Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele progetta di espellere con la forza migliaia di palestinesi per far spazio a una colonia che dividerà a metà la Cisgiordania

Zena al-Tahhan

22 settembre 2025 Mondoweiss

Il progetto di insediamento E1 comporterà la pulizia etnica di migliaia di comunità palestinesi residenti nell’area, dividendo al contempo la Cisgiordania in due. I membri delle comunità prese di mira affermano che Israele vuole spingerli nelle città e rubare la loro terra

Mentre diverse nazioni occidentali annunciano il riconoscimento di uno Stato palestinese in occasione dell’imminente voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla questione, Israele sta accelerando le sue misure di annessione illegale della Cisgiordania occupata per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

Arroccato lungo antiche rotte commerciali che collegano la Gerusalemme urbana al deserto di Gerico, il piccolo villaggio beduino di Jabal al-Baba è una delle decine di comunità palestinesi che rischiano l’imminente trasferimento forzato da parte dell’occupazione israeliana.

Il progetto di espellere queste comunità palestinesi è il fulcro del piano israeliano per rilanciare il piano di insediamento E1, che ha ricevuto per decenni reazioni negative a livello internazionale a causa delle sue vaste implicazioni.

L’area che Israele vuole riempire di coloni illegali e interdire ai palestinesi è un tratto di terra strategico che costituisce uno dei pochi collegamenti rimasti tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale e uno degli ultimi punti di contiguità tra Gerusalemme occupata e il territorio.

Una volta attuato, il piano taglierebbe a metà la Cisgiordania occupata e consoliderebbe ulteriormente Gerusalemme in mani israeliane.

“Questo seppellirà l’idea di uno Stato palestinese”, ha dichiarato con orgoglio il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a metà agosto, quando il piano E1 è stato di nuovo riproposto. Il 14 agosto il ministro, che sovrintende alla demolizione delle case palestinesi e all’espansione degli insediamenti illegali, ha annunciato l’approvazione di migliaia di nuovi appartamenti nella zona per i coloni illegali.

Jabal al-Baba ospita circa 450 residenti che furono espulsi dalle loro terre ancestrali nel deserto del Naqab (Negev) durante la Nakba del 1948, la violenta pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste.

Attratti dal paesaggio semiarido e vasto che riecheggiava il territorio familiare del Naqab, gli esuli si rinsediarono sulle pendici orientali di Gerusalemme, ideali per il loro stile di vita beduino – lo stesso da generazioni.

Ora, 77 anni dopo, rischiano di nuovo l’espulsione.

“Stiamo parlando dell’occupazione di 12.000 dunam di terra (12 chilometri quadrati)”, ha dichiarato a Mondoweiss Atallah Mazaar’a, portavoce di Jabal al-Baba. “Circa 22 villaggi beduini palestinesi, che ospitano almeno 7.000 residenti, sarebbero evacuati”.

“C’è un attacco a tutto il territorio palestinese da nord a sud, e in particolare ai beduini che vivono in aree aperte e remote”, ha continuato Mazaar’a. “L’attuale occupazione di terra palestinese è massiccia”.

I beduini palestinesi che vivono nell’area destinata a E1 vengono progressivamente espulsi, mentre le autorità israeliane demoliscono le loro case, li sfrattano dai terreni e installano coloni israeliani al loro posto. “E1 è il progetto più aggressivo per i palestinesi di Gerusalemme”, ha affermato Mazaar’a. “Israele sa quanto sia importante. Ecco perché sta correndo per attuare il piano dell’insediamento di colonie”.

Nonostante l’imminente deportazione, Mazaar’a afferma che il villaggio rimarrà saldo. “Preferiremo morire da persone dignitose sulle nostre terre piuttosto che consegnarle a coloni e occupanti”, ha affermato.

“Una deportazione dopo l’altra”

Tra il 12 e il 15 agosto le forze di occupazione israeliane hanno emesso circa 40 ordini di demolizione di abitazioni a Jabal al-Baba e in altri due villaggi beduini nelle vicinanze, concedendo 60 giorni di tempo per presentare ricorso.

Ma non sono le prime ingiunzioni. Il progetto israeliano di colonie E1 è in cantiere dall’inizio degli anni ’90, proposto per la prima volta dall’ex primo ministro Yitzhak Rabin. Il piano prevede la costruzione di migliaia di alloggi e unità commerciali per i coloni illegali, creando un’area edificata continua tra l’insediamento di Ma’ale Adumim dove vivono circa 70.000 israeliani e Gerusalemme.

Dal 2009 l’occupazione israeliana ha demolito in decine di comunità nell’area E1 più di 500 case palestinesi e altre strutture vitali, comprese quasi 200 finanziate da donatori internazionali come l’Unione Europea. Almeno 900 persone sono state sfollate con la forza.

Solo nel 2025 l’esercito ha già demolito almeno nove case e oltre 50 stalle per animali.

“Si tratta di una deportazione continua”, ha detto a Mondoweiss Bassam Bahar, capo del comitato per la protezione delle terre di Gerusalemme Est. “Queste famiglie sono qui dagli anni ’50 e vivono su terreni privati ​​palestinesi con il consenso dei proprietari”.

“Le autorità di occupazione israeliane vogliono trasferire questi residenti nei centri abitati di Abu Dis e forse anche a Gerico per creare una nuova realtà demografica [israeliana] nelle zone orientali di Gerusalemme, l’unica area rimasta ai palestinesi di Gerusalemme per espandersi”, ha continuato.

“L’obiettivo di tutti questi progetti è giudaizzare Gerusalemme e creare una cintura di insediamenti attorno a Gerusalemme per circondarla da tutti i lati, sia a nord che a sud e a est”, ha spiegato Bahar. “Hanno occupato tutte le aree a sud verso Betlemme, e a nord verso Ramallah. Oggi, l’unica area in cui potremmo estenderci ulteriormente è quella a est, verso Gerico”.

Ma’ale Adumim fu costruita nel 1975 su terreni palestinesi sottratti principalmente alle città e ai villaggi di al-Aizariya, Abu Dis, al-Issawiyya e Anata. Queste aree costituivano storicamente la periferia orientale di Gerusalemme, situate a pochi chilometri dal centro città.

Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania nel 1967, Israele ha ridisegnato i confini municipali di Gerusalemme escludendo quelle città e ponendole sotto controllo militare come parte della Cisgiordania occupata. Di conseguenza centinaia di migliaia di palestinesi hanno improvvisamente avuto bisogno di permessi per accedere alla propria città. Nel 2002 Israele ha rafforzato questa separazione costruendo il suo muro illegale alto otto metri attorno a queste aree, isolandole – insieme alle vicine comunità beduine – da Gerusalemme a ovest.

Il piano E1 peggiorerà ulteriormente le condizioni dei palestinesi. In primo luogo, Israele prevede di costruire il muro attorno a queste aree ad est, circondandole completamente. Non saranno solo tagliate fuori da Gerusalemme ma anche dalla Cisgiordania, trasformate così in una prigione a cielo aperto.

In secondo luogo Israele ha recentemente approvato la costruzione di una serie di strade e tunnel sotterranei – ingannevolmente definiti da Israele “Fabric of Life” o “Sovereignty Road” – che correranno sotto il cuore dell’area E1.

Questo escluderà il traffico palestinese dalle principali autostrade che attraversano l’E1 in superficie, oltre alla storica strada per Gerico sulla Route 1 utilizzata poi solo dai coloni illegali. Jabal al-Baba non sarà solo isolata da Gerusalemme ma anche dalla città più vicina di al-Aizariya.

“La strada alternativa che vogliono costruire per i palestinesi non è adatta al passaggio delle persone. Più di un milione di palestinesi che viaggiano tra il centro e il sud la dovranno usare. Costituirà un pericolo per la vita dei residenti”, ha affermato Mazaar’a di Jabal al-Baba. 

Sgombrare le terre”

Questi sviluppi si inseriscono nell’ambito dell’annessione sempre più pervasiva da parte di Israele delle aree orientali di Gerusalemme così come dell’intera Cisgiordania occupata, nel tentativo di impedire la creazione di qualsiasi tipo di Stato palestinese. I residenti che vivono in aree aperte vengono trasferiti con la forza – un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale – mentre l’esercito israeliano consolida l’occupazione della maggiore parte di terra palestinese possibile.

Le autorità israeliane hanno compiuto atti di annessione nella Cisgiordania occupata per oltre cinquant’anni. Ma dal genocidio di Gaza l’appropriazione di terre palestinesi e la costruzione di colonie illegali hanno raggiunto livelli record. Il governo israeliano finanzia direttamente i coloni con milioni di dollari e li arma per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

I funzionari non operano più in segreto. In una sessione della Knesset a luglio i parlamentari israeliani hanno votato a larga maggioranza a favore per imporre l’annessione alla Cisgiordania occupata.

Il 3 settembre il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, responsabile anche della demolizione delle case palestinesi e della costruzione di colonie illegali, ha presentato una proposta di mappa in base alla quale l’82% della Cisgiordania occupata diventa parte di Israele. Tre milioni e mezzo di palestinesi sarebbero stipati nei centri urbani in appena il 18% della Cisgiordania occupata.

“Il massimo della terra con un minimo di popolazione”, ha detto Smotrich.

E con i recenti appelli di diversi paesi occidentali alla creazione di uno Stato palestinese, l’obiettivo e l’intento dell’annessione sono diventati uno dei fini più urgenti per Israele, con politici di ogni genere che chiedono alla propria leadership di agire in tal senso.

“Vogliono spingere le persone che vivono in aree remote e nei villaggi verso le città per assediarli”, ha detto Bahar. “Si tratta di sgombrare la terra dei suoi residenti”.

Mazaar’a ha affermato che i residenti sono ben consapevoli che questa è una politica ben radicata. “Israele paga i coloni per razziare i nostri villaggi. Vengono e si spogliano nel centro delle nostre comunità per indurci ad andarcene”, ha detto.

“Anche se il mondo intero ci abbandonasse, noi palestinesi continueremo a portare avanti la nostra causa”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Ritratti del fascismo. Un progetto fotografico speciale

Oren Ziv

9 maggio 2025 – +972 magazine 

Dal 7 ottobre la polizia israeliana ha arrestato centinaia di oppositori alla guerra di Gaza ed ha pubblicato fotografie degradanti di molti detenuti. Sette di loro hanno accettato di essere di nuovo fotografati, questa volta alle loro condizioni.

Dall’ottobre 2023 centinaia di cittadini israeliani, per la stragrande maggioranza palestinesi, e almeno 17 attivisti stranieri sono stati arrestati come parte di una campagna per mettere a tacere quanti denunciano la guerra israeliana contro Gaza. In alcuni casi la polizia ha fotografato i detenuti di fronte a una bandiera israeliana e diffuso le immagini attraverso i suoi canali ufficiali oppure attraverso quelli del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir o altri circuiti informali. Molte delle foto sono state postate sulle reti sociali e hanno portato a incitamento all’odio e minacce contro le persone ritratte.

Diffondendo queste immagini al suo interno e all’opinione pubblica la polizia ha totalmente eluso la procedura legale corretta riguardo ai diritti dei detenuti e dei sospettati. Oltretutto in molti casi la polizia non ha ottenuto, o neppure richiesto, l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero di indagare i detenuti per “incitamento all’odio” e invece li hanno arrestati con il pretesto di “comportamento che potrebbe disturbare la quiete pubblica”.

L’obiettivo di diffondere pubblicamente queste foto era chiaro: umiliare i detenuti e scoraggiare altri dal manifestare ogni opposizione all’offensiva israeliana contro Gaza. In effetti nei primi mesi della guerra molti sono rimasti in silenzio. Anche oggi molte persone scelgono di non parlare apertamente in pubblico per timore di conseguenze.

Ho stampato e incorniciato le immagini fatte circolare dalla polizia o da Ben Gvir e poi sono tornato dalle persone che vi sono ritratte. In questo modo le stesse immagini che intendevano umiliarle e creare un effetto dissuasivo sono diventate simboli di sfida: le persone sono state di nuovo fotografate, questa volta alle loro condizioni. Mi hanno anche raccontato la loro esperienza di detenzione e le loro riflessioni sulla diffusione pubblica delle loro immagini.

