Un’organizzazione per i diritti umani afferma che da ottobre 2023 Israele ha arrestato in Cisgiordania 1.700 minori palestinesi

Redazione di MEMO

15 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il Centro Palestinese per la Difesa dei Prigionieri ha riferito che Israele da ottobre 2023 ha arrestato 1.700 minori palestinesi nella Cisgiordania occupata illegalmente oltre ad altre decine a Gaza, con scarse informazioni disponibili riguardo alla sorte di alcuni detenuti.

In un rapporto intitolato “La realtà della detenzione dei minori palestinesi nelle prigioni israeliane”, il centro ha documentato più di 55.500 arresti di minori dal 1967, osservando che circa 350 sono tuttora in prigione, tra cui alcuni che scontano una condanna ed altri trattenuti in detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.].

Nel rapporto si afferma che gli arresti sono spesso effettuati mediante incursioni notturne e nelle case, e i minori verrebbero arrestati in manette e bendati.

[Il centro] cita testimonianze secondo cui durante il trasporto e la detenzione i minori sono sottoposti a pestaggi e abusi, così come a lunghi interrogatori senza la presenza di avvocati o familiari.

Secondo il centro i detenuti sono trattenuti in celle di isolamento, sottoposti a minacce, privazione del sonno e tentativi di intimidazione che, afferma, sono usati per esercitare pressione su di loro.

Nel rapporto si aggiunge che ai minori malati vengono negate adeguate cure mediche, con ritardi nell’assistenza chirurgica e nel ricorso a cure temporanee per alleviare il dolore.

Si evidenziano inoltre preoccupazioni riguardanti la malnutrizione e le pessime condizioni di vita, inclusa la diffusione di malattie della pelle dovute a mancanza di igiene e limitata assistenza medica dentro le strutture carcerarie.

L’organizzazione ha descritto queste condizioni come parte delle violazioni sistematiche riguardanti minori durante fasi critiche del loro sviluppo.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un report riferisce di decine di giornalisti palestinesi picchiati, affamati o violentati

Lorenzo Tondo

19 febbraio 2026 The Guardian

Il servizio carcerario israeliano e le IDF respingono le accuse contenute nella ricerca del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

Un rapporto sostiene che quasi 60 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono stati picchiati, affamati e sottoposti a violenza sessuale, incluso lo stupro.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha esaminato decine di testimonianze, fotografie e cartelle cliniche che documentano quelli che descrive come gravi abusi da parte di soldati e guardie carcerarie israeliane ai danni di giornalisti palestinesi. Il rapporto si basa su interviste approfondite condotte su 59 giornalisti palestinesi. Degli intervistati, 58 hanno riferito di essere stati sottoposti a quelle che hanno descritto come torture durante la custodia israeliana.

“Sebbene le condizioni variassero nelle diverse strutture, i modi raccontati dagli intervistati – aggressioni fisiche, posizioni di stress forzato, deprivazione sensoriale, violenza sessuale e negligenza medica – erano sorprendentemente concordi”, afferma il rapporto.

Sia il servizio carcerario israeliano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto fermamente le accuse.

Il giornalista Sami al-Sai, che ha collaborato con l’emittente qatariota Al Jazeera Mubasher e l’emittente locale Al-Fajer TV, ha dichiarato di essere stato portato in una piccola cella nel carcere di Megiddo dove i soldati gli hanno strappato pantaloni e biancheria intima e lo hanno stuprato con manganelli e altri oggetti.

“Non ho parlato con nessuno all’interno del carcere di quanto accaduto, tranne che con due detenuti anziani che sono in carcere da 25 anni”, ha dichiarato Sai.

Nel dicembre 2025 la giornalista tedesca Anne Liedtke, arrestata a bordo di una flottiglia diretta a Gaza, ha affermato di essere stata violentata dai soldati israeliani durante la detenzione. Il giornalista italiano Vincenzo Fullone e l’attivista australiana Surya McEwen hanno mosso accuse simili.

Shadi Abu Sido, un giornalista palestinese di Gaza che lavora per Palestine Today, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 20 mesi di detenzione a Sde Teiman. Era stato rapito dalle forze israeliane all’ospedale al-Shifa il 18 marzo 2024 e ha dichiarato di essere stato “incatenato, bendato e costretto a passare attraverso un corridoio di soldati che lo hanno picchiato con manganelli e calci”. In seguito ha scoperto di avere una costola rotta.

Nel carcere di Ofer il giornalista radiofonico Mohammad al-Atrash ha descritto un’aggressione di massa concertata nel novembre 2023, che ha coinvolto decine di prigionieri e che lui e altri detenuti hanno definito ” Shin Bet party” o ” Ben-Gvir party” (dal nome del ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir). Al-Atrash ha affermato che “è stato ordinato a dei cani addestrati di attaccare i detenuti e sono stati utilizzati strumenti metallici per provocare emorragie e cicatrici persistenti”. Osama al-Sayed, in un servizio di Al-Aqsa TV, ha raccontato dell’uso intermittente di elettroshock e spray al peperoncino tra un pestaggio e l’altro, avvenuti poco dopo una visita di Ben-Gvir alla prigione.

Undici giornalisti palestinesi hanno menzionato l’uso di un metodo di tortura noto come strappado, o quello che i giornalisti palestinesi hanno definito “impiccagione fantasma”, in cui una persona viene appesa per le braccia legate dietro la schiena e poi tirata verso l’alto.

Cinquantacinque dei 59 giornalisti intervistati hanno riferito di aver sofferto di fame estrema o malnutrizione.

Le fotografie condivise con il Guardian dal CPJ mostrano i giornalisti prima e dopo la detenzione, ritraendo uomini visibilmente emaciati e fisicamente debilitati.

Il CPJ ha calcolato nel gruppo una perdita di peso media di 23,5 kg, confrontando il peso dichiarato dai giornalisti prima e dopo la detenzione.

Ahmed Shaqoura, un reporter di Palestine Today TV, ha perso 54 kg durante i 14 mesi di detenzione israeliana nelle prigioni di Ktzi’ot e Al-Jalama.

