Perché Israele ha paura di Khalida Jarrar?

Ramzy Baroud

8 novembre, Nena News 

da Dissident Voice

Roma, 8 novembre 2018, Nena News – Quando, il 2 aprile 2015, i soldati israeliani fecero irruzione in casa di Khalida Jarrar, parlamentare e avvocato palestinese, lei era assorta nella sua ricerca. Da mesi, Jarrar guidava l’iniziativa palestinese volta a portare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale (ICC). La sua ricerca, proprio quella sera, verteva su quel genere di condotta secondo cui un gruppo di soldati può ammanettare una rispettabile intellettuale palestinese e mandarla in galera senza processo, e non è considerato responsabile di tale azione.

Venne rilasciata nel giugno del 2016, dopo aver passato oltre un anno in prigione, solo per essere nuovamente arrestata il 2 luglio 2017. Si trova tutt’ora in un carcere israeliano.

 Il 28 ottobre di quest’anno, la sua “detenzione amministrativa” è stata rinnovata per la quarta volta.

Ci sono migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, la maggior parte dei quali detenuti al di fuori dei Territori Palestinesi Occupati, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Peraltro, circa 500 palestinesi rientrano in una diversa categoria, visto che sono detenuti senza processo per periodi di sei mesi che vengono rinnovati, a volte a tempo indeterminato, dai tribunali israeliani senza alcuna motivazione legale. Jarrar è una di questi detenuti. Non implora la libertà ai suoi carcerieri. Anzi, è impegnata a istruire le sue compagne prigioniere sulla legislazione internazionale, dando lezioni e rilasciando al mondo esterno dichiarazioni che rispecchiano non solo la sua mente raffinata, ma anche la sua risolutezza e forza di carattere.

Jarrar è inarrestabile. Nonostante le sue precarie condizioni di salute, – ha avuto più infarti ischemici, soffre di ipercolesterolemia ed è stata ricoverata a causa di una grave emorragia da epistassi – la dedizione alla causa della suo popolo non si è in alcun modo indebolita, né ha mai ha vacillato.

L’avvocato palestinese cinquantacinquenne ha sostenuto un discorso politico che è sostanzialmente inesistente nella faida in corso tra la fazione di maggioranza dell’Autorità Palestinese, Fatah, in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza sotto assedio.

Come membro del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) e membro attivo all’interno del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), Jarrar sostiene un tipo di politica non disconnessa dalla gente e, soprattutto, dalle donne, che rappresenta con forza e senza compromessi.

Secondo lei, nessun funzionario palestinese dovrebbe impegnarsi in alcuna forma di dialogo con Israele, perché tale coinvolgimento aiuta la legittimazione di uno Stato che si fonda sul genocidio e sulla pulizia etnica, e che sta tuttora compiendo vari tipi di crimini di guerra; proprio quei crimini che lei ha tentato di denunciare alla Corte Penale Internazionale.

Com’era prevedibile, Jarrar rifiuta il cosiddetto “processo di pace”, un’operazione inutile, priva di qualsiasi intenzione o meccanismo per “l’applicazione di risoluzioni internazionali relative alla causa palestinese e il riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi”. Va da sé che una donna con una posizione così sagace e decisa rifiuti fermamente il “coordinamento per la sicurezza” tra l’Autorità Palestinese e Israele, considerando tale iniziativa un tradimento della lotta e dei sacrifici del popolo palestinese.

Mentre i funzionari dell’Autorità Palestinese continuano a godere dei vantaggi della “leadership”, tentando disperatamente  di rianimare l’ormai deceduto dibattito politico su “processo di pace” e “soluzione dei due Stati”, Jarrar, una leader palestinese donna di autentica lungimiranza, sopravvive nel carcere di HaSharon. Lì, insieme a decine di altre donne palestinesi, sperimenta ogni giorno l’umiliazione, la negazione dei diritti e le varie tecniche israeliane volte a piegare la sua volontà.

Ma Jarrar è un’esperta di resistenza a Israele tanto quanto lo è nella sua conoscenza della legge e dei diritti umani.

Nell’agosto 2014, mentre Israele portava avanti uno dei suoi più atroci atti di genocidio a Gaza – uccidendo e ferendo migliaia di persone nell’operazione bellica chiamata “Margine Protettivo” – Jarrar ricevette una visita indesiderata da parte dei soldati israeliani. Pienamente consapevole del lavoro di Jarrar e della sua credibilità come avvocato palestinese di portata internazionale – è la rappresentante palestinese al Consiglio d’Europa – il governo israeliano scatenò la campagna di persecuzione contro di lei, finita con l’incarcerazione. I soldati le consegnarono un decreto militare che le ordinava di lasciare la sua casa ad al-Bireh, vicino a Ramallah, e trasferirsi a Gerico.

Fallito il tentativo di metterla a tacere, venne arrestata nell’aprile dell’anno successivo, dando inizio a un capitolo di sofferenza, ma anche di resistenza, che non è ancora finito. Quando l’esercito israeliano andò a prelevare Jarrar, la sua casa venne circondata da un numero spropositato di soldati, come se l’eloquente attivista palestinese fosse, per Israele, il più grande “pericolo per la sicurezza”.

La scena era piuttosto surreale, e rappresentativa della vera paura di Israele: paura di quei palestinesi, come Khalida Jarrar, capaci di trasmettere un messaggio chiaro, che smaschera Israele agli occhi del mondo. Ricordava la frase iniziale del romanzo di Franz Kafka, “Il Processo”: “Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato” (“Il Processo”, F. Kafka, trad. Primo Levi, Einaudi 1983, n.d.t.)

La detenzione amministrativa in Israele è la ricostruzione all’infinito di quella scena kafkiana. Joseph K. è Khalida Jarrar con le migliaia di altri palestinesi che stanno pagando per il semplice fatto di aver rivendicato i diritti e la libertà del loro popolo.

Sotto pressione internazionale, Israele fu costretta a processare Jarrar, sollevando contro di lei dodici capi d’accusa, tra cui l’aver visitato un detenuto liberato e aver partecipato a una fiera del libro. L’altro arresto e le quattro proroghe della sua detenzione sono dimostrazione non solo della mancanza di prove concrete contro di lei, ma anche del fallimento morale di Israele.

Ma perché Israele ha paura di Khalida Jarrar?

La verità è che Jarrar, come molte altre donne palestinesi, rappresenta l’antidoto alla narrativa israeliana preconfezionata che promuove inesorabilmente Israele come un’oasi di libertà, democrazia e diritti umani in contrapposizione a una società palestinese che, presumibilmente, sarebbe l’opposto. Jarrar, avvocato, attivista per i diritti umani, importante esponente politica e sostenitrice delle donne, con la sua eloquenza, il coraggio e la conoscenza profonda dei propri diritti e di quelli del suo popolo, demolisce il castello di bugie israeliano.

È la quintessenza del femminismo: ma il suo “essere femminista” non è mera identità politica, o un’ideologia di facciata che evoca diritti “vuoti” ad uso e consumo delle platee occidentali. Al contrario, Khalida Jarrar lotta per le donne palestinesi, per la loro libertà e il loro diritto a ricevere una formazione adeguata, a cercare opportunità di lavoro e a migliorare la propria vita mentre affrontano gli enormi ostacoli dell’occupazione militare, il carcere e la pressione sociale.

“Khalida” in arabo vuol dire “Immortale”, definizione che calza a pennello per un’autentica combattente, incarnazione dell’eredità di generazioni di grandi donne palestinesi, la cui “sumoud” – determinazione – sarà sempre d’esempio per un’intera nazione. Nena News

Ramzy Baroud, scrittore e giornalista, è l’autore di “The Second Palestinian Intifada: A Chronicle of a People’s Struggle” e del più recente “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”.

(traduzione di Elena Bellini)




Un ballerino palestinese proveniente dal Belgio incarcerato da Israele

Ali Abunimah

22 agosto 2018, The Electronic Intifada

C’è crescente preoccupazione in Belgio per un ballerino rifugiato palestinese che è stato arrestato dalle autorità israeliane quando un mese fa ha cercato di entrare nella Cisgiordania occupata dalla Giordania.

Mustapha Awad, nato nel campo profughi di Ein al-Hilweh in Libano, ha ottenuto lo status di rifugiato e la cittadinanza in Belgio.

Secondo il gruppo di solidarietà con i prigionieri “Samidoun”, per due settimane dopo il suo arresto ad Awad non è stato consentito di vedere un avvocato. Ha potuto solamente incontrare qualcuno del consolato belga l’8 agosto, dopo 20 giorni di interrogatorio.

Secondo “Samidoun”, Awad è comparso in tribunale il 16 agosto ed è stato poi riportato in un centro israeliano di interrogatori.

“Il mio cliente è stato arrestato ad un posto di frontiera con l’accusa di appartenere ad una organizzazione terroristica, cosa che lui nega assolutamente”, ha detto ai media l’avvocato belga di Awad venerdì scorso.

Awad, di 36 anni, è il cofondatore di “Raj’een”, un gruppo di danza popolare palestinese.

“Era la prima volta che andava in Palestina per visitare la terra dei suoi genitori. Non ha mai vissuto là”, ha aggiunto l’avvocato.

L’emittente pubblica belga RTBF ha citato rapporti dei media israeliani che sostengono che Awad è affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo armato palestinese di tendenza marxista, ndtr.].

Israele considera quella fazione politica, insieme a quasi tutti gli altri partiti politici palestinesi, come organizzazione “terroristica”.

Secondo la RTBF, Awad deve comparire nuovamente davanti ad un giudice israeliano il 3 settembre.

Il ministero degli Esteri belga ha confermato l’arresto di Awad e ha detto che sta “seguendo la situazione”, ma non ha fornito altri dettagli.

Il caso di Awad ricorda quello di Salah Hamouri, un difensore dei diritti umani franco-palestinese, che è stato detenuto in Israele per un anno senza accuse né processo.

Il governo francese ha fatto poco per ottenere la libertà per Hamouri.

Gli attivisti in Belgio stanno promuovendo una campagna per la liberazione di Awad.

Una delegazione del Comitato per la liberazione di Mustapha Awad mercoledì è stata ricevuta dal ministero degli Esteri a Bruxelles.

Hanno anche lanciato una pagina Facebook e una petizione che chiede al governo belga di “assumersi le proprie responsabilità per tutelare i suoi cittadini contro arresti arbitrari ed ogni forma di tortura o trattamento inumano.”

Waed Tamimi condannato

Un tribunale militare israeliano ha condannato Waed Tamimi a 14 mesi di reclusione per aver tirato pietre contro un poliziotto di frontiera israeliano lo scorso anno, e per un fatto simile un anno prima.

Waed, di 21 anni, è il fratello di Ahed Tamimi, la ragazza recentemente rilasciata dopo otto mesi di prigione per aver spinto e schiaffeggiato un soldato israeliano all’interno della proprietà della famiglia nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Anche la madre dei due fratelli, Nariman, ha passato otto mesi in prigione per aver filmato l’incidente che ha coinvolto Ahed.

Come nel caso di Ahed, la condanna di Waed è stata l’esito di un patteggiamento in cui lui ha ammesso le accuse rivoltegli dalle forze di occupazione israeliane.

Il tribunale militare israeliano nega ai palestinesi le fondamentali garanzie di un giusto processo e di certezza del diritto e presenta un tasso di condanne quasi del 100%.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha riferito che “il tribunale ha rilevato che le pietre scagliate da Waed Tamimi ed altri hanno colpito un poliziotto di frontiera, che indossava un elmetto, alla testa e a un braccio, ferendolo”.

Mentre i palestinesi vengono sistematicamente accusati dalle autorità militari israeliane di rispondere agli attacchi delle forze di occupazione lanciando pietre, i soldati israeliani che feriscono, rendono disabili ed uccidono i palestinesi godono di una quasi totale impunità.

Waed vedrà riconosciuto il periodo passato in prigione da quando è stato prelevato in maggio al mattino presto durante un’incursione delle forze di occupazione.

Suo padre Bassem all’epoca ha scritto in un post su Facebook che, dopo che i soldati israeliani lo hanno picchiato e ferito durante l’arresto, Waed è stato portato in ospedale.

Giornalisti arrestati

Il 15 agosto anche nella Cisgiordania occupata le forze israeliane hanno arrestato Ali Dar Ali, un giornalista di “Palestine TV”, [la televisione] dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Le forze israeliane hanno arrestato Dar Ali durante un’incursione all’alba nella sua casa nel villaggio di Burham in Cisgiordania ed hanno confiscato il suo cellulare e il suo computer.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a ‘The Times of Israel’ che Dar Ali è stato arrestato per “istigazione”, in quanto ha filmato e trasmesso in streaming le forze israeliane mentre si accingevano a demolire una casa nel campo profughi di Amari, vicino a Ramallah.

Sherif Mansour, del Comitato di Protezione dei Giornalisti, ha affermato: “Israele utilizza ogni mezzo legale a sua disposizione, comprese accuse di istigazione, per eliminare le informazioni critiche sulle sue politiche ed attività in Cisgiordania e incarcera giornalisti come Ali Dar Ali.

Facciamo appello alle autorità israeliane perché rilascino immediatamente Ali Dar Ali e lo lascino lavorare liberamente.”

Il tribunale militare della prigione di Ofer, dove è incarcerato Dar Ali, ha prorogato varie volte la sua detenzione. Adesso è prevista fino al 4 settembre.

A giugno il parlamento israeliano ha iniziato a prendere in esame una legge che punirebbe con fino a 10 anni di prigione chi filma o registra soldati israeliani e ne pubblica il contenuto.

“Reporters senza Frontiere ha chiesto di respingere la legge, definendola parte dell’inasprimento della repressione su giornalisti e difensori dei diritti umani che documentano gli abusi contro i palestinesi.

L’incarcerazione di Dar Ali è l’ultimo di una serie di arresti israeliani di giornalisti palestinesi.

Le forze di occupazione israeliane il 30 giugno hanno arrestato quattro giornalisti in Cisgiordania, tre dei quali sono stati rilasciati su cauzione.

Ma domenica un tribunale militare israeliano ha bloccato il rilascio del quarto, Ala al-Rimawi, su richiesta del procuratore militare.

