Un ‘manipolo’ di coloni della Cisgiordania tiene in pugno l’IDF – e Israele

Zvi Bar’el

1 luglio 2025 – Haaretz

Così come gli avamposti sono stati definiti ‘giovani colonie’ e la maggior parte di essi è stata legalizzata, anche il violento ‘manipolo’ che ha attaccato le Forze di Difesa Israeliane sarà integrato nella maggioranza della popolazione, che già beneficia del suo status ‘legale’

Non permetteremo ad un violento, pazzoide manipolo di disonorare un’intera comunità”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu riferendosi ai rivoltosi che hanno attaccato i soldati e incendiato una struttura militare. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha aggiunto un’analisi sociologica, affermando che “le colonie in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndtr.] sono il volto bello di Israele e non hanno nulla a che fare con incidenti come questi.”

Il loro grido non si alza perché questo ‘manipolo’ aveva attaccato i palestinesi a Masafer Yatta, o per gli israeliani che protestano per un accordo sugli ostaggi o per gli attivisti di sinistra che cercano di aiutare gli abitanti palestinesi della Cisgiordania a portare le loro pecore al pascolo. La “linea rossa” è stata tracciata ora solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito israeliano.

Ma l’irritazione può essere fuorviante, come se l’infezione fosse stata scoperta solo adesso e fosse ancora limitata nel tempo e nello spazio, mentre l’intero corpo è sano. La verità è che la storia della linea rossa non inizia con l’ultimo incidente o con quello precedente.

È iniziata con i violenti scontri a Hebron e Kedumim nei primi anni del movimento dei coloni, poi è proseguita con il disimpegno dalla Striscia di Gaza del 2005 e con centinaia di altri incidenti in cui i coloni hanno usato violenza e hanno anche minacciato i soldati con i fucili.

Non sono stati “i giovani delle colline” [gruppo di giovani coloni estremisti e particolarmente violenti, ndt.], “le erbacce selvatiche”, “un manipolo di rivoltosi”, o “prezzo da pagare” [coloni che si vendicano di vere o presunte azioni di resistenza dei palestinesi, ndt.] a partecipare a quegli scontri. I più eminenti coloni provenienti dal cuore del movimento coloniale, compresi rabbini e capi della comunità spalleggiati da membri della Knesset e da primi ministri, hanno posto le fondamenta del consenso sul concetto che riscattare la terra è al di sopra dello stato di diritto e dell’onore dell’esercito. E che è essenziale per la sicurezza del popolo e del Paese che, secondo i coloni, quello stesso esercito ha abbandonato.

Nessuna “linea rossa” li ha fermati allora, solo la “Linea Verde” [linea di demarcazione in base all’accordo di armistizio del 1949 tra Israele e i Paesi arabi, ndt.] che segna il confine tra Israele e i territori [palestinesi occupati, ndt.]. Quella, hanno deciso, doveva essere cancellata. E lo è stata.

Nonostante il suo successo, il consenso che ha avallato la violazione della legge da parte dei coloni necessita ancora di un costante rafforzamento, che poggia anzitutto e soprattutto sulla collaborazione dell’esercito. Ora che la maggior parte dei coscritti e dei riservisti è passata per il tritacarne dei territori nel corso di decenni di occupazione, la mobilitazione dell’esercito in nome dell’impresa coloniale è diventata la naturale conseguenza.

Un altro termine che è scomparso dal lessico è “incidenti anomali”, che un tempo si riferiva a casi in cui i soldati, anziché semplicemente chiudere un occhio, hanno partecipato attivamente alle violenze dei coloni. E così in Cisgiordania si è creato un criminale “tessuto sociale”, in cui l’esercito funge da braccio armato dei coloni. Inoltre è cambiato anche il significato di “manipolo”.

Questo termine, che in passato rappresentava i coloni vendicatori – le persone che “hanno conquistato” Hebron, smantellato le barricate dell’esercito, spinto i soldati a violare gli ordini e li hanno attaccati come se appartenessero ad un esercito nemico – adesso rappresenta una consolidata maggioranza. Però, perché si avvalga del proprio status, deve essere mascherata attraverso il confronto con nuovi “manipoli”, le apparenti eccezioni che “infrangono le linee rosse.”

A questo scopo la divisione della società dei coloni è essenziale. Vengono create distinzioni tra “coloni rispettosi della legge” e quelli che la infrangono; tra la “maggioranza” che è apparentemente scrupolosa nel rispettare l’esercito e rappresenta “il volto bello di Israele” e quelli emarginati che tirano pietre ai soldati; e tra gli abitanti delle “colonie legali” e quelli che costruiscono avamposti a gatto selvaggio.

Così come quegli avamposti sono stati definiti ‘giovani colonie’ e la maggior parte di essi è stata legalizzata, anche quel violento ‘manipolo’ sarà integrato nella maggioranza, che già beneficia del suo status ‘legale’.

Smotrich può sproloquiare mentendo quanto vuole e sostenere che non vi è rapporto tra “le colonie in Giudea e Samaria…e incidenti come questi.” Ma i coloni sanno meglio di lui che esiste una stretta cooperazione tra loro e quel “manipolo”.

Questa cooperazione si basa sulla consapevolezza che l’esercito in Cisgiordania non è solo un organismo che protegge i coloni o controlla i pogrom nei villaggi palestinesi. Il suo sostegno a e la sua cooperazione con loro è innanzitutto una risorsa strategica che li inserisce nel consenso nazionale e, a loro favore, consegue quel “radicarsi nel cuore degli israeliani” al quale aspiravano. Per amor loro l’esercito ha trasformato tutti gli israeliani in una parte indistinguibile di quel “manipolo”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Come sei mesi in Cisgiordania hanno cancellato una vita di indottrinamento sionista

Sam Stein 

30 maggio 2025 – +972 Magazine

Come molti ebrei americani sono stato educato a considerare infallibile Israele. Vivere tra i palestinesi mi ha insegnato alcune verità fondamentali sulla situazione dell’occupazione.

Se si cresce nel mondo degli ebrei ortodossi americani quello che si fa è semplicemente passare un anno post-diploma a studiare la Torah in Israele. Io scelsi di frequentare una “mechina”, un programma israeliano propedeutico al servizio militare, ignaro che quello che consideravo il mio “anno in Israele” in realtà mi avrebbe portato nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania.

La “Mechinat Yeud” si trovava a Efrat, una colonia illegale del blocco di Gush Etzion [prima colonia fondata da Israele nei territori occupati nel ’67, ndt.], a sud di Gerusalemme. I nostri giorni lì erano principalmente divisi in due parti: la prima metà veniva dedicata a studiare la Torah e l’altra a fare escursioni, a prestare servizio per la comunità e ad allenarsi nel Krav Maga [arte marziale adottata dall’esercito israeliano, ndt.].

Terminai quell’anno senza sapere molto dell’occupazione israeliana. Mentre vedevo più “arabi” (la parola “palestinesi” non veniva mai pronunciata dalle nostre labbra) attorno alla mia colonia che nel vero e proprio Israele, continuai ad ignorare la realtà da loro vissuta sotto il potere militare straniero, senza cittadinanza né diritto di voto.

La prima volta che ricordo di aver sentito la parola “occupazione” fu quando il mio rabbino, un abitante della colonia illegale di Alon Shvut, si lamentò del fatto che gli israeliani avessero un accesso limitato al Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.]. “Israele,” dichiarò, “è occupato dagli arabi.”

Cinque anni dopo, mentre studiavo all’Hunter College di New York, uno studente palestinese di Betlemme fece un discorso nel nostro centro Hillel [principale organizzazione studentesca ebraica al mondo, ndt.]. Avendo vissuto durante il tempo passato a Efrat a poca distanza da lui, ingenuamente pensai a noi due come “vicini”. Ma quando spiegò che frequentare un’università a New York gli imponeva di ottenere in primo luogo i permessi israeliani anche solo per andare in Giordania e avere il diritto di salire su un volo internazionale, lo stridente contrasto tra le nostre due vite divenne impossibile da ignorare.

Sette anni dopo il mio soggiorno nella mechina tornai in Israele-Palestina, questa volta con una chiara visione dell’occupazione della Cisgiordania e della responsabilità che comportava entrare in quella terra. Sapevo di dovermi impegnare nell’attivismo concreto contro l’occupazione. Fu così che arrivai a unirmi ad “All That’s Left” [Tutto ciò che rimane], un collettivo di base e senza gerarchie degli ebrei della diaspora impegnato nell’azione diretta contro l’occupazione.

Attraverso All That’s Left iniziai a viaggiare regolarmente in Cisgiordania con una prospettiva totalmente diversa rispetto a quando avevo 18 anni. Mi unii ai contadini palestinesi nei loro campi, accompagnai i pastori a pascolare le loro greggi, partecipai alle proteste contro la violenza di Stato israeliana e infine passai notti, poi settimane, poi mesi, nei villaggi palestinesi. Come parte di attivismo della presenza protettiva i miei compagni di militanza ed io documentammo gli attacchi dei coloni e le incursioni militari, sperando che il nostro status privilegiato agli occhi dello Stato potesse scoraggiare la violenza.