“Non si tratta di episodi isolati”, ha affermato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ. “In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi nei confronti dei giornalisti a causa del loro lavoro”.

Quarantotto giornalisti, la maggioranza, non sono mai stati accusati di alcun reato e sono stati trattenuti secondo il sistema di detenzione amministrativa israeliano, che consente a un individuo di essere trattenuto senza accuse, in genere per sei mesi, rinnovabili a tempo indeterminato.

Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (IPS) ha affermato che le accuse sono state “categoricamente respinte”, sottolineando che “qualsiasi denuncia concreta presentata attraverso i canali ufficiali viene esaminata dalle autorità competenti in conformità con le procedure stabilite”.

In una dichiarazione, l’IDF ha anche affermato di “respingere in toto le accuse relative agli abusi sistematici sui detenuti, comprese le accuse di abusi sessuali”.

“Nei casi appropriati quando vi è un ragionevole sospetto di reato”, ha aggiunto, “vengono adottate misure disciplinari nei confronti del personale della struttura e vengono avviate indagini penali”.

All’inizio del 2025 dei filmati di sorveglianza trapelati dal campo di detenzione di Sde Teiman sembravano mostrare soldati che aggredivano sessualmente i detenuti, scatenando uno scandalo nazionale. Il filmato è stato trasmesso dal giornalista israeliano Guy Peleg, che da allora ha denunciato di aver subito minacce e molestie.

Un recente rapporto di Medici per i Diritti Umani – Israele ha documentato 94 morti palestinesi sotto custodia israeliana dal 7 ottobre 2023.

Il CPJ stima a 252 il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Costretti a consegnare un figlio all’esercito israeliano in cambio di un altro; otto mesi dopo muore in prigione

Lubna Masarwa

2 febbraio 2026 – Middle East Eye

I palestinesi maltrattati nelle carceri israeliane muoiono in proporzioni senza precedenti per negligenza medica e i loro corpi non vengono restituiti alle famiglie

I genitori di Ahmad Tazaza sono tormentati dal dolore e dal senso di colpa per la morte del figlio, avvenuta lo scorso agosto nella famigerata prigione israeliana di Megiddo.

Quando lo hanno consegnato alle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata nel gennaio 2025, Ahmad era un giovane di 20 anni in buona salute, senza precedenti clinici noti.

I suoi genitori affermano di non sapere ancora perché il loro figlio, il più giovane di tre fratelli, fosse ricercato. Ma le circostanze della sua detenzione non sono dissimili da quelle affrontate da migliaia di altri giovani palestinesi.

Ahmad è stato trattenuto in stato di detenzione amministrativa, una forma di detenzione arbitraria a tempo indeterminato senza accusa, processo o contatti con avvocati. Sulla base dei dati ufficiali del Servizio Penitenziario Israeliano, nel settembre 2025 erano 10.465 gli uomini palestinesi detenuti come “prigionieri di sicurezza”, di cui 7.425 provenienti dalla Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Per molti mesi la casa di Tazaza nella città di Qabatiya, nella Cisgiordania settentrionale, era stata ripetutamente presa di mira dalle forze di sicurezza israeliane che lo cercavano e la famiglia veniva molestata e minacciata.

“Hanno distrutto la casa e spaccato tutto”, ha raccontato a Middle East Eye Najah Abdul Qader, la madre di Ahmad.

“Non era a casa; lavorava al mercato e quella notte stava dormendo lì. Hanno preso suo fratello e suo padre. La mattina dopo li hanno rilasciati e hanno detto: ‘Vogliamo lui'”.

In una telefonata successiva, racconta Qader, un soldato israeliano aveva minacciato di bombardare la casa se Ahmad non si fosse consegnato. In un’occasione precedente era già riuscito a salvarsi per un pelo saltando fuori da un’auto mentre veniva schiacciata da un bulldozer israeliano.

Alla fine, non essendo riusciti a trovarlo, le forze israeliane sono arrivate e hanno arrestato suo fratello una seconda volta. Saeed Tazaza, il padre di Ahmad, ricorda con le lacrime agli occhi cosa è successo dopo.

“Ci hanno detto: ‘Non lo rilasceremo finché non ci porterete il vostro [altro] figlio’. Suo fratello è sposato e ha due figli. Così abbiamo detto ad Ahmad che volevamo vederlo. Lo abbiamo raggiunto e portato via con noi.”

Accompagnati dall’altro figlio, i genitori di Ahmad lo hanno consegnato al checkpoint di Salem, vicino a Jenin.

“Lo abbiamo consegnato”, afferma Qader. “Ci ha guardato e ho capito che non sarebbe tornato. Ho capito che non avrebbe fatto ritorno quando si è voltato prima di andar via.”

Mentre Ahmad scompariva i genitori si dicevano di avergli salvato la vita; che avrebbe trascorso un po’ di tempo in prigione e poi sarebbe stato rilasciato.

“Ho consegnato mio figlio perché avevo paura per lui. Avevo paura che morisse”, dice suo padre. “Siamo stati costretti e lo abbiamo consegnato. Cosa potevamo fare? Questo è il nostro destino.”

Aggiunge Qader: “Mi aveva detto: ‘Mamma, in prigione torturano la gente’. Gli ho risposto: ‘Lascia che ti torturino, ma non ucciderti, non spararti’. Oggi per strada sparano a persone che non hanno fatto nulla.

Ora me ne pento. L’ho consegnato alla morte con le mie stesse mani. Ho consegnato mio figlio al nemico. Ma la verità è che volevamo proteggerlo.”

Cure mediche negate

Secondo il rapporto post-mortem visionato da MEE Ahmad Tazaza è morto il 3 agosto 2025 a 21 anni nel carcere di Megiddo.

Il rapporto, datato 8 agosto, è stato redatto da un medico che lavora per Physicians for Human Rights Israel (PHRI), un’organizzazione per i diritti umani che, quando consentito dalle autorità israeliane, invia osservatori a monitorare le autopsie dei prigionieri palestinesi.