In una dichiarazione rilasciata attraverso il suo avvocato, al-Rimawi ha detto che la campagna israeliana di arresti ha lo scopo di spaventare ed intimidire i giornalisti palestinesi perché non facciano il loro lavoro e non raccontino la realtà.

Al-Rimawi ha detto che dal suo interrogatorio era evidente che le autorità israeliane ritengono che termini usati dai giornalisti, come “martire”, “occupazione”, “scontro” e “tenacia”, costituiscano istigazione [alla violenza].

Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, attualmente sono detenuti da Israele 18 giornalisti palestinesi.

Solidarietà con lo sciopero delle prigioni

I prigionieri e gli ex prigionieri palestinesi affiliati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina hanno inviato un messaggio di solidarietà ai lavoratori incarcerati negli Stati Uniti, che hanno indetto uno sciopero nazionale il 21 agosto.

Lo sciopero delle prigioni del 2018 è la risposta ad un incidente avvenuto in aprile in cui numerosi prigionieri sono morti nella Carolina del sud.

“Sette compagni hanno perso la vita quando gli agenti penitenziari li hanno respinti durante una rivolta che avevano provocato”, hanno affermato gli organizzatori dello sciopero. “Chiediamo condizioni di vita umane, l’accesso alla riabilitazione, la riforma del sistema di condanne e la fine della schiavitù dei nostri giorni.”

Ci sono più di due milioni di persone nelle carceri americane, un aumento del 500% negli ultimi 40 anni, che non è collegato all’andamento della criminalità.

Le politiche di incarcerazione di massa che arricchiscono le imprese carcerarie private prendono di mira in modo sproporzionato i poveri e le persone di colore, in particolare i neri.

“Oggi i lavoratori delle carceri sono tra i lavoratori più sfruttati negli Stati Uniti e la stessa classe dominante che trae profitti dalla confisca della terra e dalle risorse palestinesi e dai bombardamenti sui bambini in Yemen, trae profitti anche dal lavoro forzato dei prigionieri”, affermano i prigionieri palestinesi.

“La vostra lotta è una lotta di lavoratori che fa parte del nostro conflitto mondiale contro il brutale sfruttamento che i nostri popoli oggi subiscono.”

Alì Abunimah

Cofondatore di The Electronic Intifada ed autore di ‘The battle for justice in Palestine’ [La lotta per la giustizia in Palestina], in uscita da Haymarket Books.

Ha scritto anche ‘One country: A bold-proposal to end the Israeli-Palestinian impasse’ [Un Paese: un’audace proposta per porre fine all’empasse tra israeliani e palestinesi] .

Le opinioni sono esclusivamente mie.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Quel boato? È la Palestina che scatena uno tsunami legale contro i crimini di guerra israeliani

Victor Kattan

25 maggio 2018, Haaretz

La Palestina è decisa a far cadere su Israele tutto il peso delle leggi internazionali. E sta cominciando adesso.

Questa volta il governo di Benjamin Netanyahu potrebbe essere andato troppo in là nella difesa delle azioni delle sue forze armate a Gaza. Ciò potrebbe portare al fatto che Israele sia obbligato a difendere le proprie azioni davanti a una corte di diritto internazionale.

L’affermazione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”, dove più di 60 palestinesi sono stati uccisi durante manifestazioni il 14 maggio, non poteva essere ignorata dalla dirigenza palestinese. Secondo il rapporto presentato dalla Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI), le persone colpite da cecchini e dal fuoco dell’artiglieria comprendono sei minori, un amputato alle due gambe, un infermiere e 11 giornalisti.

Se teniamo conto della decisione del presidente USA Donald Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme – che in sé è stata una flagrante violazione delle leggi internazionali – nello stesso giorno in cui ha avuto luogo la sparatoria, la dirigenza palestinese ha capito di dover prendere l’iniziativa, almeno per conservare la propria credibilità agli occhi del suo stesso popolo.

Supportato dai festeggiamenti che hanno accompagnato la decisione di Trump sull’ambasciata, il primo ministro Benjamin Netanyahu sembra aver trascurato, o non avere preso sul serio, importanti iniziative diplomatiche palestinesi negli ultimi mesi che, prese insieme, potrebbero aver rovinato la festa.

Nel settembre 2017 la Palestina ha aderito all’Interpol, l’organizzazione internazionale di polizia; in aprile ha presentato una denuncia contro Israele per aver violato i suoi impegni in base alla “Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale”; e proprio la settimana scorsa il Consiglio ONU sui Diritti Umani ha deciso di inviare una commissione di inchiesta, appoggiata da quasi tutti i membri del Consiglio tranne gli USA e l’Australia, per indagare sull’uccisione di palestinesi sul confine di Gaza da parte di Israele.

Ora il ministro degli Esteri della Palestina Riyad al-Maliki ha presentato un ricorso su propria iniziativa alla Corte Penale Internazionale in cui si chiede alla procuratrice Fatou Bensouda di aprire un’indagine sui crimini commessi sul territorio dello Stato di Palestina.

La dirigenza palestinese potrebbe prendere ulteriori passi presso altre corti e tribunali internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia, chiedendo all’Assemblea Generale dell’ONU di fare richiesta di un parere consultivo a quella corte, se facendolo vi vedesse un beneficio politico.

Benché Israele non riconosca lo Stato di Palestina, oltre 130 Stati lo fanno. Dato che Israele sta occupando il territorio di uno Stato membro, in linea di principio la CPI ha giurisdizione in materia.

Il ricorso su propria iniziativa è stato presentato alla procuratrice Bensouda da funzionari del ministero degli Affari Esteri della Palestina. Lo Stato di Palestina ha goduto dello status di Paese osservatore nell’Assemblea Generale dell’ONU dal 29 novembre 2012, ed ha ratificato o aderito a numerosi trattati – compreso lo Statuto di Roma che ha creato la CPI.

Gli USA, per favorire Israele, potrebbero rendere questo ricorso alle leggi internazionali disagevole per i palestinesi. Nel 2015 il congresso USA ha approvato l’“Omnibus Appropriations Act” [“Legge per la Raccolta dei Finanziamenti”, ndt.] per impedire il trasferimento di un sostegno economico all’Autorità Nazionale Palestinese se questa avesse avviato “un’inchiesta giuridicamente autorizzata della Corte Penale Internazionale o avesse attivamente sostenuto un simile inchiesta, che sottoponga cittadini israeliani a un’inchiesta per presunti crimini contro i palestinesi.”

Ovviamente i consiglieri giuridici della Palestina potrebbero sostenere di non aver iniziato loro, ma solo richiesto, l’apertura di un’inchiesta: solo il procuratore può avviare un’inchiesta.

Ma comunque l’amministrazione Trump ha già tagliato gli aiuti all’UNRWA, l’agenzia ONU incaricata di occuparsi dei rifugiati palestinesi, e ha tentato di chiudere la missione diplomatica della Palestina a Washington. Queste azioni hanno eliminato gli incentivi ed i privilegi economici che il presidente Obama, e le precedenti amministrazioni USA, avevano concesso alla dirigenza palestinese.

Finora questi benefici sembravano aver evitato che la dirigenza palestinese presentasse le proprie richieste contro Israele di fronte a corti e tribunali internazionali. La minaccia di ulteriori tagli all’Autorità Nazionale Palestinese evidentemente non ha dissuaso la leadership palestinese dal prendere questa iniziativa, che potrebbe indicare che essa ha trovato altri finanziatori che la tengono a galla.

La decisione di presentare un ricorso su propria iniziativa alla CPI è significativa perché mette pressione sulla procura affinché velocizzi il terzo esame preliminare che sta già svolgendo sulla Palestina.

Questa indagine è stata aperta quando la Palestina ha aderito alla Corte nel gennaio 2015 ed attualmente è nella fase 2 di un processo in 4 fasi. (La fase 1 consiste in una valutazione informativa; la 2 si concentra sulla giurisdizione; la 3 sulla potenziale ammissibilità dei casi; la 4 esamina l’interesse della giustizia).

Il testo del ricorso della Palestina alla CPI indica che, da quando nel gennaio 2015 la Palestina ha aderito alla Corte, il ministro degli Affari Esteri della Palestina ed i suoi giuristi dell’Aia hanno inviato all’ufficio del procuratore tre comunicazioni, un’osservazione e 25 successivi rapporti mensili.

Il ricorso “chiede alla procura di indagare, in base alla giurisdizione temporale della Corte, crimini precedenti, in corso e futuri che ricadono sotto la giurisdizione della Corte, commessi in ogni parte del territorio dello Stato di Palestina.” Il ricorso chiarisce che “lo Stato di Palestina comprende i territori palestinesi occupati dal 1967 da Israele, come definiti dalla linea dell’armistizio del 1949, e include la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza.”

Nella sua dichiarazione sul ricorso, l’ufficio di Bensouda ha spiegato che ciò non porta automaticamente all’apertura di un’inchiesta.” Deve ancora completare le 4 fasi di esame preliminare.

Al momento tutti i ricorsi su propria iniziativa alla CPI sono stati presentati da Paesi africani, compresi la Repubblica centro-africana (due volte), la Repubblica Democratica del Congo, le Comore, il Gabon, il Mali e l’Uganda. L’attenzione esclusiva della Corte sul continente è stato argomento di critiche, anche se John Dugard, uno dei legali che questa settimana hanno accompagnato il ministro degli Esteri palestinese alla CPI, giustamente ha sostenuto che sono gli stessi Stati africani che hanno presentato questi ricorsi.

La Palestina è stato il primo Stato non africano a presentare un ricorso su propria iniziativa ed il secondo a prevedere accuse di crimini commessi da Israele.

Il primo venne fatto dalle Comore nel 2013 riguardo a presunti crimini commessi da Israele sulla nave Mavi Marmara, una nave passeggeri con bandiera delle Comore che nel 2010 portava pacifisti verso Gaza [10 passeggeri turchi vennero uccisi durante l’attacco israeliano in acque internazionali, ndt.]. Nonostante due ricorsi, in quel caso il procuratore decise di non aprire un’inchiesta e chiuse la sua inchiesta preliminare.

Non ci sono ragioni per cui il fatto di non essere arrivati a un processo riguardo alla Mavi Marmara possa impedire al procuratore di valutare con cura le denunce palestinesi di crimini commessi nello Stato di Palestina.

È vero, la procura potrebbe avere difficoltà a raccogliere prove, in quanto Israele difficilmente collaborerà, e non è obbligato a collaborare in quanto Israele non è uno Stato membro del Trattato di Roma. Tuttavia, come ben chiarisce il ricorso, i crimini commessi da Israele a Gerusalemme est, in Cisgiordania e a Gaza “sono tra i più ampiamente documentati nella storia contemporanea.”

Questi presunti crimini includono la politica di colonizzazione di Israele, che viola direttamente lo Statuto di Roma ed è stata una delle ragioni per cui Israele non l’ha firmato nel 1998. Secondo il ricorso palestinese, come documentato dall’Ufficio Statistico Centrale di Israele, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima c’è stato un aumento del 70% delle costruzioni di colonie tra l’aprile 2016 e il marzo 2017.

Il ricorso sostiene anche che l’esercito israeliano e i coloni hanno ucciso o ferito oltre 1.100 minori palestinesi nel solo 2017. Si riferisce alle uccisioni a Gaza del 14 maggio, alla demolizione di case a partire dal 2016, alla distruzione ed appropriazione di proprietà, alla detenzione illegittima, compresi 700 palestinesi tenuti in detenzione amministrativa che viene rinnovata indefinitamente, senza imputazioni o processo, sulla base di prove “segrete” tenute nascoste ai detenuti ed ai loro avvocati. Altre accuse, precisate in precedenti comunicazioni, osservazioni e rapporti mensili inviati all’ufficio della procura non sono state rese note.

Dei sei Stati che finora hanno fatto ricorso su propria iniziativa alla CPI, la procura ha aperto inchieste su cinque di essi: la Repubblica centro-africana (due volte), il Congo, il Mali e l’Uganda. Un altro (relativo al Gabon) è ancora nella fase 2. Rifiutando di aprire un’indagine sulla flottiglia di Gaza, la procura ha considerato i presunti crimini “non di una gravità sufficiente”. Ma è improbabile che questo argomento impedisca alla procura di indagare su presunti crimini di Israele in Cisgiordania e a Gaza, che sembrano essere molti gravi.

Se la prassi precedente insegna qualcosa, pare ci sia una notevole probabilità che la procura apra questa inchiesta sul caso palestinese. I ricorsi su propria iniziativa si sono conclusi con un processo e con arresti nei casi relativi alla Repubblica centro-africana, al Congo e all’Uganda, dove ordini di arresto sono stati emanati nel 2005 contro membri dell’Esercito di Liberazione del Signore [gruppo di guerriglia con connotazioni religiose responsabile di molte atrocità, ndt.]. I sospettati sono rimasti alla macchia per un decennio finché uno di loro, Dominic Ongwen, si è consegnato alla CPI. Il suo processo è in corso.

Il ricorso della Palestina alla CPI non rende pubblici i nomi delle persone accusate di aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Palestina, ma è probabile che comprendano autorità ai più alti livelli dello Stato, compresi politici e membri delle forze armate. 

Benché gli ingranaggi della giustizia internazionale siano lenti, sono stati messi in movimento. È solo questione di tempo, finché la procura dovrà decidere se aprire un’inchiesta. Se decidesse che ci sono informazioni sufficienti per acconsentire all’apertura di un’indagine, è probabile che chieda la presenza di persone che vorrebbe interrogare e indagare perché implicate nella perpetrazione di crimini, perché testimoni di questi crimini, oppure perché ne sono stati essi stessi vittime.

Resta da vedere se Netanyahu sarà ancora il primo ministro di Israele quando, e se, il procuratore decidesse di aprire un’inchiesta. Nel frattempo Netanyahu non solo si deve preoccupare dei suoi problemi legali in patria [per accuse di corruzione, ndt.], ma anche di potenziali problemi legali all’estero, che potrebbero sorgere in un futuro non molto lontano.

