Israele blocca decine di organizzazioni umanitarie che lavorano a Gaza, martoriata dalla guerra

Redazione di Al Jazeera

30 dicembre 2025 – Al Jazeera

Tra le organizzazioni di aiuto che devono affrontare il divieto ci sono MSF e Oxfam, mentre i Paesi europei suonano l’allarme per la terribile situazione umanitaria

Israele afferma che sospenderà più di trenta organizzazioni umanitarie, compresi Medici Senza Frontiere, perché non hanno rispettato le nuove regole per le associazioni umanitarie che lavorano nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Secondo le autorità israeliane le organizzazioni soggette al bando, che inizia giovedì [1 gennaio 2026, ndt.], non soddisfano i nuovi requisiti relativi alla condivisione delle informazioni sui propri dipendenti, fondi e attività.

Altre importanti organizzazioni colpite includono il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati], CARE International, l’International Rescue Committee [Comitato di Soccorso Internazionale] e sezioni di importanti organizzazioni benefiche come Oxfam e Caritas.

Israele accusa Medici Senza Frontiere, nota con l’acronimo francese MSF, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del suo personale, sostenendo che hanno collaborato con Hamas.

“Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitaria è benvenuta. Approfittare delle strutture umanitarie per il terrorismo non lo è,” ha detto il ministro per le Questioni della Diaspora Amichai Chikli [del Likud, il partito di Netanyahu, ndt.].

MSF, una delle maggiori organizzazioni mediche che operano a Gaza, dove il settore sanitario è stato preso di mira e in buona misura distrutto, afferma che la decisione israeliana avrà un impatto catastrofico sul suo lavoro nell’enclave, in cui si occupa di circa il 20% dei posti letto in ospedale e di 1/3 delle nascite. L’organizzazione nega anche le accuse israeliane riguardo al suo personale.

“MSF non avrebbe mai assunto consapevolmente persone impegnate in attività militari,” sostiene. Le organizzazioni internazionali dicono che le regole israeliane sono arbitrarie. Israele sostiene che 37 organizzazioni che lavorano a Gaza non avranno il rinnovo dei permessi.

Condizioni spaventose”

Le organizzazioni umanitarie forniscono aiuto per una molteplicità di servizi sociali, compresa la distribuzione di cibo, le cure mediche, la salute mentale e interventi per i disabili e servizi educativi.

Amjad Shawa, della Rete di ONG per la Palestina, afferma che la decisione di Israele fa parte dei suoi costanti tentatici “di aggravare la catastrofe umanitaria” a Gaza.

“I limiti imposti alle attività umanitarie a Gaza sono intesi a continuare nel progetto di cacciare fuori i palestinesi, deportare Gaza. È una delle cose che Israele continua a fare,” dice Shawa ad Al Jazeera.

Il dottor James Smith, medico britannico volontario a Gaza a cui in seguito le autorità israeliane hanno negato il permesso di ritornarvi, ha condannato le restrizioni sulle organizzazioni umanitarie: “Una situazione che è già orripilante sarà resa ancora peggiore. I cambiamenti saranno immediati e feroci,” ha detto Smith ad Al Jazeera.

L’iniziativa di Israele giunge quando almeno 10 Paesi hanno manifestato “serie preoccupazioni” per un “ulteriore deterioramento della situazione umanitaria” a Gaza, descrivendola come “catastrofica”.

“Con il sopraggiungere dell’inverno i civili a Gaza devono affrontare condizioni spaventose con forti precipitazioni e un crollo delle temperature,” hanno affermato in un comunicato congiunto Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.

“Un milione e trecentomila persone hanno ancora bisogno di un’urgente assistenza abitativa. Più di metà delle strutture sanitarie sono solo parzialmente funzionanti e devono far fronte alla carenza di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture sanitarie ha reso 740.000 persone vulnerabili a inondazioni infette.” Questi Paesi sollecitano Israele a garantire che le ONG internazionali possano operare a Gaza in modo “sostenibile e pianificabile” e chiedono l’apertura di valichi via terra per incrementare il flusso di aiuti umanitari.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il comunicato congiunto “falso ma non imprevisto” e “parte di uno schema ricorrente di critiche avulse dalla realtà e di richieste solo a Israele ignorando nel contempo deliberatamente la fondamentale richiesta ad Hamas di cedere le armi.”

A Gaza le necessità sono enormi”

Quattro mesi fa più di 100 organizzazioni umanitarie hanno accusato Israele di impedire l’ingresso a Gaza di aiuti salvavita e gli hanno chiesto di porre fine al suo “uso bellico degli aiuti” in seguito al rifiuto di consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza devastata ai camion carichi di aiuti.

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra genocida contro Gaza nell’ottobre 2023 più di 71.000 palestinesi sono stati uccisi. Centinaia sono morti a causa della gravissima mancanza di cibo e altre migliaia per malattie curabili a causa della mancanza di forniture sanitarie.

Israele sostiene di rispettare gli impegni umanitari disposti dall’ultimo cessate il fuoco, che è entrato in vigore il 10 ottobre, ma le organizzazioni umanitarie mettono in discussione le cifre fornite da Israele ed affermano che nella devastata enclave per più di due milioni di palestinesi sono disperatamente necessari molti più aiuti.

Israele ha modificato a marzo il suo processo di registrazione per le organizzazioni umanitarie, che include la richiesta di presentare una lista del personale, inclusi i palestinesi a Gaza.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno affermato che non avrebbero fornito una lista del personale palestinese nel timore che questi dipendenti verrebbero presi di mira da Israele.

