevano stretto le manette.”

Awad è rimasto ammanettato per ore prima di essere trasferito alla stazione di polizia della colonia di Kiryat Arba per l’interrogatorio. Lui e altri due arrestati sono stati rilasciati più tardi nello stesso giorno, mentre altri due, compreso lo zio di Awad, Khalil, sono stati trattenuti per diversi altri giorni prima di essere rilasciati.

Mentre i coloni attaccano, i soldati stanno a guardare

All’ombra della guerra di Israele contro Gaza, l’esercito ha cominciato a mettere in atto nuove restrizioni sui proprietari di terreni in Cisgiordania, obbligandoli a ottenere un permesso dall’Amministrazione Civile (ente governativo israeliano che si occupa della Cisgiordania, ndtr.) prima di ogni uscita nei loro terreni agricoli. In molti casi i coloni entrano illegalmente in questi terreni, mentre i proprietari palestinesi ne restano esclusi.

Nel villaggio di Oawawis l’esercito ha concesso ai proprietari dei terreni, compresa la famiglia Hoshiyah, il permesso di accedere ai loro campi il 14 gennaio, ma poi ha annullato il permesso senza spiegazioni solo 10 minuti prima che loro incominciassero a lavorare. Una settimana dopo, il 22 gennaio, finalmente l’esercito ha permesso alla famiglia di accedere alla sua proprietà.

Nelle prime ore del mattino di quel giorno la famiglia ha preso i due trattori ed è andata ad arare la propria terra, ma presto ha incontrato i coloni. “Ero vicino a casa mia intorno alle 8,30 quando ho visto un gruppo di circa 30 coloni provenienti da Susya, Mitzpe Yair e da avamposti vicini correre verso la terra degli Hoshiyah per impedire ai trattori di arare”, racconta Taleb Al-Nu’amin, un abitante del luogo.

Il guidatore del trattore si è velocemente ritirato verso Oawawis per evitare i coloni, alcuni dei quali erano mascherati ed armati di bastoni ed altre armi”, continua. “Uno dei coloni ha tagliato le gomme di uno dei trattori con un coltello, costringendo il guidatore a fuggire verso Yatta, mentre l’altro è riuscito a nascondere il suo trattore tra le case della comunità.”

Le forze dell’esercito e il personale dell’Amministrazione Civile che erano presenti sul luogo “non hanno fatto niente per intervenire”, ha sottolineato Al-Nu’amin. “Mentre noi chiamavamo la polizia israeliana e la informavamo dell’incidente, i coloni hanno preso un gregge di pecore e lo hanno fatto entrare nei nostri campi di grano. Io, i miei figli e altri abitanti del villaggio abbiamo gridato ai coloni di portare via le pecore, ma gli agenti della polizia di frontiera ci hanno impedito di avvicinarci a loro.” 

Dopo un po’ gli agenti di polizia hanno fatto uscire i coloni dalla zona e sono andati via. Ma alcuni minuti dopo circa 15 coloni sono tornati, uno con un fucile e gli altri con dei bastoni. “Hanno iniziato a lanciarci delle pietre e alcuni palestinesi hanno risposto rilanciando le pietre per proteggere le loro case”, dice Al-Nu’amin. “Io ho ripetutamente chiamato la polizia che alla fine ha detto di essere per strada, ma non è mai arrivata.”

I coloni hanno presto raggiunto i proprietari dei terreni e le loro famiglie. “Mio nipote, il 21enne Nour Al-Din Abdul Aziz Abu Arama, è stato colpito in fronte da una pietra che ha provocato un forte sanguinamento”, dice Al-Nu’amin. “Jibreel Abu Aram, di 65 anni, è stato colpito alla gamba destra. Un altro abitante, Jaafar Nu’aman, di 29 anni, è stato colpito dietro alla testa ed è stato asfissiato dallo spray al peperoncino usato da uno dei coloni.”

Jibreel, la cui casa è stata demolita l’anno scorso, è stato in seguito arrestato in casa sua ed è tuttora in prigione. Le ferite di Nour Al-Din – una frattura alla testa e un’emorragia cerebrale – hanno richiesto un intervento chirurgico il giorno seguente. Attualmente è convalescente a casa.

Caos autorizzato dallo Stato

Il 2 febbraio intorno alle 8 del mattino, mentre ero a casa, ho ricevuto una telefonata che diceva che i coloni stavano attaccando il villaggio di Susiya. Ho radunato in fretta alcuni amici e siamo andati là in macchina il più velocemente possibile.

Quando siamo arrivati abbiamo saputo che decine di coloni erano calati sulla casa del mio amico Nasser Nawajah, bersagliandola di pietre mentre la sua famiglia terrorizzata era dentro. Hanno fracassato la sua auto, tagliato le gomme coi coltelli e poi sono andati alla casa di suo fratello, dove hanno perforato il serbatoio dell’acqua.