Questo lavoro mi ha portato al settembre 2024, quando, dopo essermi unito a Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, associazione religiosa israeliana contro l’occupazione, ndt.], ho deciso di trasferirmi a tempo pieno a Masafer Yatta, un gruppo di villaggi palestinesi sulle Colline Meridionali di Hebron i cui abitanti hanno resistito tenacemente alla violenza dei coloni e dell’esercito intesa a cacciarli dalle loro terre, come recentemente descritto dal documentario vincitore dell’Oscar “No other land” [Nessun’altra terra]. Andando lì speravo di rafforzare i miei rapporti con la comunità, migliorare il mio arabo e fornire una presenza protettiva.

Come cittadino israeliano ebreo, parte del gruppo demografico che spinge per l’espansione della colonizzazione, volevo assicurarmi che stando a Masafer Yatta avrei fatto una resistenza attiva all’occupazione invece che perpetuarla. Attraverso conversazioni con gli abitanti del luogo e il mio lavoro con iniziative come Hineinu [Noi siamo qui, progetto di appoggio alle comunità palestinesi, ndt.], sono arrivato alla convinzione che esso era accolto positivamente e apprezzato dagli abitanti palestinesi.

Senza limiti di tempo, senza sostegno istituzionale e senza neppure una casa a Gerusalemme in cui tornare se le cose si fossero messe male, ho caricato tutte le mie cose in macchina e sono partito a sud verso Masafer Yatta.

Per sei mesi ho vissuto insieme a quelli che, come ero stato continuamente messo in guardia, alla prima occasione mi avrebbero ucciso. Le verità che ho imparato lì devono essere condivise, soprattutto con altri che sono stati educati con gli stessi timori. Queste lezioni hanno un’importanza immediata perché ancora una volta Masafer Yatta sta affrontando una campagna di demolizioni che minaccia di cancellare la sua gente dall’unica terra che conosce.

  1. Puoi (e dovresti) ignorare i cartelli rossi

    Durante l’anno alla mechina il nostro direttore indicava invariabilmente i cartelli rossi che indicavano gli ingressi nell’Area A, il territorio della Cisgiordania ufficialmente sotto totale controllo palestinesi [in base agli accordi di Oslo, ndt.]. Gli avvisi, piazzati da Israele, affermavano che l’ingresso era “illegale” e “pericoloso per le vite” dei cittadini israeliani. “Questo è il vero apartheid,” diceva il nostro direttore, lamentando la presunta esclusione per gli israeliani da quelle zone. Solo in seguito capii che i palestinesi non intendevano escludermi né avevano l’effettiva autorità su quei luoghi.

In realtà il divieto contro i cittadini israeliani che entravano nell’Area A esiste più sulla carta che in pratica. Queste restrizioni non intendono proteggere gli israeliani, ma rafforzare un sistema e una cultura di apartheid attraverso barriere psicologiche. Dove finiscono posti di blocco e muri prendono il loro posto la paura e autocensura come mezzi di separazione.

Ho presto compreso che disimparare questo razzismo condizionato richiede l’immersione in luoghi in cui la cultura palestinese rimane predominante. Ho visitato i siti storici di Betlemme, mi sono allenato in palestre di arti marziali a Ramallah e ho fatto la spesa nei mercati di Yatta. Quasi ogni volta gli abitanti locali scoprivano che sono sia ebreo che israeliano, eppure non mi sono mai sentito in pericolo. L’unica vera angoscia c’è stata quando ho lasciato le città palestinesi, seduto in infinite code ai posti di blocco, un ricordo quotidiano del peso schiacciante dell’occupazione.

  1. I coloni degli avamposti non ti rappresentano

Se, come me, sei cresciuto come un tipico ebreo ortodosso moderno in America, non troverai nessun punto in comune con quelli che passano il pomeriggio del sabato andando in giro in macchina e usando il telefono [attività vietate il sabato dalla legge religiosa ebraica, ndt.] per coordinare attacchi contro i palestinesi.

A differenza dei coloni più “moderati” di posti come Efrat o Alon Shvut, che pur sostenendo l’occupazione almeno conservano un’apparenza di osservanza religiosa, , i violenti radicali degli avamposti sono totalmente estranei al tuo mondo.

Se incontri a scuola il tipico giovane delle colline [membro di un gruppo di coloni estremisti, ndt.] non vedi uno come te, vedi un giovane a rischio che ha bisogno di assistenza. E gli adulti che gestiscono questi avamposti? Non hanno niente a che vedere con i rabbini che ti fanno lezione a scuola, sono estremisti ideologici che usano la nostra tradizione come arma calpestando la stessa halacha [tradizione normativa ebraica, ndt.] che ti è stato insegnato essere essenziale e immutabile.

  1. L’esercito mente

Come la maggioranza degli ebrei e degli israeliani, sono stato educato a vedere l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] come infallibile. Ma quando dico che l’esercito mente, non sto parlando di interpretazioni o di mezze verità. Intendo che inventano in blocco la realtà, creando finzioni prive di ogni base oggettiva.

Ho assistito di persona ad avvenimenti per poi leggere resoconti dell’esercito che contraddicevano totalmente la realtà. Per due volte sono stato aggredito da soldati e coloni per poi essere arrestato con l’assurda accusa che avevo attaccato i miei aggressori.

Questo schema di menzogne non è nuovo: molto prima degli ultimi 18 mesi Israele ha ripetutamente ritrattato le sue versioni ufficiali, come il mondo ha visto in seguito all’assassinio della giornalista Shireen Abu Akleh [uccisa a Jenin da un cecchino israeliano ma che secondo la prima versione israeliana sarebbe stata colpita da un combattente palestinese, poi da un proiettile di rimbalzo, ndt.]. Oggi, mentre Israele commette un genocidio a Gaza dietro il muro della censura, dobbiamo partire dall’assunto opposto: ogni parola ufficiale dell’esercito è una menzogna.

  1. L’occupazione opera ininterrottamente

Una volta un compagno attivista di Hineinu ha descritto la risposta alla violenza a Masafer Yatta come “giocare a colpire la talpa”. Ogni chiamata d’emergenza del mattino — i coloni attaccano qui, i soldati invadono là — dà l’avvio a un altro giorno di corse tra avamposti per documentare le atrocità.

Mi sono abituato a questo ritmo di crisi: dormire con la suoneria impostata per squarciare il silenzio della notte, un cambio di vestiti sempre a portata di mano, affinare la particolare abilità di vestirsi in pochi secondi mentre sei mezzo addormentato. A tutt’oggi un telefono che suona mi provoca le palpitazioni.

È rapidamente diventato chiaro che la mia sola presenza là turbava profondamente i soldati israeliani. Avrebbero inventato pretesti per allontanare me e gli altri attivisti, arrestandomi per aver fotografato un’auto civile, accusandomi falsamente di essere entrato nell’Area A o prendendo di mira i nostri veicoli per futili violazioni del codice della strada.

Ma mentre questi continui soprusi mi hanno sfiancato, impallidiscono in confronto a quello che devono sopportare giornalmente i miei vicini. So che persino in un cosiddetto giorno “tranquillo” la violenza non si ferma, significa solo che altri si stanno accollando il peso al mio posto.

  1. La risposta è una solidarietà vera.

Integrarmi in una comunità palestinese mi ha rivelato l’implacabile morsa dell’occupazione. Quando ho iniziato ad accompagnare in macchina i miei vicini a sbrigare le loro faccende ogni posto di blocco si è trasformato da un’ingiustizia vista da fuori in qualcosa che mi colpiva personalmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’antidoto più potente alla propaganda è essere veramente accomunati agli oppressi e diseredati, non in base a una falsa nozione di “coesistenza”, ma a un impegno condiviso per la giustizia e la liberazione.

L’occupazione continua esattamente perché non crea un disagio agli israeliani, che è la ragione per cui chi li sostiene deve consapevolmente condividere la sofferenza dei palestinesi. Ciò non implica andare a Masafer Yatta, solo costruire rapporti così profondi che la sofferenza degli altri diventi la nostra. Assistere ai soprusi là non disturba solo la mia coscienza, mi fa arrabbiare perché le persone che amo sono state colpite. Questa rabbia continua anche adesso che me ne sono andato. Moltiplicate questo per migliaia e il sistema crollerà.

È così che un’ora di vero ascolto del discorso di un compagno di studi al college è stata il primo passo perché mi si aprissero gli occhi sul vissuto dei palestinesi. Ora, condividendo la mia esperienza di sei mesi insieme ai palestinesi di Masafer Yatta, spero di aiutare altri che sono stati educati come me a rompere lo stesso muro di menzogne. Solo allora potremo riprenderci non solo da questi 18 mesi devastanti, ma dai 75 anni che li hanno preceduti e costruire un futuro degno della nostra comune umanità.

