OMS: da ottobre 2023 43.000 persone a Gaza hanno subito ferite permanenti

Redazione di MEMO

12 maggio 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che circa 43.000 dei 172.000 feriti a Gaza da ottobre 2023, inclusi approssimativamente 10.000 minori, hanno subito ferite permanenti.

Parlando ai giornalisti a Ginevra Reinhilde Van de Weerdt, la rappresentante dell’OMS per i territori palestinesi occupati, ha detto che le stime aggiornate riflettono il devastante impatto a lungo termine del conflitto contro la popolazione e il sistema sanitario di Gaza.

Ha affermato che dall’ultimo rapporto dell’OMS del settembre 2025 sono state registrate circa 5.000 feriti permanenti, quasi la metà dei quali dopo che è stato annunciato il cessate il fuoco a ottobre 2025.

Secondo i dati dell’OMS, le lesioni maggiori agli arti rappresentano la quota più ampia dei casi gravi, con più di 22.000 registrati, seguiti da oltre 5.000 amputazioni traumatiche, più di 3.400 ustioni gravi, oltre 2.000 ferite alla colonna vertebrale e più di 1.300 ferite traumatiche al cervello.

Van de Weerdt ha detto che al momento più di 50.000 ferite richiedono una riabilitazione di lunga durata.

Ha osservato che tra luglio 2025 e maggio 2026 circa 14.000 pazienti sono stati registrati per i servizi di ricostruzione degli arti e circa metà di quelli valutati richiedono operazioni chirurgiche aggiuntive.

Nel frattempo, a causa di gravi mancanze a Gaza, solo 500 dei 2.300 amputati valutati tra settembre 2024 e maggio 2026 hanno ricevuto protesi permanenti.

Secondo l’OMS, nonostante i bisogni crescano, i servizi di riabilitazione rimangono criticamente limitati, senza strutture riabilitative completamente funzionanti a Gaza.

Van de Weerdt ha affermato che più di 400 pazienti stanno aspettando letti specializzati per la riabilitazione, obbligando gli ospedali a dimettere in anticipo i pazienti e incrementando il rischio di disabilità permanente.

Ha anche avvisato che nessuna apparecchiatura per la riabilitazione è entrata a Gaza negli ultimi due anni, mentre 18 spedizioni di sedie a rotelle, arti artificiali e dispositivi per la riabilitazione rimangono in attesa di autorizzazione [all’ingresso].

Gli abitanti di Gaza hanno sopportato una sofferenza inimmaginabile,” ha detto. “Essi si meritano non solo cure di emergenza, ma il supporto continuativo necessario per guarire e riprendere la loro vita.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La guerra di Israele in Cisgiordania prende di mira le serre palestinesi.

Meron Rapoport

7 maggio 2026 – +972 Magazine

A Jayyous e nei villaggi limitrofi agli agricoltori palestinesi sono stati notificati decine di nuovi ordini di demolizione con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le proprie terre.

Hakam Salim si trovava nella sua serra di peperoni sul territorio di Jayyous, un villaggio a est di Qalqilya i cui terreni agricoli si trovano in parte nella cosiddetta «zona di confine» — la striscia di territorio della Cisgiordania situata tra la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] e la barriera di separazione israeliana. La realizzazione della serra gli è costata più di 30.000 Shekel (8.798 euro), a cui si aggiungono altre decine di migliaia di Shekel investiti nella preparazione del terreno.

Una serra tipica a Jayyous genera un reddito annuo di 50.000-60.000 shekel, al lordo delle spese. Per Salim e suo fratello questo reddito sostiene le loro famiglie e contribuisce a pagare le tasse universitarie dei loro quattro figli.

Ora tuttavia un recente ordine di sospensione dei lavori emesso dall’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare-amministrativo israeliano che gestisce le questioni civili palestinesi nei territori occupati, ndt.] minaccia di spazzare via tutto ciò che Salim ha costruito, insieme al sostentamento della sua famiglia.

L’Amministrazione Civile, un ramo dell’esercito, afferma che le serre sono state costruite senza permessi, nonostante siano presenti da molti anni, alcune da oltre vent’anni. “Quando sono state costruite, non c’è stato alcun problema con l’esercito, nessuno è venuto a dire ‘non costruite qui'”, ha dichiarato Salim a +972. “Il comune le ha persino allacciate alla rete elettrica”.

Salim non è certo un caso isolato. A Jayyous nelle ultime settimane le autorità israeliane hanno emesso ordini di sospensione dei lavori – il primo passo prima della demolizione – per 52 serre situate a est della barriera di separazione. Almeno due di queste sono già state demolite. Inoltre questa settimana decine di altre serre situate dalla parte opposta del muro hanno ricevuto ordini di demolizione.

Il fatto che gli ordini si applichino alle strutture entro 300 metri da entrambi i lati della barriera e non citino alcuna specifica motivazione di sicurezza suggerisce che il loro obiettivo sia quello di eliminare completamente la presenza agricola palestinese dall’area. «Ci perseguitano, noi abitanti dei villaggi, per costringerci a trasferirci nelle città e, da lì, allestero», spiega Salim a +972. «Vogliono rendere la vita più difficile agli agricoltori palestinesi. Il loro obiettivo è politico».

Tagliare il “granaio” della Cisgiordania

Jayyous sorge su una collina che domina la pianura costiera israeliana, con la città di Netanya visibile in lontananza. Le sue serre sono così vicine alla barriera di separazione che durante la recente guerra con l’Iran gli agricoltori che vi lavoravano potevano sentire sia le sirene antimissili in Israele sia le esplosioni delle intercettazioni che spesso si verificavano sopra la Cisgiordania.

I terreni agricoli del villaggio si estendono in una delle zone più ricche d’acqua della Cisgiordania al di fuori della Valle del Giordano. Estendendosi da sud di Qalqilya a nord di Tulkarem, la regione è spesso descritta come il “granaio” della Cisgiordania.

All’inizio degli anni 2000 Israele ha costruito lungo queste terre fertili quello che i palestinesi locali chiamano il “muro dell’apartheid”. In molti punti la barriera corre vicino alle case più occidentali dei villaggi palestinesi, lasciando ampie zone di terreno agricolo sul lato occidentale, tra la Linea Verde e il muro.

Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso cancelli che vengono aperti quotidianamente per brevi periodi, e solo pochi membri delle famiglie ottengono i permessi necessari. Un attivista palestinese di lunga data contro la barriera di separazione, che ha scelto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni da parte delle autorità israeliane, ha dichiarato a +972 che Israele ha stabilito il tracciato “deliberatamente per impedire ai palestinesi di accedere a questa falda acquifera”.

Tuttavia sebbene la barriera limiti severamente l’accesso degli agricoltori di Jayyous ai propri terreni non impedisce all’esercito di entrare regolarmente nel villaggio. Il giorno prima del mio arrivo a Jayyous Sabriya Amin Shamasneh, di 68 anni, è morta per un attacco di cuore mentre i soldati facevano irruzione nella sua casa nel cuore della notte.