“Ciò deriva da un punto di vista giuridico e per la sicurezza. A Gaza abbiamo visto uccidere centinaia di operatori umanitari,” ha affermato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council.

Ancore di salvezza disperatamente necessarie

La decisione di non rinnovare i permessi delle organizzazioni umanitarie implica il fatto che i loro uffici in Israele e nella Gerusalemme est occupata saranno chiusi e le organizzazioni non saranno in grado di inviare personale internazionale o aiuti a Gaza.

“Nonostante il cessate il fuoco le necessità a Gaza sono enormi, eppure a noi e a decine di altre organizzazioni viene e continuerà a venir impedito di portarvi l’assistenza umanitaria indispensabile,” ha detto Low. “Non essere in grado di inviare personale a Gaza significa che tutto il carico di lavoro ricadrà sui nostri collaboratori locali, che sono stremati.”

Secondo il ministero la decisione di Israele implica il fatto che giovedì le organizzazioni umanitarie vedranno i loro permessi revocati e, se si trovano in Israele, se ne dovranno andare entro il primo marzo. Non è la prima volta che Israele cerca di reprimere le organizzazioni umanitarie internazionali. Durante la guerra ha accusato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, di essere stata infiltrata da Hamas e Hamas di utilizzare strutture dell’UNRWA e di impossessarsi dei suoi aiuti. L’ONU lo ha negato.

A ottobre la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo in cui ha affermato che Israele deve appoggiare le attività di soccorso dell’ONU a Gaza, comprese quelle effettuate dall’UNRWA.

La Corte ha rilevato che le accuse israeliane contro l’UNRWA, compreso il fatto che sarebbe stata complice dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, sono senza fondamento.

La Corte ha anche affermato che, in quanto potenza occupante, Israele deve garantire che le “necessità fondamentali” della popolazione palestinese di Gaza siano soddisfatte, “compresi i rifornimenti indispensabili per la sopravvivenza,” come cibo, acqua, un riparo, carburante e medicine.

Dopo le accuse israeliane alcuni Paesi hanno smesso di finanziare l’UNRWA, compromettendo una delle ancore di salvezza di cui a Gaza c’è disperatamente bisogno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’

Redazione di MEMO

30 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.

Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.

Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.

In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”

Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.

Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.

Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.

La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.

Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (II parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Segue dalla I parte

Come si manifesta nella vita quotidiana degli israeliani la situazione economica che descrive?

C’è una notevole differenza tra come la borsa o la moneta stanno rispondendo e come ne sta concretamente risentendo il livello di vita.

Un recente articolo del quotidiano finanziario israeliano The Market ha calcolato a 111.000 shekel il costo della guerra per famiglia (confrontando il tasso di crescita medio dell’economia israeliana con il tasso di crescita reale negli ultimi due anni). Ciò corrisponde a circa 30.000 €, una cifra molto alta.

Se hai oltre il 40% delle famiglie israeliane che spende più di quello che sta guadagnando ogni mese, esse sono già in crisi. Si stanno sempre più indebitando di mese in mese solo per tenere la testa fuori dall’acqua, spendendo per il cibo e per pagare l’affitto, ecc.

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale non ha ancora neppure pubblicato il suo rapporto 2024 sulla povertà, ma un rapporto alternativo dell’organizzazione della società civile Latet ha scoperto che molti israeliani non ufficialmente classificati come al di sotto del livello di povertà sono tuttavia in grave crisi. Nel 2025 la percentuale di persone che non riescono a comprare cibo sufficiente, classificate come soggetti con insicurezza alimentare, si aggira intorno al 29%. Il rapporto descrive la situazione come uno “stato di emergenza”.

Da anni una grande percentuale di famiglie israeliane sa di essere “in passivo”, ad esempio con i conti bancari in rosso e compra a credito. Gli israeliani non sono già abituati a questa situazione? Cos’è cambiato durante la guerra?

Negli ultimi 5 anni la percentuale di famiglie israeliane che comprano a credito e con i conti bancari in rosso è circa del 40%, ma durante la guerra si sono notate due differenze.

Primo, i prodotti che la gente compra a credito sono meno quelli di lusso e più quelli per le necessità fondamentali. Secondo, c’è una differenza tra le famiglie che conservano un livello più o meno costante di debiti con le banche e che pagano gli interessi ogni mese e quelle i cui debiti aumentano ogni mese e delle quali crescono pure i pagamenti per gli interessi finché sono obbligate a vendere i propri averi. Durante la guerra queste ultime sono aumentate sempre di più.

E nel contempo tutto il denaro, gli sforzi e le risorse del governo vanno alla guerra. Ovviamente le persone ne risentono. Il costo della vita cresce e il livello dei servizi pubblici sta crollando in termini di qualità dei trasporti, dei servizi sanitari ed educativi. Le entrate stanno diminuendo per quasi tutti tranne che per i riservisti, e loro, come abbiamo detto, non stanno spendendo più di quello che guadagnano.

Cosa dice riguardo al fatto che gli investimenti stranieri rimangono alti, in particolare le grandi “uscite” [vendite di quote da parte di un imprenditore o di un investitore, con conseguente “uscita” dall’investimento, ndt.] del settore tecnologico? Ciò non riflette il fatto che il modello economico israeliano, benché distorto, è sostenibile?