Per il momento potrebbe essere al sicuro – dato che gode di immunità da procedimenti penali in base alle leggi consuetudinarie internazionali in quanto capo del governo israeliano. Israele non fa parte dello Statuto di Roma e potrebbe sostenere che non è vincolato alle norme dello Statuto che tolgono l’immunità ai capi di Stato per crimini che ricadono sotto di esso. I giuristi della Palestina potrebbero sostenere al contrario che i capi di Stato non godono di immunità se sono responsabili di aver commesso crimini in base allo Statuto di Roma. Potrebbero affermare che le disposizioni dello Statuto che prevedono l’esclusione dell’immunità dei capi di Stato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità riflettono le leggi internazionali consuetudinarie, che sono vincolanti per ogni Stato, compreso Israele, anche se Israele non ha ratificato lo Statuto.

In base alle leggi internazionali membri dell’esercito israeliano di rango inferiore ed ex-autorità di governo non sarebbero tuttavia immuni dalla giurisdizione penale. Se la CPI emanasse un mandato, qualunque Stato che faccia parte dello Statuto di Roma potrebbe applicare quel mandato agli israeliani menzionati se visitassero il loro territorio.

Come potrebbe proteggerli Israele? Potrebbe conferire lo status diplomatico a ex-ufficiali offrendo loro posizioni di ambasciatore in Stati che non sono parti in causa o promuovere funzionari a importanti posizioni nel governo.

In un caso tristemente noto, il Regno Unito fornì all’ex ministra israeliana Tzipi Livni [denunciata da uno studio legale di Londra per crimini durante l’operazione militare “Piombo fuso” contro Gaza nel 2008-09, ndt.] un’immunità per una “missione speciale”, addirittura una provvisoria competenza giurisdizionale, benché non avesse più un incarico di governo.

Dato che 123 Stati fanno parte dello Statuto di Roma, compresa la Palestina, importanti autorità israeliane potenzialmente implicate in crimini di guerra a Gaza o nell’attività di colonizzazione di Israele dovranno presumibilmente pianificare con cautela le proprie vacanze. E se i calcoli politici e legali in patria diventassero sfavorevoli, Netanyahu potrebbe unirsi a questo gruppo maledetto.

L’unica soddisfazione che questi funzionari israeliani potrebbero allora trovare è che un’indagine della CPI potrebbe probabilmente prendere di mira anche Hamas, date le sue azioni durante l’operazione “Margine protettivo” nel 2014. A differenza dei funzionari israeliani, i membri di Hamas, compresi i suoi principali dirigenti, non godono di immunità, e sarebbero un obiettivo molto più facile per la Corte.

Victor Kattan è ricercatore senior all’Istituto per il Medio Oriente dell’università nazionale di Singapore (NUS) e ricercatore associato alla facoltà di diritto nella NUS.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Con un eccesso di falsità, funzionari israeliani affermano che il quindicenne Mohammad non è stato colpito alla testa da un proiettile

Jonathan Ofir

27 febbraio 2018,Mondoweiss

L’esercito israeliano sta utilizzando ogni mezzo per vendicarsi dei Tamimi [la famiglia palestinese che guida la resistenza popolare nel suo villaggio, ndt.] e di Nabi Saleh per la loro resilienza e resistenza, incarnata da Ahed Tamimi, la ragazzina imprigionata per aver preso a schiaffi un soldato.

Ieri mattina, prima dell’alba, soldati israeliani hanno fatto un’incursione nel villaggio occupato di Nabi Saleh ed hanno arrestato dieci membri della famiglia estesa dei Tamimi – la metà dei quali minori.

Le forze [israeliane] hanno anche utilizzato quello che è noto come “skunk water” [lett. acqua della puzzola, liquido maledorante, ndt.], come si può vedere in un video del giornalista locale Bilal Tamimi (fornito da +972 Magazine) – che è apparentemente destinato al “controllo della folla”, solo che [nel video] non c’è nessuna folla. L’esercito israeliano sta usando il liquido puzzolente, spruzzato da un blindato, per punire collettivamente i palestinesi, come già documentato in passato, cospargendo case e scuole.

Tra gli arrestati durante l’incursione notturna c’era il quindicenne Mohammed Tamimi, che era stato colpito alla testa a distanza ravvicinata da un proiettile ricoperto di gomma, appena prima dei famosi schiaffi di Ahed circa due mesi e mezzo fa. Mohammed era stato in coma farmacologico e gli è stata rimossa una parte del cranio, il che lo ha lasciato deforme. La sua situazione è particolarmente delicata, e c’è da chiedersi perché non sia stato risparmiato dalla violenza durante l’incursione notturna. Poche ore dopo l’arresto ed un interrogatorio relativamente breve è stato rilasciato.

Ed ecco stamattina la “notizia”.

Il generale Yoav Mordechai, il Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), ha sostenuto in un post su Facebook che Mohammad non è stato colpito da un proiettile, ma piuttosto è caduto dalla sua bicicletta. Mordechai è la più alta autorità diretta dell’occupazione israeliana e sulla pagina Facebook ufficiale del COGAT in arabo ha scritto questo:

Una cultura di menzogne e di incitamento alla violenza continua per i giovani e gli adulti della famiglia Tamimi”.

Il post è stato segnato con un timbro rosso che diceva “notizia falsa” in arabo.

Nel suo post Haaretz ha informato, e si è stupito di come fosse possibile, che l’affermazione di Mordechai è stata contraddetta da “documenti medici, resoconti di testimoni e da immagini della pallottola rimossa dalla sua testa ottenute da Haaretz”. Inoltre persino la risposta ufficiale dell’esercito ad Haaretz è sembrata contraddire la sicurezza di Mordechai: vengono citate fonti militari che hanno affermato che “Tamimi è stato interrogato dalla polizia, e loro non possono confermare l’origine della sua ferita.”

Chi conosce la cultura dell’interrogatorio nell’apparato di sicurezza israeliano quando si tratta di palestinesi non si stupisce. Gli investigatori israeliani possono estorcere praticamente tutto quello che vogliono dai palestinesi, soprattutto se minori, ed è così che l’esercito può vantare un sorprendente tasso di condanne del 99,74%. Spesso i ragazzini sono obbligati a firmare documenti in ebraico, che non sanno neanche leggere, e durante questi interrogatori gli viene negata in modo praticamente sistematico la presenza di familiari o di un avvocato.

Da qui le affermazioni di Mordechai di aver ottenuto da Mohammed una “confessione”. E cosa ne dicono gli abitanti di Nabi Saleh? Sostengono che Mohammed “ha detto alla polizia di essersi ferito in un incidente in bicicletta e non dall’esercito israeliano per essere rilasciato dopo essere stato arrestato,” e che “aveva paura e temeva che se avesse detto di essere stato colpito da una pallottola, ci sarebbero state prove contro di lui e la sua detenzione sarebbe stata prolungata.”

È piuttosto ovvio, no? Questa “storia della bicicletta” è tutto quello che Mordechai voleva, o di cui aveva bisogno, come arma per screditare i palestinesi e provocare contro di loro. E non importa che persino l’esercito “non possa confermare”. È stato seminato il dubbio e quelli che sono propensi a credere alle menzogne dell’esercito israeliano, lo metteranno in dubbio.

Immaginate la situazione di Mohammed – immaginate di essere lui. Metà del tuo cervello è semplicemente senza protezione. Qualunque piccolo colpo può provocare un danno imprevedibile ed irreversibile, e sei nelle mani di gente violenta contro di te in modo sistematico. Tutto quello che vuoi fare è uscire e tornare a casa. Faresti qualunque cosa, diresti qualunque cosa.

È ovvio che tenere Mohammed in arresto prolungato sarebbe stato un danno per l’immagine pubblica di Israele. Egli è direttamente legato ad Ahed Tamimi, in quanto il suo ferimento è stato l’antecedente diretto degli schiaffi di Ahed. Il suo cranio deformato è una raffigurazione dello stato di Nabi Saleh: essere continuamente colpito dall’esercito israeliano. Ovviamente non volevano tenerlo in arresto a lungo, quantunque non sappiano cosa fare con Ahed, perché rilasciarla sarebbe troppo offensivo per moltissimi israeliani che non possono sopportare di essere presi a schiaffi. Perciò hanno rilasciato Mohammed molto presto, ma ora vediamo il tranello. Se Mordechai riesce a convincere qualche sciocco che la ferita di Mohammed è una “notizia falsa”, allora, di conseguenza, la storia di Ahed e quello che l’ha preceduta vengono indeboliti.

Una fonte ufficiale di B’Tselem [associazione israeliana dei diritti umani, ndt.] afferma che il governo israeliano deve mentire agli israeliani per salvare l’illusione:

Quello che stupisce dell’affermazione di ‪@cogat_israel secondo cui Muhammad Tamimi “è caduto dalla bicicletta” (non gli è stato sparato in faccia) non è quanto grande sia la menzogna: abbiamo già visto bugie orwelliane (Beitunia 2014). Ma queste menzogne così facili da smentire mostrano che l’unico pubblico a cui si mira è la destra israeliana.”

La narrazione delle “notizie false” e l’idea riguardo ai palestinesi sono state storicamente inculcate dalla dirigenza israeliana a livello ossessivo, come parte del suo tentativo di cancellare la Palestina. Ciò si può vedere nella grande narrazione, come nell’affermazione della defunta prima ministra Golda Meir che in realtà i palestinesi non esistono, o più tardi della ministra della Giustizia Ayelet Shaked alla federazione nazionale di basket secondo cui la Palestina è uno “Stato immaginario”. E può essere visto nei più puntuali tentativi di sostenere che la famiglia Tamimi non è una “vera famiglia”, come abbiamo visto con l’affermazione del parlamentare Michael Oren e la sua inchiesta parlamentare, niente di meno, su questa stessa “questione”. Recentemente Oren si è messo in difficoltà da solo con il post di un’immagine allo specchio della famiglia Tamimi, sostenendo che non poteva essere vera, dato che Mohammed, il fratello di Ahed, aveva un braccio ingessato a destra, poi a sinistra. La famiglia Tamimi quindi si stupisce ora di come “quello che è iniziato come un bizzarro tentativo di provare che non siamo neppure una famiglia è degenerato in una negazione della realtà.”

E si noti come Ahed Tamimi, con la sua semplice resilienza e con il suo coraggio, con il mantenere un contegno calmo e fiero, abbia creato una situazione che fa impazzire gli israeliani. È come se lei stesse continuamente schiaffeggiando Israele, semplicemente non arrendendosi. E ciò sta mettendo in luce un paradigma di oppressione istituzionalizzata e di violenza di Stato contro minori, che c’è stata da sempre, ma ora sta avendo un’attenzione particolare grazie ad Ahed. Israele non può sopportare questo smascheramento, e perciò tenta disperatamente di screditare l’oppresso – ma ogni passo che fa accentua solo ulteriormente la sua stessa corruzione.

Non ci si sbagli in merito – stiamo vedendo una violenza colonialista, è proprio davanti ai nostri occhi. La giornalista di Haaretz Amira Hass oggi lo ha chiamato “colonialismo ebraico”. Infatti è una violenza messa in atto in nome dello Stato ebraico. E questa non è una notizia falsa. Sta effettivamente avvenendo.

Su Jontathan Ofir

Musicista, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La sorveglianza di Gerusalemme rivela una “nuova generazione” di coloni ebrei radicali

Yotam Berger – 27 agosto 2017, Haaretz

Una fonte dello Shin Bet dice che il punto di svolta è stata l’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona, e il comportamento prudente dello Shin Bet in quell’occasione. Da allora, attacchi contro palestinesi, attivisti di sinistra e soldati si sono moltiplicati.

Fino a poco tempo fa l’avamposto di Baladim, nei pressi della colonia di Kochav Hashahar in Cisgiordania, preoccupava molto il servizio di sicurezza Shin Bet. Considerava Baladim il centro del terrorismo ebraico in Cisgiordania e attribuiva attacchi contro molti palestinesi, attivisti di sinistra e soldati alle poche decine di giovani che vi si stabilivano in modo saltuariamente.

Da quando è stato evacuato due mesi fa, Baladim è rimasto praticamente vuoto; la cosiddetta “gioventù della collina” [“Hilltop Youth”, gruppi di giovani estremisti ebrei molto violenti, ndt.] non era tornata. Ma lo Shin Bet afferma che questa quiete è ingannevole: negli ultimi mesi la frangia di estremisti si è in realtà rafforzata. Lo Shin Bet la definisce “la seconda generazione dell’infrastruttura della rivolta.”

La prima generazione è stata responsabile, tra le altre azioni, dell’uccisione della famiglia Dawabsheh nel villaggio palestinese di Duma nel 2015 [in cui morirono bruciati vivi un bambino di 18 mesi e i suoi genitori, ndt.] e di aver incendiato la chiesa dei Pani e dei Pesci lo stesso anno. Ora lo Shin Bet teme una nuova ondata di terrorismo ebraico.

Ma persone al corrente sia del lavoro dello Shin Bet che dei “giovani delle colline” considera esagerati i termini “infrastruttura” e “organizzazione terroristica”. Questa “seconda generazione” è solo un gruppo amorfo, sostengono, ed i suoi membri – poche decine di persone dai 16 ai 25 anni – non funzionano come un’organizzazione coordinata e gerarchica.

Sia lo Shin Bet che molti dei giovani delle colline descrivono Meir Ettinger, un nipote del rabbino Meir Kahane [estremista ebreo americano razzista e fondatore del partito “Kach, ndt.] come il leader della prima generazione. Lo stesso nome “la rivolta” viene da un documento che egli scrisse delineando piani per rovesciare il governo. Ma persone in contatto con i giovani delle colline dicono che la decisione dello Shin Bet di fare di Ettinger il bersaglio ebreo più ricercato era essenzialmente una profezia che si autoavverava.

Se avesse potuto avrebbe mandato fiori allo Shin Bet,” dice uno. “Sono loro che hanno fatto di lui una rockstar.”

Lo Shin Bet è orgoglioso di aver smantellato la “prima generazione”, cosa che ha fatto in parte ponendone alcuni membri in detenzione amministrativa, o prigione senza imputazione, e colpendo altri con divieti di ingresso in Cisgiordania. Pur ammettendo che alcune di queste persone non avevano rapporti con gravi crimini come gli assassinii di Duma, lo Shin Bet afferma che queste misure discutibili erano necessarie per smantellare la rete terroristica.

Ma la nascita di una seconda generazione mette in questione l’efficacia di queste tattiche. Il punto di svolta, afferma una fonte dello Shin Bet, è stata l’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona in febbraio, e specialmente il comportamento cauto dello Shin Bet in quell’occasione. Da allora attacchi contro palestinesi, attivisti di sinistra e soldati si sono moltiplicati. Lo Shin Bet sostiene che i coloni estremisti veterani hanno iniziato a tornare in Cisgiordania ed altri nuovi si sono uniti alle loro fila.