Molti di quanti sono stati fotografati hanno scoperto solo dopo essere stati rilasciati dal carcere israeliano che le loro immagini avevano circolato in pubblico. Hanno descritto una lotta continua con le conseguenze dell’umiliazione pubblica e per il fatto di essere stati definiti dalla polizia “nemici dello Stato”. Nessuno di quanti vengono documentati nel progetto è stato processato; alla fine la maggioranza dei casi è stata archiviata senza un’imputazione.

Intisar Hijazi

Psicologa scolastica di Tamra

Intisar Hijazi

Hijazi è stata arrestata il 7 ottobre 2024 dopo aver ri-condiviso un video di lei mentre danzava e che aveva originariamente pubblicato su TikTok un anno prima. Prima del suo arresto Ben Gvir ha mandato il video alla polizia. Una sua foto nel veicolo della polizia è stata poi pubblicata dall’ufficio del portavoce della polizia. Nel commissariato di Nazareth gli agenti l’hanno fotografata con gli occhi bendati davanti a una bandiera israeliana, e poi Ben Gvir ha condiviso l’immagine sulle sue reti sociali.

Hijazi racconta la sua disavventura: “Su TikTok puoi ri-condividere un post che hai caricato l’anno precedente. L’ho fatto la mattina e sono uscita di casa per fare la spesa con mia madre,” mi racconta. “Quando sono tornata a casa il coordinatore (della scuola in cui lavora) mi ha chiamata e ha detto che qualcuno aveva postato il video (sulle reti sociali) e aveva scritto che stavo festeggiando. Mi ha detto di cancellarlo, cosa che ho fatto, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Poi ha chiamato qualcuno del ministero dell’Educazione e mi ha chiesto: “Cos’è questo video, cosa stai festeggiando?’, e mi ha detto di cancellare il post originale. Mia madre mi ha chiamata per dire che la polizia era a casa (sua). Quindici minuti dopo sono arrivati a casa mia.”

Dopo che è stata arrestata, Hijazi è stata portata al commissariato di Tamra: “Hanno detto che sarebbe arrivato un veicolo da Nazareth per portarmi via. Mi hanno ammanettata e bendata. La foto (nell’auto della polizia) è stata presa quando sono arrivata (al commissariato) a Nazareth. Era tutto tranquillo, ma sapevo che stavano fotografando. Mi hanno portata di sopra, messa in una stanza, detto di indietreggiare e poi hanno scattato la foto (con la bandiera). Avevo visto la foto di Maisa Abd Elhadi (un’attrice arrestata e fotografata all’inizio della guerra), così quando (mi hanno detto di) andare indietro, ancora un po’” sapevo che c’era una bandiera sul muro e che mi stavano fotografando.”

Dopo aver passato la notte al commissariato di Nazareth è stata trasferita la centro di detenzione di Kishon, nei pressi di Haifa, prima di essere riportata il giorno dopo a Nazareth per ulteriori interrogatori e poi finalmente rilasciata: “Quando sono arrivata a casa, mia madre e la mia famiglia hanno detto: ‘Sai cosa è successo fuori?’ Mi hanno raccontato che ero stata fotografata e che tutte le fotografie erano state fatte circolare.”

Hijazi descrive l’impatto emotivo dell’umiliazione pubblica: “Onestamente è stato molto duro. Perché mi hanno fatto tutto questo? Perché hanno reso pubbliche le mie foto? Quando sono tornata a scuola dopo un mese tutti le avevano viste e mi hanno detto di aver pianto, che ciò li ha feriti molto.”

Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto a Hijazi se conoscesse i suoi follower sulle reti sociali: “Ho detto che molti dei miei follower su TikTok sono bambini, studenti e familiari. Ci sono anche educatori e persone che non conosco, ma la maggioranza sono bambini e i miei contenuti sono rivolti ai bambini. Ho spiegato che i video non hanno niente a che fare con la politica.”

Da quando è stata rilasciata è stato difficile per Hijazi tornare sulle reti sociali: “Molti bambini mi hanno chiesto quando posterò di nuovo un video e se ora ho paura. Volevo che vedessero che sono forte, ma è molto difficile. La sicurezza che avevo prima è cambiata. La mia vita era tranquilla. Non ho mai cercato di danneggiare nessuno o di fare qualcosa di male o di politico.

A volte la gente dice che sembro una persona slegata dalla realtà, dalle guerre, ma io (lavoro) con i bambini. Perché dovrebbero essere esposti a tutto questo?”

Rasha Karim Harami

Proprietaria di un salone di bellezza a Majd Al-Krum

Rasha Karim Harami

Karim è stata arrestata nel maggio 2024 per dei post in cui esprimeva indignazione per il fatto che le forze israeliane avevano bombardato un campo di tende a Rafah. “Qual è la differenza tra quello che sta facendo Netanyahu e quello che ha fatto Hitler? Corpi di bambini, giovani donne e anziani sono stati bruciati vivi,” ha scritto in una storia su Instagram. Un video del suo arresto ripreso da agenti, in cui una poliziotta ammanetta Karim con delle fascette, le copre il volto e la porta nel commissariato, è stato condiviso sulle reti sociali, provocando la condanna da parte di deputati palestinesi.

Stavo seduta nel mio ufficio in negozio, durante una consulenza, quando la polizia ha fatto irruzione,” racconta Karim. “L’atelier era pieno di donne ed è solo per donne, e ho chiesto loro di aspettare un momento, ma non mi hanno ascoltata. Sono entrati in ogni stanza, hanno preso i miei telefoni e mi hanno detto che ero in arresto. Ho cercato di capire perché e mi hanno detto che lo avrei scoperto al commissariato, ma prima mi hanno portata a casa. Lì hanno iniziato a cercare qualcosa riguardante la Palestina, Hamas, bandiere, libri, ma non hanno trovato niente.”