Le restrizioni hanno anche portato a situazioni assurde. Un agricoltore di Jayyous, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato di come la polizia israeliana abbia arrestato dei volontari israeliani per aver “rubato” olive dai suoi alberi oltre la recinzione, nonostante le stessero raccogliendo su sua richiesta.

Per Salim la prova che l’esercito e l’amministrazione civile israeliani non vedessero alcun problema nella costruzione delle serre risiede nel fatto che fino al 2014 queste si trovavano in un’area sul lato occidentale del muro di separazione. “Accedevamo alle nostre serre attraverso il cancello con un permesso”, ricorda Salim. “Portavamo attrezzature, archi di ferro, teli di plastica e ortaggi. Non c’era alcun problema”.

Tuttavia a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quell’anno la barriera è stata spostata verso ovest, riportando il terreno sul lato della Cisgiordania. Ecco perché gli ordini di sospensione dei lavori sono stati uno shock. “A volte dicono che è perché non c’è il permesso, a volte dicono che è per motivi di sicurezza, ma non c’è stato alcun problema di sicurezza in quest’area”, afferma.

«Un attacco all’agricoltura in generale»

Sebbene l’agricoltura rappresenti solo il 6% del PIL palestinese la sua importanza va oltre l’aspetto economico. «Storicamente la cultura palestinese è una cultura agricola e abbiamo preservato la nostra identità agricola», ha dichiarato a +972 l’economista Raja Khalidi, ex direttore del Palestine Economic Policy Research Institute. «Se hai soldi compri terra: fa parte della cultura. È il modo in cui le persone mangiano, il modo in cui vivono».

Le politiche israeliane, afferma, hanno accelerato la proletarizzazione della società palestinese, in parte perché la concorrenza con i prodotti israeliani ha impedito alle famiglie palestinesi di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura. Allo stesso tempo, si sta verificando un processo contrario: i palestinesi che hanno perso il lavoro in Israele si sono dedicati all’agricoltura su piccola scala, coltivando cibo per uso personale e per il commercio informale.

Gli agricoltori più anziani di Jayyous ricordano ancora i terreni che appartenevano al villaggio prima del 1948, ora parte della città israeliana di Kochav Yair-Tzur Yigal. «Questa terra apparteneva ai nostri nonni», dice Salim. “Una volta qui coltivavamo grano, angurie e cetrioli, ma nel corso degli anni si è sviluppata l’agricoltura [in serra].”

«Negli anni ’70 e ’80 gli agrumi venivano esportati da lì in Giordania, negli Stati del Golfo e persino in Iran», afferma Khalidi. Ma dopo la prima Guerra del Golfo, il processo di Oslo e la liberalizzazione economica il settore è entrato in crisi. Gli agricoltori si sono adattati dedicandosi a colture come avocado, guava, nespole e litchi, costruendo al contempo serre per peperoni, pomodori e cetrioli. «Questo dimostra l’elevata capacità imprenditoriale degli agricoltori palestinesi», aggiunge Khalidi.

Ora l’intero sistema agricolo è minacciato. Come a Jayyous, sono stati emessi ordini di sospensione dei lavori nel vicino villaggio di Falamya e più a nord in villaggi come Deir al-Ghusun, Shweika e Attil.

Nel villaggio di Irtah, appena a sud di Tulkarem, l’agricoltore Faiz Taneeb ha ricevuto ordini di sospensione dei lavori per nove dunam [9.000 mq., ndt.] di serre che coltivava da 35 anni. «Dopo il 7 ottobre, i soldati hanno tagliato i teli di plastica delle serre vicino alla recinzione», ha raccontato. Per un certo periodo gli operai si sono tenuti alla larga. Ma non appena sono tornati per riparare i danni Taneeb ha ricevuto un ordine di sospensione dei lavori con la motivazione che la serra era stata costruita senza permesso.

«È la prima volta che sentiamo dire che serve un permesso per costruire delle serre», afferma. «L’esercito vuole perseguitarci, vuole che andiamo in città. Il problema non sono solo le serre: questo è un attacco all’agricoltura in generale in Cisgiordania».

«Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento»

Ad eccezione di due o tre già demolite, la maggior parte delle serre a Jayyous è ancora in piedi in attesa dei procedimenti legali. Tuttavia altrove in Cisgiordania i danni si fanno già sentire.

Nella parte orientale in particolare nella Valle del Giordano, ricca di risorse idriche, e in seno alle comunità di pastori che vivono ai suoi margini le milizie dei coloni hanno guidato la campagna di espulsione contro agricoltori e pastori palestinesi, avvalendosi di avamposti coloniali e pascoli per appropriarsi delle terre, mentre l’esercito svolge un ruolo di supporto.

Laddove la terra non viene coltivata attivamente Israele può rivendicarla come proprietà statale. Khalidi e altri ricercatori hanno individuato una “zona vulnerabile” di questo tipo nell’area di Auja, nella Valle del Giordano. “Israele vuole che queste terre siano vuote”, afferma.

Nella parte settentrionale della Valle del Giordano gli agricoltori hanno segnalato gravi disagi, anche per quanto riguarda l’allevamento e l’industria della carne. L’ottanta per cento della carne di capra proviene dalle comunità beduine della Cisgiordania meridionale, così come lo yogurt e il formaggio. Tutto ciò è stato messo a repentaglio dagli attacchi dei coloni.

Allo stesso tempo le strade agricole in tutta la Cisgiordania sono state sistematicamente distrutte mentre l’accesso ad esse è stato ostacolato dai coloni e dall’esercito. “Quest’anno il raccolto di olive è stato quasi inesistente”, ha dichiarato Hagit Ofran dell’ONG anti-occupazione Peace Now a +972.

Ma mentre gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi in altre parti della Cisgiordania hanno ricevuto una notevole attenzione pubblica l’assalto all’agricoltura nella Cisgiordania occidentale è passato in gran parte inosservato.

A Jayyous, Irtah e in altri villaggi della zona non ci sono milizie di coloni. Sono invece circondati da insediamenti “borghesi” che offrono un’elevata qualità della vita, come Tzofin e Sal’it, ai cui residenti era stato promesso che avrebbero potuto vivere “a 15 minuti da Tel Aviv”. Qui, il compito di sfrattare i palestinesi dalle loro terre è svolto principalmente dall’Amministrazione Civile e dall’esercito.

Oltre che dagli ordini di demolizione Salim afferma che gli agricoltori palestinesi sono schiacciati dall’evoluzione delle dinamiche del mercato. In passato, dice, lui e molti altri agricoltori vendevano i loro prodotti a Israele; oggi, i prodotti israeliani dominano i mercati della Cisgiordania. Solo durante i periodi di carenza in Israele, come nel caso della penuria di pomodori dopo il 7 ottobre, i prodotti palestinesi vengono temporaneamente ammessi, spesso facendo lievitare i prezzi nei mercati della Cisgiordania.