Il servizio di sicurezza afferma che questo in realtà dimostra l’efficacia delle sue misure amministrative: l’incremento [degli attacchi] è iniziato quando i divieti di ingresso in Cisgiordania sono scaduti. Riguardo alla nuova generazione, non ha subito queste misure, per cui i suoi membri “non provano il timore e l’effetto dissuasivo di molti attivisti veterani,” sostiene il servizio di sicurezza.

Secondo lo Shin Bet la “seconda generazione” consiste in qualche decina di persone. Dall’inizio dell’anno l’esercito israeliano ha emanato 47 ordini amministrativi contro di loro, di cui 28 sono ancora effettivi. Cinque sospetti sono attualmente in arresto, soprattutto per aver violato tali ordini – per esempio, per aver preso contatto con qualcuno che gli ordini vietavano di contattare – e poi hanno rifiutato la libertà condizionata. L’unico detenuto amministrativo, Elia Nativ, è stato rilasciato lo scorso fine settimana.

Il diciannovenne Nativ, della colonia di Yitzahr, è stato arrestato a giugno perché sospettato di coinvolgimento nell’incendio di due villaggi palestinesi e nel tentativo di danneggiare automobili diplomatiche a Gerusalemme nei pressi del consolato spagnolo e una struttura dell’ONU. Ma quando un giudice ha ordinato di liberarlo subito dopo per insufficienza di prove, lo Shin Bet lo ha posto in detenzione amministrativa per due mesi.

In un’intervista con Haaretz, il padre di Nativ, Yitzhak, ha smentito voci di una “seconda generazione della rivolta,” affermando di non pensare che suo figlio “abbia mai parlato con Ettinger.”

Persino il giudice li ha liberati,” nota. “Un’organizzazione terroristica è un’organizzazione che commette attacchi, che intende uccidere persone. Non è qualche ragazzino che lancia qualcosa. Che lo Shin Bet sia addirittura coinvolto in questa faccenda mi sembra allucinante.”

Una retata notturna a Gerusalemme pesca nove sospetti

Nativ è stato arrestato con altri otto durante una retata notturna in un appartamento di Gerusalemme di proprietà di un attivista dell’estrema destra che era all’estero. L’appartamento era abitato saltuariamente da circa 10 persone considerate membri della seconda generazione. Ma di questi arrestati solo Nativ e Hanoch Rabin – che lo Shin Bet considera in realtà parte della prima generazione – erano sospettati di reati contro la proprietà. E Rabin, che in precedenza aveva abitato in vari avamposti illegali in Cisgiordania, è stato rilasciato pochi giorni dopo.

Gli altri sono stati sospettati solo di aver violato ordini amministrativi, e molti sono stati rapidamente rilasciati. Ma uno, Yisrael Meir Samany di Gerusalemme, è stato di nuovo arrestato pochi giorni dopo insieme ad altre due persone, mentre portavano attrezzi che secondo lo Shin Bet pensavano di usare per danneggiare proprietà palestinesi. Un ragazzo di 16 anni che è stato arrestato con Samany è stato rilasciato, ma di nuovo arrestato qualche giorno dopo per aver violato un ordine amministrativo.

Lo Shin Bet afferma che la seconda generazione ha legami con la prima. In base alla sorveglianza dell’appartamento di Gerusalemme prima della incursione notturna, Rabin non era l’unico attivista della prima generazione che vi passava del tempo.

Un altro arrestato quella notte è stato Moshe Shahor, diciannovenne di Ramle, un altro attivista coinvolto in avamposti illegali. Suo nonno, Dov Lior, è rabbino nella colonia di Kiryat Arba [nei pressi di Hebron, una delle colonie più estremiste dei Territori Occupati, ndt.]. Shahor è stato arrestato per la violazione di un ordine amministrativo ma ha rifiutato la libertà condizionata, per cui è rimasto in carcere.

In seguito Shahor ha scritto una lettera al capo del fronte interno dell’esercito israeliano che ha firmato l’ordine amministrativo contro di lui, che è circolata tra gli attivisti dell’estrema destra.

Neanche lei pensa che il caso di un adolescente che incontra un amico per mangiare una pizza per qualche minuto sia davvero un fatto in grado di mettere in pericolo la sicurezza della regione,” ha scritto. “Al contrario, ciò dimostra chiaramente che quest’ordine intendeva liquidare i giovani delle colline…Il giudice ha proposto che io sia liberato dopo essermi impegnato a rispettare l’ordine amministrativo e a non parlare con quelli con cui mi aveva proibito di parlare. Ma ho deciso che ne avevo abbastanza. Questa volta non voglio firmare.”

Un altro attivista veterano degli avamposti che ha rifiutato la libertà condizionata è David Chai Hasdai, 22 anni. “Per tre anni mi hanno dato ordini che mi hanno allontanato dai miei amici,” ha detto in tribunale, secondo amici che erano presenti. “Non voglio obbedire a questo ordine.”

Altre persone arrestate in quella retata erano di una generazione più giovane, compresi alcuni minorenni. Sono tutti religiosi. Molti, se non tutti, sono di colonie della Cisgiordania. La maggior parte, anche se non tutti, provengono da famiglie stabili.

L’avvocato Chaim Blaycher dell’organizzazione Honenu, che difende molti giovani delle colline, afferma che per la maggior parte sono “davvero bravi ragazzi”, che hanno più bisogno di assistenti sociali che del carcere – un’affermazione ripetuta da altri adulti che li conoscono. Un parente di uno degli adolescenti arrestati afferma che molti ad un certo punto hanno lasciato la scuola per impegnarsi in lavori agricoli o nell’allevamento in avamposti della Cisgiordania.

L’avvocato Itamar Ben-Gvir, un attivista veterano del partito di Kahane che difende anche lui molti giovani delle colline, smentisce allo stesso modo voci di una “rivolta” organizzata con la prima e la seconda generazione, affermando che ciò “nasce o dalla mancanza di comprensione della situazione nella zona o dal fatto che lo Shin Bet vuole finire in prima pagina.”

Blaycher sostiene inoltre che nessuno si sognerebbe di coinvolgere lo Shin Bet per un adolescente laico accusato di danneggiare automobili. Ben-Gvir condivide. Benché gli atti vandalici non siano stati chiariti, dice, “lo stesso Shin Bet ammette che questo gruppo, che chiama la ‘seconda generazione’, non ha attaccato esseri umani,” e gli atti vandalici non riguardano il lavoro dello Shin Bet. “Se la loro visione del mondo fosse diversa, lo Shin Bet non sarebbe coinvolto in questa faccenda,” aggiunge.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Come Israele imprigiona palestinesi perché corrispondono al ‘profilo del terrorista’

Orr Hirschauge e Hagar Shezaf – 31 maggio 2017Haaretz

Israele ha arrestato centinaia di palestinesi dall’inizio dell’intifada “dei lupi solitari” nel settembre 2015, in parte sulla base dell’analisi dei post sui social media. Le autorità affermano che questi arresti sono legittimi, ma altri vi scorgono una grave violazione dei diritti umani.

Il marito di Su’ad Zariqat è stato investito ed ucciso in un incidente in Israele nel 2010. Da allora, la ventinovenne palestinese dice di aver postato regolarmente sue fotografie sulla propria pagina Facebook. Ma nelle prime ore del 2 dicembre 2015 le forze israeliane sono entrate in casa sua e l’hanno arrestata. Questo è successo nel momento più critico delle violenze che erano iniziate due mesi prima in Cisgiordania e Israele. Era la seconda volta che veniva arrestata, dopo essere stata in prigione nel 2008 con l’accusa di contatti con organizzazioni ostili ad Israele. Questa volta, dice, le è stata mostrata una schermata di un post su Facebook con la fotografia di suo marito accompagnata dalla scritta “Che Dio ci riunisca in paradiso.”

Zariqat dice che la parola shahda (affine a shahid, ‘martire’ in arabo) nel suo post Facebook sembrava allarmare chi la stava interrogando. “Gli ho detto che si tratta di una parola che usiamo regolarmente. Il fatto che l’ho scritta su Facebook non significa che io farò alcunché, anche quando qualcuno muore in un incidente automobilistico lo chiamiamo shahid.”

In seguito all’interrogatorio, nei confronti di Zariqat è stato emesso un ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi – detenzione senza processo che viene utilizzata come detenzione cautelare da Israele, soprattutto contro palestinesi della Cisgiordania. Essa è stata successivamente prorogata di altri quattro mesi. La maggior parte del materiale nei casi di detenzione amministrativa è riservata e al difensore non vengono mostrate né la documentazione né l’imputazione.

Quando le si chiede come la sua vita abbia risentito della detenzione, Zarikat dipinge un quadro fosco. Prima del suo arresto, dice, la sua vita ruotava intorno al desiderio di finire gli studi universitari, lavorare e aiutare economicamente la sua famiglia. Tuttavia dopo il suo rilascio non è stata in grado di riprendere gli studi e raramente esce di casa. La detenzione l’ha cambiata, dice, ed è stata traumatica.

Il caso di Zariqat non è un’eccezione. Nei primi mesi dell’ondata di violenze iniziata nel settembre 2015, molti palestinesi sono stati arrestati e interrogati in relazione alla loro attività sui social network. A partire dall’ottobre 2015, Israele ha arrestato più di 200 palestinesi con l’accusa di istigazione [alla violenza] sui social media. I loro avvocati descrivono circostanze e sequenze di eventi analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza della giovane vedova. Il suo profilo – una congiunta di uno shahid che vive nella zona di Hebron – corrisponde perfettamente al profilo creato dalle forze di sicurezza israeliane per valutare il livello di minaccia di individui palestinesi che potrebbero compiere attacchi con coltelli o con automobili.

In base ai dati del Ministero degli Esteri, 43 israeliani sono stati uccisi e 682 feriti negli attacchi terroristici in Israele e Cisgiordania da settembre 2015.

L’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) afferma che nello stesso periodo sono stati uccisi 237 palestinesi, 167 dei quali mentre cercavano di compiere attacchi contro israeliani. Altri sono stati uccisi nel corso di incursioni dell’esercito israeliano e durante manifestazioni, comprese quelle svoltesi lungo il confine della Striscia di Gaza. Secondo i dati dell’OCHA, la stima dei palestinesi feriti in quel periodo è di 15.000.

Il tenente colonnello (in pensione) Maurice Hirsch è stato il procuratore capo militare per la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania) fino all’anno scorso. Afferma che da settembre 2015 decine di post sui social media, che presumibilmente indicavano l’intenzione dell’autore di compiere un attacco terroristico, hanno portato a detenzioni amministrative. In altri casi, persone identificate come possibili esecutori di un attacco terroristico sono state accusate di istigazione sui social media.

Hirsch spiega che la procura militare è obbligata a seguire una procedura penale esaustiva prima di poter ricorrere all’opzione della detenzione amministrativa. Perciò, se vi sono prove sufficienti per un’accusa di istigazione, vi si farà ricorso – anche se vi è il dubbio che il sospettato sia un potenziale terrorista, aggiunge Hirsch. Sottolinea che questa disposizione di legge è stata utilizzata nella maggior parte dei casi in cui sono state presentate accuse penali relative ad individui sospettati di essere potenziali aggressori.

Sami Janazreh, di 43 anni, è stato posto in detenzione amministrativa nel novembre 2015. E’ stato arrestato a casa sua nel campo profughi di Al-Fawwar, vicino a Hebron. Dice che all’inizio non ha capito perché lo arrestavano. Come in tutti i casi di detenzione amministrativa, la maggior parte dei materiali del fascicolo era riservata e non gli è stato mostrato né la documentazione né l’imputazione. Poco dopo l’arresto, ha deciso di entrare in sciopero della fame, chiedendo di poter conoscere quali fossero le accuse contro di lui.

Dopo 71 giorni di sciopero della fame, la lotta di Janazreh ha avuto successo, almeno in parte. Parlando con Haaretz dalla sua casa di Al-Fawwar, dice che gli è stato comunicato che, invece della detenzione amministrativa, avrebbe subito un processo per istigazione sui social media.

La mia imputazione è stata costruita sulla base delle schermate dei miei post su Facebook”, dice. “Allora mi sono reso conto che la lotta contro gli arresti per Facebook è esattamente come la lotta contro la detenzione amministrativa – ogni palestinese oggi potrebbe essere colpevole. Per ogni palestinese che sia stato scoperto dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ad aver condiviso una fotografia di uno shahid o di un prigioniero, o ad aver scritto un post su Facebook su di sé in quanto palestinese – loro potrebbero dire che si tratta di istigazione.”

Il dottor Itamar Mann, un professore di diritto internazionale e teoria politica all’università di Haifa, afferma che non è un caso che queste prassi – processi per istigazione e imputazioni sulla base di un’attività sui social media – esistano nei tribunali militari in Cisgiordania (gli organismi attraverso i quali Israele processa i palestinesi in Cisgiordania).

Dal punto di vista del sistema giuridico”, dice, “sussiste una differenza tra il modo in cui Israele attribuisce diritti all’interno di Israele e nei territori palestinesi. E più precisamente esiste una differenza nei limiti posti al diritto di libertà di espressione. Le leggi sui diritti umani non vengono applicate nei territori palestinesi e perciò la libertà di espressione non gode delle stesse tutele nei tribunali militari.”

Secondo l’organizzazione palestinese ‘Addameer – Associazione per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani’ (un’organizzazione no profit palestinese di patrocinio legale), dal 1967 sono stati arrestati in base alla legge marziale israeliana più di 800.000 palestinesi – cioè il 20% della popolazione palestinese totale e il 40% dei maschi adulti.

Profilo generico dei potenziali aggressori

Da quando, a settembre 2015, è iniziata l’ondata di violenze (nota anche come ‘intifada dei lupi solitari’) le autorità israeliane hanno messo a punto un sistema di allarme preventivo che valuta la probabilità di coinvolgimento di singoli palestinesi in attacchi terroristici. Nel luglio 2016 l’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano ha tenuto diverse conferenze stampa in cui il sistema veniva descritto da un ufficiale dell’intelligence israeliana competente in materia. In seguito a recenti richieste, l’esercito israeliano ha negato agli autori di questo articolo la disponibilità a interviste in merito, adducendo cambiamenti di politica.