Vi si legge che al momento della detenzione Tazaza era in “buone condizioni di salute”.

Secondo i verbali della prigione aveva sofferto di diarrea e scabbia e qualche giorno prima di morire aveva lamentato mal di gola. Il 2 agosto è stato visitato dal medico di turno, che ha notato delle macchie di sangue sui pantaloni.

Il referto affermava: “Durante la visita il signor Tazaza ha chiesto di andare in bagno e in seguito è crollato a terra, perdendo conoscenza e funzioni vitali. Sono stati avviati tentativi di rianimazione, ma nonostante l’intubazione e la rianimazione cardiopolmonare, è stato dichiarato morto”.

Secondo il referto l’autopsia ha rivelato possibili indicatori di una grave patologia tumorale del sangue, come leucemia acuta o linfoma aggressivo. Non c’erano prove di “cause di morte improvvisa”, si leggeva.

Tuttavia, in assenza del corpo, che è ancora detenuto dalle autorità israeliane, i genitori di Ahmad contestano fermamente la versione sulla sua morte presentata dal referto dell’autopsia.

Durante gli otto mesi di detenzione non hanno potuto vedere Ahmad né parlargli, e si sono affidati principalmente alle notizie su di lui riferite da altri prigionieri dopo il loro rilascio.

Sono stati informati della sua morte da un ufficiale di collegamento del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sebbene dal 7 ottobre 2023 il CICR non abbia più avuto accesso ai palestinesi nelle carceri israeliane.

I detenuti erano sottoposti a violenza e abusi frequenti, sistematici e organizzati”, tra cui violenze sessuali e aggressioni da parte di cani.

Le condizioni di vita sono state descritte come disumane”, con i prigionieri rinchiusi in celle sporche e sovraffollate, privati di cibo adeguato e di cure mediche, il che costituisce di per sé una forma di tortura, ha affermato B’Tselem. Degli 84 prigionieri della cui morte in prigione B’Tselem era a conoscenza, solo quattro corpi sono stati rilasciati.

Domenica il quotidiano israeliano Haaretz, citando i dati raccolti da Al-Quds Legal Aid and Human Rights Center (JLAC), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi con sede a Ramallah, ha riferito che Israele trattiene al momento i corpi di almeno 776 palestinesi identificati e di 10 cittadini stranieri, compresi gli almeno 88 deceduti sotto custodia israeliana.

Ha affermato che i dati indicano che Israele sta trattenendo i corpi nell’ambito di una deliberata “politica di vendetta e per infliggere intenzionalmente sofferenza alle famiglie”.

A novembre il PHRI ha riferito che almeno 94 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane tra ottobre 2023 e agosto 2025, nell’ambito di quella che ha descritto come una politica ufficiale contro i palestinesi detenuti che ha portato a un numero di decessi senza precedenti.

Ha affermato che il servizio carcerario e l’esercito israeliani hanno sistematicamente insabbiato le circostanze dei decessi dei prigionieri, omettendo inoltre di avvisare le famiglie, rifiutando la restituzione delle salme, ritardando le autopsie ed eseguendole senza la presenza di un medico nominato dai familiari.

Naji Abbas, referente del PHRI per i prigionieri e i detenuti ha dichiarato a MEE che da novembre il numero di decessi confermati è salito ad almeno 101,

specificando: “Nell’ultimo anno la causa principale è stata la negligenza medica.

Quando parliamo di negligenza medica non ci riferiamo all’accezione prebellica del termine, ovvero ritardi negli appuntamenti, cancellazioni o procrastinazione.

Stiamo parlando di una politica, a tutti gli effetti ufficiale, volta a impedire le cure mediche. Oggi il prigioniero o il detenuto palestinese non ha la possibilità di vedere un medico quando e dove ne ha bisogno. Questa possibilità non esiste.”

Anche degli ex detenuti hanno raccontato a MEE di come durante la detenzione siano state loro negate le cure per gravi patologie.

Muhammed Shalamesh è stato arrestato a 17 anni nel gennaio 2024 e ha trascorso i successivi due anni in prigione, in regime di detenzione amministrativa.

Durante quel periodo Shalamesh ha dichiarato di essere stato ripetutamente sottoposto a percosse e costretto ai lavori forzati per quattro mesi.

Ha anche detto di aver sofferto di dolori cronici sempre più forti perché gli è stata negata la cura per le ferite riportate quando fu colpito a fuoco dai soldati israeliani all’ingresso del campo profughi di Jenin nel giugno 2023.

Shalamesh solleva la felpa nera e la maglietta bianca per mostrare le cicatrici dei proiettili che lo hanno colpito al petto e all’addome. La maggior parte del dito medio della mano destra, dove è stato colpito da un terzo proiettile, è mancante.

“A poco a poco il dolore è aumentato, il dolore causato dalle ferite ha continuato a peggiorare. Ho continuato a soffrire finché non sono più riuscito a stare in piedi”, dice.

“Sono andato dal medico e gli ho detto che avevo bisogno di cure e che non riuscivo a dormire la notte. Mi ha risposto: ‘Sei venuto qui per morire, non per essere curato’.

“Gli ho chiesto: ‘Non mi vuoi curare?’. E lui ha risposto: ‘No. Se potessi ti ucciderei’.”

Le condizioni di Shalamesh hanno continuato a peggiorare. Dice di essere stato picchiato con manganelli di ferro all’interno del furgone durante il trasferimento al carcere del Negev.

Shalamesh racconta che alla fine gli sono stati somministrati antidolorifici, ma solo dopo un grave peggioramento delle sue condizioni e pochi giorni prima del suo rilascio e trasferimento all’ospedale penitenziario di Ramle.

Quando hanno visto che le mie condizioni erano peggiorate, hanno iniziato a curarmi, ma non era una cura adeguata. Hanno pensato che stavo per essere liberato e che le mie condizioni erano peggiorate al punto che avrei potuto morire in prigione”, dice.