Con l’interruzione delle attività lavorative in Israele dal 7 ottobre e l’Autorità Palestinese che riesce a malapena a pagare gli stipendi, gli abitanti del villaggio dicono di vedere poche possibilità di guadagnarsi da vivere. “Non c’è più lavoro nel villaggio; metà degli uomini lavorava in Israele. Ora la gente non ha nemmeno 20 shekel [6 euro, ndt.] per riattivare l’elettricità nelle proprie case”, ha dichiarato a +972 Yaqoub Asfour, funzionario dell’Autorità Palestinese per Jayyous. “Centinaia di famiglie vivono grazie a queste serre. Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento”.

Asfour afferma che i giovani di Jayyous stanno sempre più cercando di emigrare, sebbene andarsene, per non parlare di stabilirsi in luoghi come l’Europa o gli Stati Uniti, sia tutt’altro che semplice. “Credo che questo faccia parte di un piano israeliano per cacciarci da qui”, conclude.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mamdani condanna l’esposizione commerciale che a New York promuove la vendita di proprietà nelle colonie della Cisgiordania

Noah Hurowitz

5 maggio 2026 – The Intercept

Precedenti eventi immobiliari che includevano le illegali colonie israeliane erano stati messi in discussione perché discriminatori, e hanno portato a duri scontri.

Martedì [5 maggio] un’esposizione commerciale itinerante per la vendita di terreni in Israele e nei territori palestinesi occupati ha tenuto un evento presso una sinagoga di New York, provocando una condanna da parte del sindaco Zohran Mamdani riguardo al rischio che la vendita di terreni violi le leggi internazionali.

Il Grande Evento Immobiliare Israeliano, una mostra che pubblicizza i suoi servizi per aiutare le persone negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito a comprare terreni in Israele e in Cisgiordania, è stato ospitato martedì presso la sinagoga di Park East nell’Upper East Side [ricco quartiere di New York, ndt.], a Manhattan. La fiera aiuta potenziali acquirenti a orientarsi tra tasse, preoccupazioni relative all’educazione e altre questioni che sorgono durante il trasferimento in Israele.

Prima dell’evento Mamdani ha denunciato la possibilità che in città venga agevolata la vendita di terreni potenzialmente illegale.

Il sindaco Mamdani si oppone nettamente alla fiera immobiliare di questo pomeriggio che include la promozione della vendita di terreni nelle colonie della Cisgiordania occupata,” ha detto Sam Raskin, portavoce di Mamdani, in una dichiarazione a The Intercept. “Tali colonie sono illegali in base al diritto internazionale e strettamente legate alla continua espulsione di palestinesi.”

Il sito web della manifestazione commerciale include un riferimento a Gush Etzion, un gruppo di circa 20 colonie in Cisgiordania, a sudest di Gerusalemme, considerate illegali dalle leggi internazionali. Lara Friedman, presidentessa della Fondazione per la Pace in Medio Oriente, ha affermato che l’inclusione di Gush Etzion è un simbolo della rivendicazione su tutti i Territori Occupati da parte del movimento a favore delle colonie.

Gush Etzion è un termine israeliano che riguarda una zona della Cisgiordania che si trova a sud di Gerusalemme su cui, in base alle leggi internazionali, ogni costruzione e comunità israeliane sono considerate illegali,” ha affermato Friedman. “Il movimento a favore della colonizzazione in tutto il mondo e la grande maggioranza degli israeliani non fa alcuna distinzione tra Israele e la Cisgiordania. L’idea è che tutto sia Eretz Yisrael — in ebraico “la terra di Israele” — e sia proprietà degli ebrei perché gliel’ha data Dio.”

Martedì The Intercept era presente all’evento. Appena dentro la sinagoga un grande cartello di benvenuto specificava che l’esposizione commerciale aveva “intenzioni puramente informative”. Più di una decina di tavoli pubblicizzavano i servizi di compagnie immobiliari, la maggior parte delle quali promuoveva sfarzosi edifici di lusso a Tel Aviv, Netanya e in altre città all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele.

Almeno un’agenzia, Harey Zahav, esponeva una mappa con proprietà a Kfar Eldad, Karnei Shomron e in altre colonie israeliane in Cisgiordania. Opuscoli sul tavolo di Harey Zahav offrivano dettagliate immagini di proprietà in quelle colonie.

Precedenti accuse di discriminazione

L’esposizione è stata sponsorizzata da un gruppo chiamato “Casa in Israele”, ma non è l’unica organizzazione che promuove eventi di questo genere. Negli ultimi anni fiere immobiliari, anche presso sinagoghe, organizzate da associazioni simili sono spuntate a New York e in altre città nordamericane, tra cui Baltimora, Montreal e altre.

Le colonie israeliane in Cisgiordania sono generalmente considerate ad esclusiva disponibilità degli abitanti ebrei. Nel 2024 a uno evento immobiliare in una zona suburbana del New Jersey i manifestanti hanno affermato che, quando hanno cercato di registrarsi per partecipare all’esposizione commerciale, gli è stata esplicitamente chiesta la fede religiosa, il che potenzialmente chiama in causa le leggi contro le discriminazioni. La Divisione per i Diritti Civili [ufficio statale, ndt.] del New Jersey avrebbe interpellato gli agenti immobiliari riguardo alle loro pratiche. (La Divisione per i Diritti Civili del New Jersey non ha per il momento risposto alla richiesta di un commento).

Pal-Awda, un’associazione filo-palestinese, ha annunciato sulle reti sociali di progettare una protesta martedì fuori dalla sinagoga di Park East.

Non rimarremo in silenzio mentre la pulizia etnica viene attivamente promossa nei nostri quartieri,” ha scritto il gruppo.

Autoproclamati sostenitori della sinagoga hanno fatto circolare sulle reti sociali un volantino che annunciava una contromanifestazione. “Ogni membro della comunità ebraica deve uscire a proteggere la sinagoga,” afferma il volantino. Benché includa le pagine sulle reti sociali della sinagoga, l’appello a favore di una contromanifestazione non sembra provenire dalla sinagoga di Park East. (Un portavoce della sinagoga si è rifiutato di commentare).

Eventi precedenti avevano portato a scontri a volte violenti tra manifestanti e contro-manifestanti. Alla luce delle opposte proteste previste fuori dalla sinagoga di Park East, Raskin, il portavoce del sindaco, ha chiesto sia garanzie di sicurezza per i partecipanti all’evento che il rispetto del diritto di espressione dei manifestanti.

La nostra amministrazione ha anche chiarito che siamo impegnati a garantire un ingresso e un’uscita sicuri da ogni luogo di culto,” ha affermato, “ che questo accesso non sia mai messo in discussione e che ogni manifestante possa esercitare i suoi diritti in base al Primo Emendamento [della costituzione USA, che garantisce i diritti civili di ogni cittadino, ndt.].”

Proteste a Park East

La sinagoga di Park East è già stata teatro di una protesta antisionista che ha suscitato controversie a New York.

A novembre Pal-Awda ha organizzato una manifestazione contro un evento condotto da Nefesh B’Nefesh, un’organizzazione che agevola l’emigrazione verso Israele, provocando proteste da parte dell’allora sindaco Eric Adams e di altri dirigenti politici in città.