In aprile Amos Harel di Haaretz ha riferito che in poco più di un anno questo sistema ha identificato circa 2.200 palestinesi in varie fasi della decisione di condurre attacchi terroristici o nella pianificazione di tali attacchi. Circa 400 sono stati successivamente arrestati dall’esercito israeliano e dallo Shin Bet. I nomi di altre 400 persone sono stati consegnati all’Autorità Nazionale Palestinese ed essi sono stati arrestati dagli organismi di sicurezza in Cisgiordania e sono stati ammoniti.

Un ufficiale ha affermato in una conferenza tenuta in una base dell’esercito israeliano nel luglio 2016: “A differenza dei terroristi appartenenti ad Hamas o alla Jihad islamica, se ci si reca a casa sua una settimana prima dell’attacco, il ragazzo non sa ancora di essere un terrorista”. Haaretz è in possesso di una registrazione di questa dichiarazione pubblica.

Secondo l’ufficiale, subito dopo l’inizio dell’ondata di attacchi le autorità israeliane hanno incaricato decine di ufficiali dell’intelligence di delineare dei profili generici di “potenziali aggressori”. All’inizio sono stati elaborati tre o quattro profili generici dei primi aggressori, assemblando dati che includevano età, ubicazione della residenza e una valutazione della struttura psicologica e delle intenzioni degli aggressori, basati sulle informazioni a disposizione delle autorità. Queste comprendevano post sui social media e informazioni da altre fonti. Secondo l’ufficiale, durante questo processo sono stati anche interrogati alcuni degli aggressori.

In base ai profili elaborati, si è stimato che i potenziali aggressori fossero in maggioranza minori di 25 anni, che circa il 40% di loro attraversasse difficoltà personali e che presumibilmente avessero il desiderio di diventare martiri come mezzo onorevole per suicidarsi. Secondo la dichiarazione rilasciata, altri dati includono la schedatura, se esiste, ed una mappa delle attività collegate al terrorismo di soggetti in relazione con la persona, compresi i familiari. I problemi personali, comprese le tensioni in ambito familiare ed i matrimoni forzati, venivano descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio come forti motivazioni, soprattutto nei casi di attacchi compiuti da donne. Le autorità israeliane hanno identificato parecchi villaggi della Cisgiordania e quartieri di Gerusalemme est come basi di partenza di circa la metà degli attacchi.

Sempre secondo l’ufficiale, vengono svolte quasi quotidianamente “riunioni di gestione dei rischi” da parte degli ufficiali dell’intelligence israeliana per prendere decisioni in merito alla scelta del miglior modo di procedere nei confronti degli individui segnalati dal sistema. “Non puoi dire ‘ok, semplicemente arresterò chiunque abbia 16 anni ed abbia tendenze suicide e sia del villaggio da cui sono provenuti gli attacchi. Non puoi arrestare chiunque abbia solo qualche problema in testa tale che possa desiderare di accoltellare un soldato”, ha detto.

Come ha evidenziato il giornalista israeliano Ehud Yaari a gennaio su ‘The American Interest’, sono stati dedicati particolari sforzi per entrare nelle applicazioni per inviare messaggi in modo da ampliare la raccolta dei dati. “La gente oggi cambia il proprio modo di comunicare ogni settimana, per cui bisogna agire a raggio molto, molto ampio nei modi di raccogliere dati e sulle informazioni specifiche che si stanno cercando”, ha detto l’ufficiale nella conferenza di luglio.

Come ha sottolineato Yaari nel suo articolo, oltre a monitorare i post sui social media le autorità israeliane hanno anche fatto in modo di rimuovere i contenuti di istigazione alla violenza in rete. Ha anche aggiunto che l’insieme di queste attività ha costituito un importante spostamento nell’allocazione delle risorse dello Shin Bet, che ha portato ad assegnare fino ad un terzo del personale dell’agenzia al dipartimento tecnologico. Questa riforma è stata descritta in dettaglio da Amos Harel in un reportage di aprile su Haaretz (edizione in ebraico).

Nel corso dei primi mesi delle violenze nel 2015, il numero dei palestinesi non appartenenti ad organizzazioni terroristiche detenuti nelle prigioni israeliane è salito del 66% – da 648 arresti a 1038, secondo i dati del Servizio Penitenziario israeliano. Le cifre forniscono un indicatore dei cambiamenti che hanno avuto luogo nella popolazione dei prigionieri detenuti nelle carceri israeliane per motivi di sicurezza da settembre 2015.

E’ ragionevole ipotizzare che, con i dovuti adeguamenti, sarebbe anche possibile utilizzare lo stesso sistema per identificare potenziali aggressori ebrei. Ma secondo la conferenza stampa di luglio, esso non è stato utilizzato in tal modo né in Israele né in Cisgiordania.

I prigionieri di Facebook

Sia gli avvocati che gli ex detenuti intervistati per questo articolo descrivono i “prigionieri di Facebook” come persone che corrispondono ai criteri descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio – la maggior parte di loro sono giovani provenienti dalla zona di Hebron o dai campi profughi o da Gerusalemme, senza precedenti arresti alle spalle. Yousef al-Jaabri, un ventenne che ha scontato sei mesi di prigione per accuse di istigazione su Facebook, racconta a Haaretz: “Durante la mia detenzione ho incontrato altri prigionieri di Facebook, ma la maggior parte di loro era in detenzione amministrativa. Prendono di mira soprattutto la gente di Hebron.”

Secondo la documentazione dei tribunali e il personale della procura militare, tra ottobre 2015 e la fine del 2016, dai 160 ai 170 casi di istigazione relativi ai social media sono stati portati di fronte ai tribunali militari in Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi arrestati per sospetta istigazione è rimasta in carcere dai 6 ai 18 mesi e, nei casi in cui vi è stata incriminazione, sono stati rilasciati in seguito a patteggiamento.

In base ai dati del Ministero della Giustizia israeliano, altri 60 casi di istigazione, per la maggior parte connessi ai social media, sono comparsi di fronte ai tribunali civili in Israele in quel periodo di tempo – a fronte di soli 30 casi tra il 2011 e il 2014.

Siamo arrivati al punto che la prima cosa che viene chiesta negli interrogatori dei palestinesi arrestati in Cisgiordania è ‘qual è il nome del tuo profilo Facebook?’”, dice Fadi Qawasmi, un avvocato che rappresenta molti palestinesi nei tribunali militari in Cisgiordania. “Allora vediamo che questo elemento (l’istigazione su Facebook) è un’ ulteriore accusa che si aggiunge a quella di lancio di pietre, per esempio, oppure è un’accusa a sé stante.”

Uno dei fondamentali tasselli che hanno reso possibile l’arresto e l’incriminazione di molti palestinesi in questo periodo si può riscontrare in un caso comparso presso il tribunale militare di Ofer nel febbraio 2016, al quale era acclusa una perizia giudiziaria di un ufficiale dello Shin Bet. La perizia asserisce che il 70% degli aggressori che avevano degli account sui social media si esprimevano “in modo estremista ed illegale” su Facebook.

L’ex procuratore militare Hirsch dice di aver spiegato ai procuratori e alle autorità investigative che lui paragona i social media “ad una persona che parla da una pedana a Hide Park. Il fatto che stiamo parlando di social media fa una così grande differenza?” Secondo Hirsch, dal punto di vista della procura, una persona che mette un ‘mi piace’ su Facebook è paragonabile a qualcuno che in pubblico annuisce con la testa. Comunque, un individuo che condivide il contenuto “si pone al livello dello stesso istigatore, poiché propaga l’intero contenuto istigatorio.”

I post presentati in tribunale come prova di istigazione su Facebook spesso riportano versetti del Corano o espongono fotografie di martiri. Alcuni post possono essere visti come dichiarazioni che testimoniano tendenze suicide, o l’intenzione dell’autore di sacrificare la propria vita. “Il mio desiderio, se non tornerò, è di incontrarti in paradiso”, ha scritto un diciassettenne di Hebron in uno dei post incluso in un’incriminazione per istigazione.

Altri post presentati in tribunale avevano carattere chiaramente politico – alcuni facevano riferimento alla moschea Al-Aqsa, altri alla resistenza contro l’occupazione israeliana. Alcuni includevano un appello esplicito alla violenza contro gli israeliani. Mentre alcuni dei palestinesi incriminati di istigazione su Facebook hanno un considerevole seguito – a volte migliaia di amicizie –, in altri casi gli accusati avevano meno di 50 amici ed i loro post ricevevano non più di un paio di “mi piace”.

Il dott. Yonatan Mendel, uno studioso di lingua araba ed autore dell’articolo “La politica della non traduzione: sulle traduzioni israeliane di intifada, shahid, hudna e movimenti islamici” (pubblicato nel 2010 sulla Cambridge Literary Review), afferma che la percezione da parte israeliana dell’istigazione è favorita in parte da una comprensione unidimensionale dei termini politici e religiosi usati dai palestinesi – in riferimento al fatto che i post su Facebook e tutte le prove sono tradotti dall’arabo all’ebraico dal tribunale militare.

Molto spesso vi è una traduzione criminalizzante che non è rispettosa del contesto politico e linguistico in cui è stata scritta”, dice. “Per esempio, nell’idea degli israeliani, un appello all’intifada equivale ad un appello alla violenza. Tuttavia, se in arabo si dice ‘faccio appello all’intifada’, significa che ci si oppone alla violenza diretta contro di noi e perciò è una cosa molto più profonda. Persino riuscendo a dimostrare che si tratta di intifada, anche la resistenza non violenta è intifada. Analogamente, quando i palestinesi usano il termine ‘shahid’, si riferiscono anzitutto e soprattutto al concetto di ‘vittima’. Anche una persona che muore per un attacco cardiaco ad un checkpoint è uno shahid ed i bambini morti sotto i bombardamenti sono shahids.”

Anche gli ebrei istigano [alla violenza]

Nel maggio 2016 Arif Jaradat, un palestinese di 23 anni affetto da sindrome di Down, è stato colpito ed ucciso da soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio di Sa’ir, nei pressi di Hebron. La sua famiglia afferma che è stato colpito dopo che si è messo a gridare e a camminare verso un gruppo di soldati che erano entrati nel villaggio.

Due mesi dopo l’esercito ha arrestato suo fratello, Hiran, durante un’incursione notturna in casa sua. Hiran ha detto ad Haaretz che quelli che lo hanno interrogato gli hanno mostrato schermate dei post che ha pubblicato su Facebook che includevano foto che ricordavano suo fratello.

Ti è stato chiesto esplicitamente se tu avessi intenzione di compiere un attacco terroristico?

Quando mi hanno mostrato la foto di mio fratello Arif mi hanno detto: ‘Vuoi forse vendicare la morte di tuo fratello e compiere un attacco terroristico?’ Ho detto ‘No, amo la vita e non voglio vendetta per mio fratello né per chiunque altro.’”

E com’è la tua vita dopo l’arresto?

Riguardo all’uso di Facebook tornerò a postare cose lì – ma starò più attento a cosa postare. Non puoi proprio sapere se una certa immagine è considerata un’istigazione [alla violenza] o no.”

Le imputazioni contro Hiran Jaradat comprendono 33 post dalla sua pagina Facebook. La maggior parte di questi riguardano shahid e due di questi approvano violenze contro israeliani. Non includono le foto di suo fratello Arif.

Secondo un rapporto pubblicato dalla Fondazione “Berl Katznelson” (un istituto accademico israeliano legato al partito Laburista israeliano), tra il giugno 2015 e il maggio 2016 175.000 appelli alla violenza in ebraico sono stati postati in rete, il 50% dei quali diretti contro arabi. Comunque arabi sospetti sono stati coinvolti in più di metà delle 594 inchieste riguardanti l’istigazione condotte dalla polizia israeliana tra il settembre 2015 e la fine del 2016. Secondo i dati della polizia israeliana, il numero di incriminazioni presentate contro arabi è stato di quasi tre volte maggiore di quelle contro ebrei sospetti.

Casi limite’

Una delle maggiori critiche sollevate contro l’uso del sistema predittivo per scopi polizieschi riguarda la possibilità di sospettare di persone che non avrebbero commesso nessun crimine in assenza dell’intervento della polizia. Nel gergo del processamento dei dati tali casi sono chiamati “falsi positivi”. Guy Caspi è l’amministratore delegato della “Fifth Dimension Holdings Ltd.” [Aziende Quinta Dimensione, ndt.], con sede in Israele, un’impresa che sviluppa sistemi di analisi predittiva utilizzata dalle agenzie di sicurezza in Israele e all’estero. Egli afferma che i falsi positivi sono una parte integrante dell’operazione dei sistemi di previsione computerizzata, aggiungendo che attualmente ci sono solo due imprese che producono tecnologie che forniscono sistemi predittivi utilizzati per l’intelligence dagli organismi della sicurezza israeliani – “Fifth Dimension” e l’industria leader “Palantir Technologies Inc.”, con sede a Palo-Alto [in California, ndt.]. “Palantir” ha un gruppo di vendita e diffusione con uffici situati a Tel Aviv. “Palantir” non ha rilasciato dichiarazioni.

Nel 2015, dopo essersi ritirato dal servizio attivo, l’ex- capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz è stato nominato direttore generale di “Fifth Dimension”. Nel 2016 l’impresa ha nominato presidente Ram Ben-Barak, ex-vice capo del Mossad [servizio segreto israeliano per l’estero, ndt.]. Secondo Caspi i clienti dell’impresa possono stabilire loro stessi la proporzione di falsi positivi confrontando casi identificati come indesiderabili benché segnalati come desiderabili con casi che sono segnalati come desiderabili mentre sono indesiderabili. Nel caso di transazioni finanziarie, per esempio, un simile scambio sarebbe tra transazioni illecite considerate lecite e transazioni lecite considerate illecite.

Gli organismi di intelligence dicono: ‘Non mi importa del 2 o 3 % di falsi positivi,’” dice Caspi. Aggiunge che “Fitfth Dimension” sviluppa strumenti di supporto decisionale, e che operazioni di polizia adottate in seguito ai risultati del sistema sono decise dal personale umano delle agenzie di sicurezza.