A parte le “uscite” di giganti come Wiz [impresa della cybersicurezza comprata da Google, ndt.], la variazione netta degli investimenti è negativa, molto negativa. Gli investimenti sono drasticamente scesi, soprattutto nel settore tecnologico.

Ma anche se si guardano da vicino queste uscite, si vedrà che l’importo che ci si aspetta che il governo israeliano ne raccolga in tasse è incredibilmente ridotto in confronto alle dimensioni dell’accordo.

Nel settore tecnologico è molto comune che i lavoratori abbiano stock option, il che significa che i dipendenti, soprattutto quelli ben pagati, come i programmatori, di fatto posseggono azioni della società. Quindi, se un’impresa straniera come Google compra le azioni, le sta comprando in realtà da loro. Di conseguenza stanno diventando ricchi, ma non spendono quel denaro in Israele, perché se ne stanno andando. Il denaro viene portato all’estero.

Queste uscite sono fondamentalmente una fuga del settore tecnologico israeliano dal Paese. Queste imprese hanno già un piede fuori e anche l’altro, ancora in Israele, vuole uscirne.

Ho sentito descrivere il comportamento di Israele durante la guerra a Gaza come una forma di keynesismo [investimento da parte dello Stato per riattivare l’economia, ndt.] militare, suggerendo che sarebbe un approccio economico per lo meno in qualche modo sostenibile. Potrebbe approfondire questo aspetto?

È in primo luogo importante notare che in nessuna parte del mondo nel XXI secolo c’è qualcosa come il keynesismo militare.

È una teoria che è stata sviluppata principalmente negli anni ’60 del ‘900 durante la Guerra Fredda, e, in modo oscuro e macabro, aveva in un certo modo senso. Fondamentalmente i governi degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale crearono lavoro in modo artificioso spendendo moltissimo denaro in armamenti invece che in welfare, educazione e in una società sana, e convinsero l’opinione pubblica ad assecondarli per paura della distruzione nucleare.

Ma, dato che il valore produttivo delle armi è zero, di fatto negativo in quanto le armi distruggono invece di produrre, ciò funzionò solo per un breve periodo di tempo. Negli anni ’70 questo provocò una crisi, ed è stato allora che nacque il neoliberismo e disse che anche le spese militari dovessero essere tagliate.

Ora il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accolto questa fantasticheria secondo cui “Ehi, qual è il problema? Torniamo ai bei vecchi tempi dei ’60 e creiamo una Nazione in uniforme e invece di mandare la gente a lavorare andranno a fare i riservisti nell’esercito.” Ma, semplicemente, non si può tornare indietro.

La ragione è che negli anni del keynesismo militare il commercio globale era una frazione di quello che è oggi. Le aziende di beni di consumo che stavano soffrendo perché la gente aveva un reddito disponibile minore semplicemente non avrebbero potuto trasferirsi in un altro Paese. Oggi alcuni israeliani sono effettivamente bloccati in Israele per ragioni personali, di salute e familiari e non hanno scelta se non fare parte di un’economia militarista, anche se il loro livello di vita sta peggiorando. Ma i capitali non hanno questi limiti e possono spostarsi in altri Paesi.

Cosa ne dice del Sudafrica durante l’apartheid e della Russia oggi? Israele non potrebbe emulare questi regimi nel modo in cui modifica la sua economia per poter rimanere bellicoso?

Prima di tutto non dimentichiamo che il regime di apartheid del Sud Africa alla fine è crollato. Ma per anni è riuscito ad autosostenersi nonostante boicottaggi generalizzati perché era ricco di risorse naturali e aveva un’economia relativamente sostenibile. Sicuramente questo non è il caso di Israele, che dipende molto dal commercio estero e non può mantenere la popolazione in uno stato di allerta militare permanente.

In tutti i suoi settori Israele dipende dall’importazione di energia, materie prime, tecnologia, componentistica e prodotti finiti, e dipende anche dalle esportazioni per finanziarsi e ottenere la valuta estera necessaria per continuare a importare.

Riguardo alla Russia, quello che secondo me spiega la sua capacità di sostenere la sua economia è la vendita di armi, così come di petrolio e altre risorse naturali, ad altri Paesi. E qui penso risieda la principale differenza tra la Russia e Israele. Perché la Russia, come risultato della guerra in Ucraina, ha di fatto esteso la sua influenza internazionale. Ci sono Paesi come la Cina, l’India, l’Iran e la Turchia che vedono un potenziale nell’intensificazione dei rapporti con la Russia, mentre al contrario in seguito alla guerra Israele non sta esattamente prosperando a livello diplomatico e nei fatti si sta isolando dai suoi stessi alleati.

Israele ha cercato di costruire nuove alleanze e collaborazioni commerciali al di fuori dell’Occidente, ma ha in gran parte fallito. L’Europa rimane il più grande partner commerciale di Israele, seguita dagli Stati Uniti. Gli Accordi di Abramo [con alcuni Paesi arabi, ndt.] sono stati presentati come una nuova frontiera dell’influenza e delle alleanze di Israele, ma in pratica sono poco più di una collaborazione che precedeva gli accordi e che riguarda gli armamenti. Ma dopo che, in seguito all’attacco israeliano a Doha, gli EAU [Emirati Arabi Uniti] hanno bandito le imprese israeliane dalla fiera delle armi di Dubai, resta da vedere cosa ne è rimasto degli Accordi di Abramo.