Sam Stein è uno scrittore e attivista che ha passato sei anni impegnato nella presenza protettiva in Cisgiordania. Collabora frequentemente con la rivista The Progressive Magazine [storico periodico statunitense di sinistra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




In una sola settimana un nuovo avamposto ha cancellato un’intera comunità palestinese

Oren Ziv

26 maggio 2025 – +972 Magazine

Dopo che hanno costruito sulla loro terra, i coloni israeliani hanno aggredito ed espulso gli abitanti di Maghayer Al-Dir, uno degli ultimi villaggi della valle del Giordano meridionale.

La mattina del 18 maggio alcuni coloni israeliani hanno costruito, a soli 100 metri dalle case degli abitanti, un avamposto illegale all’interno della comunità palestinese di pastori di Maghayer Al-Dir, nell’area C della Cisgiordania [secondo gli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndt.].

A metà settimana, prima di ogni scontro violento o episodio di furto di bestiame, circa metà degli abitanti palestinesi ha fatto i bagagli ed è fuggito, mentre il resto [della gente] si preparava a fare altrettanto: sotto lo sguardo attento dei coloni ha iniziato a caricare pecore, mobili, mangime e taniche di acqua su dei camion.

Ma sabato pomeriggio la solita “passeggiata” dei coloni attraverso il villaggio si è trasformata in un attacco organizzato. Quattro coloni hanno iniziato a spintonare giovani palestinesi che si trovavano sui tetti di strutture che stavano per essere demolite. “(I coloni) hanno cercato lo scontro,” dice Avishay Mohar, un attivista e fotografo che era presente.

Coloni e palestinesi hanno iniziato a lanciarsi pietre. Proprio quando lo scontro sembrava essere terminato i coloni hanno chiamato rinforzi: circa altri 25 coloni, alcuni mascherati, molti armati con fucili da guerra e mazze, si sono uniti all’aggressione contro gli abitanti e gli attivisti internazionali, che hanno cominciato a rispondere.

Un colono è stato colpito alla testa da una grossa pietra, è caduto e ha perso conoscenza. Anche un palestinese è stato colpito al volto da una pietra. Un secondo colono, pare un minorenne, ha preso la pistola dalla giacca del suo amico svenuto e ha iniziato a sparare in aria. “È comparso un altro colono con un M16 [fucile d’assalto, ndt.] e ha cominciato a sparare contro di noi,” ricorda Mohar. Si è diffuso il panico, gli abitanti sono corsi affannosamente verso il vicino villaggio di Wadi Al-Siq, la cui popolazione mesi prima, nell’ottobre 2023, era stata anch’essa cacciata durante un’ondata di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.

I coloni hanno inseguito gli abitanti in fuga nella valle lanciando pietre e rompendo i loro telefoni. Hanno sequestrato a Mohar due telecamere, il telefono, il portafoglio e il caricabatterie. Da terra ha visto i coloni picchiare un quindicenne palestinese in testa con una mazza. Dopo essere stato picchiato Mohar ha iniziato ad avere capogiri, cercando di sollevare la testa da terra: “Ho detto ai coloni: ‘Se continuate così mi ammazzate!’.” Hanno continuato a colpirlo violentemente sulla schiena.

Dopo che finalmente si è presentato l’esercito e ha chiamato le ambulanze, durante la notte la ricerca di 12 feriti, alcuni dei quali sono stati trovati a 500 e 600 metri dal villaggio, è continuata. La mattina dopo a Maghayer Al-Dir non restava più un solo abitante. Tutte le 23 famiglie, in totale circa 150 persone, erano state obbligate a fuggire.

“L’attacco manda un messaggio alle comunità palestinesi in Cisgiordania,” afferma Mohar. “Non solo non puoi rimanere, ma non te ne puoi neppure andare tranquillamente.”

Anche qui ci saranno ebrei”

Dall’ottobre 2023 in Cisgiordania oltre 60 comunità palestinesi di pastori sono state espulse e sulle o nei pressi delle loro rovine sono stati costruiti almeno 14 nuovi avamposti. Una comunità espulsa con la violenza, Wadi Al-Siq, ha affrontato soprusi che includono aggressioni sessuali, portando allo scioglimento dell’unità “Frontiera del Deserto” [composta da coloni, ndt.] dell’esercito israeliano.

Come nel caso di Maghayer Al-Dir, la creazione di avamposti rurali di coloni è stata il principale fattore che ha espulso i palestinesi dalle loro case nell’Area C. Secondo un recente rapporto delle ong [israeliane] Peace Now e Kerem Navot i coloni israeliani hanno utilizzato avamposti di pastori per impadronirsi di almeno 786.000 dunam [78.600 ettari] di terreno, circa il 14% di tutta l’area della Cisgiordania. Negli ultimi due anni e mezzo sette comunità di pastori palestinesi confinanti con Maghayer Al-Dir sono state spopolate.

Maghayer Al-Dir era l’ultima comunità palestinese rimasta nella periferia di Ramallah situata a est della Allon Road, un’autostrada strategica da nord a sud costruita da Israele negli anni ’70 per collegare le colonie e per preparare la potenziale annessione del territorio a est della strada lungo il confine giordano. Originarie del Naqab/Negev, le famiglie di Maghayer Al-Dir furono espulse nel 1948 verso diverse zone della valle del Giordano prima che lo Stato decidesse di costruire una base militare e li espellesse ancora una volta verso la loro ultima zona di residenza.

In immagini prese dall’attivista Itamar Greenberg il giorno in cui i coloni hanno creato il nuovo avamposto si può sentire un colono vantarsi della pulizia etnica di Maghayer Al-Dir. “Questo è l’unico posto rimasto, grazie a Dio abbiamo buttato fuori tutti… In questa zona è tutto solo ebraico,” spiega il colono mentre gesticola verso la distesa alla sua sinistra. Poi la telecamera si concentra sul luogo in cui i giovani delle colline [gruppo di coloni estremisti, ndt.] stanno alacremente costruendo l’avamposto. “Anche qui ci saranno ebrei.”

Come riportato nell’agosto 2023 da +972, la maggioranza delle comunità del territorio tra Ramallah e Gerico, un’area di 150.000 dunam [15.000 ettari], è stata obbligata a scappare durante i primi mesi in quanto i coloni hanno iniziato rapidamente a costruire avamposti di pastori e a scagliarsi violentemente contro gli abitanti con il sostegno dell’esercito e delle istituzioni statali israeliane. Ora in tutta la zona della valle del Giordano meridionale rimangono solo due comunità palestinesi, M’arajat e Ras Al-Auja.

Anche prima della costruzione dell’ultimo avamposto Maghayer Al-Dir era stato completamente circondato da colonie e avamposti israeliani. A nord si trova l’avamposto semi-autorizzato di Mitzpe Dani; a est Ruach Ha’aretz (“Spirito della Terra”), fondato poco prima della guerra e poi ampliato; a sud, nei pressi dell’ormai spopolato villaggio di Wadi Al-Siq, si trova uno degli avamposti di Neria Ben Pazi [noto colono estremista, ndt.]. Nonostante la scorsa settimana Ben Pazi sia stato colpito da sanzioni del governo britannico per il suo ruolo nella costruzione di avamposti illegali e per aver cacciato famiglie di beduini palestinesi dalle loro case, è stato visto perlustrare il villaggio nei giorni che hanno portato alla partenza forzata della comunità.

“I coloni erano preparati, con un piano, per prendere la terra ed espellerci,” dice un abitante del villaggio che preferisce rimanere anonimo per timore di rappresaglie da parte dei coloni.

Negli ultimi anni i coloni dei vicini avamposti hanno iniziato ad erigere barriere che separano le case degli abitanti dalla strada principale che porta a Maghayer Al-Dir. Essi rubano anche metodicamente acqua dai pozzi dei villaggi per le loro pecore.

Un altro abitante che sceglie di rimanere anonimo spiega che non c’è alcuna differenza tra la violenza dei coloni e quella dello Stato: “Il problema è che oggi non c’è legge,” dice a +972. “(I coloni) dicono: ‘Siamo noi il governo,’ e la polizia sta dalla loro parte.” Ora pensa di vendere il suo gregge di pecore in quanto i coloni occupano sempre più terra su cui i palestinesi erano soliti portare al pascolo il proprio bestiame.

“Lo scorso anno i coloni sono entrati nel villaggio e hanno attaccato i miei familiari,” continua. “Abbiamo cercato di difenderci filmando e io sono stato arrestato. Fortunatamente il giudice di Ofer (tribunale militare) mi ha rilasciato e ha chiesto (sarcasticamente) al pubblico ministero se si supponeva che offrissimo il caffè ai coloni che avevano invaso le nostre case.”