Riferendosi al film di fantascienza di Steven Spielberg “Minority Report” del 2002, su un’unità di polizia che utilizza la premonizione per bloccare futuri crimini, afferma: “Non ci siamo ancora arrivati. Chi viene esaminato dal sistema non è automaticamente giudicato e portato davanti a un tribunale.” Aggiunge che, rispetto agli organismi di intelligence, l’incidenza di falsi positivi nel settore finanziario è molto più alta.

Il ministro per le Questioni di Intelligence Yisrael Katz – che fa anche parte della commissione per la sicurezza – nel suo ufficio di Tel Aviv ha confermato ad Haaretz che c’è una possibilità che qualcuno dei palestinesi che sono stati arrestati dopo essere stati indicati dal sistema predittivo non stesse attivamente e pienamente pianificando un attacco, e forse non avesse deciso di portare un attacco nel momento in cui è stato arrestato. Katz afferma che ciò può accadere in “casi limite”.

Come effetto dell’unico sistema che è stato sviluppato e messo in funzione qui, centinaia di casi di attacchi di questo tipo sono stati impediti. Nel dubbio se agire oppure no – può darsi che si possano includere anche casi limite,” ha aggiunto Katz.

Nel marzo 2016 una ragazza diciassettenne palestinese di un villaggio nei pressi di Jenin è stata arrestata mentre viaggiava in taxi verso l’incrocio di Tapuah, scena di molti tentativi di aggressione. Ufficiali della polizia di frontiera l’hanno bloccata dopo aver ricevuto un’allerta specifica dell’intelligence su di lei. E’ stata perquisita e si è scoperto che portava con lei un coltello, in apparenza con lo scopo di compiere un’aggressione. Secondo un rapporto del luglio 2016, un’allerta riguardante lei era stata inviata dopo che era stata segnalata dal sistema computerizzato. L’ufficiale che ha dato l’informazione ha notato che era stata segnalata sul radar del sistema in base a indicazioni secondo cui aveva dei problemi con i suoi genitori e poteva essere affetta da depressione.

Dopo un picco di 80 tentativi di aggressione nell’ottobre 2015, il numero di attacchi è costantemente diminuito. Secondo i dati del Ministero degli Esteri, fin dall’aprile 2016 il numero di tentativi è sceso a meno di 20 al mese. Katz vede questa diminuzione come una chiara prova che i metodi utilizzati da Israele per combattere le aggressioni hanno avuto effetto, compreso l’utilizzo del sistema di allerta preventiva.

Sono stati fatti arresti, gli attacchi terroristici sono diminuiti, ciò significa che erano quelle le persone, non c’è niente da dire. Statisticamente quelle erano (le persone giuste). In qualche caso abbiamo sbagliato in un modo o nell’altro? Il motivo lo giustifica – prevenire attacchi terroristici. Non è come se qualcuno avesse inventato un modo per perseguitare qualcun altro su Facebook.”

I costi e i benefici

La combinazione di un sistema di predizione computerizzata e il meccanismo di incriminazione come un modo per combattere gli attacchi di lupi solitari è unico dello Stato di Israele, ma l’utilizzo di simili tecnologie sta aumentando rapidamente tra le forze di polizia e le agenzie di sicurezza in tutto il mondo. Le imprese di tecnologia che vendono strumenti di controllo predittivo includono “Palantir”, come già rilevato, e multinazionali come IBM e Motorola.

Due studi condotti da “Rand Corporation” (un gruppo di studio no-profit fondato dal governo USA) hanno scoperto che i sistemi di predizione computerizzata utilizzati dalla polizia non hanno effetti reali sulla sicurezza pubblica. In uno degli studi di “Rand” i ricercatori hanno concluso che una prima versione del sistema utilizzato dalla polizia di Chicago non ha ridotto il numero di sparatorie in città. In un altro studio i ricercatori non hanno scoperto prove statistiche di una riduzione dei crimini nella città di Shreveport, Louisiana – in cui è stato utilizzato per la prima volta un sistema informatizzato di predizione dei delitti.

I ricercatori hanno scoperto che senza un orientamento sull’uso corretto dei dati di predizione, i funzionari di polizia di Shreveport “hanno bloccato individui che stavano commettendo infrazioni all’ordine pubblico [per esempio camminare in mezzo alla strada]” in zone previste come ad alta criminalità.

Gruppi per i diritti umani e studiosi di diritto segnalano il rischio dell’uso di strumenti di polizia predittiva. Oltre alla violazione della privacy, chi lo critica teme che sistemi di polizia predittiva possano intensificare un’inutile aumento dell’attenzione della polizia su specifici gruppi razziali ed etnici, affermando che, data la mancanza di trasparenza, risultati preconcetti possano passare inosservati.

In operazioni realizzate dalla polizia di Chicago nel 2016, la maggior parte delle persone arrestate erano comparse in liste di potenziali provatori di disordini create dal sistema di predizione computerizzata. Sono state arrestate per possesso di armi e spaccio di droga.

Riguardo alla prassi di polizia predittiva c’è un grande timore, nel mondo e negli USA, che questi mezzi portino a una privazione preventiva della libertà,” dice David Robinson, un dirigente dell’impresa di consulenza politica “Upturn”: “Il punto di vista tradizionale su come questo sistema si suppone che funzioni è che la privazione della libertà è conseguenza di un’infrazione della legge. L’idea di privare qualcuno della propria libertà prima che abbia fatto qualcosa di sbagliato è un allontanamento fondamentale dal modello su cui le politiche sono tradizionalmente basate. In ogni società vale la pena fermarsi a pensare molto seriamente se attraversare questo limite o no.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha risposto a questo articolo: “Negli ultimi due anni lo Stato di Israele ha affrontato un’ondata di terrorismo, accompagnata da gravi istigazioni a colpire cittadini e soldati israeliani. Allo stesso tempo, assistiamo al fenomeno di attacchi terroristici realizzati da individui o gruppi in seguito all’esposizione a contenuti che incitano [alla violenza], e che sono ispirati da simili contenuti.

Le forze di sicurezza stanno conducendo un’estesa campagna contro il terrorismo, per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi abitanti,” ha continuato il portavoce. “In questo contesto, si stanno prendendo varie misure per evitare attacchi terroristici e combattere il fenomeno dell’incitamento alla violenza. Il trattamento da parte degli autori dei dati, che in passato sono stati presentati in una conferenza stampa a cui essi non erano presenti, non è corretto e estrapola alcuni aspetti al di fuori del contesto. Vorremmo sottolineare che le forze di sicurezza stanno agendo per raccogliere ed esaminare approfonditamente le informazioni che arrivano nelle loro mani.

Aggiungeremo che gli ordini di detenzione amministrativa sono emanati quando ci sono informazioni di sicurezza accertate e che rendono necessario l’arresto. Questi ordini sono emessi dopo un esame accurato di informazioni rilevanti e sono soggetti a revisione da parte dei giudici. Imputazioni per crimini di istigazione sono avviate quando si sono raccolte prove che indicano l’uso di un linguaggio pesante che incita al terrorismo e a gravi violenze.”

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha rivolto una richiesta per indicare alcuna inesattezza nell’articolo o per chiarire le parti in cui le cose dette nella conferenza stampa sono state prese fuori di contesto.

Su richiesta della censura militare, alcune parti di questo articolo su come funziona il sistema di allerta preventiva sono state eliminate.

La ricerca per quest’articolo è stata possibile grazie al sostegno di Journalismfund.eu.

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All’Unione Europea “piace” quello che Israele sta facendo?

Il controllo predittivo è stato conosciuto e praticato in vari Paesi membri dell’Unione Europea per anni. Secondo un rapporto dell’organizzazione europea per i diritti civili “Statewatch”, dipartimenti di polizia della Gran Bretagna hanno sperimentato strumenti di mantenimento predittivo dell’ordine. Tuttavia la messa in opera di sistemi predittivi a livello nazionale su base individuale sembra essere fuori dalla portata per i membri dell’UE e contraddire gli articoli relativi alla privacy ed alla non discriminazione presenti nella Carta Fondamentale dei Diritti Dell’Unione Europea.

Per esigenze di antiterrorismo – per poter dire che questa o quella persona sta per fare questo e quello – è necessario un sistema di formazione che abbia libertà normativa e che possa integrare vari flussi di informazioni”, dice Caspi, di “Fifth Dimension”.

Ciò non ha impedito a funzionari dell’UE di esprimere interesse nell’adottare metodologie israeliane. Durante conferenze in Israele e in incontri con funzionari israeliani nel 2016, il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha manifestato interesse nell’adottare le tecnologie israeliane per combattere contro gli attacchi di lupi solitari. De Kerchove ha discusso a lungo il piano UE per lottare contro l’istigazione in rete e le difficoltà nel trovare abbastanza persone che parlino le lingue mediorientali per controllare manualmente i contenuti.

Lo scorso ottobre il giornale danese “Information” ha riportato che la polizia danese ha comprato da “Palantir Technologies” una piattaforma per il controllo predittivo. Facendo seguito a questo acquisto, a febbraio il ministro della Giustizia danese Soren Pape ha presentato un progetto di legge per una consultazione pubblica con lo scopo di ampliare l’uso dei dati da raccogliere per prevenire i delitti.

Criminalizzare la diffusione di messaggi via internet è ora una pratica di tutta l’UE sulla base di una “Decisione Quadro per Combattere il Razzismo e la Xenofobia” adottata nel 2008. Una direttiva dell’UE sulla lotta al terrorismo firmata in marzo rende obbligatorio per gli Stati membri punire la distribuzione di messaggi “che esaltino atti di terrorismo”. Gli Stati membri saranno anche obbligati a eliminare o bloccare istigazioni a commettere aggressioni terroristiche dal web.

La Spagna è al primo posto nelle condanne per “esaltazione del terrorismo”. Ci sono state 19 condanne nel 2015 e altre 27 lo scorso anno. All’inizio di quest’anno una corte spagnola ha incarcerato César Strawberry (nome vero César Montaña Lehman) per una serie di tweet del 2013. I tweet, che César ha descritto come “ironici”, includevano un commento secondo cui voleva inviare al re di Spagna “una torta esplosiva” per il suo compleanno. Nel caso di César, ha detto di non aver intenzione di commettere veramente atti di terrorismo. Ma il codice penale spagnolo non fa distinzione di intenzioni. La Corte Suprema ha stabilito che l’intenzione era “irrilevante”.

(Staffan Dahllöf e Jennifer Baker)

(traduzione di Cristiana Cavagna e Amedeo Rossi)

 




Barghouthi: lo sciopero della fame segna un ‘punto di svolta’ per i palestinesi detenuti da Israele

30 maggio 2017,Ma’an

RAMALLAH (Ma’an) – Martedì, per la prima volta dopo la fine dello sciopero alcuni giorni fa, Marwan Barghouthi, il leader di Fatah incarcerato, che ha guidato uno sciopero della fame di massa di 40 giorni nelle carceri israeliane, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha definito lo sciopero un “punto di svolta” nel rapporto dei prigionieri palestinesi con la dirigenza carceraria ed ha avvertito le autorità israeliane che i prigionieri ricomincerebbero lo sciopero se gli impegni presi non fossero rispettati.

La sua dichiarazione, resa nota dall’Associazione dei Prigionieri Palestinesi (PPS), ha sottolineato il trattamento dei prigionieri palestinesi nel corso dello sciopero della fame, che comprendeva il loro trasferimento tra diverse prigioni israeliane e in isolamento in “condizioni brutali e crudeli”.

Barghouthi ha aggiunto che le autorità israeliane hanno confiscato “tutti gli averi personali, compresa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutti gli oggetti sanitari ed igienici, la loro vita è stata resa un inferno e sono state diffuse vergognose dicerie e menzogne.”

Ha aggiunto: “Eppure tra i prigionieri si è registrata una risolutezza senza precedenti nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscita a spezzare la loro determinazione.”

Centinaia di prigionieri in sciopero della fame hanno invocato la fine del divieto delle visite dei familiari, il diritto ad accedere ad un’istruzione superiore, cure e trattamenti medici adeguati, la fine dell’isolamento e della detenzione amministrativa – incarcerazione senza accuse né processo – tra le altre richieste di diritti fondamentali.”

Dopo aver ringraziato tutti coloro che si sono impegnati nel sostegno allo sciopero della fame, Barghouthi, che è stato una figura decisiva nel corso dei colloqui con il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) che hanno messo fine allo sciopero, ha detto che i leader dello sciopero sono stati capaci di “ottenere parecchi risultati equi ed umanitari” dalle autorità carcerarie, incluso il ripristino di una seconda visita mensile dei familiari dei prigionieri, e sono riusciti a costringere le autorità israeliane a considerare questioni relative alla “vita quotidiana” nelle prigioni, come le modalità di trasferimento, e le “condizioni delle donne, dei minori e dei malati detenuti.”

Mentre i leader palestinesi hanno affermato che l’80% delle richieste dei prigionieri sono state esaudite da Israele, i dirigenti del Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) hanno duramente smentito tali affermazioni, dicendo che non sono state fatte concessioni ai prigionieri e che l’accordo che ha posto fine allo sciopero ha garantito solamente il ripristino di una seconda visita mensile dei familiari ai prigionieri, che sarà finanziata dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Tuttavia, Barghouthi ha aggiunto che i prigionieri hanno accettato la creazione di un “comitato di alti dirigenti del Servizio Penitenziario” per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri palestinesi nei prossimi giorni, “per discutere di tutti i problemi senza eccezioni.”

Alla luce di ciò e in vista dell’inizio del sacro mese del Ramadan, abbiamo deciso di interrompere lo sciopero per dare l’opportunità di condurre queste discussioni con il Servizio Penitenziario, sottolineando la nostra ferma intenzione di riprendere lo sciopero se il Servizio Penitenziario non rispetterà gli impegni assunti verso i prigionieri”, ha detto.

Ha poi aggiunto che lo sciopero ha rappresentato un “punto di svolta” nel rapporto tra i prigionieri palestinesi e il “sistema dell’amministrazione penitenziaria”, dicendo che i prigionieri “non consentiranno più nessuna violazione delle loro conquiste e dei loro diritti.”