Dopo che quei coloni se ne sono andati altri 15 sono usciti dalle auto che arrivavano dal vicino insediamento ebraico, Susya. Mentre si lanciavano verso di noi Nawajah ha chiamato la polizia – che era stata già avvisata almeno 15 minuti prima, ma doveva ancora arrivare. Alcuni coloni hanno lanciato pietre nella nostra direzione, mentre altri prendevano di mira una casa vicina fracassando un’auto parcheggiata, distruggendo la videocamera di sicurezza e bersagliando di sassi l’edificio. All’interno la famiglia terrorizzata ha sprangato la porta e ha gridato aiuto.

In mezzo alla confusione io e i miei amici abbiamo cercato di documentare quanto più potevamo. Alla fine, dopo mezz’ora, è arrivata una macchina della polizia e i coloni si sono ritirati. Abbiamo acceso le nostre torce elettriche e abbiamo gridato all’agente di arrestarli, ma lui non ha fatto niente fino a quando loro non erano già ritornati all’avamposto. Mentre lui andava a cercarli loro erano già scappati.

Una delle auto dei coloni è rimasta parcheggiata nella strada, abbandonata. Abbiamo chiesto all’agente di perquisirla o confiscarla, ma lui si è rifiutato.

Nel frattempo nel vicino villaggio di Umm Al-Khair i coloni hanno usato dei bulldozer per scavare proprio vicino alle case palestinesi e al centro della comunità locale, che dal 2 febbraio include un giardino infantile. Secondo il capo del consiglio regionale Har Hevron intendono costruire un parco per soli coloni all’interno del villaggio palestinese.

Lo stanno facendo col pretesto che si tratta di “terra dello Stato”, nonostante il fatto che il terreno sia stato di proprietà degli abitanti palestinesi per decenni. Questo progetto è un chiaro esempio di come lo Stato israeliano utilizza l’espansione delle colonie per soffocare le comunità palestinesi in questa zona.

Per molti anni Israele ha tentato di nascondere l’aspetto brutale dell’occupazione dietro una facciata “democratica”. Usando diversi ambigui concetti giuridici come “costruzione illegale” (su una terra occupata illegalmente), ha cercato di demolire e cancellare intere comunità palestinesi dalle terre su cui erano esistite per decenni, se non per secoli.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato, in risposta alle domande di +972, di non essere a conoscenza degli incidenti citati nell’ articolo e che le violazioni della legge da parte di Israele cadono sotto la giurisdizione della polizia israeliana. La polizia non ha risposto alle domande di +972 riguardo a nessuno degli incidenti.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani nelle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La politica di giudaizzazione di Israele sta inglobando le città arabe e costruendovi sinagoghe

Editoriale/Redazione di Haaretz

6 gennaio 2025, Haaretz

A soli 100 metri dal nuovo quartiere che si sta costruendo a Dimona circa 500 beduini vivono nel villaggio non riconosciuto di Ras Jrabah. Quel villaggio è stato costruito prima della fondazione dello Stato [di Israele].

I suoi abitanti più anziani ricordano ancora quando hanno aiutato a costruire il villaggio vicino. Da allora Dimona si è sviluppato e li ha progressivamente cacciati. Ora pianifica di “inglobare” il loro villaggio senza lasciarne traccia. Secondo il sindaco di Dimona, Benny Biton il sito deve essere sgomberato per fare spazio ad una “popolazione di alto livello”.

Il piano per espellere gli abitanti di Ras Jrabah ed espandere Dimona è un esempio del trattamento brutale, arrogante, discriminatorio e violento del governo nei confronti dei suoi cittadini non ebrei. Tutto è permesso in nome della politica di giudaizzazione.

L’attuale governo tratta i beduini persino peggio dei governi precedenti. Nel 2024 c’è stato un incremento del 400% nell’esecuzione di ordini di demolizione nel Negev.

Inoltre il Comitato Ministeriale per le Questioni dei Beduini ha concordato che il piano del ministro Amichai Chikli di concentrare gli abitanti dei villaggi beduini non riconosciuti in poche cittadine verrà esteso ad altre parti del Negev.

Dei circa 35 villaggi non riconosciuti nel Negev, 10 sono a rischio immediato di demolizione. In alcuni casi lo Stato programma di costruire nuove comunità ebraiche o di ampliare quelle esistenti sulle loro rovine.

A tale scopo il governo sta portando avanti un piano che consentirebbe di trasferire migliaia di beduini in parchi roulotte provvisori che saranno costruiti nelle attuali città beduine. Ma il livello di infrastrutture in questi parcheggi sarebbe inferiore a quello richiesto per le cittadine stanziali. Se questo piano fosse approvato potrebbe facilmente consentire un veloce trasferimento forzato di migliaia di beduini in quartieri di baraccopoli con inadeguate condizioni di vita.