Tattiche già note

Giovedì 22 maggio la famiglia Malihaat ha passato la giornata a fare i bagagli. I coloni hanno edificato il loro ultimo avamposto all’interno di un recinto per le pecore di Ahmad Malihaat, cinquantottenne padre di nove figli. Poche ore dopo che era stato eretto, dice, i coloni “hanno cercato rapidamente di prendere le nostre pecore, in modo che in seguito avrebbero potuto sostenere (presso le autorità israeliane) che erano loro e tenersele.”

Era una tattica già nota alla comunità: all’inizio di marzo decine di coloni armati di fucili e mazze hanno rubato oltre 1.000 pecore alla comunità di pastori di Ras Ein Al-Auja. Temendo una replica, gli abitanti di Maghayer Al-Dir inizialmente hanno concentrato i propri sforzi per evacuare il gregge dal villaggio nei giorni seguenti la costruzione dell’avamposto.

Eppure la famiglia di Malihaat testimonia che mercoledì notte i coloni sono riusciti a rubare un asino e 10 sacchi di mangime per animali. Malihaat ricorda che i coloni gli hanno detto di andare in Giordania o in Iraq: “Vogliono espellere noi e le altre comunità di beduini e in un modo o nell’altro prendersi la terra.”

Pur avendo ricevuto il 18 maggio l’ordine dell’Amministrazione Civile [l’ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] di interrompere le attività edilizie, giorno dopo giorno i coloni hanno esteso l’avamposto a Maghayer Al-Dir, montando una grande tenda e collegando il luogo alla rete idrica dal vicino avamposto eretto poco prima della guerra.

Mentre raccoglieva le sue cose e si preparava ad andarsene, Malihaat afferma che da quando è stato costruito l’avamposto ha dormito e mangiato poco. La sua dieta, dice, è consistita “per lo più di sigarette e acqua.” A quel punto ha praticamente previsto l’imminente attacco: “Non sai quello che faranno (i coloni). Forse picchieranno tuo figlio e poi chiameranno la polizia e arresterà te o tuo figlio e dovrai pagare una cauzione di 20.000 shekel [circa 5.000 €, ndt.].”

Malihaat non sa ancora dove la famiglia deciderà di spostarsi. Sottolinea che una volta che una comunità di pastori è espulsa talvolta riceve il permesso temporaneo di stabilirsi su terra di proprietà di altre comunità palestinesi nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania. Ma non è una soluzione a lungo termine: “Quando il tuo vicino è bravo tutto va bene, ma loro (i coloni) non vogliono la pace,” conclude Malihaat. “Vogliono espellerci, ucciderci e distruggere la nostra casa.”

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che il nuovo avamposto si trova su terreno pubblico e non sconfina nella zona in cui risiede la comunità. Anche l’Amministrazione Civile conferma che contro l’avamposto è stato emanato un ordine di interrompere i lavori “per elementi costruttivi edificati illegalmente nell’area.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter di Local Call [edizione in ebraico di +972 Magazine] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Distruggere Gaza “con amore”: i nuovi yogi-nazisti israeliani

Alon Ida

18 maggio 2025 – Haaretz

Chi ha detto che spiritualità e pulizia etnica non possano andare a braccetto? Israele è pieno di persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale.

Rivka Lafair è una “conduttrice di workshop, incontri e sessioni di gruppo su tematiche yoga, insegnante di yoga femminile e sviluppo personale”. Vive nell’insediamento di Shiloh, nella Cisgiordania meridionale, e si definisce un'”ebrea orgogliosa” che “pensa fuori dagli schemi”. Adorabile. Inoltre, vuole annientare ed espellere due milioni di esseri umani dalla Striscia di Gaza.

Lafair appartiene a una corrente all’interno dell’ebraismo israeliano che può essere descritta come “Yogi-Nazi”: persone la cui spiritualità è alla base del loro nazismo. Si tratta di un substrato relativamente nuovo, sebbene con profonde radici nella cultura locale, che ha guadagnato popolarità dal 7 ottobre, soprattutto grazie alla sua capacità di unire concetti che, in superficie, sembrano agli antipodi: spiritualità e annientamento, emancipazione ed espulsione, yoga e fame, ritiri spirituali e bombardamenti a tappeto.

Lafair è convinta che “la musica ha il potere di alterare la nostra coscienza”, ma anche che espellere e annientare due milioni di abitanti di Gaza inizi con “una modifica della propria coscienza”. Per riuscire in questo importante cambiamento cognitivo dobbiamo capire che “qui abbiamo un nemico che guardiamo negli occhi prima di eliminare“. Sì, guardateli negli occhi, non fatelo alle loro spalle, perché dobbiamo essere in contatto diretto, senza intermediari, con coloro che stiamo annientando.

E per chiarire che per “nemico” non intende solo i terroristi di Hamas, precisa: “Siamo determinati a vendicarci e a distruggere Gaza. Dal neonato all’anziana”. Conclude con un versetto biblico appropriato: “Cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo; non dimenticare”.

Lafair capisce che le persone tendono a rimanere perplesse di fronte a questa dissonanza tra spiritualità e annientamento. Così in uno dei suoi video lancia “un messaggio a tutti coloro che non capiscono come sia possibile essere spirituali, insegnare yoga e tenere ritiri mentre si invoca l’espulsione e l’annientamento del proprio nemico”.

In effetti la sua risposta è semplice: “Amo il mio popolo con un amore eterno e odio il mio nemico con un odio eterno… L’uno non contraddice l’altro. Si può essere una persona piena di valori e amore, e allo stesso tempo… sapere anche cosa è giusto e cosa è sbagliato, resistere al nemico e sapere cosa bisogna farne.”

Quindi, cosa bisogna farne? (SHSHSH… non ditelo a nessuno.)

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E se lo spiritualismo nazista di Lafair può essere liquidato perché è una colona che ha trovato una soluzione efficace per realizzare l’idea del Grande Israele, vale la pena notare che questo è un fenomeno molto più ampio che non si limita ai territori occupati.

Alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, ad esempio, il comico e autore satirico Gil Kopatz, che da anni flirta con la spiritualità e la religione, ha pubblicato quanto segue: “Se dai da mangiare agli squali alla fine ti mangiano. Se dai da mangiare ai Gazawi alla fine ti mangiano. Sono favorevole all’estinzione degli squali e allo sterminio dei Gazawi. Riflessioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto 2025”.

In seguito alla “tempesta” generata dal post Kopatz ha pubblicato una precisazione: “Non provo un briciolo di compassione per i Gazawi. Per gli arabi in generale sì, per gli esseri umani in generale sì, per gli squali no, e nemmeno per le bestie umane”. Naturalmente, il suo desiderio di sterminare milioni di persone non implica che sia una cattiva persona. Anzi, scrive: “Mi considero una persona umana, liberale e morale”. Per chiudere in bellezza termina il post con un pizzico di umorismo nero: “Non è un genocidio, è un pesticidio, ed è necessario”. Un vero spasso, eh?

Gil Kopatz, “Non è genocidio, è pesticidio”. Foto Davina Zagury

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In effetti in Israele è stata mobilitata al servizio dello Yogi-Nazismo gran parte della terminologia spirituale. Prendiamo ad esempio M., una donna di una grande città abbiente a pochi chilometri a nord di Tel Aviv. Gestisce uno studio descritto come “uno spazio piacevole, pieno di ispirazione”, che sposa tre valori: “Creatività. Emozione. Esperienza”.

In questo piacevole spazio promuove “gruppi di creatività per bambini dai quattro anni in su; guida emozionale personale per bambini e ragazzi con un approccio gentile, relazionale e formativo”. Tutto questo avviene, ovviamente, in “un’atmosfera familiare, calorosa e professionale” (gli interessati sono “invitati con affetto”).

Eppure, quando a questa stessa M. viene mostrato un video che mostra un bambino affamato nella Striscia di Gaza, afferma immediatamente: “È poco credibile. Mi dispiace. Ho visto come vengono messe in scena le clip: posizionamento, applicazione del trucco, stesura di una sceneggiatura”. Ma credibile o meno la stessa donna che si prende cura dei bambini “con un approccio gentile, affettuoso e premuroso” spiega: “Sapete cosa? Anche se fosse reale, dopo il 7 ottobre non provo un briciolo di compassione per nessuno lì. Nemmeno per i bambini”. Inoltre: “Mi rattrista vedere persone tra noi condividere questa merda e, peggio ancora, identificarsi con essa ed esprimere dolore”.

Per chiarire che non è una persona insensibile, riassume: “Chi scrive è una madre, un’amante dell’umanità e una persona fantastica a tutto tondo”. È solo che “il 7 ottobre mi ha portato via l’innocenza”. Povera donna, sta davvero lottando.

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Neanche A. è una colona. Vive in una città ben nota in Israele e sta semplicemente cercando una nuova casa per “un cane fantastico!!!! È completamente addestrato a vivere in casa, un cane pieno d’amore che ha bisogno di una casa calda e amorevole”.