Lo sciopero, ha affermato Barghouthi, aveva anche lo scopo di unificare il movimento dei prigionieri palestinesi e di porre le basi di una “leadership nazionale unificata”, che nei prossimi mesi possa ottenere il riconoscimento dei palestinesi “nelle carceri dell’occupazione israeliana” come prigionieri di guerra e prigionieri politici.

Lo sciopero inoltre ha cercato di mettere in luce le violazioni israeliane del diritto internazionale nel sistema carcerario, in particolare in quanto il trasferimento di prigionieri palestinesi fuori dai territori occupati in carceri all’interno di Israele viola la quarta Convenzione di Ginevra.

Barghouthi ha anche fatto appello al presidente palestinese Mahmoud Abbas, all’OLP e alle fazioni palestinesi nazionaliste ed islamiche perché adempiano ai loro obblighi nazionali e lavorino per la liberazione dei palestinesi sottoposti a detenzione israeliana, ed ha diffidato dal proseguire qualunque negoziato prima che siano poste le condizioni per la “completa liberazione di tutti i prigionieri e detenuti palestinesi.”

Barghouthi è stato tenuto in isolamento per tutta la durata dello sciopero, mentre le autorità israeliane tentavano di screditare il leader diffondendo un video di Barghouthi che nella sua cella di isolamento si sarebbe alimentato durante lo sciopero della fame, video prontamente denunciato dai leader palestinesi come “falso” e un tentativo da parte delle autorità israeliane di delegittimare Barghouthi.

Le autorità israeliane avevano rifiutato di negoziare con Barghouthi fino all’undicesima ora delle trattative tra IPS, ANP e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), mentre gli scioperanti avevano ribadito che qualunque trattativa che non includesse Barghouthi era illegittima e “finalizzata a interrompere lo sciopero della fame in cambio di vuote promesse.”

Lunedì la Commissione per gli affari interni del parlamento israeliano, la Knesset, ha tenuto una riunione riguardo allo sciopero, durante la quale un dirigente dell’IPS ha asserito che “in nessun momento l’IPS ha negoziato con i prigionieri di sicurezza in sciopero della fame e non ha accettato nessuna delle loro richieste.”

L’IPS ha affermato che, poiché l’ANP ha accettato di finanziare la seconda visita mensile (dei familiari), dopo che lo scorso anno era venuto a mancare il finanziamento dell’ICRC, non è stata fatta nessuna nuova concessione ai prigionieri.

Durante la riunione, diversi deputati israeliani di destra hanno criticato le richieste dello sciopero, ed uno di loro ha detto: “A loro (i prigionieri) dovrebbero essere concesse le condizioni minime in base al diritto internazionale”, mentre un altro ha detto: “Se facessimo la cosa giusta, ogni terrorista prenderebbe una pallottola in testa. C’è spazio sufficiente sottoterra.”

Secondo l’associazione Addameer per i diritti dei prigionieri, fino ad aprile nelle prigioni israeliane erano detenuti 6.300 palestinesi.

Mentre le autorità israeliane definiscono i palestinesi “prigionieri di sicurezza”, gli attivisti e le associazioni per i diritti hanno a lungo considerato i palestinesi detenuti da Israele come prigionieri politici ed hanno sistematicamente condannato l’uso israeliano delle carceri come mezzo per destabilizzare la vita politica e sociale palestinese nei territori occupati.

Addameer ha riferito che il 40% della popolazione maschile palestinese è stata detenuta dalle autorità israeliane in un certo momento della sua vita.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Lettera aperta al segretario generale dell’ONU António Guterres perché solleciti Israele a rispettare le norme minime standard dell’ONU per il trattamento dei prigionieri e le leggi internazionali sulla detenzione

https://ccrjustice.org/open-letter-un-secretary-general-urging-israel-respect-human-rights-palestinians-held-israeli-0

Vostra eccellenza,

Circa 1.500 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato il 37° giorno del loro sciopero della fame “Libertà e Dignità”. Le rivendicazioni degli scioperanti comprendono la richiesta ad Israele di porre fine all’uso della detenzione amministrativa; il permesso ad un maggior numero di visite dei familiari; la garanzia di servizi medici adeguati (compresi servizi specifici necessari alle donne); fine del regime di isolamento; installazione di telefoni pubblici per migliorare le comunicazioni telefoniche con le famiglie; migliore accesso all’ educazione e ad altri servizi. Lo sciopero della fame dei prigionieri nasce nel contesto dei 50 anni di occupazione israeliana del territorio palestinese e del trasferimento di migliaia di palestinesi dal territorio palestinese occupato alle prigioni all’interno di Israele, in violazione delle leggi umanitarie internazionali. [1]

La esortiamo a chiedere pubblicamente allo Stato di Israele di garantire che la sua politica di arresti e detenzioni sia pienamente conforme agli obblighi in base ai diritti umani internazionali e alle leggi umanitarie, comprese la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione contro la Tortura ed altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Inumani o Degradanti, nonché i relativi standard internazionali, comprese le norme dell’ONU sugli standard minimi per il trattamento dei prigionieri.[2]

 Il 16 maggio, a un mese dall’inizio dello sciopero della fame “Libertà e Dignità”, Michael Lynk, il relatore speciale dell’Onu per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha chiesto ad Israele di rispettare le leggi internazionali e gli standard internazionali di detenzione. [3]  Nella sua dichiarazione pubblica egli ha osservato di “essere particolarmente preoccupato per l’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele, che riguarda incarcerazioni senza imputazione, giudizio, condanna o un processo realmente giusto, così come per la possibilità di un rinnovo illimitato della detenzione”, notando che “i detenuti amministrativi sono imprigionati in base a prove segrete che né loro né i loro avvocati possono esaminare o contestare.”[4]  Lynk ha segnalato che questo uso della detenzione amministrativa “non è compatibile con le circostanze estremamente limitate in cui questa è consentita in base alle leggi umanitarie internazionali e priva i detenuti della più elementare tutela legale garantita dalle leggi internazionali sui diritti umani.”[5]  Lynk ha anche manifestato preoccupazione riguardo al fatto che i prigionieri siano tenuti in isolamento;[6] il relatore speciale dell’ONU sulla tortura ha anche riscontrato che la detenzione in isolamento per periodi prolungati può costituire un trattamento crudele, inumano o degradante, o una forma di tortura.[7]

Benché sia inusuale farlo per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), il 3 maggio il CICR ha rilasciato una dichiarazione riguardo allo sciopero della fame.[8]  Il CICR ha chiesto a Israele di “assumersi le proprie responsabilità in base alle leggi umanitarie internazionali”, con particolare riguardo a quanto concerne i contatti con le famiglie dei palestinesi detenuti in Israele.[9] La dichiarazione del CICR sottolinea che “i palestinesi sono imprigionati in Israele invece che nei territori occupati, come viene richiesto dalle leggi sull’occupazione. In conseguenza di ciò, i familiari hanno un minor accesso ai loro parenti incarcerati. Hanno bisogno di premessi speciali e devono intraprendere lunghi viaggi per vedere i propri cari, con perquisizioni e tempi di attesa quando attraversano posti di controllo o nella prigione”[10] Sono problemi che anche Lynk ha individuato come “importanti impedimenti” creati alle famiglie palestinesi che cercano di raggiungere i propri parenti.[11]

Alla luce dei recenti avvenimenti all’interno delle prigioni israeliane, la dichiarazione del CICR ha espresso preoccupazione riguardo alla “sistematica sospensione” da parte di Israele delle visite dei familiari dei detenuti in sciopero della fame ed ha affermato che, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, “i palestinesi hanno diritto a queste visite, che possono essere limitate solo per ragioni di sicurezza, caso per caso, ma mai per ragioni strettamente punitive o disciplinari.” Il capo della delegazione del CICR in Israele e nei territori occupati, de Maio, ha affermato che “le famiglie stanno pagando il prezzo di questa situazione.” [12]

Migliori servizi per la salute sono centrali nelle richieste degli scioperanti. Attendibili fonti informative israeliane hanno recentemente segnalato che le autorità israeliane, invece di prendere misure per migliorare i servizi per la salute dei detenuti in sciopero della fame, stanno pensando di assumere medici non israeliani per l’alimentazione forzata degli scioperanti, in quanto l’Associazione dei Medici Israeliani (AMI) ha chiesto ai dottori israeliani di non cercare di alimentare a forza nessuno che partecipi allo sciopero della fame.[13]

La posizione dell’AMI è in linea con i consolidati standard medici internazionali relativi all’alimentazione forzata dei detenuti. Le autorevoli linee guida in proposito sono contenute nella dichiarazione di Tokyo dell’Associazione Mondiale dei Medici del 1975, in cui si stabilisce che “nel caso che un prigioniero rifiuti di alimentarsi e sia considerato dai medici in grado di farsi un esatto e razionale convincimento riguardante le conseguenze di un tale rifiuto volontario di nutrirsi, lui o lei non devono essere nutriti artificialmente.”[14] Come è stato rilevato da uno specialista degli aspetti medici della detenzione del Comitato Internazionale della Croce Rossa: “i medici non dovrebbero partecipare alla concreta alimentazione forzata… Simili azioni possono essere considerate una forma di tortura e in nessuna circostanza i medici dovrebbero parteciparvi con il pretesto di salvare la vita degli scioperanti.” [15] Questo approccio si adegua anche ai ‘Principi di etica medica dell’ONU riguardo al personale sanitario, in particolare medico, per la protezione di prigionieri e detenuti contro la tortura ed altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti’.[16]   Nel 2006 un gruppo di incaricati dell’ONU per le procedure speciali ha esaminato pratiche di alimentazione forzata ed altre, condotte dalle autorità degli USA contro detenuti a Guantanamo, ed ha stabilito che le summenzionate “norme etiche internazionalmente accettate sono implicite nel, e formano parte essenziale del, diritto alla salute. L’osservanza di questi standard etici da parte dei professionisti della salute è essenziale per concretizzare il diritto alla salute.”[17]

Le leggi e gli standard internazionali riguardanti il trattamento di persone detenute in qualunque carcere o luogo di detenzione sono gli stessi che sono richiesti nel trattamento dei palestinesi incarcerati dallo Stato di Israele – non ci sono eccezioni o deroghe concesse sulla base della nazionalità o dell’appartenenza politica – ed impegnarsi in uno sciopero della fame non violento nel tentativo di garantire che quelli che ne hanno l’autorità rispettino, proteggano e soddisfino i loro diritti umani finché sono in detenzione rappresenta un diritto inerente ad ogni persona detenuta in condizioni crudeli o illegali.

Benché queste legittime azioni non violente si concentrino specificamente sul trattamento deplorevole dei palestinesi all’interno del sistema carcerario israeliano, alle Nazioni Unite ed alla comunità internazionale nel suo complesso compete anche affrontare la collettiva e complessiva negazione dei diritti umani di ogni palestinese che vive sotto un’occupazione di 50 anni. Come l’associazione per l’appoggio ai prigionieri e per i diritti umani “Addameer” ha portato all’attenzione del mondo in una dichiarazione pubblica del 17 aprile, quando è iniziato lo sciopero della fame, “il problema dei prigionieri e dei detenuti palestinesi nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani trascende quello dei diritti umani individuali, riguarda anche i diritti collettivi di un intero popolo – il popolo palestinese, che continua ad essere privato del suo diritto all’autodeterminazione e alla sovranità – fondamenti basilari del diritto internazionale.” [18]

Esortiamo vivamente lei, in quanto segretario generale dell’ONU, a chiedere pubblicamente una tempestiva assicurazione da parte dello Stato di Israele che a) rispetterà ogni legge e standard internazionale pertinente riguardo al trattamento dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, compresa la proibizione di trasferimento dei prigionieri dai territori occupati, e in particolare, b) accetterà le ragionevoli richieste degli scioperanti, che si basano su quelle leggi e standard internazionali e c) si asterrà da qualunque tentativo di alimentazione forzata di qualunque palestinese coinvolto nello sciopero della fame.

Cordialmente,

Center for Constitutional Rights

[Centro per i Diritti Costituzionali- USA]

International Association of Democratic Lawyers

[Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici]

International Federation for Human Rights

[Federazione Internazionale per i Diritti Umani]

National Lawyers’ Guild

[Associazione Nazionale dei Giuristi -USA]

Palestine Legal [USA]


[1] Vedi, per es., Relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Michael Lynk, 19 maggio 2017 “Nessuna fine in vista, afferma l’esperto in diritti umani dell’ONU dopo 50 anni di occupazione israeliana del territorio palestinese”. Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/NewsEv ents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=21639&LangID=E.

[2] Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e Convenzione contro la Tortura ed altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/Profes sionalInterest/Pages/CoreInstr uments.aspx. Vedi anche: Norme standard minime dell’ONU per il trattamento nelle prigioni (1957). Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/Profes sionalInterest/Pages/Treatment OfPrisoners.aspx

[3] Relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Michael Lynk, 16 maggio 2017 “Il relatore speciale dell’ONU sui TPO chiede ad Israele di rispettare le leggi internazionali sulla detenzione (La dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione”). Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/NewsEv ents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=21624&LangID=E

[4] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione

[5] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione

[6] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione

[7] Rapporto periodico del relatore speciale sulla tortura e su altri trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti, U.N. Doc. A/66/268 (5 Ag. 2011) (di Juan Méndez) al par. 58.

[8]  Comitato Internazionale della Croce Rossa, 3 maggio 2017, “Comunicato stampa: i contatti dei detenuti con le loro famiglie sono un obbligo di Israele in base alle leggi umanitarie internazionali” (“comunicato stampa del CICR). Vedi in: https://www.icrc.org/en/docume nt/detainees-contacts-families -are-israels-obligation-under- ihl  

[9] Comunicato stampa del CICR

[10] Comunicato stampa del CICR

[11] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU per i TPO sulla detenzione.