Nonostante fossi ferito sono stato trattato come tutti gli altri. Ho visto persone morire in prigione per mancanza di cure, soprusi, percosse e assenza di assistenza medica. Avevo paura di morire da un momento allaltro per mancanza di cure”.

“Come nel 1800”

Ahmad Zaoul e sua moglie, Um Khalil Zaoul, stanno ancora aspettando delle risposte sulla morte del loro figlio ventiseienne, Sakhr Zaoul, avvenuta nel carcere di Ofer il 14 dicembre 2025.

Sakhr, la cui famiglia è originaria di Husan vicino a Betlemme, si trovava a Ofer da sole due settimane, essendo stato trasferito lì dal carcere di Etzion, dove era rimasto dal giorno del suo arresto a giugno.

Aveva già trascorso tre anni in prigione ed era classificato come detenuto di sicurezza, in detenzione amministrativa.

Prima del suo arresto Sakhr non aveva problemi di salute, ha detto suo padre, e stava progettando di aprire in proprio un ristorante.

Durante la detenzione facevamo affidamento su coloro che venivano rilasciati per avere sue notizie. Ci dicevano che stava bene ed era in buona salute. Ma nelle ultime due settimane non abbiamo ricevuto alcuna notizia”, riferisce a MEE.

Dopo la sua morte i genitori di Sakhr hanno appreso da ex detenuti che il figlio si era ammalato ma non aveva ricevuto assistenza medica.

Ci è stato detto che la sua condizione era caratterizzata da gonfiore, vomito di sangue e febbre alta”, dice Shmad Zaoul.

Il referto dell’autopsia di Sakhr riporta che al momento dell’arresto era “in buona salute” e che sei giorni prima della morte gli erano stati prescritti antibiotici.

All’1:00 del 14 dicembre, il personale medico del carcere è stato chiamato per soccorrerlo, ma poco dopo ha vomitato sangue ed è collassato. Alle 2:30 del mattino è stato dichiarato morto.

Il referto rileva che Sakhr era stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore da bambino e il decesso potrebbe essere stato causato da un’emottisi – un riversamento di sangue nei polmoni – causata da complicazioni legate all’operazione.

Ma il corpo di Sakhr non è stato restituito alla famiglia e i suoi genitori ritengono che la sua morte sia più probabilmente legata alla violenza inflitta ai detenuti e alle condizioni di vita nelle prigioni.

“Uccidono i nostri figli e poi cercano scuse, dicendo che forse era malato”, dice Um Khalil Zaoul.

“Mio figlio è stato operato a sei anni. È cresciuto, è stato imprigionato ed è stato picchiato mille volte. E ora dicono che è morto a causa di un’operazione subita a sei anni?

Se l’operazione lo ha danneggiato, allora liberatelo perché lo possa curare, mandare in ospedale, fatemelo sapere, non lasciate che mi svegli una mattina per scoprire di non avere più un figlio”.

Naji Abbas, del PHRI, osserva che i referti autoptici visionati dalle famiglie di Ahmad Tazaza e Sakhr Zaoul riportano risultati preliminari e che sono necessarie ulteriori indagini per determinare con maggiore certezza le cause della morte.

Pur riconoscendo che le loro conclusioni continueranno a essere contestate e messe in discussione fintanto che le autorità israeliane continueranno a trattenere i corpi, Abbas afferma che la morte di entrambi mette in luce la minaccia mortale rappresentata dalla negligenza medica deliberata/intenzionale nei confronti di tutti i prigionieri palestinesi.

Sostiene Abbas: “Questa politica, combinata con la fame e le aggressioni, mette a rischio tutti i 10.000 prigionieri. Oggi anche la più piccola infezione può portare alla morte. Questa realtà ci riporta al 1800. Persino un’infezione cutanea, entrando nel flusso sanguigno per via di una ferita, può portare all’arresto delle funzioni vitali”.

I vestiti di Ahmad Tazaza sono ancora appesi nell’armadio di casa, dice a MEE la madre Najah Abdul Qader, aggiungendo di aver vissuto dalla sua morte “giorni neri, ogni giorno. Mi addormento piangendo e mi sveglio piangendo. Se il pianto potesse riportarlo in vita piangerei giorno e notte”.

Senza un corpo da seppellire i genitori di Ahmad si aggrappano alla speranza che possa essere vivo, ripetendosi una storia che hanno sentito su un prigioniero ricomparso a Betlemme dopo essere stato precedentemente dato per morto.

“Voglio vederlo. Voglio vederlo anche se è morto”, dice Qadir.

“Dicono che sia morto, ma io non ci credo. Se Dio vorrà, verrà fuori che è ancora vivo. Voglio vederlo. Se è morto, seppellirlo con le proprie mani e sapere che ha una tomba pacifica il cuore.

“Perché lo tengono? Cosa vogliono da lui?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In quanto palestinese quello che sta facendo l’ICE negli Stati Uniti mi risulta familiare

Ahmad Ibsais

27 gennaio 2026 – Al Jazeera

Oggi gli statunitensi stanno avendo un saggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato

L’incremento della violenza di Stato negli USA è senza precedenti. Nell’arco di tre settimane a Minneapolis due persone sono state colpite a morte durante raid “anti-immigrazione”. Entrambe sono state definite “terroristi interni”.

Nel contempo la settimana scorsa agenti dell’Immigration and Customs Enforcement [agenzia federale che si occupa di immigrazione e sicurezza interna, ndt.] (ICE) degli USA hanno utilizzato Liam Ramos, di 5 anni, come esca per far uscire di casa suo padre, richiedente asilo; entrambi ora sono stati portati in un centro di detenzione in Texas. L’amministrazione definisce ciò, cioè rinchiudere in massa minori in campi di detenzione, “applicazione delle norme contro l’immigrazione clandestina”. Lo scorso anno l’ICE ha arrestato almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati.

La violenza inflitta dall’ICE sta creando in tutto il Paese un clima di terrore all’interno delle comunità di migranti.