Tanta cura, tanto amore, tanta compassione. Eppure, quando si imbatte nella fotografia di un bambino di Gaza ucciso in un bombardamento israeliano capisce immediatamente che qualcuno sta cercando di confonderla e scrive: “Chiariamo le cose. Se non ci fosse stato un massacro qui, non ci sarebbe stato un massacro lì!! Non è il caso dell’uovo e della gallina!!!”

In seguito, quando l’uovo e la gallina non riescono a capire cosa intendesse, ricorre ad alcune delle “migliori” calunnie sfatate diffuse in seguito all’orribile massacro “dopo che i bambini qui sono stati bruciati, decapitati, messi in un forno” e conclude con fermezza: “Non c’era bisogno di mandare un container di vestiti per i loro bambini”.

Certo, anche lei un tempo era una persona compassionevole e sensibile “Non fraintendetemi, la pensavo esattamente come voi fino al 6 ottobre, ma se qualcuno viene a uccidervi… il caso è chiuso. Loro hanno iniziato e noi finiremo!!!” (non intendete forse “finire?“).

Ce ne sono tante nell’Israele contemporaneo. Persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale e l’eradicazione del nemico come un’acquisizione di potere. Vivono in un unico grande rifugio, dove la coscienza è così finemente sintonizzata che ogni rumore scompare, ogni disturbo è attutito, così che rimangono solo con se stesse, loro e il loro essere interiore puro, compassionevole, incontaminato e finalmente in grado di connettersi con ciò che è rimasto lì per tutto il tempo, in attesa di essere rivelato: il desiderio di annientare e distruggere milioni di persone, inclusi bambini, donne e anziani. Con grande amore.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ritratti del fascismo. Un progetto fotografico speciale

Oren Ziv

9 maggio 2025 – +972 magazine 

Dal 7 ottobre la polizia israeliana ha arrestato centinaia di oppositori alla guerra di Gaza ed ha pubblicato fotografie degradanti di molti detenuti. Sette di loro hanno accettato di essere di nuovo fotografati, questa volta alle loro condizioni.

Dall’ottobre 2023 centinaia di cittadini israeliani, per la stragrande maggioranza palestinesi, e almeno 17 attivisti stranieri sono stati arrestati come parte di una campagna per mettere a tacere quanti denunciano la guerra israeliana contro Gaza. In alcuni casi la polizia ha fotografato i detenuti di fronte a una bandiera israeliana e diffuso le immagini attraverso i suoi canali ufficiali oppure attraverso quelli del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir o altri circuiti informali. Molte delle foto sono state postate sulle reti sociali e hanno portato a incitamento all’odio e minacce contro le persone ritratte.

Diffondendo queste immagini al suo interno e all’opinione pubblica la polizia ha totalmente eluso la procedura legale corretta riguardo ai diritti dei detenuti e dei sospettati. Oltretutto in molti casi la polizia non ha ottenuto, o neppure richiesto, l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero di indagare i detenuti per “incitamento all’odio” e invece li hanno arrestati con il pretesto di “comportamento che potrebbe disturbare la quiete pubblica”.

L’obiettivo di diffondere pubblicamente queste foto era chiaro: umiliare i detenuti e scoraggiare altri dal manifestare ogni opposizione all’offensiva israeliana contro Gaza. In effetti nei primi mesi della guerra molti sono rimasti in silenzio. Anche oggi molte persone scelgono di non parlare apertamente in pubblico per timore di conseguenze.

Ho stampato e incorniciato le immagini fatte circolare dalla polizia o da Ben Gvir e poi sono tornato dalle persone che vi sono ritratte. In questo modo le stesse immagini che intendevano umiliarle e creare un effetto dissuasivo sono diventate simboli di sfida: le persone sono state di nuovo fotografate, questa volta alle loro condizioni. Mi hanno anche raccontato la loro esperienza di detenzione e le loro riflessioni sulla diffusione pubblica delle loro immagini.

Molti di quanti sono stati fotografati hanno scoperto solo dopo essere stati rilasciati dal carcere israeliano che le loro immagini avevano circolato in pubblico. Hanno descritto una lotta continua con le conseguenze dell’umiliazione pubblica e per il fatto di essere stati definiti dalla polizia “nemici dello Stato”. Nessuno di quanti vengono documentati nel progetto è stato processato; alla fine la maggioranza dei casi è stata archiviata senza un’imputazione.

Intisar Hijazi

Psicologa scolastica di Tamra

Intisar Hijazi

Hijazi è stata arrestata il 7 ottobre 2024 dopo aver ri-condiviso un video di lei mentre danzava e che aveva originariamente pubblicato su TikTok un anno prima. Prima del suo arresto Ben Gvir ha mandato il video alla polizia. Una sua foto nel veicolo della polizia è stata poi pubblicata dall’ufficio del portavoce della polizia. Nel commissariato di Nazareth gli agenti l’hanno fotografata con gli occhi bendati davanti a una bandiera israeliana, e poi Ben Gvir ha condiviso l’immagine sulle sue reti sociali.

Hijazi racconta la sua disavventura: “Su TikTok puoi ri-condividere un post che hai caricato l’anno precedente. L’ho fatto la mattina e sono uscita di casa per fare la spesa con mia madre,” mi racconta. “Quando sono tornata a casa il coordinatore (della scuola in cui lavora) mi ha chiamata e ha detto che qualcuno aveva postato il video (sulle reti sociali) e aveva scritto che stavo festeggiando. Mi ha detto di cancellarlo, cosa che ho fatto, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Poi ha chiamato qualcuno del ministero dell’Educazione e mi ha chiesto: “Cos’è questo video, cosa stai festeggiando?’, e mi ha detto di cancellare il post originale. Mia madre mi ha chiamata per dire che la polizia era a casa (sua). Quindici minuti dopo sono arrivati a casa mia.”

Dopo che è stata arrestata, Hijazi è stata portata al commissariato di Tamra: “Hanno detto che sarebbe arrivato un veicolo da Nazareth per portarmi via. Mi hanno ammanettata e bendata. La foto (nell’auto della polizia) è stata presa quando sono arrivata (al commissariato) a Nazareth. Era tutto tranquillo, ma sapevo che stavano fotografando. Mi hanno portata di sopra, messa in una stanza, detto di indietreggiare e poi hanno scattato la foto (con la bandiera). Avevo visto la foto di Maisa Abd Elhadi (un’attrice arrestata e fotografata all’inizio della guerra), così quando (mi hanno detto di) andare indietro, ancora un po’” sapevo che c’era una bandiera sul muro e che mi stavano fotografando.”

Dopo aver passato la notte al commissariato di Nazareth è stata trasferita la centro di detenzione di Kishon, nei pressi di Haifa, prima di essere riportata il giorno dopo a Nazareth per ulteriori interrogatori e poi finalmente rilasciata: “Quando sono arrivata a casa, mia madre e la mia famiglia hanno detto: ‘Sai cosa è successo fuori?’ Mi hanno raccontato che ero stata fotografata e che tutte le fotografie erano state fatte circolare.”

Hijazi descrive l’impatto emotivo dell’umiliazione pubblica: “Onestamente è stato molto duro. Perché mi hanno fatto tutto questo? Perché hanno reso pubbliche le mie foto? Quando sono tornata a scuola dopo un mese tutti le avevano viste e mi hanno detto di aver pianto, che ciò li ha feriti molto.”

Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto a Hijazi se conoscesse i suoi follower sulle reti sociali: “Ho detto che molti dei miei follower su TikTok sono bambini, studenti e familiari. Ci sono anche educatori e persone che non conosco, ma la maggioranza sono bambini e i miei contenuti sono rivolti ai bambini. Ho spiegato che i video non hanno niente a che fare con la politica.”

Da quando è stata rilasciata è stato difficile per Hijazi tornare sulle reti sociali: “Molti bambini mi hanno chiesto quando posterò di nuovo un video e se ora ho paura. Volevo che vedessero che sono forte, ma è molto difficile. La sicurezza che avevo prima è cambiata. La mia vita era tranquilla. Non ho mai cercato di danneggiare nessuno o di fare qualcosa di male o di politico.

A volte la gente dice che sembro una persona slegata dalla realtà, dalle guerre, ma io (lavoro) con i bambini. Perché dovrebbero essere esposti a tutto questo?”

Rasha Karim Harami

Proprietaria di un salone di bellezza a Majd Al-Krum

Rasha Karim Harami

Karim è stata arrestata nel maggio 2024 per dei post in cui esprimeva indignazione per il fatto che le forze israeliane avevano bombardato un campo di tende a Rafah. “Qual è la differenza tra quello che sta facendo Netanyahu e quello che ha fatto Hitler? Corpi di bambini, giovani donne e anziani sono stati bruciati vivi,” ha scritto in una storia su Instagram. Un video del suo arresto ripreso da agenti, in cui una poliziotta ammanetta Karim con delle fascette, le copre il volto e la porta nel commissariato, è stato condiviso sulle reti sociali, provocando la condanna da parte di deputati palestinesi.