Sedici delle 18 comunità la cui creazione è stata approvata dal governo nell’ultimo decennio sono destinate agli ebrei. Il risultato pratico è che la terra disponibile per i beduini si è ridotta e loro non hanno potuto regolarizzare i propri villaggi.

Un esempio è la sequela di comunità che si prevede sorgano lungo la Route 25 tra Be’er Sheva e Dimona. Quasi tutte sono destinate ad essere costruite su terre, o nei loro pressi, dei villaggi beduini non riconosciuti.

Invece di agire a vantaggio della popolazione che vive nel Negev il governo sta promuovendo una soluzione suburbana costosa ed ingiusta destinata a persone che vivono all’esterno. I primi sono beduini, i secondi ebrei.

Analogamente, in seguito alle decisioni di progettazione e vendita, solo un quarto degli appartamenti nel nuovo quartiere di Jisr al-Zarqa, che avrebbe dovuto alleviare la carenza di case nell’impoverita cittadina araba, è stato in realtà acquistato dagli abitanti del villaggio.

I nuovi abitanti, per la maggioranza ebrei, ora sono preoccupati di quando verrà costruita una circonvallazione e se sarà possibile costruire una sinagoga nel loro “esclusivo complesso di lusso recintato”, come viene definito dal materiale pubblicitario dei progettisti.

Questa discriminazione nella pianificazione contro la comunità araba, incrementata dalla legge sullo Stato-nazione, condanna molti membri della comunità ad una vita di povertà senza alcun futuro. Tutto ciò deve finire.

Questo articolo è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Tutta la storia delle ingiustizie del sionismo in un solo villaggio beduino

Orly Noy

20 novembre 2024 – +972 Magazine

In collaborazione con LOCAL CALL

La distruzione di Umm Al-Hiran esemplifica la visione sionista dei palestinesi come transitori; pedine di scacchi movibili in un gioco di ingegneria demografica.

La settimana scorsa lo Stato di Israele ha appeso alla sua cintura lo scalpo di un’altra comunità palestinese portando a termine la demolizione di Umm Al-Hiran. La mattina del 14 novembre centinaia di poliziotti hanno preso d’assalto il villaggio beduino – situato nel deserto del Negev/Naqab nel sud di Israele – accompagnati da ufficiali delle forze speciali ed elicotteri. Gli abitanti, cittadini israeliani che hanno a lungo temuto che ciò accadesse, avevano già distrutto essi stessi la maggior parte delle strutture nel villaggio, per evitare di dover pagare multe salate. Ciò che è rimasto da distruggere alla polizia era la moschea.

E così 25 anni di battaglie legali per salvare il villaggio sono finite e gli abitanti sono rimasti senza casa. Se si vuole capire l’intera storia delle ingiustizie del sionismo contro i palestinesi – con tutte le discriminazioni, il razzismo, le espropriazioni e la violenza radicate in una visione di supremazia ebraica e in una concomitante ossessione per la questione demografica – non c’è bisogno di guardare più in là di Umm Al-Hiran.

Nel discorso ebreo-israeliano la distruzione di una comunità beduina a malapena fa alzare un sopracciglio, non parliamo di meritare titoli di giornali. Dopotutto era un “villaggio non riconosciuto” – un espediente linguistico che Israele utilizza per dipingere i cittadini beduini come invasori nelle loro stesse terre. Il pubblico israeliano percepisce la distruzione sistematica di queste comunità come una mera repressione di trasgressori. Ma gli abitanti di Umm Al-Hiran non solo non erano invasori, ma sono stati trasferiti là dallo Stato stesso.

Prima della nascita di Israele gli abitanti della comunità diventata Umm Al-Hiran vivevano nel nordovest del Negev. Nel 1952 il governo militare di Israele li trasferì con la forza più ad est, per espropriare la loro terra per la costruzione del Kibbutz Shoyal. Quattro anni dopo lo Stato decise di sradicarli nuovamente, spingendoli in una zona appena all’interno della Linea Verde, vicina all’estremità sudoccidentale della Cisgiordania, dove sono rimasti fino alla settimana scorsa.

In tutti questi decenni lo Stato non si è preoccupato di regolarizzare lo status del villaggio. Non ha fornito agli abitanti infrastrutture o servizi basilari come elettricità, acqua, educazione o impianti igienici. Questa è l’indecente immoralità del sionismo: privare gli abitanti palestinesi del Negev delle più elementari condizioni di vita per generazioni, per rimpiazzarli un giorno con una comunità ebraica in nome del “far fiorire il deserto”.