Poi la polizia ha portato Karim al commissariato: “Quando sono arrivata mi hanno fatta uscire dalla macchina della polizia e messo delle manette di plastica. Quando mi hanno messo una benda sugli occhi sono rimasta veramente scioccata e spaventata. Dopo che mi hanno coperto gli occhi mi hanno portata nel commissariato per essere interrogata. È durato quattro o cinque ore. L’investigatore è stato rude e ostile con me, mi ha trattata come se fossi di Hamas.”

Karim è stata trattenuta tutta la notte e poi messa agli arresti domiciliari per cinque giorni: “Dopo che sono stata rilasciata sono crollata. Fino ad allora non avevo paura. Pensavo che stessero filmando per uso interno. Non mi sono resa conto che (il video) era su un telefonino. Sono caduta in depressione per due mesi, con la paura di uscire di casa. Molti ebrei e arabi sono venuti a darmi il loro appoggio.”

Il suo avvocato, Hussein Manaa, ha spiegato di aver cercato di parlare con gli investigatori nel commissariato, sostenendo che la sua cliente non rappresentava un pericolo per nessuno. “Le sue azioni non erano un incitamento all’odio e, cosa più importante, (la polizia) non aveva l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero per iniziare un’indagine per incitamento. Quindi l’hanno interrogata per disturbo alla quiete pubblica, che non è un reato che comporta l’arresto,” spiega Manaa.

La polizia avrebbe potuto solo convocarla, lei ci sarebbe andata. Invece hanno mandato quattro o cinque auto con tra i 15 e i 20 agenti per arrestare questa donna, come se stessero catturando Yahya Sinwar [uno dei dirigenti di Hamas più ricercati da Israele, ndt.].”

Per Manaa è chiaro che il video dell’arresto intendeva mandare un messaggio: “Il video è stato preso all’interno del commissariato e non è stato reso pubblico attraverso l’ufficio del portavoce della polizia. Intendeva umiliare chiunque esprimesse una denuncia, per dire ‘Non avete libertà di parola’, per instillare timore, in modo che nessuno avrebbe parlato apertamente contro il governo o Netanyahu.

Non è un caso che abbiano diffuso illegalmente il video,” aggiunge Manaa. “Sapevano che si sarebbe propagato a macchia d’olio, ed è esattamente quello che è successo. Ho contattato l’ufficio del pubblico ministero, la polizia, il Ministero della Sicurezza Nazionale chiedendo una spiegazione. L’ufficio del pubblico ministero ha emesso un comunicato stampa (che critica l’arresto), sostenendo che non era stata fatta alcuna richiesta di aprire un’indagine per incitamento e di non aver concesso alcuna autorizzazione. C’è stata una grande indignazione che ha portato al suo rilascio, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.”

Sari Hurriyah

Avvocato immobiliarista di Shefa-‘Amr

Sari Hurriyah

Hurriyah è stato arrestato nel novembre 2023 per dei post pubblicati su Facebook nei giorni successivi al 7 ottobre. La polizia ha filmato il suo arresto nel suo ufficio e ha diffuso le immagini su varie reti sociali e anche Ben Gvir le ha pubblicate. È stato portato alla prigione di Megiddo, nel nord di Israele, in condizioni molto dure per 10 giorni, durante i quali è stato torturato e umiliato. Alla fine la denuncia contro Hurriyah è stata archiviata.

Ero nel mio ufficio quando sono entrati tre uomini in abiti civili,” ricorda Hurriyah. “Si sono presentati (per arrestarmi) con un’autorizzazione del pubblico ministero e dell’ordine degli avvocati. Uno di loro aveva una telecamera in mano, ma nella confusione del momento non mi sono reso conto che mi stava riprendendo. Hanno detto che mi dovevano ammanettare. Siamo scesi dalle scale e mi hanno filmato anche lì.”

Successivamente Hurriyah è stato portato al carcere di Megiddo, dove ha affrontato condizioni inumane e degradanti insieme ad altri palestinesi nell’ala per i prigionieri di massima sicurezza. Ha testimoniato la sua esperienza all’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem come parte di “Benvenuti all’Inferno”, un fondamentale rapporto che dettaglia i sistematici soprusi a danno dei palestinesi e le condizioni inumane dal 7 ottobre all’interno delle prigioni israeliane, che descrive come una “rete di campi di tortura”.

L’ottavo giorno della sua detenzione Hurriyah ha finalmente incontrato il suo avvocato dopo che gli era stato negato l’accesso, e questi gli ha detto che la sua foto era stata resa pubblica. “Ma non mi sono reso conto di tutto questo finché non sono uscito (dal carcere),” spiega Hurriyah. “Anche durante gli arresti domiciliari molte persone sono venute ad appoggiarmi. Poi un giorno, in un momento di tranquillità, mia moglie mi ha mostrato il video della polizia. Onestamente è stato umiliante. Non so cosa dire.”

La polizia israeliana ha pubblicato il video dell’arresto di Hurriyah sul suo sito web ufficiale. “Non puoi immaginare le reazioni: esortazioni ad uccidermi, a revocarmi la licenza e altre cose non proprio lusinghiere,” dice Hurriyah. “Sono venuto a sapere che le foto della polizia sono state ampiamente diffuse su siti web privati e su Facebook. In tutte le pubblicazioni hanno usato quella stessa foto e hanno sostenuto che sono un terrorista e un avvocato di Hamas.”

La moglie di Hurriyah gli ha mostrato poco alla volta i post e i commenti su Facebook. “Alla fine le ho chiesto di smetterla. Ho capito che questa è l’atmosfera nel Paese. La polizia israeliana, il principale organo di applicazione della legge, ha pubblicato la mia foto, mi ha raffigurato come un Che Guevara di Hamas, e ho capito che questo danno è irreparabile. Anche se mi pagassero dei milioni ciò non mi ridarebbe l’immagine che ho costruito in cinquant’anni di lavoro, carriera e servizio pubblico,” afferma.