Stavo seduta nel mio ufficio in negozio, durante una consulenza, quando la polizia ha fatto irruzione,” racconta Karim. “L’atelier era pieno di donne ed è solo per donne, e ho chiesto loro di aspettare un momento, ma non mi hanno ascoltata. Sono entrati in ogni stanza, hanno preso i miei telefoni e mi hanno detto che ero in arresto. Ho cercato di capire perché e mi hanno detto che lo avrei scoperto al commissariato, ma prima mi hanno portata a casa. Lì hanno iniziato a cercare qualcosa riguardante la Palestina, Hamas, bandiere, libri, ma non hanno trovato niente.”

Poi la polizia ha portato Karim al commissariato: “Quando sono arrivata mi hanno fatta uscire dalla macchina della polizia e messo delle manette di plastica. Quando mi hanno messo una benda sugli occhi sono rimasta veramente scioccata e spaventata. Dopo che mi hanno coperto gli occhi mi hanno portata nel commissariato per essere interrogata. È durato quattro o cinque ore. L’investigatore è stato rude e ostile con me, mi ha trattata come se fossi di Hamas.”

Karim è stata trattenuta tutta la notte e poi messa agli arresti domiciliari per cinque giorni: “Dopo che sono stata rilasciata sono crollata. Fino ad allora non avevo paura. Pensavo che stessero filmando per uso interno. Non mi sono resa conto che (il video) era su un telefonino. Sono caduta in depressione per due mesi, con la paura di uscire di casa. Molti ebrei e arabi sono venuti a darmi il loro appoggio.”

Il suo avvocato, Hussein Manaa, ha spiegato di aver cercato di parlare con gli investigatori nel commissariato, sostenendo che la sua cliente non rappresentava un pericolo per nessuno. “Le sue azioni non erano un incitamento all’odio e, cosa più importante, (la polizia) non aveva l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero per iniziare un’indagine per incitamento. Quindi l’hanno interrogata per disturbo alla quiete pubblica, che non è un reato che comporta l’arresto,” spiega Manaa.

La polizia avrebbe potuto solo convocarla, lei ci sarebbe andata. Invece hanno mandato quattro o cinque auto con tra i 15 e i 20 agenti per arrestare questa donna, come se stessero catturando Yahya Sinwar [uno dei dirigenti di Hamas più ricercati da Israele, ndt.].”

Per Manaa è chiaro che il video dell’arresto intendeva mandare un messaggio: “Il video è stato preso all’interno del commissariato e non è stato reso pubblico attraverso l’ufficio del portavoce della polizia. Intendeva umiliare chiunque esprimesse una denuncia, per dire ‘Non avete libertà di parola’, per instillare timore, in modo che nessuno avrebbe parlato apertamente contro il governo o Netanyahu.

Non è un caso che abbiano diffuso illegalmente il video,” aggiunge Manaa. “Sapevano che si sarebbe propagato a macchia d’olio, ed è esattamente quello che è successo. Ho contattato l’ufficio del pubblico ministero, la polizia, il Ministero della Sicurezza Nazionale chiedendo una spiegazione. L’ufficio del pubblico ministero ha emesso un comunicato stampa (che critica l’arresto), sostenendo che non era stata fatta alcuna richiesta di aprire un’indagine per incitamento e di non aver concesso alcuna autorizzazione. C’è stata una grande indignazione che ha portato al suo rilascio, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.”

Sari Hurriyah

Avvocato immobiliarista di Shefa-‘Amr

Sari Hurriyah

Hurriyah è stato arrestato nel novembre 2023 per dei post pubblicati su Facebook nei giorni successivi al 7 ottobre. La polizia ha filmato il suo arresto nel suo ufficio e ha diffuso le immagini su varie reti sociali e anche Ben Gvir le ha pubblicate. È stato portato alla prigione di Megiddo, nel nord di Israele, in condizioni molto dure per 10 giorni, durante i quali è stato torturato e umiliato. Alla fine la denuncia contro Hurriyah è stata archiviata.

Ero nel mio ufficio quando sono entrati tre uomini in abiti civili,” ricorda Hurriyah. “Si sono presentati (per arrestarmi) con un’autorizzazione del pubblico ministero e dell’ordine degli avvocati. Uno di loro aveva una telecamera in mano, ma nella confusione del momento non mi sono reso conto che mi stava riprendendo. Hanno detto che mi dovevano ammanettare. Siamo scesi dalle scale e mi hanno filmato anche lì.”

Successivamente Hurriyah è stato portato al carcere di Megiddo, dove ha affrontato condizioni inumane e degradanti insieme ad altri palestinesi nell’ala per i prigionieri di massima sicurezza. Ha testimoniato la sua esperienza all’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem come parte di “Benvenuti all’Inferno”, un fondamentale rapporto che dettaglia i sistematici soprusi a danno dei palestinesi e le condizioni inumane dal 7 ottobre all’interno delle prigioni israeliane, che descrive come una “rete di campi di tortura”.

L’ottavo giorno della sua detenzione Hurriyah ha finalmente incontrato il suo avvocato dopo che gli era stato negato l’accesso, e questi gli ha detto che la sua foto era stata resa pubblica. “Ma non mi sono reso conto di tutto questo finché non sono uscito (dal carcere),” spiega Hurriyah. “Anche durante gli arresti domiciliari molte persone sono venute ad appoggiarmi. Poi un giorno, in un momento di tranquillità, mia moglie mi ha mostrato il video della polizia. Onestamente è stato umiliante. Non so cosa dire.”

La polizia israeliana ha pubblicato il video dell’arresto di Hurriyah sul suo sito web ufficiale. “Non puoi immaginare le reazioni: esortazioni ad uccidermi, a revocarmi la licenza e altre cose non proprio lusinghiere,” dice Hurriyah. “Sono venuto a sapere che le foto della polizia sono state ampiamente diffuse su siti web privati e su Facebook. In tutte le pubblicazioni hanno usato quella stessa foto e hanno sostenuto che sono un terrorista e un avvocato di Hamas.”

La moglie di Hurriyah gli ha mostrato poco alla volta i post e i commenti su Facebook. “Alla fine le ho chiesto di smetterla. Ho capito che questa è l’atmosfera nel Paese. La polizia israeliana, il principale organo di applicazione della legge, ha pubblicato la mia foto, mi ha raffigurato come un Che Guevara di Hamas, e ho capito che questo danno è irreparabile. Anche se mi pagassero dei milioni ciò non mi ridarebbe l’immagine che ho costruito in cinquant’anni di lavoro, carriera e servizio pubblico,” afferma.

Circa un anno dopo l’arresto Hurriyah era seduto e aspettava qualcuno al commissariato di Shefa-‘Amr. “Un giovane mi si è avvicinato e ha detto: ‘Come stai, Hurriyah?’ Ho detto ‘Chi sei?’ E lui ha risposto: ‘Tu non mi conosci, ma sono dell’intelligence della polizia. Sono stato una delle persone che ha raccomandato il tuo arresto. Sei un personaggio pubblico, un avvocato, un cristiano e il segretario del movimento Hadash [partito di sinistra arabo-ebraico, ndt.]. Sei l’unico che parla in pubblico senza riserve. Per quanto riguarda lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno) tu sei un nazionalista estremista.”

A Hurriyah l’accusa sembra assurda: “Sono uno che sostiene i due Stati per due popoli e costruisce ponti per la pace, e lui mi dice che sono pericoloso. Questo ha davvero accentuato la mia angoscia.” 

Come molti detenuti le cui foto sono state prese e condivise sui media sociali, Hurriyah ha compreso che la polizia israeliana ha voluto dargli una lezione: “Col senno di poi ho capito che tutto quanto era stato pianificato, che era parte di una strategia. Sono stato membro dell’ordine degli avvocati del distretto di Haifa. Non volevano problemi con gli avvocati. Volevano far tacere tutti gli avvocati in modo che la gente comune capisse il messaggio.”

Meir Baruchin

Insegnante di filosofia ed educazione civica di Gerusalemme

Dr. Meir Baruchin

Baruchin è stato arrestato nel novembre 2023 dopo che aveva pubblicato sulle reti sociali due brevi post in cui condannava l’uccisione da parte di Israele di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. L’arresto ha fatto seguito a una denuncia da parte della municipalità di Petah Tikva, dove Baruchin insegna in una scuola superiore, ed è stato tenuto per quattro giorni in isolamento come detenuto di massima sicurezza nel “Russian Compound” [edificio ottocentesco trasformato in famigerato centro di detenzione, ndt.] a Gerusalemme.

Dopo essere stato rilasciato ha combattuto una lunga battaglia legale contro il Comune per tornare ad insegnare. La polizia ha reso pubblica una foto sfocata di lui con alle spalle una bandiera israeliana, ma sue fotografie non sfocate hanno presto circolato in rete. In seguito la denuncia contro di lui è stata archiviata.