Quelle proteste, insieme ad altre nella città di New York, facevano parte del dissenso rispetto a un disegno di legge sottoposto quest’anno al consiglio comunale inteso a creare una cosiddetta zona cuscinetto per tenere i manifestanti a distanza da ogni luogo di culto.

Nonostante l’opposizione dei sostenitori della libertà di parola, una versione di quella legge, che richiedeva che il dipartimento di polizia di New York fornisse un piano di protezione dei luoghi di culto ma senza la norma della zona cuscinetto, è stata approvata a marzo ed è diventata legge il 25 aprile, dopo che Mamdani si è rifiutato di firmarla o di porre il veto. La legge ha dato al dipartimento di polizia di New York 45 giorni per proporre un piano d’azione e 90 giorni per presentare un piano definitivo, il che significa che non è ancora pienamente esecutiva.

Una legge collegata che propone zone cuscinetto nelle università e in altre istituzioni educative è stata approvata dal consiglio comunale, ma Mamdani, che ha criticato la norma in quanto troppo generica e una minaccia alla libertà di parola, ha posto il veto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Gli avvocati affermano che Israele ha prorogato la detenzione degli attivisti della Gaza Flotilla

Urooba Jamal

5 maggio 2026 – Al Jazeera

Le avvocate che rappresentano i due attivisti faranno ricorso contro la decisione di proroga, definendola “illecito di stato”.

Un tribunale israeliano ha prorogato la detenzione dei due attivisti della Flotilla di aiuti umanitari diretta a Gaza, che sono stati sequestrati dalle autorità israeliane la scorsa settimana, afferma un’organizzazione israeliana per i diritti che li rappresenta.

Miriam Azem, coordinatrice dell’ufficio legale internazionale di Adalah, ha confermato a Al Jazeera che martedì il tribunale di primo grado di Ashkelon ha ammesso la richiesta di proroga della detenzione dello spagnolo Saif Abu Keshek e del brasiliano Thiago Avila fino a domenica 10 maggio.

I due erano tra le decine di attivisti salpati per Gaza come parte della Global Sumud Flotilla, intercettata dalle forze israeliane in acque internazionali di fronte alla Grecia il 30 aprile. Gli organizzatori affermano che tra i 180 attivisti, la maggior parte dei quali è stata condotta a Creta, Abu Keshek e Avila sono stati portati in Israele per essere interrogati, e vi restano tuttora in detenzione.

La decisione del tribunale di prorogare la detenzione degli attivisti umanitari catturati in acque internazionali configura una convalida giudiziaria dell’illegalità dello Stato”, ha affermato martedì Adalah in una dichiarazione, aggiungendo che avrebbe fatto ricorso contro la decisione.

La proroga della detenzione degli attivisti si basa su “prove segrete” che non è stato permesso visionare a Abu Keshek, Avila e ai loro avvocati, ha detto Adalah.

Essenzialmente il tribunale ha ammesso l’intera proroga di sei giorni senza porre alcuna limitazione o vincolo giudiziario al periodo di interrogatorio”, afferma la dichiarazione dell’organizzazione.

Non è stato presentato nessun capo d’imputazione contro i due uomini, ma Abu Keshek e Avila affrontano diverse accuse, tra cui l’affiliazione ad una “organizzazione terroristica e contatti con agenti stranieri”, aveva precedentemente detto Adalah a Al Jazeera.

Le avvocate di Adalah Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, che rappresentano i due attivisti, hanno sostenuto che le accuse contro di loro sono “prive di alcun fondamento” e non hanno “basi giuridiche”.

Poiché gli attivisti sono stati catturati a più di 1.000 km di distanza da Gaza e non sono cittadini israeliani, il diritto interno israeliano non si applica a loro”, ha affermato l’organizzazione per i diritti.

Ha inoltre detto che entrambi gli attivisti sono tenuti in “totale isolamento, esposti a luce intensa per 24 ore nelle loro celle e bendati ogni volta che vengono spostati, anche durante le visite mediche.”

L’organizzazione ha dichiarato che gli attivisti continuano lo sciopero della fame, bevendo solo acqua, dal momento del loro sequestro il 30 aprile.

Anche gli organizzatori della Flotilla martedì hanno chiesto il rilascio di Abu Keshek e Avila, premendo sulla comunità internazionale perché si attivasse.

Ancora una volta il regime sionista ha esteso la detenzione illegale dei nostri amici Saif Abu Keshek e Thiago Avila”, ha scritto su X l’organizzazione.

I nostri organizzatori sono stati illegalmente rapiti in acque internazionali, sottoposti a pestaggi e torture in acque territoriali greche e condotti a forza contro la loro volontà nella Palestina occupata, dove sono stati sottoposti a interrogatori, minacce di morte, privazione del sonno e negligenza medica.”

Sabato le avvocate di Adalah avevano visitato gli attivisti nel carcere di Shikma a Ashkelon, dove hanno testimoniato riguardo a “grave violenza fisica configurante tortura.”

Il primo viaggio della Global Sumud Flotilla verso Gaza in agosto e settembre aveva attirato l’attenzione mondiale prima che le forze israeliane intercettassero le imbarcazioni di fronte alle coste di Egitto e Gaza all’inizio di ottobre.

Membri dell’equipaggio, compresa l’attivista svedese Greta Thunberg, sono stati arrestati ed espulsi dalle forze israeliane.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gerusalemme Est “sta per essere espulsa un’intera comunità palestinese”

Shatha Yaish 

1 maggio 2026 +972 Magazine

Israele sta sfrattando i 1.500 abitanti di Al-Bustan per costruire un parco a tema biblico. Per evitare di pagare multe salatissime, le famiglie stanno demolendo da sé le proprie case.

Omar Abu Rajab ha messo i suoi effetti personali nei sacchi neri della spazzatura. Pochi giorni fa, mentre il sessantenne era in lutto per la recente perdita della madre, i rappresentanti del Comune di Gerusalemme hanno bussato alla sua porta notificandogli un ordine di demolizione per il piccolo appartamento che condivide con la moglie ad Al-Bustan, un quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, attualmente al centro di una campagna israeliana di espulsioni in rapida intensificazione.

Di fronte all’ordine di demolizione e alla prospettiva di una multa di migliaia di dollari per il problema causato al Comune dalla demolizione della sua casa, ha scelto di non aspettare le ruspe. Ha optato invece per la soluzione più economica: demolirsi da solo la casa.

Il Comune di Gerusalemme sostiene che case come quella di Abu Rajab siano state costruite illegalmente, senza i permessi necessari. “Non ci sono permessi”, ha dichiarato Abu Rajab a +972 Magazine, spiegando che Israele rende quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere l’autorizzazione necessaria per costruire legalmente.

Negli ultimi dieci anni Abu Rajab è già stato sfrattato da altre due case a Silwan; una è stata demolita dal Comune, mentre l’altra l’ha demolita lui stesso.