Circa un anno dopo l’arresto Hurriyah era seduto e aspettava qualcuno al commissariato di Shefa-‘Amr. “Un giovane mi si è avvicinato e ha detto: ‘Come stai, Hurriyah?’ Ho detto ‘Chi sei?’ E lui ha risposto: ‘Tu non mi conosci, ma sono dell’intelligence della polizia. Sono stato una delle persone che ha raccomandato il tuo arresto. Sei un personaggio pubblico, un avvocato, un cristiano e il segretario del movimento Hadash [partito di sinistra arabo-ebraico, ndt.]. Sei l’unico che parla in pubblico senza riserve. Per quanto riguarda lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno) tu sei un nazionalista estremista.”

A Hurriyah l’accusa sembra assurda: “Sono uno che sostiene i due Stati per due popoli e costruisce ponti per la pace, e lui mi dice che sono pericoloso. Questo ha davvero accentuato la mia angoscia.” 

Come molti detenuti le cui foto sono state prese e condivise sui media sociali, Hurriyah ha compreso che la polizia israeliana ha voluto dargli una lezione: “Col senno di poi ho capito che tutto quanto era stato pianificato, che era parte di una strategia. Sono stato membro dell’ordine degli avvocati del distretto di Haifa. Non volevano problemi con gli avvocati. Volevano far tacere tutti gli avvocati in modo che la gente comune capisse il messaggio.”

Meir Baruchin

Insegnante di filosofia ed educazione civica di Gerusalemme

Dr. Meir Baruchin

Baruchin è stato arrestato nel novembre 2023 dopo che aveva pubblicato sulle reti sociali due brevi post in cui condannava l’uccisione da parte di Israele di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. L’arresto ha fatto seguito a una denuncia da parte della municipalità di Petah Tikva, dove Baruchin insegna in una scuola superiore, ed è stato tenuto per quattro giorni in isolamento come detenuto di massima sicurezza nel “Russian Compound” [edificio ottocentesco trasformato in famigerato centro di detenzione, ndt.] a Gerusalemme.

Dopo essere stato rilasciato ha combattuto una lunga battaglia legale contro il Comune per tornare ad insegnare. La polizia ha reso pubblica una foto sfocata di lui con alle spalle una bandiera israeliana, ma sue fotografie non sfocate hanno presto circolato in rete. In seguito la denuncia contro di lui è stata archiviata.

Baruchin racconta che, dopo che la fotografia sfocata è stata diffusa dal portavoce della polizia, il sindaco di Petah Tikva, insieme ad altri siti di notizie, l’ha condivisa. “Poi è stata condivisa la versione non sfocata. Ho ricevuto molte minacce. Per 15 giorni, dopo il mio rilascio, mi è stato impedito l’accesso alle reti sociali, compreso Facebook. Solo tre settimane dopo che sono stato liberato ho riavuto il mio telefono e allora ho visto i post,” afferma.

Non ci sono dubbi: la pubblicazione delle immagini intendeva scoraggiare altri,” conclude Baruchin. “Anche altri insegnanti sono stati vessati, ma sono stato l’unico ad essere arrestato. La diffusione della foto intendeva fare di me un esempio per mandare un messaggio a tutti: ‘Siete stati avvertiti’.”

Baruchin sostiene che tale repressione non è affatto nuova: “Non si può dire che siamo sulla via di una dittatura, ci siamo già da tempo. Più di mille insegnanti mi hanno contattato con messaggi e telefonate private, tutti in via ufficiosa, dicendo cose come ‘Senti, io ti sostengo, ma ho dei figli da mantenere’ oppure ‘Ho da pagare il mutuo’.”

Benché Baruchin sia tornato a insegnare, l’atmosfera è ancora ostile: “Ogni parola che dico viene controllata. Ogni giorno arrivo a scuola e alcuni studenti, neppure quelli delle mie classi, mi insultano,” dice. “Non lo denuncio neanche più perché non mi aspetto che venga fatto qualcosa. Un padre mi ha detto: ‘Non voglio che insegni a mio figlio di avere compassione del nemico.’ Mi è rimasto impresso.

In classe uno studente mi ha chiesto se, avendo la possibilità di uccidere tutti gli arabi schiacciando un pulsante, lo avrei fatto. Gli ho risposto: ‘Ovviamente no’ e lui ha detto: ‘E’ assurdo. Come mai non potresti?’ Ho detto agli studenti: ‘A pochi minuti da qui, nel Rabin Medical Center [grande ospedale di Petah Tikva, ndt.] ci sono medici e infermieri arabi. Volete che li uccida?’ E uno studente ha replicato: ‘Certo! Cosa intendi dire? Non permetterei mai che un medico arabo mi curasse. Piuttosto morirei.’ Questo è il modo di pensare,” continua Baruchin. “Non è una cosa marginale, è la maggioranza. Questi sono ragazzini, sì, ma dobbiamo prenderlo sul serio e contrastarlo. So bene che ripetono quello che ascoltano a casa e dai politici.”

Alison Russell

Attivista anglo-belga e insegnante di inglese proveniente dalla Scozia

Alison Russel

Russell è stata arrestata nel novembre 2023 mentre documentava la demolizione di una casa a Masafer Yatta, sulle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania occupata da Israele. Era arrivata in Cisgiordania prima del 7 ottobre per proteggere le comunità rurali palestinesi a rischio per le violenze dei coloni.

Dopo il suo arresto è stata interrogata dall’unità speciale istituita da Ben Gvir per occuparsi degli attivisti della solidarietà internazionale e poi ha passato due giorni agli arresti prima di essere portata all’aeroporto Ben Gurion, deportata e con il divieto di tornare nel Paese. Ma prima di essere espulsa alcuni poliziotti l’hanno fotografata davanti a una bandiera israeliana e in seguito Ben Gvir ha pubblicato la foto sulle reti sociali.

Il giorno del suo arresto Russell si trovava sul luogo della demolizione di una casa a Sha’ab Al-Botum quando è arrivata la polizia di frontiera [corpo paramilitare, ndt.]: “Hanno iniziato a chiedere i documenti alle persone. Nel momento in cui ho consegnato il mio passaporto l’ufficiale che l’ha preso si è entusiasmato e ha detto: ‘Guardate cos’ho trovato, lei non è israeliana!”