Fino a poco tempo fa lei era anche il coordinatore del comitato ufficiale del movimento BDS per l’embargo militare. Quindi sono curioso di sentire la sua opinione riguardo a che punto è la campagna per l’embargo delle armi a Israele dopo due anni di guerra, e in futuro.

Nel 2022, quando ho iniziato a lavorare, credevo fermamente nella campagna per l’embargo militare, ma pensavo che probabilmente sarebbe stata l’ultima (del BDS) ad aver successo a causa del fatto che i singoli individui non possono realmente boicottare le armi. Mi aspettavo di vedere [avere successo] prima le campagne di boicottaggio contro le imprese di beni di consumo e poi di disinvestimenti e infine, quando le sanzioni fossero aumentate, avremmo potuto assistere a un embargo militare.

Quindi stavo progettando a lungo termine. Ma poi, quando Israele ha iniziato a commettere il genocidio, mi sono trovato attorno a un tavolo con ministri di diversi governi a dire loro che è illegale che i loro Paesi commercino armi con Israele. E loro si agitavano sulle sedie e non potevano far altro che concordare che era un dato di fatto.

Quindi si sono trovati in una situazione veramente difficile e molti governi in effetti si sono attivati. Non abbastanza e non abbastanza in fretta, possiamo sempre chiedere di più e lo dovremmo fare, ma se guardo anche solo il ritmo al quale le azioni per l’embargo sulle armi sono cresciute nei diversi Paesi, soprattutto nel Sud globale ma anche in Europa, è veramente incredibile.

E non è comparabile con altri casi di genocidio. Certo, alla maggioranza dei Paesi non importa davvero molto delle proprie relazioni con il regime rwandese, quindi hanno rispettato le leggi internazionali e imposto un embargo militare. Ma ci sono stati Paesi, come Israele, che hanno rotto l’embargo e sono stati puniti per questo. Ora, tuttavia, vediamo che in Paesi che non hanno imposto l’embargo militare, i lavoratori portuali stanno dicendo nei porti: “Bene, in questo caso abbiamo l’obbligo giuridico e morale di non caricare le armi sulle navi.”

E gli Stati Uniti, che sono il più grande fornitore di armi a Israele, e ovviamente sono più complici e più interessati a prolungare il genocidio, hanno ancora un grave problema logistico perché le armi devono passare attraverso l’Europa nel loro viaggio verso Israele. Non è tecnicamente possibile fare altrimenti. A causa di ciò è stato colpito il trasferimento persino di armi USA a Israele.

Come prevede che sarà lo sviluppo dell’economia israeliana nei prossimi anni?

Se sapessi come prevedere lo sviluppo economico sarei molto ricco. Ma penso che dovremmo prestare attenzione alla fine dell’anno, quando il ministero delle Finanze fa un resoconto di quanto il governo spende realmente per la guerra rispetto ai suoi impegni in base al bilancio 2025. Mi aspetto che molti investitori e istituzioni internazionali perderanno fiducia.

A lungo termine, mentre la banca centrale israeliana ha messo in guardia che l’economia si riprenderà lentamente, se non per nulla, l’opinione pubblica si aspetta una ripresa rapida. La delusione colpirà duramente la società israeliana, e se tutto ciò darà come risultato una maggiore emigrazione di persone altamente professionalizzate, entro 2-3 anni l’esercito israeliano smetterà di funzionare come un esercito moderno.

Possiamo già vedere segnali di questo nella crisi della disciplina militare. Alcune unità adottano emblemi propri, agiscono nella totale impunità e seguono catene di comando informali. In Cisgiordania sempre più spesso i soldati si uniscono alle milizie dei coloni e partecipano ai pogrom contro i palestinesi. E mentre migliaia di soldati crollano dal punto di vista mentale e morale e altre migliaia lasciano il Paese, il governo risponde aumentando le paghe ai riservisti. Il risultato è una specie di forza mercenaria che si sposta da un’unità all’altra invece di prestare servizio in una struttura coerente e disciplinata. In questo senso la disintegrazione della società israeliana si riflette sempre più nel suo esercito.

Amos Briton è un giornalista di +972 che vive a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è

Gideon Levy

28 dicembre 2025 Haaretz

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In nome della “riqualificazione urbana” Israele sta calpestando il patrimonio bimillenario di Lod

Tawfiq Da’adli 

22 dicembre 2025 – +972 Magazine

Il Comune sta incoraggiando i pescecani dell’immobiliare a distruggere la storia della città per costruire grattacieli che probabilmente cacceranno gli abitanti palestinesi.

Quando un pezzo di pane viene buttato in uno stagno istantaneamente pesci di tutte le dimensioni si lanciano verso il boccone, lo divorano e dopo pochi secondi non rimangono né il pane né i pesci. Quando l’acqua è torbida, lo spettacolo è ancora più deludente. Lo stagno sembra immobile e vuoto finché improvvisamente il pesce si slancia verso l’alto e la superficie ribolle prima di calmarsi di nuovo come se non fosse successo niente.

Ora immaginate che questi pezzi di pane siano appezzamenti di terreno in un mercato immobiliare in espansione. Lyd, la città mista palestinese-ebraica in cui sono cresciuto, ora ufficialmente nota come Lod, è arrivata ad assomigliare a uno stagno torbido e i costruttori edili sono i pesci. Avidi di questi appezzamenti si avventano, vi si scagliano in modo che presto non rimarrà niente del passato.