Conosco questo terrore e questa violenza. Sono il terrore e la violenza che devastano da molto tempo la mia patria d’origine, la Palestina. Spero che gli statunitensi non debbano mai affrontare il livello di morte, espulsioni forzate e violenza patito da generazioni di palestinesi. Ma sotto il presidente USA Donald Trump già ora stanno sperimentando le tecniche che sono così familiari alle vittime palestinesi dell’esercito israeliano e degli illegali coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. I paralleli non possono essere ignorati.

Nel 2025 sono morte 32 persone detenute dall’ICE, definite “illegali”, facendone l’anno più letale da due decenni. Sono morte per crisi epilettiche, insufficienza cardiaca, infarto, crisi respiratoria, malattie infettive, suicidio e mancata assistenza. L’ICE non riconosce alcuna responsabilità per il loro decesso. Nella Cisgiordania occupata, dove sono nato, in due anni e quattro mesi le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi.

Circa il 75% delle 68.440 persone detenute dall’ICE lo scorso anno non aveva precedenti penali. Migliaia di palestinesi sono attualmente rinchiuse nelle prigioni israeliane senza accuse né processo.

Con le ultime uccisioni e rapimenti di cittadini statunitensi, ora persino le persone che sono qui “legalmente” hanno paura. C’è una crescente atmosfera di insicurezza ed ansia che chiunque in qualunque momento possa sparire o essere colpito.

In tutto il Paese la violenza dell’ICE sta privando i minori di educazione e altre attività. Per esempio nella città di Charlotte, nella Carolina del Nord, nel 2025 30.000 studenti, circa il 20% degli iscritti del distretto, sono stati assenti da scuola la settimana dopo l’inizio delle incursioni nel 2025 e a Los Angeles i proprietari di negozi hanno raccontato di un significativo calo di vendite in quanto i clienti sono rimasti chiusi in casa.

So come ci si sente a tremare passando vicino a personale di sicurezza armato che in qualunque momento potrebbe spararti e poi definirti un “terrorista”. I membri della mia famiglia sanno cosa significa essere assediati e aggrediti, assistere a un’esecuzione in pubblico.

Questa forma di violenza è stata un’esperienza quotidiana per i palestinesi in tutta la Palestina storica molto prima del 7 ottobre 2023. Dopo quel giorno si è solo intensificata. Proprio come negli USA neppure i minori sono stati risparmiati. Dei 240 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata nel 2025 i minori erano 55.

Solo questo mese durante un’incursione nel suo villaggio i soldati israeliani hanno ucciso il quattordicenne Mohammed Naasan. Hanno sostenuto che stava correndo verso di loro con una pietra in mano.

L’esercito israeliano spara regolarmente proiettili veri contro minori palestinesi e lo giustifica sostenendo che stavano lanciando pietre. Evidentemente un minore palestinese con una pietra rappresenta una minaccia letale per uno degli eserciti più pesantemente armato al mondo, per soldati coperti da un’armatura che sparano da veicoli blindati.

I minori palestinesi vengono regolarmente utilizzati dai soldati israeliani come “scudi umani” quando fanno irruzione nei quartieri; il loro arresto e la violenza nei loro confronti vengono spesso utilizzati per fare pressione sui membri della famiglia perché si consegnino, proprio come ha fatto l’ICE con Liam Ramos e suo padre.

Dal 7 ottobre 2023 all’agosto 2025 almeno 75 palestinesi arrestati da Israele, tra cui il diciassettenne Walid Ahmad, sono stati uccisi. In almeno 12 casi i detenuti sono morti dopo essere stati picchiati o torturati dalle forze di sicurezza israeliane.

Le Nazioni Unite hanno documentato torture sistematiche e maltrattamenti, comprese continue percosse, annegamenti simulati, posizioni dolorose e l’uso dello stupro e di altre violenze sessuali e basate sul genere. Dal novembre 2025 più di 300 minori palestinesi sono attualmente tenuti in detenzione militare. Questi minorenni sono incarcerati a tempo indefinito senza accuse né processo in base a prove segrete che non vengono comunicate né a loro né ai loro avvocati.

Tra loro c’era Mohammed Ibrahim, un sedicenne palestinese americano della Florida che è stato incarcerato per oltre nove mesi. Dopo il rilascio è stato tenuto in ospedale a causa delle sue pessime condizioni e della malnutrizione. Ibrahim ha detto alla sua famiglia di aver assistito di persona alla morte di un altro adolescente in carcere dopo che gli erano state negate cure mediche per la scabbia e un grave virus intestinale.

La ragione per cui la violenza che vediamo negli USA ci ricorda così tanto quello che succede in Cisgiordania è quello che dobbiamo affrontare: strutture securitarie modellate sul suprematismo bianco e su una mentalità colonialista.

Lo Stato di Israele percepisce i palestinesi come subumani e come una minaccia diretta; è per questo che, nella logica dello Stato di Israele, devono essere tenuti in un sistema di apartheid in cui sono sorvegliati, sottomessi e alla fine cacciati.

I palestinesi vengono uccisi per il solo fatto di essere palestinesi, perché si rifiutano di lasciare la loro terra d’origine, perché sono la testimonianza del fatto che la Palestina non è mai stata “una terra senza popolo.”

Anche negli USA lo Stato ha deciso che ci sono alcune persone che sono subumane e rappresentano un pericolo diretto. Anch’esso ha schierato una forza pesantemente armata per spiarle, sottometterle e cacciarle utilizzando tecnologie in precedenza testate sui palestinesi ed importate negli Stati Uniti.

Entrambi i sistemi repressivi agiscono in base allo stesso principio secondo cui i corpi delle persone di colore e dei loro alleati possono essere detenuti senza un motivo, colpiti senza conseguenze e lasciati morire.

Ovviamente non possiamo fare un parallelismo assoluto tra la violenza negli USA e in Palestina.

Lo Stato di Israele ha manifestato sia nelle azioni che nei discorsi un chiaro intento di eliminare totalmente il popolo palestinese.