Sono stata portata a Ma’ale Adumim (colonia israeliana) e abbiamo passato molte ore lì mentre loro controllavano il mio Facebook utilizzando il traduttore automatico,” ricorda. “Quello che più li ha infastiditi sono stati i miei presunti rapporti con ‘terroristi’, come la mia partecipazione a una protesta di donne per i prigionieri di fronte all’edificio della Mezzaluna Rossa a Ramallah.”

Russell dice che il governo israeliano sta facendo esattamente quello che fanno molti governi europei: ‘Ti opponi a noi? Sei una terrorista.’ I governi europei sono meno espliciti a questo proposito, ma il principio è lo stesso. Più bugie diffondono su quelli che gli si oppongono, più la gente ha paura di resistere.

Parlo con persone che hanno paura di postare la loro foto, di essere etichettate come ‘terroristi’, ‘pazzi estremisti di sinistra’ o ‘inaffidabili’ solo per aver detto che si oppongono al genocidio. Lo vedo tra i miei studenti, sul posto di lavoro.”

Russell ha sentito il dovere di esprimere il suo dissenso e dimostrare solidarietà con i palestinesi sul terreno: “Ho saputo di persone a Gaza uccise per aver postato su Facebook, di palestinesi e arabi cittadini di Israele arrestati per cose che avevano postato (sulle reti sociali). Se altri sono stati uccisi per questo io ho l’obbligo di parlare chiaramente, di testimoniare, perché altri non lo possono fare. E lo ribadisco.”

M. e L.

Studenti attivisti tedeschi

M. e L.

M. e L. sono stati arrestati nell’ottobre 2024 a At-Tuwani, nella Cisgiordania meridionale, mentre accompagnavano la famiglia Huraini sulla terra di sua proprietà. Preoccupati per la loro sicurezza e per timore di potenziali ripercussioni legali in Germania, i due attivisti hanno chiesto di rimanere anonimi. Dopo il loro arresto sono stati interrogati dalla stessa unità che si è occupata di Alison Russell. Hanno passato vari giorni agli arresti e poi sono stati obbligati ad attraversare il confine con la Giordania. Prima di essere deportati i poliziotti hanno preso loro una fotografia che poi Ben Gvir ha pubblicato.

Tutto è cominciato quando un colono-soldato è venuto da noi e ci ha chiesto i passaporti,” ricorda L. “Non glieli abbiamo dati subito e gli abbiamo chiesto: ‘Ma tu chi sei? Sei un soldato? Hai l’autorità per farlo?’ Lui ha ripetuto la richiesta e poi ha iniziato a chiamare gente. Sono arrivati dei soldati, hanno preso i nostri passaporti, ce li hanno restituiti e sembrava che tutto fosse a posto. Ma poi è arrivato un colono che avevamo incontrato in precedenza e gli ha detto qualcosa riguardo a Ramallah. (Il colono) ha iniziato ad insistere e voleva anche vedere di nuovo i nostri passaporti. Abbiamo avuto l’impressione che stesse provocando (i soldati).”

M. continua: “Alla fine ci hanno accusati di ‘diffondere contenuti in appoggio al terrorismo’ sulle reti sociali o qualcosa del genere, e ciò in relazione a una foto di noi durante una protesta a Ramallah. Quella era l’immagine che il colono aveva riconosciuto e probabilmente era stata presa da un video che qualcuno aveva postato su Facebook. Il ragazzo che aveva parlato durante la protesta (a Ramallah) aveva postato sulla sua pagina privata di Facebook una foto di tutti quelli che erano lì. Non aveva molti followers o like, ma in qualche modo (i coloni) l’hanno trovata e l’hanno usata come prova contro di noi.”

Come nel caso di Russell, M. pensa che la loro foto sia stata presa poco prima che venissero deportati, ma questa volta al ponte di Allenby: “Avevamo completato tutte le procedure di frontiera e stavamo solo lì seduti. Poi improvvisamente un poliziotto è venuto da noi. Ci hanno fotografato varie volte, ma quella che è stata pubblicata è di noi semplicemente in attesa.”

L. aggiunge: “Ci ha anche detto di guardare dritto nella macchina fotografica. La foto è stata pubblicata quello stesso giorno, lo abbiamo scoperto quando siamo arrivati ad Amman, e qualcuno ci ha detto: ‘Avete visto? Ben Gvir ha pubblicato la vostra foto!’.” 

È stato così assurdo,” continua M. “Ho pensato subito: ‘Com’è che quella foto è arrivata in sole due ore da un poliziotto all’ufficio del ministro della Sicurezza Nazionale? Devono avere gruppi WhatsApp su cui condividono tutto. Onestamente ero contento che avessero sfuocato i nostri volti, perché ciò avrebbe potuto avere davvero delle gravi conseguenze.

In Germania gli Anti-Deutsch [Antitedesco, gruppo di estrema sinistra filo-israeliano, ndt.] fanno quasi esattamente quello che fanno i coloni: raccolgono foto di palestinesi e antisionisti e postano le immagini da luoghi in cui ci riuniamo,” spiega L. “E ci sono anche aggressioni. Mi sembra che sia ovviamente inteso a intimidire, a prendere di mira singole persone, a dimostrare che ‘vi teniamo d’occhio, internazionali.’ E soprattutto con tutto questo apparato poliziesco l’obiettivo è che siamo sotto il loro controllo e che siamo ricercati.”

Penso che il principale obiettivo sia scoraggiare nuovi attivisti. Gente che non è ancora stata in Palestina o che sta pensando di venirci vedrà questo e forse penserà di non venirci affatto,” aggiunge M. “E’ esattamente quello che vogliono.”

Abbiamo contattato la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir per un commento. Se e quando le riceveremo, le risposte verranno pubblicate.

Baker Zoabi ha collaborato a questo progetto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Sfollamenti senza fine: la tragedia delle espulsioni forzate a Tulkarem e Jenin

Fayha Shalash – Ramallah

24 aprile 2025 – Palestine Chronicle

Decine di migliaia di palestinesi continuano a subire sfollamenti e perdite a Tulkarem e in altri campi profughi della Cisgiordania settentrionale sotto la continua aggressione militare israeliana.