A Ramat Eshkol, un quartiere a basso reddito di Lod, è difficile non notarlo. Cartelli che affermano “Noi non firmiamo!” sono appesi dai balconi degli alloggi, prova di una campagna organizzata in cui gli abitanti hanno rifiutato i contratti che darebbero il via libera agli ultimi progetti della cosiddetta riqualificazione urbana della città, che li avrebbero costretti ad andarsene dagli appartamenti in modo che i costruttori possano demolire gli isolati di edifici bassi e costruirvi al loro posto dei grattacieli.

Normalmente gli abitanti accetterebbero di andarsene e di seguire questo iter, noto in ebraico come pinui binui, in cambio di nuovi appartamenti moderni nel complesso residenziale ricostruito. Ma a Lod tra gli abitanti, soprattutto tra quelli palestinesi, che rappresentano circa il 70% di Ramat Eshkol, e l’amministrazione comunale la fiducia è praticamente inesistente.

Il loro timore è semplice: che il progetto li privi delle loro proprietà e li cacci dal loro quartiere, se non del tutto da Lod. Questa inquietudine non è infondata: il Comune annuncia regolarmente la sua aspirazione di attrarre una popolazione “di alta qualità” che “potenzierà” la città, suggerendo esplicitamente che i suoi attuali abitanti siano elementi nocivi “di scarso valore” che bisogna sostituire.

Probabilmente i nuovi grattacieli attrarranno abitanti affiliati al movimento Garin Torani (Nucleo della Torah), un’organizzazione nazionalista sionista religiosa impegnata ad ebraizzare le città binazionali di Israele. Nel 2015 il Comune costruì per il movimento il complesso condominiale Elyashiv, un quartiere recintato a poche centinaia di metri a ovest di Ramat Eshkol, circondato da una protezione di strade, barriere e cancelli.

Il complesso separa fisicamente i suoi abitanti dalla popolazione “di scarso valore” che lo circonda, soprattutto i vicini di casa arabi, che non potrebbero viverci neppure se lo volessero. Queste lotte contro l’espulsione, l’incuria del comune e l’ingegneria demografica sono legate ad un’altra, più tranquilla, forma di cancellazione: l’indifferenza della città nei confronti del territorio storico su cui si trova. La stessa amministrazione comunale che tratta le storiche comunità palestinesi come eliminabili fa lo stesso con il passato di Lod.

Ramat Eshkol venne costruito negli anni ’70 sulle rovine della Città Vecchia di Lod. Negli anni ’60 la Città Vecchia, che allora era popolata in maggioranza da famiglie ebraiche originarie del Nord Africa che si erano spostate in case di palestinesi espulsi durante la Nakba [la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel ’47-’49, ndt.], venne demolita con un’operazione di distruzione radicale che lasciò dietro di sé un paesaggio di rovine. Quindi Ramat Eshkol venne costruito sopra le rovine invece che al loro posto. I blocchi abitativi crebbero direttamente sulle macerie, lasciando intatti gli strati sepolti della Città Vecchia e quelli al di sotto, preservati, forse, per futuri archeologi.

Ma i prossimi edifici, per due dei quali sono già iniziati i lavori, verranno costruiti circa 10 metri, se non di più, al di sotto dell’attuale livello per creare redditizi posti auto sotterranei. In pratica ciò significa cancellare strato dopo strato del passato di ottomila anni della città, giù fino alle sabbie incontaminate dell’antica Lod.

Salvaguardia selettiva

Lod è un tel archeologico, un termine che noi archeologi utilizziamo per descrivere una collina stratificata su cui si è costruito per oltre un millennio, con depositi che documentano i periodi storici del luogo. In genere gli archeologi lottano per proteggere tali aree dallo sviluppo urbanistico e regolarmente l’Autorità Israeliana delle Antichità (AIA) blocca i progetti che sconfinano in parti significative di una collina storica.

Ma a Lod è stata negata questa protezione: per essere qualificato come montagnola archeologica un sito deve contenere strati che risalgono all’era del bronzo e del ferro, ovvero al “periodo biblico”. Gli strati continui di Lod si estendono almeno dall’epoca romana fino agli anni ’60 del ‘900 e i primi strati preromani si trovano a nord della Città Vecchia, ma nessuno è stato finora trovato sotto la Città Vecchia, benché probabilmente esistano. Senza questa conferma la Città Vecchia di Lod è scartata in quanto non biblica, e di conseguenza non indispensabile, benché l’eredità culturale non inizi né finisca con la bibbia.

All’inizio di novembre l’amministrazione comunale ha spianato una delle ampie piazze di Ramat Ashkol e un isolato residenziale per fare posto al primo paio di grattacieli. Così facendo ha demolito un piccolo centro commerciale che una volta si trovava lì di fianco, dove, quando eravamo bambini, c’era il negozio di alimentari di Aharon e dove, nelle notti in cui dormivo a casa di mio zio, compravamo il latte al cioccolato e la torta (il mio quartiere, Hashmonaim, era stato originariamente costruito dagli inglesi per il personale della ferrovia e dell’aeroporto e non aveva niente di simile a quei negozi caratteristici e ordinati).

Ora nella zona gli archeologi hanno fatto degli “scavi di prova”, un metodo per determinare la profondità degli strati archeologici scavando in modo meccanico al loro interno e distruggendo di fatto parti di rovine prima di poter effettuare gli scavi in modo corretto. Questi scavi aiutano a determinare quanti fondi l’AIA chiederà al costruttore per scavare effettivamente il sito prima che inizi a edificare, una prassi le cui implicazioni richiederebbero un articolo a parte.