“Sto ancora pagando le penali per una casa precedente che hanno demolito anni fa”, ha spiegato. “Sono malato, lavoro quattro ore al giorno e non riesco a sostenere tutte queste spese. Non c’è altro che io possa fare. È più economico farlo da solo.”

Pochi giorni fa tre dei nipoti di Abu Rajab hanno marinato la scuola per aiutare nella demolizione, portandosi i martelli per abbattere i muri. Da allora Abu Rajab e sua moglie si sono trasferiti dalla famiglia del fratello che abita nella casa accanto, tutti stipati in un piccolo appartamento.

Nei piani del Comune le case di Al-Bustan sono da tempo destinate alla demolizione per sostituire l’area residenziale con un parco a tema biblico. Ma nel contesto della guerra di Gaza, dopo una battaglia legale durata vent’anni, le autorità israeliane hanno intensificato i loro sforzi per “ripulire” la zona dai palestinesi.

Questa pressione si è ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con la polizia che ha effettuato incursioni nell’area insieme a rappresentanti del Comune per consegnare una serie di ordini che intimano agli abitanti di demolire le proprie case o di accollarsi le spese relative alla demolizione. L’intero quartiere di Al-Bustan, composto da 115 case e circa 1.500 abitanti, è ora a rischio di demolizione.

“È un’intera area di Silwan destinata alla demolizione”, ha dichiarato a +972 Aviv Tatarsky, ricercatore dell’organizzazione non profit israeliana Ir Amim [Città di persone, fondata nel 2004 si propone di garantire pari dignità a tutti gli abitanti di Gerusalemme, ndt.]. “Un’intera comunità sta per essere espulsa”.

«Non abbiamo altro»

Secondo Ir Amim il progetto di un parco a tema ad Al-Bustan fa parte di un più ampio tentativo di rafforzare il controllo israeliano sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui quartieri circostanti (noti collettivamente come “Bacino della Città Vecchia”) attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali anche su terreni di proprietà della Chiesa come il Monte degli Ulivi.

Situato immediatamente a sud della Città Vecchia, Al-Bustan è vicino a un’altra zona di Silwan nota come Batan Al-Hawa, che sta subendo una simile campagna di espulsioni guidata da organizzazioni di coloni israeliani.

Secondo il Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nei primi quattro mesi del 2026 le autorità israeliane hanno demolito 185 edifici nella città. Delle 40 case distrutte ad aprile, 17 sono state demolite dai loro stessi abitanti.

In tutto Al-Bustan si percepisce un senso di sconfitta. Molti residenti, come Hatem Baydoun, considerano l’autodistruzione il male minore. “Se lasciassimo che sia il Comune a demolire la nostra casa dovremmo pagare decine di migliaia di shekel”, ha dichiarato a +972. “Quindi abbiamo deciso di farlo da soli.”

A due porte di distanza il sessantenne Mohammad Qwaider si trova di fronte alla stessa impossibile scelta. Vive in un condominio con la madre novantasettenne, Yusra, costretta a letto.

L’edificio di sei unità abitative è stato costruito nel 1970, con l’aggiunta di altri piani man mano che la famiglia cresceva; Qwaider ha detto che nei primi anni dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, c’erano meno restrizioni edilizie.

All’inizio del mese scorso, racconta, “il Comune mi ha ordinato di demolire l’appartamento al terzo piano, altrimenti sarebbero venuti loro a demolirlo, e così abbiamo fatto”. Ma dopo aver demolito quell’appartamento, che ospitava uno dei suoi figli e i suoi nipoti, il Comune gli ha ora ordinato di demolire l’intero edificio, adducendo la mancanza di permessi.

Questa volta si rifiuta di obbedire. “Possono demolirlo, e rimuoverò le macerie e ci metterò una tenda per viverci. Il terreno è più importante della struttura che ci sorge sopra”.

Sua moglie, Manal, è d’accordo. «Non dormiamo la notte», ha detto. «Non abbiamo alternative a questa casa o a questa terra. Non abbiamo altro che questo posto.»

“Doppia sofferenza”

Secondo Tatarsky di Ir Amim, il forte aumento delle demolizioni ad Al-Bustan è stato innescato dalla decisione improvvisa del Comune di Gerusalemme di sospendere ogni trattativa con gli abitanti volta a giungere a una soluzione abitativa.

“Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano e stanno usando ogni mezzo per farlo”, ha spiegato. “Usano la scusa della costruzione senza permesso, ma per i residenti è impossibile ottenere i permessi. Quindi Israele può dichiarare illegali tutte le case in questa parte di Silwan.”

“Le autorità hanno una forte motivazione politica”, ha continuato Tatarsky. “Non si tratta di leggi edilizie; è una questione di politica, [tesa a] trasformare Silwan da quartiere palestinese a colonia ebraica. Ufficialmente il piano è [portato avanti] dal Comune di Gerusalemme, ma proviene in gran parte dal governo, e gli ordini sono stati originariamente emessi circa 20 anni fa.”

Finora, spiega, la campagna per proteggere queste case ha avuto successo “principalmente perché sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica e a esercitare una forte pressione su Israele attraverso la comunità internazionale”. Ma dopo il 7 ottobre “la comunità internazionale o non se ne cura più o si concentra su Gaza. Il punto è che la comunità internazionale non sta fermando il governo israeliano”.

Secondo Fakhri Abu Diab, un attivista locale, dal 7 ottobre 2023 più di 50 case ad Al-Bustan – circa la metà della comunità – sono state demolite. Le autorità israeliane “sono diventate più aggressive”, dice. “Arrivano nel cuore della notte e ti notificano [l’ordine di demolizione]”.

La sua stessa casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, costringendolo a pagare “enormi somme di denaro. Sto ancora pagando a rate”.

Abu Diab si oppone alle autodemolizioni, che a suo dire causano “una doppia sofferenza” per i palestinesi. “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune mette in atto i suoi piani. Non vogliono che il mondo veda la distruzione delle nostre case. Facendolo da soli, li aiutiamo”.

Ma Abu Diab riconosce anche la paura che le famiglie provano non sapendo quando le squadre di demolizione israeliane arriveranno a casa loro, e la difficoltà di essere costretti a pagare multe esorbitanti. “Le persone cercano di minimizzare il danno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’ONU avverte che, nel contesto di una carenza di cure protesiche, 1 amputato su 5 a Gaza è un minore

Redazione di MEMO

4 maggio 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che lunedì le Nazioni Unite hanno avvisato che un amputato su cinque nella Striscia di Gaza è un minore, mentre una mancanza critica di specialisti protesici e l’ingresso ristretto di ausili lasciano migliaia di malati senza adeguate cure.

Durante una conferenza stampa il portavoce ONU Stephane Dujarric ha affermato che “riguardo alla salute, rimangono preoccupazioni relative alle malattie della pelle e ad altre questioni mediche legate a parassiti e roditori,” aggiungendo che più di 6.600 persone hanno bisogno di protesi e cure di riabilitazione.