Tasneem Sleit continua a patire le sofferenze dello sfollamento dopo essere stata espulsa con la sua famiglia dalla loro casa nel campo di Tulkarem, come decine di migliaia di altri palestinesi.

L’aggressione militare israeliana contro i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale è in corso da tre mesi, senza che se ne veda una fine.

Tutti i residenti dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfrattati con la forza dalle loro case e centinaia di queste abitazioni sono state demolite nell’ambito di un piano più ampio per cancellare i campi profughi e alterarne completamente la struttura con il pretesto di eliminare le cellule della resistenza armata.

Oltre 40.000 sfollati da questi campi vivono in condizioni difficili, senza alcun sostegno palestinese ufficiale. Più della metà di loro si è stabilita in centri, residenze e locali pubblici nelle città di Jenin e Tulkarem, soffrendo per la mancanza di aiuti e un futuro incerto.

Non c’è disperazione più grande

Il 27 gennaio un aereo israeliano ha bombardato un obiettivo nel campo di Tulkarem uccidendo due palestinesi. In quel momento, Tasneem si trovava fuori dalla sua casa, nel quartiere di al-Madaris, e non è riuscita a rientrarvi a causa di un raid su larga scala dell’esercito israeliano.

Da allora Tasneem non ha più visto la sua casa. Lei e suo marito sono stati costretti a prendere in affitto un’abitazione alla periferia del campo, ma l’esercito israeliano l’ha presa d’assalto il 12 marzo, trasformandola in una caserma militare e costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.

“Qualche settimana fa i miei genitori hanno ricevuto dal tribunale israeliano un ordine di demolizione della loro casa all’interno del campo. In seguito ho saputo che la mia casa era stata demolita. Non c’è sensazione più penosa di questa: vedere i ricordi, gli oggetti personali e gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso lì svanire in momenti simili. È una cosa estremamente dura”, ha dichiarato al Palestine Chronicle.

“Gli sfollati sono completamente esausti”, dice Tasneem nel descrivere la loro situazione, mentre l’esercito israeliano annuncia che rimarrà nei campi fino al prossimo anno, senza un futuro chiaro davanti a loro.

Stiamo aspettando notizie di un ritiro così da poter tornare alle nostre case, la maggior parte delle quali è stata distrutta, e quelle rimaste sono gravemente danneggiate. La vita nel campo è insostenibile. C’è chi dice che torneremo al campo anche se dovremo vivere in una tenda, pur sapendo che ci è proibito ricostruire le nostre abitazioni,afferma.

Gli sfollati non cercano solo cibo; hanno anche bisogno di molte cose che non sono disponibili, come i vestiti che hanno lasciato nelle loro case, ora sepolti sotto le macerie, e beni di prima necessità per i bambini.

La maggior parte dei volontari che si occupano degli sfollati ha smesso di lavorare, incapace di far fronte al carico sempre più gravoso. Per non parlare dell’elevato numero di abitanti di Tulkarem le cui case sono state distrutte dai soldati perché si affacciavano sul campo o utilizzate come caserme militari.

Gli abitanti non hanno alternative abitative oltre ai rifugi già sovraffollati.

Quando finirà la nostra tragedia?

L’autista di ambulanze Hazem Masarweh sta vivendo i giorni più difficili dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel campo di Jenin.

Masarweh ci ha raccontato di essere stato costretto a lasciare l’abitazione all’inizio dell’offensiva. È riuscito a prendere una casa in affitto per evitare di essere confinato nei rifugi, ma non possiede utensili per cucinare o per fare il bucato.

“Tutti gli aiuti alimentari forniti agli sfollati contengono cereali da cucinare, ma non abbiamo fornelli né forni, il che ha aggravato le nostre sofferenze”, ci ha detto.

Per distribuire il pesante carico Hazem e i suoi due figli sono stati costretti a trasferirsi in un luogo mentre sua moglie e sua figlia si sono spostate in un altro e il figlio maggiore in un terzo. Si fanno visita ogni 20 giorni.

Masarweh possiede il Centro Medico Ibn Sina, dove l’esercito israeliano ha fatto irruzione più volte distruggendone i contenuti. Non è a conoscenza della sorte della sua casa all’interno del campo.

Stiamo vivendo uno stato psicologico complesso. Cerchiamo di sopravvivere con quel poco che abbiamo, e pensiamo costantemente alle nostre case e ai vicoli del campo in cui siamo cresciuti. Ci torneremo mai? Come saranno ora? Quando finirà la nostra interminabile tragedia?

Forse la preoccupazione maggiore per gli sfollati è la mancanza di prospettive o di una fine a questa aggressione, come per le precedenti incursioni. Il continuo sfollamento grava pesantemente sulle spalle degli espulsi e sulle loro speranze di una vita dignitosa, che sembrano un miraggio sotto l’occupazione.

FayhaShalash è una giornalista palestinese di Ramallah. Si è laureata all’Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha collaborato con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un anziano palestinese muore dopo essere stato picchiato da soldati in Cisgiordania

Redazione di MEMO

9 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia di notizie Wafa, ieri un anziano palestinese è morto dopo essere stato aggredito dai soldati dell’occupazione israeliana durante la demolizione di una casa nel sud della Cisgiordania occupata.

Le forze israeliane hanno picchiato un gruppo di abitanti palestinesi con i manganelli ed il calcio dei fucili mentre demolivano una casa a Wadi Fukin, ad ovest di Betlemme occupata.

Nell’aggressione sei persone hanno subito ematomi ed escoriazioni, incluso il settantenne Ghazi Badr Manasra, che ha avuto un ictus ed è stato successivamente dichiarato morto.

Un video che è circolato online mostra i soldati israeliani picchiare duramente molti palestinesi durante l’operazione.

Precedentemente lo stesso giorno l’esercito israeliano ha demolito sette case palestinesi in zone differenti della Cisgiordania in quanto “costruite senza permesso.”