Normalmente l’autorità ottiene i fondi richiesti per iniziare la fase successiva di scavi, in cui vengono aperte aree di scavo e gli archeologi scavano fino alla profondità prevista del futuro edificio. Ma, nel tentativo di limitare l’ampiezza delle ricerche dell’AIA, il costruttore ha ridotto al minimo il budget [destinato all’AIA] ed ha avuto il permesso del tribunale di ricorrere invece a dei consulenti, alcuni dei quali apparentemente archeologi. Dopo che gli archeologi dell’AIA avranno scavato quel poco che gli consente il loro bilancio, il luogo verrà restituito al costruttore che sarà libero di spianarlo completamente.

Sono sicuro di quello che si trova, e che verrà perso, sotto questo terreno. Da uno scavo che una volta ho diretto con abitanti del posto solo a pochi passi da dove i due grattacieli vengono costruiti e vicino a scavi successivi realizzati da altri in anni recenti, sappiamo che gli strati non contengono solo i resti della Città Vecchia. Ci sono anche tracce del periodo ottomano, che rappresenta circa 500 anni di cultura umana: dell’epoca dei Mamelucchi, con circa trecento anni di storia, di città di Crociati, Fatimidi e Abbasidi.

In basso giacciono prove di città bizantine e romane, che risalgono fino al primo secolo d.C. Quello che rimane sotto questi strati non è mai stato scoperto qui, benché con molta probabilità esiste — decenni di lavoro archeologico a Lod dimostrano che sia una delle più antiche città di Israele, e del mondo. Eppure quasi ogni piccola prova dei suoi primi abitanti è stata distrutta o abbandonata negli scavi perché sono stati fatti con l’esplicito e singolare intento di preparare il terreno per lo “sviluppo urbano”.

La piazza demolita era il luogo dei resti della casa del governatore dell’epoca ottomana, della tomba di Sa’ad e Saied, un luogo d’incontro di sufi e mistici islamici, e di innumerevoli altri resti che sono ancora sconosciuti. Tutto ciò verrà quasi sicuramente perso durante la costruzione. I duemila anni di storia della piazza saranno schiacciati e triturati e questo metodo presto verrà replicato in tutto Ramat Eshkol.

Nel 2018 ho fatto parte di un gruppo di attivisti che ha cercato di salvare da impresari edili impazienti di costruire su di essa una parte trascurata dell’antica Lod. Fu un tentativo senza risultati: al Comune non importava del patrimonio storico e i dirigenti delle imprese costruttrici circolavano per la città senza alcun interesse personale per la sua storia. L’area è stata dichiarata edificabile e decine di dunam [10 dunam = 1 ettaro] di patrimonio storico sono svanite.

In Israele non c’è sviluppo urbano senza distruzione: il passato non è visto come utile per il futuro, quanto meno non dal punto di vista economico. La Zona Industriale Settentrionale di Lod è stata costruita sui resti di una città dell’età del bronzo una volta legata all’Egitto dei faraoni. Ora la sua storia è sepolta sotto le facciate di vetro di uffici bancari che riflettono per un attimo i passeggeri dei treni di passaggio che vanno da Modi’in all’aeroporto Ben Gurion.

Il negozio di alimentari di Aharon è stato abbandonato allo stesso destino. Mentre l’AIA completa i suoi scavi parziali gli archeologi che vi lavorano faranno senza dubbio il possibile per documentare il passato della città. Ma, anche se ogni centimetro è registrato da ogni angolazione usando le tecnologie più avanzate, di tutto questo non rimarrà niente di materiale.

Qualche menzione potrebbe finire nei rapporti degli scavi, ma nel tessuto vitale della città non rimarrà niente. Il patrimonio culturale inserito in questi strati, che rappresentano la cultura materiale attraverso la quale chi è di Lod comprende se stesso, sparirà sotto il cemento fresco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il ministro della Difesa israeliano promette che non ci sarà un ritiro totale né da Gaza né dai territori siriani occupati

Redazione di MEMO

23 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che il quotidiano Yedioth Ahronoth ha riportato che martedì il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha promesso che Tel Aviv non si ritirerà dalla Striscia di Gaza né dai territori siriani occupati.

Noi ci troviamo in profondità dentro Gaza e non la lasceremo mai completamente,” ha detto Katz durante una conferenza stampa nella colonia Beit El, vicino a Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania.

Si è anche impegnato a creare nuove basi militari nel nord di Gaza al posto delle colonie che erano state evacuate dopo il disimpegno israeliano del 2005.

Quando arriverà il momento, nel nord di Gaza … noi costruiremo le unità Nahal al posto delle comunità (israeliane) che sono state sfollate,” ha affermato, elogiando l’attuale governo israeliano come quello della “colonizzazione.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz i siti Nahal fanno parte di un programma militare nel quale gruppi di giovani israeliani vanno insieme come volontari e successivamente formano delle comunità civili.

Secondo il portale del Times of Israel le affermazioni di Katz sulla costruzione di colonie nel nord di Gaza pongono una sfida al primo ministro Benjamin Netanyahu e a Washington. Ci si aspetta che il premier visiti gli Stati Uniti al termine del mese per colloqui con il presidente statunitense Donald Trump.

Sebbene il governo israeliano non abbia rilasciato chiarimenti relativamente alla dichiarazione di Katz, i leader dei coloni e l’opposizione l’hanno ritenuta una chiamata per la costruzione delle colonie.