Attualmente i palestinesi stanno affrontando un genocidio a Gaza e, a un ritmo più lento, nelle Cisgiordania e Gerusalemme est occupate. Lo Stato di Israele ha un chiaro progetto di cancellazione che intende spazzare via persino la memoria storica dell’esistenza palestinese.

Tuttavia è chiaro che oggi gli statunitensi stanno avendo un assaggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato. È così che viene chiamato schierare forze armate che sparano ai cittadini, usano un bambino di 5 anni come esca, lasciano morire i detenuti a un livello senza precedenti. Negli Stati Uniti, in Palestina e ovunque il potere decida che certe vite non contano niente si ripetono le caratteristiche del terrorismo di Stato.

In “1984” George Orwell ha scritto che l’ordine perentorio finale ed essenziale del Partito era negare l’evidenza di quello che si vede e si ascolta. Prima che morisse, il suo editore rilasciò una dichiarazione: “La morale da trarre da questo pericoloso incubo messo in scena dal Partito è semplice: non lasciate che questo accada. Ciò dipende da voi”

Ora stiamo vivendo quell’incubo, assistendo a video di esecuzioni mentre ci viene detto che si trattava di autodifesa. Siamo noi che dobbiamo lottare per un cambiamento. Ovunque dobbiamo essere noi a prendere nelle nostre mani la lotta per la libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmad Ibsais

Ahmad Ibsais, americano palestinese di prima generazione, è uno studente di diritto che scrive State of Siege [Stato d’Assedio, newsletter sulla piattaforma Substack, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un carcerato in detenzione amministrativa muore in un ospedale israeliano

Ali Salam

1 luglio 2025 – International Middle East Media Center (IMEMC)

Lunedì un palestinese di 22 anni è morto in un ospedale israeliano mentre era detenuto in una prigione israeliana. Questo fatto porta a 73 il numero di detenuti che sono morti mentre erano incarcerati da Israele dal 7 ottobre 2023.

L’Autorità Palestinese per gli Affari Civili, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società per i Prigionieri Palestinesi (PPS) hanno riferito che Louay Faisal Muhammad Nasrallah di 22 anni, sottoposto a detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.], è morto nell’ospedale Soroka, in Israele.

I gruppi di difesa dei prigionieri hanno aggiunto che Nasrallah, 22 anni, abitante della città di Jenin, nel nord della Cisgiordania, era trattenuto nella prigione del Negev sotto detenzione amministrativa dal 26 marzo 2024.

Il PPS e la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti hanno riferito che, secondo la sua famiglia, Nasrallah non aveva problemi di salute prima del suo arresto a marzo del 2024.

I gruppi di difesa hanno dichiarato che dall’inizio dell’attacco militare israeliano contro la Striscia di Gaza assediata il 7 ottobre 2023, il numero di prigionieri palestinesi che sono morti nelle prigioni dell’occupazione è salito a 73.

Le stesse fonti hanno aggiunto che dall’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, a giugno del 1967, il numero di palestinesi che sono morti nelle prigioni israeliane è salito a 310.

Il PPS e la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex- Detenuti hanno riferito che il sistema carcerario israeliano ha intensificato la sua politica di torture, incluse aggressioni fisiche e molestie sessuali, mancanza di cure mediche e di cibo.

Le associazioni hanno fatto appello alla comunità internazionale perché consideri l’occupazione israeliana responsabile per i suoi crimini contro la popolazione palestinese, imponendo sanzioni e facendo terminare l’inaudita impunità israeliana.

La dichiarazione del PPS chiede alle Nazioni Unite e al Consiglio per i diritti umani di tenere una sessione di emergenza per discutere del crimine israeliano di “esecuzione dentro le prigioni israeliane.

Si appella anche al procuratore della Corte Penale Internazionale affinché includa queste violazioni dei diritti umani nel fascicolo dei crimini di guerra e genocidio.

La dichiarazione aggiunge che il PPS ha esortato tutte le organizzazioni per i diritti umani a chiedere una inchiesta internazionale indipendente che entri nelle prigioni israeliane per scoprire la verità.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La lettera di Mahmoud Khalil, prigioniero politico palestinese in Louisiana

Mahmoud Khalil

 

18 marzo 2025  Mondoweiss

Da un centro di detenzione dell’ICE [Controllo dell’Immigrazione e delle Dogane, agenzia federale del Dipartimento della Sicurezza Interna, ndt.] Mahmoud Khalil scrive:”L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso”.

La seguente lettera è stata dettata da Mahmoud Khalil ai suoi avvocati dal telefono di un centro di detenzione dell’ICE

18 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto contro un gran numero di persone escluse dalle protezioni di legge. Chi ha diritto ad avere diritti? Di certo non sono gli esseri umani ammassati qui nelle celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato, privato della sua libertà da un anno, con una situazione legale in sospeso e la famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia non esiste nelle strutture di immigrazione di questa nazione. L’8 marzo sono stato preso dagli agenti del Dipartimento della Sicurezza Interna che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno aggredito me e mia moglie mentre rincasavamo da una cena. Ormai il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di cosa stesse succedendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era per la sicurezza di Noor. Non avevo idea se sarebbe stata presa anche lei, poiché gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non essersi allontanata da me. Il Dipartimento non mi ha detto nulla per ore: non sapevo il motivo del mio arresto o se avrei dovuto affrontare un’immediata deportazione.

Ho dormito sul freddo pavimento di Federal Plaza 26 [sede nuovayorkese nell’ICE, ndt.]. Nelle prime ore del mattino gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì dormivo per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta. Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, poiché sostenevo una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza – che è ripreso con massima forza lunedì sera. Con la fine del cessate il fuoco di gennaio, i genitori a Gaza stanno di nuovo cullando minuscoli sudari e le famiglie sono costrette a patire fame e sfollamento sotto le bombe. È per noi un imperativo morale continuare nella lotta per la loro completa libertà.