Il Negev costituisce più della metà del territorio dello Stato di Israele e vaste aree di esso sono vuote. Eppure lo Stato insiste nel distruggere villaggi arabi “non riconosciuti” per costruirne di nuovi ebraici. Nel caso di Umm Al-Hiran la nuova comunità originariamente doveva recare la versione ebraicizzata del nome del villaggio che stava rimpiazzando: Hiran. Qualcuno ha pensato di meglio e adesso verrà chiamata Dror – “libertà”.

Ovviamente non è una novità. Israele ha distrutto le comunità palestinesi e ha insediato ebrei al loro posto fin dalla sua fondazione. Solo nel corso della Nakba del 1948 ha spopolato centinaia di città e villaggi palestinesi. Ma la storia di Umm Al- Hiran presenta un altro aspetto dell’atteggiamento di Israele verso i palestinesi, che è essenziale per comprendere il modus operandi del sionismo: la percezione della presenza dei palestinesi come provvisoria.

Questa è una delle più violente espressioni della supremazia ebraica. I palestinesi sono visti come polvere umana che può essere semplicemente spazzata via, o come pedine di scacchi che possono essere spostate da un quadrato all’altro secondo l’eterno progetto di Israele di ingegneria demografica tra il fiume e il mare. E’ un aspetto essenziale della disumanizzazione di coloro sulle cui terre lo Stato ha posto le mire: la convinzione profonda che queste persone non abbiano radici e perciò spostarle da una parte all’altra non possa assolutamente essere considerato una rimozione.

In tal modo è possibile continuare ad ignorare le rivendicazioni degli abitanti dei villaggi della Galilea Iqrit e Bir’em, dopo più di mezzo secolo da quando l’Alta Corte ha sentenziato che deve essere loro permesso ritornare alle loro terre da cui furono espulsi durante la Nakba; è possibile condurre una vasta pulizia etnica in Cisgiordania col pretesto della sicurezza e della legalità; è possibile ordinare a centinaia di migliaia di abitanti di Gaza di evacuare ancora e ancora e ancora, trasformandoli in eterni nomadi come progettato dal sionismo – e, in cima a tutto ciò, considerare questo un atto umanitario.

L’ingegneria demografica del sionismo non si limita ai palestinesi. La storia di Givat Amal, un quartiere mizrahi (ebrei orientali, provenienti da Medio Oriente e Maghreb, ndtr.) di Tel Aviv che è stato sgomberato con la forza e demolito nel 2021, presenta molti parallelismi con la storia di Umm Al-Hiran: anche là lo Stato ha costretto una comunità emarginata a spostarsi in una zona di frontiera, non ha mai regolarizzato il suo status o i diritti alla terra e appena il valore del terreno è aumentato ha espulso gli abitanti per avidità. Intanto i “comitati di ammissione” approvati dallo Stato continuano a sostenere l’apartheid in centinaia di comunità ebree nel Negev e in Galilea, garantendo che le “persone giuste” vivano nei posti giusti.

Ma sono stati i palestinesi ad essere trasformati dal sionismo in un popolo precario con un’identità transitoria. E’ questo l’assunto che sta alla base del piano di scambio di terre sostenuto dieci anni fa da Avigdor Liberman, che contemplerebbe il trasferimento di parecchie comunità palestinesi all’interno di Israele in Cisgiordania insieme all’annessione da parte di Israele di alcuni insediamenti coloniali: oggi i palestinesi possono essere cittadini di Israele, ma domani, muovendo un dito, possono smettere di esserlo. (Liberman, un tempo considerato all’estrema destra della politica israeliana, è recentemente diventato una specie di eroe del centro-sinistra).

Forse ciò su cui poggia questa determinazione sionista di strappare i palestinesi dai loro luoghi è una paura interiorizzata del loro legame profondo con la terra. Forse è l’illusione che se vengono sradicati e scacciati da un posto all’altro un numero sufficiente di volte – vuoi con le marce della morte a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, o la distruzione e l’espulsione nel Negev – alla fine si arrenderanno e se ne andranno.

Otto anni fa il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha scritto un tributo al movimento Hashomer Hachadash, in cui ha detto che “un uomo che pianta un albero non andrà da nessuna parte”. C’è qualcosa di notevole nei modi in cui a volte il subconscio fuoriesce dalla penna, a dispetto della persona che la impugna. Dopotutto lo Stato sa esattamente chi ha piantato gli ulivi che l’esercito bombarda a Gaza e i coloni bruciano in Cisgiordania. Ma anche dopo decenni di distruzioni, espulsioni e carneficine il sionismo rifiuta di accettare che non se ne andranno da nessuna parte.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa Farsi. E’ capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi, donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro un’incessante migrazione, e il costante dialogo tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)