Ciò include migliaia di persone che da ottobre 2023 hanno ricevuto amputazioni, e tuttavia solo otto tecnici protesisti sono in grado di intervenire,” ha detto.

Avvisando che “con una grave mancanza di specialisti e un ingresso ristretto di materiali protesici, potrebbero volerci cinque anni o più per soddisfare gli attuali bisogni,” Dujarric ha sottolineato che “uno su cinque amputati è un minore.”

Dujarric ha evidenziato che “internazionali sono necessari urgentemente tecnici protesici, così come l’ingresso senza impedimenti di materiale protesico che rimane molto limitato dalle autorità israeliane.”

Dal 2007 Israele ha imposto un devastante blocco sulla Striscia di Gaza, lasciando 2,4 milioni di abitanti del territorio sull’orlo della carestia.

Nell’ottobre 2023 ha lanciato una brutale offensiva di due anni contro Gaza, uccidendo più di 72.000 persone, ferendone oltre 172.000 e causando una distruzione massiccia in tutto il territorio assediato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele a Gaza sta utilizzando le malattie infettive come armi

Salman Khan  

3 maggio 2026 Mondoweiss

Il dottor Salman Khan, specialista in malattie infettive, si è recato a Gaza per una missione medica di tre settimane nel febbraio 2026. Ha riscontrato una dilagante diffusione di malattie infettive, tutte causate direttamente dall’assedio e dal genocidio perpetrati da Israele.

Ho incontrato un giovane di circa vent’anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasser di Khan Younis a Gaza. Era stato vittima di un attacco missilistico israeliano tre settimane prima, vicino alla Linea Gialla [che divide in due la Striscia tra la parte occupata da Israele e quella in cui sono concentrati i palestinesi, ndt.]. La sua gamba sinistra era stata amputata sopra il ginocchio e la parte rimanente dell’arto era stata fissata con diversi dispositivi di sostegno esterno; presentava inoltre numerose altre lacerazioni e un grave trauma addominale che aveva richiesto una laparotomia, una resezione intestinale e l’inserimento di una stomia. Era intubato e aveva sviluppato una polmonite associata alla ventilazione meccanica, causata da un batterio multiresistente chiamato Acinetobacter. Gli era stata somministrata una combinazione di antibiotici che probabilmente sarebbe risultata inefficace.

A Gaza si verifica spesso quello che noi specialisti in malattie infettive definiamo “farmaco e batterio spaiati”: a causa della limitata disponibilità di antibiotici e della crescente crisi di resistenza agli antibiotici ai pazienti vengono spesso somministrati antibiotici inefficaci contro il patogeno responsabile.

In parte a causa delle continue restrizioni all’ingresso di farmaci salvavita imposte dall’occupazione israeliana, la fornitura di antibiotici a Gaza è gravemente limitata e spesso varia di settimana in settimana in base alla disponibilità delle donazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I ​​pazienti muoiono inutilmente per infezioni spesso curabili a causa dei ritardi nella somministrazione di terapie antibiotiche efficaci.

A Gaza il collasso del sistema sanitario, il sovraffollamento eccessivo all’interno e intorno agli ospedali e il degrado delle infrastrutture igienico-sanitarie hanno contribuito a facilitare la diffusione di batteri multiresistenti e ad aggravare il problema della resistenza antimicrobica. Già prima del genocidio Gaza soffriva di alti livelli di resistenza agli antibiotici, che da allora si sono ulteriormente aggravati. Anche la contaminazione da metalli pesanti derivante dai residui esplosivi dei raid aerei israeliani contribuisce alla selezione nell’ambiente di batteri resistenti.

Prima dell’attacco israeliano alle strutture sanitarie, Gaza contava 38 ospedali, molti dei quali offrivano cure specialistiche avanzate; ora ne rimangono solo una manciata che funzionano a una frazione della loro capacità precedente per una popolazione di oltre due milioni di persone in grave difficoltà.

La capacità dei laboratori ospedalieri e di sanità pubblica a Gaza è gravemente limitata a causa della distruzione mirata delle infrastrutture di laboratorio e del blocco delle forniture da parte dell’Occupazione. I laboratori di microbiologia faticano a eseguire test diagnostici essenziali e urgenti, come le colture per identificare i batteri da vari campioni biologici e ambientali e i test di sensibilità agli antibiotici per prevedere le migliori opzioni di trattamento per il singolo paziente e per la popolazione ospedaliera nel suo complesso. Queste limitazioni compromettono anche il controllo delle malattie infettive e le misure di risposta alle epidemie.

Nello sforzo per la prevenzione e il controllo delle infezioni si sono dovute affrontare circostanze eccezionali in seguito agli attacchi israeliani contro gli ospedali di Gaza e le comunità circostanti. Gli ospedali sono stati oberati da vittime civili, rendendo quasi impossibile il rispetto dei principi igienici di base come il lavarsi le mani, la sterilizzazione delle attrezzature mediche e la corretta cura delle ferite.

Il grave sovraffollamento ha facilitato la diffusione di malattie infettive. Dopo il “cessate il fuoco” gli ospedali hanno continuato a soffrire di gravi carenze di disinfettante per le mani a base di alcol, di soluzioni per sterilizzare le apparecchiature mediche e di dispositivi di protezione individuale.

Il rischio di infezione tuttavia si estende oltre le mura dell’ospedale. Durante il nostro soggiorno a Gaza, il nostro gruppo di volontari è stato invitato da un rappresentante del Ministero della Salute a testimoniare la vita nei campi di tende che circondano l’ospedale. Mi ha colpito il fatto che ognuna di queste tende fosse sovraffollata da intere famiglie che avevano subito molteplici sfollamenti. La prima cosa che ho notato è stato il fetore di liquami e immondizia nell’aria. I detriti ricoprivano il terreno. Le latrine erano scavate nella sabbia e traboccavano quando pioveva. Queste condizioni aumentavano la diffusione di malattie respiratorie, cutanee e diarroiche trasmissibili.

Hanno anche creato un terreno fertile ideale per i roditori. Uno dei medici specializzandi dell’ospedale Nasser, con cui ho parlato, ha descritto un focolaio di casi di leptospirosi nei reparti all’inizio di febbraio.

La leptospirosi è una grave infezione batterica che si trasmette dai roditori alle persone; l’infezione può manifestarsi con polmonite, insufficienza renale ed epatica e, in assenza di un trattamento adeguato, può portare alla morte. Le forti piogge e le inondazioni nelle tende che circondavano l’ospedale hanno probabilmente esposto le persone all’urina e alle feci dei roditori, favorendo la trasmissione della malattia.

Camminando per le strade polverose di Khan Younis mi è parso evidente come Israele stesse cercando di rendere la vita invivibile agli abitanti di Gaza distruggendo il loro contesto abitativo. L’aria era densa di particolato e fumo, rendendo la respirazione difficoltosa. I pazienti con patologie respiratorie preesistenti sono particolarmente vulnerabili alle infezioni virali respiratorie come l’influenza e il COVID e alla polmonite batterica; ho visto diversi pazienti ricoverati per polmonite all’ospedale Nasser.