Sono nato in Siria in un campo profughi palestinese, da una famiglia che era stata sfollata dalla propria terra nella Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza vicino ma distante dalla mia terra natale. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nella mia attuale condizione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, ovvero la reclusione senza processo o accusa, che priva i palestinesi dei loro diritti. Penso all’amico Omar Khatib, che è stato incarcerato da Israele senza accusa o processo mentre tornava a casa da un viaggio. Penso al pediatra direttore dell’ospedale di Gaza dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi si trova in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, la reclusione senza giusto processo è un fatto consueto.

Ho sempre creduto che il mio dovere fosse non solo quello di liberare me stesso dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dal loro odio e dalla loro paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden che quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi 16 mesi, con gli Stati Uniti che hanno continuato a fornire armi a Israele per uccidere i palestinesi e a impedire l’intervento internazionale. Per decenni il razzismo anti-palestinese ha animato l’intento di estendere le leggi e le pratiche statunitensi atte a reprimere violentemente palestinesi, arabo-americani e altre comunità. Questo è esattamente il motivo per cui sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in ballo il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che fossi il bersaglio restano comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e Dean Yarhi-Milo hanno creato le condizioni perché il governo degli Stati Uniti mi detenesse, sanzionando arbitrariamente studenti filo-palestinesi e consentendo campagne virali fuori controllo di diffusione di informazioni personali basate su razzismo e disinformazione. La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, ha creato un nuovo arrogante ufficio disciplinare per eludere il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali consegnando i registri degli studenti al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti della Columbia, alcuni dei quali privati ​​delle loro lauree triennali solo poche settimane prima della laurea, e l’espulsione di Grant Miner presidente dell’Associazione degli Studenti Lavoratori della Columbia alla vigilia delle trattative contrattuali ne sono chiari esempi.

Se non altro la mia detenzione è una prova della forza del movimento studentesco nel cambiare l’opinione pubblica verso la liberazione palestinese. Gli studenti sono da tempo in prima linea nel cambiamento, hanno guidato la lotta contro la guerra del Vietnam, sono in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno lottato contro l’apartheid in Sudafrica. E oggi, anche se la società deve ancora davvero capirlo, sono gli studenti a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta colpendo all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di visto, i titolari di green card e i cittadini tutti saranno puniti per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane studenti, difensori e funzionari eletti dovranno unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti. Sono pienamente consapevole che questo momento trascende le mie personali circostanze, spero comunque di essere libero per assistere alla nascita del mio primogenito.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele sta imprigionando arbitrariamente un numero record di minori palestinesi. Questo deve finire

Miranda Cleland

9 marzo 2025 – Middle East Eye

Attualmente più di un terzo dei minori palestinesi in carcere è costituito da detenuti amministrativi, imprigionati senza accusa o processo

I ragazzi palestinesi, in genere di età compresa tra 15 e 17 anni, ma a volte anche di 12 anni, sono da tempo presi di mira dall’esercito israeliano con arresti, detenzioni e procedimenti giudiziari.

Israele è l’unico Paese al mondo che persegue regolarmente e sistematicamente i minorenni nei tribunali militari, processando e imprigionando ogni anno dai 500 ai 700 minori palestinesi.

In un numero sempre più elevato essi non sono accusati di alcun crimine e sono trattenuti in base a ordini di detenzione amministrativa. Fanno parte della più grande coorte nella storia di minori palestinesi in detenzione amministrativa della storia.

Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno intensificato in modo significativo gli arresti di palestinesi, inclusi i minori.

La fonte più affidabile sul numero di prigionieri è l’Israel Prison Service, che comunica i dati una volta ogni trimestre, con le ripartizioni per età e con o senza imputazioni. Organizzazioni per i diritti umani come quella per cui lavoro, Defence for Children International – Palestine (DCIP), monitorano questi numeri, documentano le condizioni delle carceri e raccolgono le testimonianze dei prigionieri.

I numeri sono di per sé allarmanti: nell’ultimo anno, ogni volta che l’Israel Prison Service ha rilasciato i dati, il numero di minorenni palestinesi in detenzione amministrativa è risultato il più alto di sempre.

L’ultimo conteggio di fine dicembre – 112 minori palestinesi imprigionati in regime di detenzione amministrativa – è quasi cinque volte più di quello di prima del 7 ottobre 2023. Attualmente i detenuti amministrativi minorenni sono più di un terzo del totale di quelli incarcerati.

Rapida espansione

Le forze israeliane hanno rapidamente esteso l’utilizzo della detenzione amministrativa per esercitare il controllo sui minori e le famiglie palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Dopo il 7 ottobre le autorità israeliane hanno emanato severe restrizioni all’accesso alle prigioni israeliane. Le visite dei familiari sono state completamente sospese e quelle degli avvocati che rappresentano i prigionieri sono diventate estremamente difficili, spesso respinte dalle autorità israeliane.

Quindi gli avvocati del DCIP hanno raccolto principalmente testimonianze di minorenni dopo il loro rilascio dalle prigioni israeliane. Tutti hanno riferito che le condizioni carcerarie sono peggiorate in modo significativo, con le guardie carcerarie israeliane che servono regolarmente cibo avariato, negano l’accesso a bagni e docce e riempiono le celle con un numero di minori doppio di quello regolamentare.

“Il cibo è di scarsa qualità, crudo e insufficiente per noi ragazzi. Mi ha dato problemi perché soffro di disturbi di stomaco”, ha detto al DCIP il sedicenne Jamal (che ha parlato sotto pseudonimo per motivi di sicurezza), nel descrivere la situazione all’interno della prigione di Ofer. “In cella si sta male, perché non ci sono abbastanza letti per tutti. Alcuni di noi erano costretti a dormire a turno sul pavimento”.

Le forze israeliane hanno arrestato Jamal nella sua casa nel campo profughi di Arroub, nella Cisgiordania meridionale occupata, durante l’estate, dopo avergli sparato ad un ginocchio con proiettili veri. Il giorno in cui è stato incarcerato doveva sottoporsi a un intervento chirurgico per la lesione.