Baruchin racconta che, dopo che la fotografia sfocata è stata diffusa dal portavoce della polizia, il sindaco di Petah Tikva, insieme ad altri siti di notizie, l’ha condivisa. “Poi è stata condivisa la versione non sfocata. Ho ricevuto molte minacce. Per 15 giorni, dopo il mio rilascio, mi è stato impedito l’accesso alle reti sociali, compreso Facebook. Solo tre settimane dopo che sono stato liberato ho riavuto il mio telefono e allora ho visto i post,” afferma.

Non ci sono dubbi: la pubblicazione delle immagini intendeva scoraggiare altri,” conclude Baruchin. “Anche altri insegnanti sono stati vessati, ma sono stato l’unico ad essere arrestato. La diffusione della foto intendeva fare di me un esempio per mandare un messaggio a tutti: ‘Siete stati avvertiti’.”

Baruchin sostiene che tale repressione non è affatto nuova: “Non si può dire che siamo sulla via di una dittatura, ci siamo già da tempo. Più di mille insegnanti mi hanno contattato con messaggi e telefonate private, tutti in via ufficiosa, dicendo cose come ‘Senti, io ti sostengo, ma ho dei figli da mantenere’ oppure ‘Ho da pagare il mutuo’.”

Benché Baruchin sia tornato a insegnare, l’atmosfera è ancora ostile: “Ogni parola che dico viene controllata. Ogni giorno arrivo a scuola e alcuni studenti, neppure quelli delle mie classi, mi insultano,” dice. “Non lo denuncio neanche più perché non mi aspetto che venga fatto qualcosa. Un padre mi ha detto: ‘Non voglio che insegni a mio figlio di avere compassione del nemico.’ Mi è rimasto impresso.

In classe uno studente mi ha chiesto se, avendo la possibilità di uccidere tutti gli arabi schiacciando un pulsante, lo avrei fatto. Gli ho risposto: ‘Ovviamente no’ e lui ha detto: ‘E’ assurdo. Come mai non potresti?’ Ho detto agli studenti: ‘A pochi minuti da qui, nel Rabin Medical Center [grande ospedale di Petah Tikva, ndt.] ci sono medici e infermieri arabi. Volete che li uccida?’ E uno studente ha replicato: ‘Certo! Cosa intendi dire? Non permetterei mai che un medico arabo mi curasse. Piuttosto morirei.’ Questo è il modo di pensare,” continua Baruchin. “Non è una cosa marginale, è la maggioranza. Questi sono ragazzini, sì, ma dobbiamo prenderlo sul serio e contrastarlo. So bene che ripetono quello che ascoltano a casa e dai politici.”

Alison Russell

Attivista anglo-belga e insegnante di inglese proveniente dalla Scozia

Alison Russel

Russell è stata arrestata nel novembre 2023 mentre documentava la demolizione di una casa a Masafer Yatta, sulle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania occupata da Israele. Era arrivata in Cisgiordania prima del 7 ottobre per proteggere le comunità rurali palestinesi a rischio per le violenze dei coloni.

Dopo il suo arresto è stata interrogata dall’unità speciale istituita da Ben Gvir per occuparsi degli attivisti della solidarietà internazionale e poi ha passato due giorni agli arresti prima di essere portata all’aeroporto Ben Gurion, deportata e con il divieto di tornare nel Paese. Ma prima di essere espulsa alcuni poliziotti l’hanno fotografata davanti a una bandiera israeliana e in seguito Ben Gvir ha pubblicato la foto sulle reti sociali.

Il giorno del suo arresto Russell si trovava sul luogo della demolizione di una casa a Sha’ab Al-Botum quando è arrivata la polizia di frontiera [corpo paramilitare, ndt.]: “Hanno iniziato a chiedere i documenti alle persone. Nel momento in cui ho consegnato il mio passaporto l’ufficiale che l’ha preso si è entusiasmato e ha detto: ‘Guardate cos’ho trovato, lei non è israeliana!”

Sono stata portata a Ma’ale Adumim (colonia israeliana) e abbiamo passato molte ore lì mentre loro controllavano il mio Facebook utilizzando il traduttore automatico,” ricorda. “Quello che più li ha infastiditi sono stati i miei presunti rapporti con ‘terroristi’, come la mia partecipazione a una protesta di donne per i prigionieri di fronte all’edificio della Mezzaluna Rossa a Ramallah.”

Russell dice che il governo israeliano sta facendo esattamente quello che fanno molti governi europei: ‘Ti opponi a noi? Sei una terrorista.’ I governi europei sono meno espliciti a questo proposito, ma il principio è lo stesso. Più bugie diffondono su quelli che gli si oppongono, più la gente ha paura di resistere.

Parlo con persone che hanno paura di postare la loro foto, di essere etichettate come ‘terroristi’, ‘pazzi estremisti di sinistra’ o ‘inaffidabili’ solo per aver detto che si oppongono al genocidio. Lo vedo tra i miei studenti, sul posto di lavoro.”

Russell ha sentito il dovere di esprimere il suo dissenso e dimostrare solidarietà con i palestinesi sul terreno: “Ho saputo di persone a Gaza uccise per aver postato su Facebook, di palestinesi e arabi cittadini di Israele arrestati per cose che avevano postato (sulle reti sociali). Se altri sono stati uccisi per questo io ho l’obbligo di parlare chiaramente, di testimoniare, perché altri non lo possono fare. E lo ribadisco.”

M. e L.

Studenti attivisti tedeschi

M. e L.

M. e L. sono stati arrestati nell’ottobre 2024 a At-Tuwani, nella Cisgiordania meridionale, mentre accompagnavano la famiglia Huraini sulla terra di sua proprietà. Preoccupati per la loro sicurezza e per timore di potenziali ripercussioni legali in Germania, i due attivisti hanno chiesto di rimanere anonimi. Dopo il loro arresto sono stati interrogati dalla stessa unità che si è occupata di Alison Russell. Hanno passato vari giorni agli arresti e poi sono stati obbligati ad attraversare il confine con la Giordania. Prima di essere deportati i poliziotti hanno preso loro una fotografia che poi Ben Gvir ha pubblicato.

Tutto è cominciato quando un colono-soldato è venuto da noi e ci ha chiesto i passaporti,” ricorda L. “Non glieli abbiamo dati subito e gli abbiamo chiesto: ‘Ma tu chi sei? Sei un soldato? Hai l’autorità per farlo?’ Lui ha ripetuto la richiesta e poi ha iniziato a chiamare gente. Sono arrivati dei soldati, hanno preso i nostri passaporti, ce li hanno restituiti e sembrava che tutto fosse a posto. Ma poi è arrivato un colono che avevamo incontrato in precedenza e gli ha detto qualcosa riguardo a Ramallah. (Il colono) ha iniziato ad insistere e voleva anche vedere di nuovo i nostri passaporti. Abbiamo avuto l’impressione che stesse provocando (i soldati).”

M. continua: “Alla fine ci hanno accusati di ‘diffondere contenuti in appoggio al terrorismo’ sulle reti sociali o qualcosa del genere, e ciò in relazione a una foto di noi durante una protesta a Ramallah. Quella era l’immagine che il colono aveva riconosciuto e probabilmente era stata presa da un video che qualcuno aveva postato su Facebook. Il ragazzo che aveva parlato durante la protesta (a Ramallah) aveva postato sulla sua pagina privata di Facebook una foto di tutti quelli che erano lì. Non aveva molti followers o like, ma in qualche modo (i coloni) l’hanno trovata e l’hanno usata come prova contro di noi.”

Come nel caso di Russell, M. pensa che la loro foto sia stata presa poco prima che venissero deportati, ma questa volta al ponte di Allenby: “Avevamo completato tutte le procedure di frontiera e stavamo solo lì seduti. Poi improvvisamente un poliziotto è venuto da noi. Ci hanno fotografato varie volte, ma quella che è stata pubblicata è di noi semplicemente in attesa.”

L. aggiunge: “Ci ha anche detto di guardare dritto nella macchina fotografica. La foto è stata pubblicata quello stesso giorno, lo abbiamo scoperto quando siamo arrivati ad Amman, e qualcuno ci ha detto: ‘Avete visto? Ben Gvir ha pubblicato la vostra foto!’.” 

È stato così assurdo,” continua M. “Ho pensato subito: ‘Com’è che quella foto è arrivata in sole due ore da un poliziotto all’ufficio del ministro della Sicurezza Nazionale? Devono avere gruppi WhatsApp su cui condividono tutto. Onestamente ero contento che avessero sfuocato i nostri volti, perché ciò avrebbe potuto avere davvero delle gravi conseguenze.