[12] Comunicato stampa del CICR

[13] Vedi: The Times of Israel, 4 maggio 2017 ‘Israel said considering bringing foreign doctors to force feed hunger strikers’ [Israele sta pensando di ingaggiare dottori stranieri per l’alimentazione forzata degli scioperanti]. Vedi in: http://www.timesofisrael.com/i srael-said-considering-bringin g-foreign-doctors-to-force- feed-hunger-strikers/; Haaretz, 5 maggio 2017 ‘Doctors refusing to force treatment on Palestinian hunger strikers must find their own replacement’. [I medici che rifiutano trattamenti forzati sui palestinesi in sciopero della fame devono essere rimpiazzati]. Vedi in: http://www.haaretz.com/israel- news/.premium-1.787483

[14] Associazione Medica Mondiale (1975), Dichiarazione di Tokyo: Linee guida per medici riguardo alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti riguardo alla detenzione ed all’incarceramento. Vedi in: : https://ama.com.au/sites/defau lt/files/documents/WMA_Declara tion_of_Tokyo.pdf

[15] Reyes, H. (1998), Comitato Internazionale della Croce Rossa, Maltrattamenti e tortura, Ricerca di medicina legale (vol. 19). Vedi in: https://www.icrc.org/eng/resou rces/documents/article/other/ health-article-010198.htm

[16] Assemblea Generale dell’ONU (1982), Principi di etica medica riguardo al ruolo del personale sanitario, in particolare medico, nella protezione dei prigionieri e detenuti contro la tortura ed altri trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti. Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/Profes sionalInterest/Pages/MedicalEt hics.aspx

[17] Commissione ONU su Economia e Società [ECOSOC], Commissione su diritti umani, situazione dei detenuti a Guantanamo, P 82, U.N. Doc. E/CN.4/2006/120, p. 82. Vedi in: https://documents-dds-ny.un.or g/doc/UNDOC/GEN/G06/112/76/PDF /G0611276.pdf?OpenElement

[18] Addameer, 17 aprile 2017, “Prendere l’iniziativa: i prigionieri politici palestinesi lanciano uno sciopero della fame di massa.” Vedi in: http://www.addameer.org/news/t ake-action-palestinian-politic al-prisoners-launch-mass- hunger-strike. Addameer (‘Coscienza’ in arabo) è un’organizzazione della società civile palestinese che appoggia i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane e palestinesi con sostegno legale gratuito, assistenza e difesa legale dal 1992.

 




Il trattamento che Israele infligge ai prigionieri palestinesi “potrebbe costituire una forma di tortura”

17 maggio 2017,Middle East Monitor

I maltrattamenti ai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono stati condannati, con voci secondo cui i prigionieri palestinesi in sciopero della fame verrebbero alimentati a forza. Si tratta di una pratica che, come ha ripetuto il relatore speciale dell’ONU, “secondo gli esperti dei diritti umani potrebbe costituire una forma di tortura.”

Martedì sono state manifestate preoccupazioni da parte del relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, il quale ha esortato Israele a rispettare le leggi e gli standard internazionali sulle condizioni di detenzione. Michael Lynk ha affermato di essere particolarmente preoccupato della detenzione amministrativa.

“L’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele non rispetta le circostanze estremamente limitate in cui questa è consentita dalle legge internazionali, e priva i detenuti delle fondamentali garanzie giuridiche previste dalle leggi internazionali sui diritti umani,” ha spiegato. L’esperto dell’ONU ha sottolineato che si pensa che circa 500 detenuti palestinesi siano sottoposti al regime della carcerazione amministrativa.

Lynk ha anche notato che molti dei 6.000 prigionieri palestinesi incarcerati da Israele sono tenuti in prigioni all’interno di Israele e non nei Territori Occupati, in violazione delle leggi umanitarie internazionali. “Questi trasferimenti creano serie difficoltà alle famiglie dei prigionieri che vogliano fargli visita, a causa della difficoltà di ottenere permessi di ingresso in Israele, ” ha evidenziato,”così come a causa dei viaggi spesso faticosi che le famiglie devono intraprendere per raggiungere i propri familiari.”

Commentando i rapporti che ha ricevuto riguardo ai maltrattamenti dei prigionieri – che includono la detenzione in isolamento, la negazione della comunicazione con gli avvocati e il fatto di subire altre forme di deprivazione – Lynk è stato categorico nel dire che in qualunque Paese i detenuti hanno il diritto di impegnarsi in scioperi della fame per protestare contro le proprie condizioni di vita. “Non dovrebbero essere puniti in conseguenza di ciò,” ha aggiunto. “L’alimentazione forzata è una pratica che secondo gli esperti di diritti umani può costituire una forma di tortura.”

Il relatore speciale sta attualmente svolgendo la sua visita annuale nella regione. A causa della mancata cooperazione di Israele riguardo alla sua richiesta di viaggiare nei Territori Palestinesi Occupati, si prevede che sarà ad Amman, in Giordania, dal 15 al 19 maggio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Dietro allo sciopero della fame dei palestinesi ci sono inenarrabili vicende di sofferenza

Drssa Inas Abbad

Giovedì 27 aprile 2017 Middle East Eye

L’ inedita iniziativa non è solo un tentativo di migliorare le condizioni di detenzione, ma anche un appello a favore dei più elementari diritti umani e delle condizioni di detenzione nelle prigioni israeliane.

La reazione israeliana allo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi iniziato il 17 aprile è stata senza precedenti.

Lo sciopero della fame, che coinvolge più di 1.500 prigionieri palestinesi, intende evidenziare l’iniquità delle pratiche penitenziarie di Israele e chiedere un miglior trattamento dei detenuti, ma è stato accolto con richieste di condanne a morte dei prigionieri che vi partecipano.

Le reazioni hanno oltrepassato la pericolosità e il razzismo, compresi i commenti fatti dal membro della Knesset [il parlamento israeliano, net.] Oren Hazan, che ha affermato: “Non c’è nessuno problema, neppure se tutti i prigionieri dovessero morire in seguito allo sciopero. Dopotutto le prigioni sono sovrappopolate mentre sulla terra c’è posto per tutti i loro cadaveri.”

Ci sono anche state le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman che, oltre a chiedere la loro condanna a morte, ha detto che i prigionieri che vi partecipano dovrebbero essere lasciati morire di fame.

In altri commenti i detenuti sono stati descritti come insetti velenosi che dovrebbero essere sterminati con il gas e per i quali dovrebbero essere istituiti campi di sterminio.

Quattro giorni dopo l’inizio dello sciopero, coloni israeliani hanno organizzato grigliate nei pressi della prigione di Ofer per provocare i detenuti, che a quel punto erano arrivati senza cibo o bevande per il tempo corrispondente a 12 pasti.

Solidarietà araba

Lo sciopero della fame è iniziato con la speranza di conquistare col tempo la solidarietà di tutte le fazioni palestinesi e delle forze nazionali e popolari.

Speravamo anche che, poco dopo, si sarebbe trasformato in un movimento di solidarietà araba, forse anche internazionale, con la causa dei prigionieri e con le loro richieste, esercitando pressione su Israele e obbligandolo ad accogliere le richieste legittime e relative ai diritti umani dei detenuti.

Scioperi della fame di massa possono avere un impatto molto maggiore di quelli di singoli individui. Inoltre non sono meno pericolosi e difficili se proseguono per troppo tempo, proprio come gli scioperi individuali.

Dopo circa una settimana di sciopero della fame, il corpo di un detenuto inizia a debilitarsi dopo che il suo peso si è ridotto di almeno cinque chili. Non bisogna dimenticarlo: nell’attuale sciopero tra i partecipanti vi sono minorenni, donne, anziani e malati.

I prigionieri in sciopero della fame soffrono più per i dolori che per la fame: mal di testa, dolori alle articolazioni, tremito e immobilità sono solo alcuni dei sintomi. La maggior parte degli scioperanti soffre di molti altri disturbi, come osteomalacia [fragilità ossea che provoca dolori muscolari, ndt.], cancro, reumatismi, difficoltà respiratorie, asma e altri disturbi che sono la conseguenza delle dure condizioni detentive, comprese torture e malnutrizione. In questi casi questi prigionieri necessitano di speciali trattamenti medici che vengono loro regolarmente negati.

In base ai rapporti pubblicati dal “Club dei Prigionieri Politici”, dal Dipartimento per gli Affari e la Libertà dei Prigionieri Politici e dall’Ufficio Statistico Centrale palestinese, ci sono 5.600 prigionieri politici nelle carceri israeliane, comprese 57 donne di cui 13 minorenni. Dopo 15 anni di prigione, il 16 aprile 2017 la detenuta con la più lunga carcerazione, Lina al-Jarbouni, è stata rilasciata dalle autorità israeliane.

E’ importante sapere che ci sono ancora 200 palestinesi che sono in prigione da prima della firma dell’accordo di pace israelo-palestinese (gli accordi di Oslo) nel 1993.

Alcuni dei detenuti sono stati in carcere più a lungo di qualunque altro prigioniero al mondo. Sono: Karim Younis e Maher Younis, detenuti dal gennaio 1984, così come Nael al-Barghouthi, che ha scontato 36 anni di carcere, 34 dei quali ininterrotti. E’ stato riarrestato nel 2014 poco dopo il suo rilascio. E’ stato uno dei prigionieri liberati come parte dell’accordo di scambio di prigionieri per il soldato israeliano GIlad Shalit.

Trattamento inumano

Lo sciopero della fame dei prigionieri politici non dovrebbe essere visto come un tentativo di migliorare le condizioni carcerarie. Non è affatto vero che i prigionieri vogliono solo avere migliori condizioni, come se accettassero di rimanere incarcerati così a lungo se queste condizioni rispettassero gli standard del XXI° secolo.

Di fatto, i prigionieri politici ricevono i trattamenti più inumani. Nelle prigioni delloccupazione sono ora presenti circa 500 detenuti politici che non sono mai stati imputati di niente. Sono attualmente trattenuti per un tempo che va dai tre ai sei mesi che sono sempre rinnovabili, ma alcuni sono detenuti da anni senza nessuna imputazione.

Ai prigionieri politici vengono in genere negate cure e regolari esami medici. In conseguenza di una tale negligenza, 13 persone – che sono considerate “martiri”- sono state vinte dalla malattia e sono morte in carcere. Ce ne sono altre oggi con urgente necessità di cure che sono state loro negate per anni.

Ai parenti sono state negate anche seconde visite della Croce Rossa. Le visite dei familiari attraverso la Croce Rossa sono state ridotte a una ogni quattro settimane. Tuttavia da quando è iniziato lo sciopero della fame, persino agli avvocati è stato vietato visitare i detenuti politici, a cui erano già state negate tutte le visite dei familiari come misura arbitraria presa contro di loro per lo sciopero della fame.

Molti detenuti politici sono stati posti in isolamento nelle prigioni di Al-Jalamah e Ilan nella regione di Beer Sheba e in altri luoghi. I loro beni personali sono stati requisiti, sono stati privati dei loro vestiti e hanno subito continui maltrattamenti nella forma di trasferimenti arbitrari tra una prigione e l’altra e di costanti perquisizioni nelle loro celle durante le quali sono stati percossi.

Alcuni di loro hanno perso uno o entrambi i genitori senza avere la possibilità di dare loro l’estremo saluto, come Mahmoud Abu Surur. Altri sono diventati padri mentre erano in carcere e non hanno potuto godere delle gioie della paternità, che è un diritto umano fondamentale, come Andan Muraghah e molti altri. Altri ancora non conoscono i loro nipoti, se non attraverso qualche fotografia che è consentito introdurre in prigione circa ogni mese.

Alcuni prigionieri sono confinati nelle celle del carcere e gli sono negate visite per molte settimane, forse anche mesi, come nel caso di Walid Maragah. Alcuni di quelli che provengono dalla Cisgiordania, come Nasir Abu Surur e Hasam Shahin e decine di altri, non possono ricevere visite perché alle famiglie viene negato il permesso di entrare in Israele, e quindi non possono andare a trovarli.

E a molti parenti le visite sono vietate perché si da il caso che essi stessi siano ex-detenuti politici. Agli ex-prigionieri politici spesso viene vietato visitare i loro figli o fratelli che sono incarcerati come detenuti politici.

Diritti umani fondamentali

I detenuti possono essere puniti negando loro l’accesso all’educazione e alla lettura. Solo di rado ad alcuni prigionieri è consentito continuare il loro percorso formativo durante la detenzione. Molti continuano queste attività di nascosto, il che implica molto tempo e molte sofferenze. Fanno uso di qualunque aiuto siano in grado di offrire le loro famiglie ed i loro compagni di detenzione, come nel caso di Marwan Barghouthi, Karm Younis, Walid Maraqah e Muhammad Abbad, che hanno titoli accademici che consentono loro di rendere questo servizio agli altri prigionieri.

E’ molto difficile far entrare libri, che i funzionari del carcere controllano attentamente e ne vietano molti. L’educazione dovrebbe essere un diritto umano garantito da ogni convenzione internazionale e dai diritti umani, ma non nelle prigioni di Israele.

I telefoni sono proibiti. Anche i messaggi scritti sono limitati e attentamente controllati. A volte prima di essere consegnati i messaggi tardano molte settimane, anche mesi. Alcuni non raggiungono mai i loro destinatari.

E alcuni dei detenuti politici in carcere da più tempo non sanno niente delle reti sociali, di internet e dei computer. Non hanno mai sentito parlare degli smartphone. Ad altri è stato rifiutato di telefonare ai propri genitori in punto di morte.

Questo è stato il caso di Muhammad, che ha perso suo padre, il professor Abd Al-Rahman Abbad. Il 25 maggio 2015 sua madre, al ritorno dalla visita in carcere, ha scoperto che il marito, da anni malato di cancro, era deceduto. La sua malattia gli ha impedito di fare visita a suo figlio per molti mesi prima della morte.

Richieste legittime

Di conseguenza, possiamo notare che le richieste dei prigionieri politici in sciopero della fame sono legittime e rispondenti ai diritti umani. Non sosterremo mai che le loro richieste legittimino la loro detenzione o che implichino che accettano la loro pluriennale incarcerazione.

Alcuni di loro sono già stati in carcere per più di metà della loro vita, come nel caso di Muhammad Abbad, Karim Younis, Maher Younis, Nael Barghouthi, Nasir Abu Surur e Muhammad Abu Surur, e la lista potrebbe continuare.

La domanda è: lo sciopero continuerà finché sarà ripristinata la dignità? O Israele farà ricorso all’alimentazione forzata come fece nel 1980 con i detenuti in sciopero della fame nel campo di detenzione di Nafha, nel deserto?

La dottoressa Inas Abad è una ricercatrice in scienze politiche, docente ed attivista politica di Gerusalemme est. Suo fratello, negli ultimi 16 anni detenuto in una prigione israeliana, è uno dei dirigenti dello sciopero della fame.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)