“I soldati hanno infierito sulla mia lesione, costringendomi a stare seduto e inginocchiato sul ginocchio traumatizzato per cinque ore. Venivo picchiato duramente se mi muovevo a causa del dolore”, ha detto Jamal al DCIP, aggiungendo che la compressione ha causato la riapertura della ferita.

“Mi hanno messo le cuffie alle orecchie e mi hanno fatto ascoltare canzoni a un volume alto e fastidioso per un’ora e mezza, sapendo che soffro all’orecchio destro per un calo di udito, e questo mi ha causato dolore all’orecchio sinistro e alla testa”, ha aggiunto Jamal.

Una crudeltà tristemente nota

Gli interrogatori israeliani che conducono gli interrogatori sono tristemente noti per i loro atti di crudeltà fisica e psicologica contro i minori palestinesi detenuti al fine di estorcergli una confessione.

Mentre le norme giuridiche internazionali sottolineano che i minorenni accusati di un crimine hanno il diritto alla presenza di un familiare e un avvocato durante l’interrogatorio, ai ragazzi palestinesi non viene concessa né l’una né l’altra.

Jamal non ha mai ricevuto accuse; le forze israeliane lo hanno invece arrestato in base a un ordine di detenzione amministrativa. Di conseguenza, né lui né la sua famiglia avevano idea di quando sarebbe stato rilasciato, di cosa fosse accusato o del momento in cui avrebbe potuto tornare a casa.

Ora, mentre centinaia di prigionieri palestinesi vengono finalmente rilasciati come parte dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas alcuni prigionieri minorenni stanno tornando a casa presso le loro famiglie.

Le autorità israeliane stanno minacciando i familiari nel tentativo di impedire loro di parlare con i media: un altro tentativo di isolare i ragazzi e le loro famiglie.

L’uso esteso e accresciuto della detenzione amministrativa per colpire i minori palestinesi equivale a detenzione arbitraria ed è bandita dal diritto internazionale.

Finché ogni ragazzo palestinese non sarà libero dalla prigionia israeliana e questa pratica di prendere di mira i minorenni non sarà abolita dobbiamo continuare a lottare per riunirli alle loro famiglie.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Khalida Jarrar: chi è la prigioniera palestinese recentemente liberata?

Redazione

20 gennaio 2025-Middle East Eye

Femminista e attivista per i diritti, la figura di spicco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è stata un bersaglio israeliano per decenni.

La prigioniera palestinese Khalida Jarrar è stata liberata da Israele domenica come parte della prima ondata di scambi di prigionieri concordata con Hamas nell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza.

La 61enne, parlamentare, femminista e sostenitrice dei diritti dei prigionieri, era tenuta dal 26 dicembre 2023 in detenzione amministrativa, un sistema che consente alle autorità israeliane di trattenere gli individui senza accusa o processo [per un tempo illimitato, n.d.t.].

La detenzione di Jarrar è stata rinnovata più volte.

Ad agosto è stata trasferita in isolamento come “forma di punizione”, secondo il Palestinian Prisoners Club, e tenuta per sei mesi in una cella di 1 m per 1,5 m nella prigione di Ayalon (Ramallah).

L’organizzazione per i diritti umani Addameer ha riferito che la cella aveva “a malapena abbastanza spazio per un materasso e vestiario, prodotti per l’igiene, cibo e acqua erano tutti sottoposti a severe limitazioni. La lunga carriera di Jarrar come attivista l’ha portata a trascorrere gli ultimi tre decenni dentro e fuori dalla galera e ha perso suo padre, sua figlia e suo nipote mentre era dietro le sbarre. Sua sorella Salam Altratot ha detto a Middle East Eye che l’ultima detenzione è stata la più dura che Jarrar abbia mai sopportato.

Una militante da sempre

Nata a Nablus, Jarrar è una importante leader politica e sostenitrice dei diritti umani e del femminismo.

Il suo attivismo è iniziato presto. Da adolescente si sa che ha fatto volontariato con un gruppo che faceva le pulizie nella comunità locale e nelle scuole pubbliche contro il volere di molti nella sua famiglia che ritenevano quel lavoro più adatto ai ragazzi.

È diventata una delle leader più importanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), un gruppo nazionalista e marxista-leninista che è la seconda maggiore fazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ed è stato designato come gruppo terroristico da Israele e dagli Stati Uniti.

Nel 2006 è rimasta eletta al Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, ed è stata nominata a guidare la commissione che si occupa dei prigionieri. Le viene attribuito un ruolo di primo piano nel consolidare l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI) nel 2015. Jarrar è stata anche un’infaticabile attivista per i diritti dei prigionieri palestinesi ricoprendo tra il 1993 e il 2005 il ruolo di direttrice di Addameer, un’organizzazione per i diritti dei prigionieri con sede a Ramallah.

Ripetute detenzioni

Il lavoro di Jarrar l’ha resa un costante bersaglio per le autorità israeliane che l’hanno arrestata più volte negli ultimi tre decenni sottoponendola spesso a detenzione amministrativa.

Il suo primo arresto è avvenuto nel marzo 1989, quando ha partecipato a una manifestazione in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Ad aprile 2015 le autorità israeliane hanno arrestato Jarrar e inizialmente l’hanno tenuta in detenzione amministrativa senza accusa.

A seguito della crescente pressione internazionale un tribunale militare israeliano l’ha accusata di 12 reati legati alla sicurezza e connessi alla sua appartenenza al FPLP. Jarrar è stata dichiarata colpevole e condannata a 15 mesi di prigione, cinque anni di libertà vigilata e una multa di 2.600 dollari.

La leader palestinese ha continuato il suo lavoro in prigione fondando una scuola e insegnando inglese alle giovani donne detenute.

È stata rilasciata nel giugno 2016 solo per essere arrestata un anno dopo durante un raid all’alba nella sua casa a Ramallah. È stata liberata nel settembre 2021. Jarrar ha dovuto affrontare anche divieti di viaggio di lunga durata imposti dalle autorità israeliane, suo marito è stato arrestato più di 10 volte.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)