Tuttavia l’ufficio di Katz ha chiarito in una dichiarazione che il governo non intende creare nessuna colonia nella Striscia di Gaza.

Ha affermato che il riferimento del ministro della Difesa alla costruzione degli avamposti Nahal nel nord di Gaza “è stato fatto solo in un contesto di sicurezza.”

Circa 750.000 coloni israeliani illegali, di cui 250.000 a Gerusalemme Est, vivono in centinaia di colonie in tutta la Cisgiordania. I coloni illegali portano avanti attacchi giornalieri contro i palestinesi con l’obiettivo di sfollarli con la forza.

Riguardo alle violazioni israeliane della sovranità siriana, Katz ha affermato: “Noi non ci ritireremo di un centimetro dalla Siria,” senza fornire ulteriori dettagli.

I dati del governo siriano mostrano che da dicembre 2024 Israele ha effettuato oltre 1.000 attacchi aerei in Siria e più di 400 incursioni lungo i confini nelle province del sud.

Dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad alla fine del 2024 Israele ha espanso la sua occupazione nelle Alture siriane del Golan confiscando la zona cuscinetto demilitarizzata, una azione che ha violato l’accordo del 1974 con la Siria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polizia arresta e aggredisce i medici che sostengono lo sciopero della fame di Palestine Action

Katherine Hearst

22 dicembre 2025 – Middle East Eye

I medici avevano chiesto un’ambulanza per una prigioniera di Palestine Action in sciopero della fame che accusava dolori al petto.

Una dottoressa del Servizio Sanitario Nazionale [britannico] afferma di essere stata “strangolata” dagli agenti di polizia durante una protesta fuori da una prigione britannica mentre chiedeva un’ambulanza per una prigioniera in condizioni critiche, legata a Palestine Action [gruppo britannico filo-palestinese autore di azioni non violente e inserito dal governo inglese nella lista dei gruppi terroristici, ndt.], in sciopero della fame.

Olivia Brandon, medico del pronto soccorso di un ospedale di Londra, ha raccontato a Middle East Eye di essere stata trascinata per il cappuccio del cappotto dagli agenti, cosa che le ha causato una compressione arteriosa che le ha fatto perdere conoscenza.

Ha anche riferito che un altro medico, Ayo Moiett, che aveva ripetutamente chiesto al carcere di Bronzefield di chiamare un’ambulanza per la prigioniera Qesser Zuhrah, è stato arrestato da due agenti di polizia con l’accusa di aver aggredito una guardia carceraria dopo essersi rifiutato di presentarsi a un “colloquio volontario”.

Entrambi i medici facevano parte di un gruppo di sostenitori che hanno atteso fuori dal carcere di Bronzefield tutta la notte del 17 dicembre chiedendo un’ambulanza per Zuhrah, in sciopero della fame da oltre 46 giorni.

Zuhrah è tra i sei prigionieri che hanno avviato uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento riservato loro e contro la messa al bando del loro gruppo di azione diretta.

Il gesto di protesta è stato paragonato allo sciopero della fame del 1981 dei prigionieri repubblicani irlandesi guidati da Bobby Sands nell’Irlanda del Nord.

I prigionieri, tutti accusati di coinvolgimento con Palestine Action prima della sua messa al bando a luglio, quando verranno processati saranno stati in carcere per più di un anno. Chiedono la immediata libertà su cauzione.

Zuhrah ha dichiarato di soffrire di forti dolori al petto, alla parte bassa della schiena e nella zona dei reni dalle 17:00 circa di martedì.

Secondo i suoi amici, intorno alle 00:47 è finalmente arrivata un’infermiera a controllare le sue principali funzioni corporee e sottoporla a un ECG (elettrocardiogramma).

Brandon ha affermato che l’ospedale si è rifiutato di chiamare un’ambulanza perché i dati degli esami erano normali.

“Chiunque abbia forti dolori al petto deve recarsi immediatamente in ospedale”, ha detto Brandon a MEE.

Quando Brandon ha chiamato direttamente il South East Coast Ambulance Service, le è stato comunicato che non potevano inviare un’ambulanza perché la prigione aveva detto che l’avrebbero respinta.

La politica del Servizio Sanitario Nazionale stabilisce che i casi di dolore al petto “possono richiedere una valutazione rapida e/o un trasporto urgente” e prevede che il tempo di risposta dell’ambulanza “dovrebbe essere inferiore ai 19 minuti”.

In risposta a una richiesta di commento il South East Coast Ambulance Service ha dichiarato che “non inviano un’ambulanza in carcere su richiesta di terzi, ma collaborano con il team sanitario del carcere per stabilire se sia necessario un intervento”.

Un portavoce della prigione di Bronzefield ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi.

“Un giorno finirete tutti in tribunale”

Brandon ha sottolineato che in caso di forte dolore toracico, dei risultati normali negli esami non escludono altre cause che possono includere un’embolia polmonare, un coagulo potenzialmente letale nei vasi che irrorano i polmoni, per cui Zuhrah è al momento ad alto rischio.

Brandon ha aggiunto che il forte dolore toracico che Zuhrah stava provando avrebbe potuto essere causato anche da polmonite.

“Se si sospetta una polmonite, è necessaria una radiografia del torace. Se si sospetta un coagulo, è necessaria una TAC urgente”, ha detto Brandon.