Le autorità israeliane proibiscono la costruzione e la riqualificazione del territorio nelle aree classificate come “Area C” [in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo israeliano, ndt.] nella Cisgiordania occupata senza un permesso rilasciato da Israele – che i palestinesi affermano essere per loro quasi impossibile da ottenere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La lotta di Masafer Yatta: i cinque punti salienti dell’intervista di The FloodGate ad Alaa Hathleen

Romana Rubeo

4 marzo 2025 The Palestine Chronicle

Nel podcast The FloodGate, Voices from Palestine, Alaa Hathleen di Masafer Yatta parla della vita sotto il regime militare, della violenza dei coloni e della continua lotta della comunità contro la pulizia etnica

Il 2 marzo il documentario No Other Land ha vinto un Oscar; vi si documenta la lotta dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana in corso a Masafer Yatta.

In questa puntata di The FloodGate, Robert Inlakesh di Palestine Chronicle ha parlato con Alaa Hathleen, attivista e abitante di Masafer Yatta, della vita sotto il regime militare, delle realtà quotidiane dello sfollamento e della resistenza incrollabile della comunità contro le forze israeliane e gli attacchi dei coloni.

Masafer Yatta è uno dei casi di più lunga data di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata, eppure la sua gente si rifiuta di essere cancellata.

Ecco cinque punti chiave della testimonianza di Alaa Hathleen.

1. Sotto attacco

Per decenni Israele ha applicato una combinazione di governo militare, pressione economica e uso manipolatorio delle leggi per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Alaa Hathleen non vede alcun futuro per una soluzione a due Stati, perché l’occupazione non ha lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione palestinese.

“Ci hanno attaccato in ogni settore: sanità, istruzione ed economia. Con questi attacchi stanno cercando in ogni modo di farci andare via “, ha affermato Alaa.

“Ad esempio, per il mio villaggio c’è una sentenza legale della corte israeliana che afferma che la terra è nostra, eppure non ci è permesso viverci. Questa è la realtà secondo la legge israeliana. Abbiamo sofferto in ogni aspetto del vivere”.

“Anche in merito all’istruzione subiamo attacchi da parte dei coloni. Soffriamo per le demolizioni delle case e le operazioni militari. Non vogliono che viviamo qui; vogliono cacciarci con diversi mezzi, tra cui la violenza dei coloni e le demolizioni”, ha continuato Alaa, aggiungendo: “Per loro, questa è Area C [sotto il controllo israeliano totale ma temporaneo in base agli accordi di Oslo, ndt.], ma per noi è la nostra casa. Ecco perché non esiste una soluzione a due Stati per la Palestina”.

2. Perché siamo diventati attivisti

Per molti palestinesi l’attivismo non è una scelta, ma una necessità. L’attivismo di Alaa è profondamente personale, plasmato sia dall’occupazione che dalle lotte della sua famiglia.

“Sono sia un fisioterapista che un attivista, ma nessuna delle due attività è stata una scelta: sono diventato attivista dopo aver visto come l’occupazione ci ha negato tutti i diritti, quando hanno dichiarato la mia terra e la mia area zone militari, proibendoci di usarle”, ha detto.

“Sono diventato fisioterapista dopo che nel 2013 mio padre ha avuto un ictus. Era estremamente difficile accedere alla fisioterapia, quindi in quel momento ho deciso di dedicarmi a questo e lavorare sodo per aiutare la mia comunità”.

Alaa ha spiegato che non ci sono scuole nella zona. “Ogni giorno dovevo camminare per circa 10 chilometri attraverso montagne e valli solo per andare a scuola. Molte volte, i coloni ci hanno attaccati e picchiati, ma ero determinato a continuare i miei studi per sostenere la mia gente”, ha affermato.

3. Gli attacchi dei coloni

La violenza dei coloni è una minaccia quotidiana a Masafer Yatta e le autorità israeliane non offrono alcuna protezione agli abitanti palestinesi. Al contrario, facilitano gli attacchi assicurandosi che i coloni agiscano impunemente.

“I coloni ci attaccano mentre la polizia tarda il più possibile a rispondere, aspettando che i coloni abbiano terminato le distruzioni prima di arrivare. A volte, quando li chiamiamo, ci dicono: ‘Dove sono i coloni? State mentendo’ e invece di fermare gli aggressori ci arrestano”.

Altre volte, secondo Alaa, le forze israeliane riconoscono che i coloni ebrei israeliani illegali stanno facendo qualcosa di illecito, ma sostengono di non poterli fermare.

“Ci dicono sempre di presentare denunce alla stazione di polizia e, sebbene abbiamo presentato migliaia di denunce, non è cambiato nulla”.

“Non ci è permesso difenderci”, ha continuato. “Se ci proviamo, ci arrestano e ci mettono in prigione. Questa è la nostra realtà”.

4. Pulizia etnica e piani di annessione

Il governo israeliano supporta direttamente la violenza dei coloni, consentendo l’accaparramento di terre e l’espansione degli insediamenti. Masafer Yatta non sta solo subendo l’occupazione, sta anche affrontando un continuo processo di pulizia etnica.

“Il governo israeliano sostiene questi coloni, portandoli qui per attaccarci e continuare nei loro tentativi di sfrattare i palestinesi dalla loro terra”, ha detto Alaa.

“Siamo trattati come prigionieri: il nostro villaggio è chiuso e a volte decidono di aprire i cancelli. Ogni giorno affrontiamo attacchi da parte di coloni, soldati e amministrazione civile israeliana [il governo militare sui territori occupati, ndt.]. Emettono costantemente ordini di demolizione per le nostre case, cercando di cacciarci via”.

5. Dignità e diritti

Nonostante le difficoltà quotidiane la gente di Masafer Yatta si rifiuta di rinunciare alla propria terra. La resistenza è radicata nella loro dignità e nella determinazione a restare.

“Vogliono spostarci nelle città, ma noi rifiutiamo. Questa è la nostra terra, questa è la nostra vita. Vivremo qui con dignità e libertà, o saremo sepolti sotto di essa con i nostri antenati. Non c’è altra scelta”.

Purtroppo, ha affermato Alaa, questa questione è stata ampiamente ignorata dai media. “Ha ricevuto pochissima attenzione, ma rimane una delle lotte più importanti che affrontiamo”.

Romana Rubeo è una scrittrice italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)