In Germania gli Anti-Deutsch [Antitedesco, gruppo di estrema sinistra filo-israeliano, ndt.] fanno quasi esattamente quello che fanno i coloni: raccolgono foto di palestinesi e antisionisti e postano le immagini da luoghi in cui ci riuniamo,” spiega L. “E ci sono anche aggressioni. Mi sembra che sia ovviamente inteso a intimidire, a prendere di mira singole persone, a dimostrare che ‘vi teniamo d’occhio, internazionali.’ E soprattutto con tutto questo apparato poliziesco l’obiettivo è che siamo sotto il loro controllo e che siamo ricercati.”

Penso che il principale obiettivo sia scoraggiare nuovi attivisti. Gente che non è ancora stata in Palestina o che sta pensando di venirci vedrà questo e forse penserà di non venirci affatto,” aggiunge M. “E’ esattamente quello che vogliono.”

Abbiamo contattato la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir per un commento. Se e quando le riceveremo, le risposte verranno pubblicate.

Baker Zoabi ha collaborato a questo progetto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani hanno incendiato case, recinti per capre, sparato a residenti palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

 24 aprile 2025 Haaretz

Gli abitanti del villaggio di Bardala hanno raccontato che i coloni sono entrati nel villaggio, seguiti dai soldati dell’IDF, che hanno poi arrestato cinque abitanti del luogo sospettati di aver lanciato pietre. “Siamo scappati da casa e non abbiamo preso nulla, tutto è andato perso”, dice un abitante del villaggio.

Secondo i testimoni, mercoledì i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e a un recinto per il bestiame e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti del villaggio di Bardala, nel nord della Cisgiordania.

I soldati israeliani sono entrati nel villaggio insieme ai coloni e hanno arrestato cinque palestinesi, hanno aggiunto i testimoni.

Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che quattro palestinesi sono stati feriti negli scontri tra i coloni di un vicino avamposto e gli abitanti locali, aggiungendo che almeno alcune delle ferite sono state causate dagli spari dei coloni.

I residenti hanno raccontato che l’incidente è iniziato quando i coloni hanno attaccato i palestinesi che lavoravano nei terreni agricoli vicini e sono fuggiti nel villaggio chiedendo aiuto. Ahmad Jahalin, la cui casa a Bardala è stata attaccata, ha raccontato ad Haaretz che i coloni e i soldati hanno seguito i contadini nel villaggio. Ha detto che i coloni sono entrati nel complesso abitativo della sua famiglia e hanno incendiato due case, un recinto per le capre e tutti i beni presenti.

Siamo fuggiti dalla casa senza prendere nulla: né l’oro, né il kushan [titolo di proprietà], né i documenti di identità”, ha raccontato Jahalin. “Hanno bruciato tutto. Vestiti, materassi, soldi; non è rimasto nulla”.

Jahalin ha detto che durante l’incidente i soldati hanno arrestato suo figlio di 20 anni e non sa dove sia detenuto.

Il portavoce dell’IDF ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto una segnalazione riguardante palestinesi che lanciavano sassi contro un civile israeliano di passaggio nei pressi di Bardala, provocando uno scontro con diversi palestinesi che gli lanciavano pietre. L’esercito ha aggiunto: “Durante lo scontro sono arrivati altri civili israeliani che hanno sparato in aria”.

L’IDF ha dichiarato che quando è stata ricevuta la segnalazione, “una forza dell’esercito si è precipitata sul posto per disperdere gli scontri e ha sparato contro alcuni palestinesi per eliminare una immediata minaccia”. Secondo la dichiarazione, i soldati hanno arrestato “un certo numero di palestinesi sospettati di aver lanciato pietre”, che sono stati trattenuti per “ulteriori interrogatori da parte di ufficiali della difesa”. L’esercito ha dichiarato che sta ancora indagando sull’incidente.

Quello di mercoledì non è stato il primo assalto che la famiglia Jahalin ha subito dai coloni. Circa tre mesi fa, secondo membri della famiglia, i coloni sono entrati nel villaggio e hanno lanciato pietre contro la loro casa mentre erano all’interno.

A dicembre gli israeliani hanno stabilito un nuovo avamposto illegale vicino a Bardala. Da allora gli abitanti del villaggio hanno dovuto affrontare ripetuti attacchi violenti. Inoltre, l’IDF ha ostacolato l’accesso locale ai pascoli dopo aver recentemente costruito una strada tra il villaggio e i suoi terreni agricoli e pascoli.

A febbraio Ibrahim Sawafta, membro del consiglio del villaggio di Bardala, ha dichiarato ad Haaretz che la strada ha bloccato l’accesso di 25 famiglie alla terra, loro principale fonte di sostentamento. “Ci impediscono di seminare e di lavorare in Israele, e portano i coloni a vivere lì. Dove può andare la gente? Questo li porterà verso posizioni radicali ”, ha detto. In un altro incidente, secondo gli abitanti mercoledì sera i coloni hanno invaso Kifl Haris, un villaggio vicino ad Ariel, e hanno lanciato sassi contro le case e le auto. Nella stessa notte i coloni hanno fatto irruzione nel villaggio di Sinjil, vicino a Ramallah, dopo che le Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera avevano evacuato un vicino avamposto di insediamento. Gli abitanti hanno detto che i coloni hanno distrutto un edificio e un’auto nel villaggio.

( Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Coloni israeliani rapiscono due bambini palestinesi e li legano a un albero

Fayha Shalash da Ramallah, Palestina

20 aprile 2025 – Middle East Eye

I bambini, di 13 e 3 anni, sono stati presi nei pressi della loro casa a Nablus, nella Cisgiordania occupata

Sabato coloni israeliani hanno rapito due bambini palestinesi e li hanno legati a un albero nei pressi della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata.

L’incidente è avvenuto nel pomeriggio quando alcuni bambini stavano giocando nei pressi delle proprie case nella periferia di Beit Furik, a est di Nablus. Un gruppo di coloni si è avvicinato ed ha rapito i due bambini.

Alcuni abitanti del posto sono riusciti a raggiungere i coloni e a salvare i bambini. Tuttavia essi sono ancora in preda all’angoscia.

Mohammed Hanani, lo zio dei bambini, racconta a Middle East Eye che le sue due figlie e i loro cugini stavano giocando fuori casa quando dall’avamposto costruito di recente sulla terra della cittadina è arrivato un gruppo di coloni.

Essi hanno rapito la tredicenne Maryam e suo fratello Ahmed, di 3 anni, portandoli in un luogo lontano in cui li hanno legati a un ulivo. Uno dei cugini ha cercato di intervenire ma i coloni gli hanno lanciato pietre.

“Le mie due ragazzine sono arrivate piangendo e gridando, quindi abbiamo inseguito i coloni. Alla fine abbiamo trovato i bambini in stato di incoscienza e legati a un albero,” afferma. “I coloni sono scappati verso l’avamposto su un ATV [tipo di veicolo fuoristrada, ndt.]. Abbiamo slegato i bambini e li abbiamo portati al centro medico,” aggiunge.

Benché essi non abbiano subito danni fisici, si trovano in uno stato di estremo terrore e di sofferenza psicologica.

Mia figlia, che ha assistito all’incidente, rifiuta ancora di lasciare la casa e piange in continuazione.”

Campanello d’allarme

Questo è il primo incidente rilevato in cui coloni hanno rapito bambini nella cittadina, che dalla creazione del nuovo avamposto dopo l’inizio della guerra contro Gaza ha subito ripetuti attacchi.

Hanani afferma che negli ultimi mesi i coloni hanno incendiato la sua macchina e il camion che usa per lavoro, dato fuoco alle sue coltivazioni e lanciato ripetutamente pietre contro la sua casa.

“Tutti questi danni materiali sono stati risarciti, ma rapire e aggredire bambini fa suonare un campanello d’allarme e mette direttamente in pericolo le nostre vite,” afferma.

Secondo Hanani lo scopo di questi attacchi è obbligare i palestinesi a lasciare le loro terre e case, aprendo la via all’occupazione della zona da parte dei coloni.

Gli abitanti dicono che l’esercito israeliano non è stato presente sul posto in nessun momento, mentre interviene rapidamente ovunque in Cisgiordania se i coloni sono minacciati.

Nel luglio 2014 coloni israeliani hanno rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir nella città di Shuafat, nella Gerusalemme est occupata. Lo hanno portato in una zona boscosa dove, prima di bruciarlo vivo, lo hanno torturato.

Con l’attuale governo di estrema destra gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando nel 2022 questo governo ha preso il potere si sono registrati i più alti tassi di confisca delle terre, aggressioni contro i proprietari di terreni, furti di bestiame e creazione di avamposti coloniali.

Ciò che distingue questo governo è il livello di appoggio e incoraggiamento garantito ai coloni, sia rifornendoli di armi che finanziando la creazione di nuovi avamposti. Questo sostegno ha permesso e incoraggiato i coloni a compiere aggressioni contro i palestinesi con lo scopo di espellere le comunità e occupare la loro terra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)