Ho visitato il negozio di alimentari locale e gli scaffali erano pieni di cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e di alimenti altamente processati. I prodotti freschi erano rari. Anche prima del genocidio e della carestia Gaza era tenuta dall’Occupazione in uno stato di cronica insicurezza alimentare, sull’orlo della fame.

La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario e predispone i pazienti, soprattutto i bambini piccoli, alle infezioni. Durante la mia visita ho assistito a una scena straziante: bambini piccoli in fila con grandi pentole vuote fuori da una mensa improvvisata vicino all’ospedale, che urlavano e piangevano per la fame. Tra malnutrizione causata artificialmente, traumi e il peso di malattie croniche e infettive, non sorprende che Gaza abbia una delle aspettative di vita più basse al mondo.

Tornando al caso del paziente ventenne nel reparto di terapia intensiva, l’aggressione nei suoi confronti non si è conclusa con l’attacco missilistico israeliano che gli ha dilaniato il corpo. È stato successivamente sottoposto a forme di violenza ancora più insidiose da parte dell’Occupazione: la sua capacità di combattere le infezioni è stata compromessa dalla malnutrizione dovuta alle continue limitazioni all’ingresso di cibo nutriente; ha sviluppato una polmonite a causa della diffusione di batteri nel reparto dovuta alle restrizioni all’ingresso di prodotti per la pulizia e di dispositivi di protezione individuale, e una volta contratta la polmonite, le sue opzioni terapeutiche sono state gravemente limitate a causa dell’insufficiente disponibilità di antibiotici efficaci.

A Gaza ho incontrato molti pazienti in queste condizioni. Un’anziana donna che a causa della prolungata permanenza seduta sul duro pavimento della sua tenda ha sviluppato un’ulcera infetta da pressione all’anca con conseguente sepsi e necessità di rimozione chirurgica e terapia antibiotica endovenosa; una giovane donna che ha contratto una grave infestazione parassitaria da scabbia a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche nella tenda della sua famiglia; un’altra donna che ha sviluppato una grave gastroenterite e diarrea dovuta probabilmente all’ingestione di acqua contaminata con conseguente disidratazione e insufficienza renale.

Una discussione sulla minaccia rappresentata dalle malattie infettive a Gaza sarebbe tuttavia incompleta senza menzionare gli operatori sanitari in prima linea, che svolgono un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento della diffusione delle infezioni in ambito sanitario. Medici, infermieri e specialisti nella prevenzione delle infezioni a Gaza hanno affrontato enormi difficoltà durante il genocidio, tra molteplici spostamenti e problemi nell’approvvigionamento di cibo e acqua potabile. Uno dei medici con cui ho parlato, il cui migliore amico era stato ucciso, mi ha detto che a Gaza tutti avevano perso qualcuno o qualcosa di prezioso.

Altri membri del personale ospedaliero, in particolare quelli con ruoli dirigenziali come il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sono stati rapiti, torturati e detenuti illegalmente dalle forze di occupazione mentre altri, come il dottor Hammam Alloh, nefrologo dell’ospedale Al-Shifa, sono stati assassinati, creando gravi carenze nel personale sanitario che hanno facilitato un aumento del rischio di infezioni nosocomiali.

Nei due anni e mezzo di occupazione anche agli studenti di medicina e ai tirocinanti di Gaza è stato negato il diritto all’istruzione medica, compresa la formazione sulla prevenzione delle infezioni e sulla gestione antimicrobica. Ciò pone serie sfide al contenimento e al rallentamento della diffusione di resistenza antimicrobica negli ospedali universitari di Gaza.

Affrontare la crescente minaccia delle malattie infettive a Gaza richiede azioni coraggiose e urgenti. In primo luogo è necessario un vero cessate il fuoco. Ciò include la revoca delle restrizioni all’ingresso di forniture mediche e farmaci salvavita, in particolare antibiotici. Agli operatori umanitari deve essere consentito l’accesso senza ostacoli a Gaza e gli operatori sanitari attualmente incarcerati devono essere liberati. Ai pazienti che necessitano di cure specialistiche deve essere garantito l’espatrio sanitario: molti di quei pazienti soccombono a complicazioni infettive in attesa di un salvacondotto. Devono essere stanziate risorse per la ricostruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie, del sistema sanitario e delle capacità di laboratorio di Gaza. Solo con questi prerequisiti i programmi di prevenzione e controllo delle infezioni ospedaliere e di gestione antimicrobica potranno esprimere appieno il loro potenziale. Infine, i sistemi di apartheid e di occupazione che hanno creato le condizioni per il “medicidio” devono essere smantellati; Israele deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni genocidarie a Gaza.

Salman Khan, medico e specialista in sanità pubblica, è un esperto di malattie infettive e professore assistente di medicina presso il Columbia University Irving Medical Center di New York. Ha partecipato a una missione medica di tre settimane a Gaza tra febbraio e marzo 2026. In precedenza, aveva già preso parte a missioni mediche in Siria (dicembre 2025) e nella Cisgiordania occupata (agosto 2025).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un rapporto le tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni evidenziano le lacune israeliane nonostante i sistemi tecnologicamente avanzati

Redazione di MEMO

29 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che le capacità militari avanzate di Israele, inclusi il sistema di difesa missilistico Arrow e i velivoli F35 Lightning II, non sono riuscite a evitare i problemi operativi posti dalle innovative tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni nel sud del Libano.

Secondo il rapporto, i corpi militari israeliani – in particolare la direzione dell’intelligence militare (AMAN) e quella della ricerca e sviluppo nella difesa (MAFAT) – erano impreparati per ciò che viene descritta come minaccia “micro-tattica” posta da droni piccoli ed economici.

Nel quotidiano si afferma che questi droni sono stati efficaci nel provocare vittime tra le forze israeliane e nell’ostacolare le operazioni sul terreno. Si è osservato che tali minacce non sono nuove e che sono due le principali tipologie identificate nell’uso militare: droni controllati attraverso comunicazioni senza fili e quelli via collegamenti in fibra ottica.

Mentre i droni senza fili possono essere contrastati con sistemi elettronici da guerra che disturbano i segnali, nel rapporto si dice che i droni a fibra ottica presentano una sfida più complessa perché non sono vulnerabili agli stessi metodi di interferenza.

Nel rapporto si aggiunge che queste tecnologie sono state disponibili per anni e si sostiene che l’esercito israeliano dovrebbe aver sviluppato contromisure ben in anticipo, in particolare data l’accessibilità di piattaforme per droni commerciali che possono essere adattate per scopi di combattimento.

Esso sottolinea i vantaggi tattici di tali droni, inclusi volo a bassa quota, scarsa rumorosità e ridotta rilevabilità da sistemi radar convenzionali, che insieme complicano gli sforzi per intercettarli.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Attivisti pro-Palestina compaiono in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania. Le famiglie affermano che dal loro arresto, avvenuto lo scorso settembre, i “Cinque di Ulm” sono detenuti in condizioni carcerarie estreme.