Secondo Brandon, nonostante l’infermiera si sia rifiutata di far vedere i risultati a Zuhrah, lei è riuscita a dare un’occhiata al monitor dell’elettrocardiogramma che rivelava una frequenza cardiaca di 127 battiti al minuto, molto elevata.

Secondo quanto riferito, l’infermiera ha anche avuto difficoltà a misurare la pressione sanguigna di Zuhrah, cosa che Brandon ha descritto come un “enorme campanello d’allarme”.

Ha spiegato che la combinazione di una frequenza cardiaca molto alta e di una pressione sanguigna bassa indica che la persona sta entrando in stato di shock.

In un filmato pubblicato su X si vede Brandon battere alla porta della prigione gridando: “Un giorno finirete tutti in tribunale”.

“Un forte dolore al petto comporta il trasferimento in ospedale… se prendessi nel mio ospedale le decisioni che state prendendo voi verrei licenziata, sarei processata e finirei in prigione”.

Mendicando un’ambulanza

James Smith, un altro medico del Servizio Sanitario Nazionale, è arrivato in prigione per sostenere Zuhrah intorno alle 9 di mercoledì mattina. A quell’ora una folla di circa 20 persone, tra cui la parlamentare Zarah Sultana, si era radunata fuori dal carcere. Smith ha raccontato che a un certo punto una delle guardie carcerarie ha aperto la porta di ingresso all’edificio e i manifestanti hanno seguito Sultana occupando la reception.

Il personale del carcere ha quindi chiamato le forze dell’ordine e, poco dopo, almeno 10 auto della polizia sono arrivate sul posto.

L’ambulanza è finalmente arrivata a prendere Zuhrah intorno alle 14:30, quindi il gruppo ha accettato di disperdersi e ripulire il luogo.

Smith ha raccontato che, mentre il gruppo se ne andava, due agenti di polizia si sono avvicinati a Moiett e gli hanno chiesto se poteva recarsi alla stazione di polizia per un “interrogatorio volontario”, poiché l’agente di polizia che aveva aperto la porta della reception del carcere aveva affermato di essere stata aggredita.

“Ho assistito a tutta la scena”, ha detto Smith. “Il dottor Moiett ha tenuto le mani alzate per tutto il tempo in cui sono entrati. Si è seduto per terra, è stato rispettoso, ha interagito con le guardie carcerarie e ha chiesto esplicitamente l’arrivo di un’ambulanza, prima di alzarsi e andarsene. Ero nell’atrio con loro. Non ha mai toccato un agente penitenziario o un agente di polizia.”

Secondo Smith, agli agenti che si sono avvicinati a Moiett è stato chiesto se fosse stato arrestato. Hanno risposto di no.

“È stato chiesto un parere legale ed è stato deciso che Ayo non sarebbe andato alla stazione di polizia, e a quel punto abbiamo iniziato a uscire insieme”, ha detto Smith.

Poi, i due agenti di polizia si sono avvicinati di nuovo a Moiett mentre il gruppo cercava di andarsene e uno degli agenti ha detto “non fatelo”.

“Mentre cercavamo di superarli, i due agenti lo hanno afferrato”, ha detto Smith.

“La situazione è degenerata molto rapidamente, altri agenti sono intervenuti di corsa… poi hanno trascinato Ayo verso una delle auto della polizia e lo hanno schiacciato con il petto contro l’auto e ammanettato con le mani dietro la schiena”, ha detto Smith a MEE.

Brandon ha detto di credere che Moiett fosse stato preso di mira perché è una persona di colore che “aveva fatto di tutto per far arrivare un’ambulanza per Qesser”.

Era rimasto in piedi davanti alle porte della prigione per ore e ore al gelo, scongiurando di chiamare un’ambulanza”, ha detto Brandon a MEE.

“Ho perso conoscenza”

Quando la polizia ha cercato di trasferire Moiett sul furgone, i manifestanti hanno iniziato a sedersi sulla strada, e quando il gruppo si è mosso per impedire al furgone di partire la polizia ha iniziato a trascinare le persone via dalla strada. Smith ha raccontato che lui e Brandon erano seduti sulla strada con le mani alla tracolla della borsa di lei quando la polizia li ha trascinati con la schiena sull’asfalto.

“Ho sentito i miei vestiti strapparsi e gli occhiali cadermi dal viso. La gente ha iniziato a gridare che la dottoressa Olivia veniva strangolata”, ha detto Smith, aggiungendo che unagente di polizia lo ha accusato di averla strangolata.

Il filmato dell’incidente mostra un agente di polizia che si avvicina a Brandon e la trascina per il cappuccio lungo la strada, mentre si sente lei che emette suoni di soffocamento.

“Mi hanno trascinata per diversi metri dall’altra parte della strada tirandomi per il cappuccio. Stavo per soffocare e poi ho perso conoscenza”, ha detto Brandon.

A seguito dell’incidente è stata portata in ospedale per una TAC.

In risposta a una richiesta di commento la polizia del Surrey ha dichiarato di non aver ricevuto una denuncia diretta relativa all’incidente, ma di aver deferito la questione per un esame all’Ufficio Indipendente per la Condotta della Polizia.

La polizia ha dichiarato in un comunicato che durante la manifestazione gli agenti hanno arrestato tre persone. Tra queste, un uomo di 29 anni accusato di aggressione con lesioni personali gravi, un uomo di 28 anni accusato di aggressione e una donna di 22 anni accusata di danneggiamento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)