Kate Connolly

Lunedì 27 aprile 2026 – The Guardian

Cinque attivisti pro-Palestina sono comparsi in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania, accusati di aver causato danni per circa 1 milione di euro.

I pubblici ministeri affermano che gli imputati, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, si sono introdotti illegalmente nella proprietà e hanno gridato slogan pro-Palestina mentre distruggevano attrezzature per ufficio, delicati strumenti di misurazione e rompevano finestre in un sito collegato alla Elbit Systems nella città meridionale di Ulm.

Gli attivisti hanno pubblicato online dei video in cui rivendicavano la responsabilità dell’attacco, che a loro direintendeva attirare l’attenzione sul sostegno della Germania a Israele e sulle azioni militari di quest’ultimo a Gaza.

L’apertura del processo, lunedì, è stata descritta dai presenti come caotica. Gli avvocati della difesa hanno lasciato l’aula dopo che era stato negato loro il permesso di sedersi con gli imputati che erano separati dalle tribune del pubblico da uno spesso vetro blindato.

Dopo una sospensione di due ore presso il tribunale regionale di Stoccarda, gli avvocati hanno preso posto sulle sedie degli imputati e si sono rifiutati di obbedire all’ordine del giudice di spostarsi ai propri posti.

L’udienza è stata quindi aggiornata e dovrebbe riprendere tra una settimana.

In una dichiarazione rilasciata dopo la sospensione del processo gli avvocati degli imputati hanno affermato di aver presentato un’istanza di ricusazione contro il presidente della corte, accusando il tribunale di “un’inaccettabile violazione del diritto degli imputati a un giusto processo”.

Gli attivisti berlinesi, cittadini britannici, irlandesi, tedeschi e spagnoli, sono detenuti in custodia cautelare in carceri separate dall’8 settembre, giorno in cui sono accusati di aver compiuto l’attacco e chiamato la polizia.

Il gruppo, noto come i Cinque di Ulm, è stato accusato di violazione di proprietà privata, danneggiamenti e appartenenza a un’organizzazione criminale – Palestine Action Germany – ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco.

L’accusa ai sensi dell’articolo 129 implica che le autorità considerino gli imputati una minaccia per la società, che permette di negare la libertà su cauzione. Le famiglie degli imputati affermano che i loro cari sono stati rinchiusi fino a 23 ore al giorno in cella e che l’accesso a visite, libri, telefonate e posta è stato limitato. Se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a cinque anni di carcere.

Parlando a nome di tutti gli imputati in vista del processo, Benjamin Düsberg, avvocato di Daniel Tatlow-Devally, 32 anni, di Dublino, ha affermato di ritenere che lo Stato tedesco stia cercando di fare dei cinque, nessuno dei quali ha precedenti penali, un esempio nel tentativo di ostacolare il movimento contro il commercio di armi verso Israele.

Düsberg, uno degli otto avvocati della difesa, ha dichiarato: “Intendiamo usare il procedimento per ribaltare la situazione. Vogliamo dimostrare che non sono i nostri clienti a dover essere incolpati bensì i vertici di Elbit che hanno continuato a fornire armi anche durante il genocidio”.

Elbit Systems è il principale fornitore di armi terrestri per le Forze di Difesa Israeliane (IDF). L’azienda è stata contattata per un commento sul processo.

Facendo riferimento all’articolo 32 del codice penale tedesco, Düsberg ha affermato: “La nostra argomentazione principale sarà che le azioni dei nostri clienti in Germania – ovvero la distruzione di attrezzature di laboratorio e di uffici – erano giustificate in base al principio di assistenza d’emergenza”.

Secondo questa clausola un atto altrimenti illecito può essere giustificato se non vi è altro modo per scongiurare un danno o un attacco imminente, ha spiegato.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. La difesa sosterrà che, dal momento in cui la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 2024 che l’accusa di genocidio contro i palestinesi di Gaza era “plausibile”, Berlino avrebbe dovuto interrompere tutte le consegne. Israele ha respinto l’accusa della CIG definendola “oltraggiosa e falsa”.

Mimi Tatlow-Golden, madre di Tatlow-Devally, laureata in filosofia, ha affermato di temere che il caso abbia una dimensione politica e che i cinque saranno “sottoposti a un processo farsa” poiché lo Stato tedesco intende lanciare un messaggio sulle potenziali sanzioni per tali azioni.

Ha dichiarato: “I cinque amici hanno provocato solo danni materiali, in un luogo specifico e con l’obiettivo di porre fine a un genocidio. Non hanno nascosto la loro identità e si sono consegnati spontaneamente per essere arrestati. Non rappresentano alcun pericolo per la collettività. Utilizzare l’articolo 129 per tenerli in detenzione… prima del processo può, a mio avviso, essere visto solo come al servizio di fini politici”.

Matthias Schuster, un altro degli avvocati della difesa, ha dichiarato: “I nostri clienti non sono pericolosi, ma [le autorità] credono che debbano essere considerati tali per giustificare le rigide condizioni di custodia a cui sono stati sottoposti”.

Nicky Robertson, la madre di Zo Hailu, 25 anni, detenuta in una prigione di Bühl nel Baden-Württemberg, ha affermato che il “trattamento estremo” ricevuto dal gruppo è sembrato “una risposta sproporzionata per danni alla proprietà”.

Hailu, cittadina britannica, è stata denudata al momento dell’arresto e le è stato dato un pannolino per adulti da indossare per sei ore, ha detto Robertson. “Queste sono persone che amano l’ambiente e i bambini. Sono ragazzi premurosi, creativi, sportivi e bravi a lavorare in squadra. Non rappresentano un pericolo per la società. Anzi, tutt’altro”, ha aggiunto.

Rosie Tricks, il cui fratello venticinquenne, Crow Tricks, anch’egli cittadino britannico, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim, ha dichiarato che le visite sono state limitate a due ore al mese. “È bello vederli, ma conoscendo Crow come una persona socievole, vivace e divertente, la luce della nostra famiglia, è davvero penoso vederli in questa situazione”, ha detto Rosie a proposito di Crow. “La loro salute ne ha sicuramente risentito. Sembrano stare bene, ma dentro c’è molta ansia e preoccupazione.”

Gli altri imputati sono Vi Kovarbasic, un tedesco di 29 anni, e Leandra Rollo, una cittadina spagnola di 40 anni originaria dell’Argentina. A tutti e cinque è stata negata la libertà su cauzione, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi per la detenzione preventiva.

Un portavoce del tribunale di Stoccarda-Stammheim ha dichiarato: “Il codice di procedura penale consente, a determinate condizioni, la proroga della detenzione preventiva”. In un’udienza speciale sulla detenzione tenutasi il mese scorso la Corte d’appello regionale di Stoccarda “ha esaminato tali condizioni… e ha disposto la proroga della detenzione preventiva per tutti gli imputati” basando la sua decisione “sull’esistenza di un rischio di fuga che non sarebbe sufficientemente mitigato nemmeno dal versamento di una cauzione”.

Il processo dovrebbe concludersi alla fine di luglio.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)