Un altro morto mentre Gaza arriva all’ultimo venerdì di protesta prima del “Giorno della Nakba”*

Redazione di MEE

venerdì 11 maggio 2018, Middle East Eye

* Un altro giovane di 15 anni è morto sabato per le ferite riportate [ndr]

I palestinesi hanno manifestato per un mese e mezzo, per denunciare la disastrosa situazione di Gaza assediata

GAZA CITY – Venerdì un palestinese è stato ucciso a Gaza mentre la “Grande Marcia del Ritorno” di sei settimane è arrivata al suo ultimo giorno prima del “Giorno della Nakba”, il 15 maggio.

Nella Striscia di Gaza, territorio sotto blocco, i palestinesi si uniscono nelle manifestazioni per chiedere il diritto al ritorno di 1.300.000 rifugiati.

Il ministero della Salute di Gaza ha identificato il palestinese ucciso in Jaber Salem Abu Mustafa, 40 anni, aggiungendo che è stato colpito al petto dalle forze israeliane a est di Khan Younis.

Dal 30 marzo i manifestanti si sono riuniti ad alcune centinaia di metri dalla barriera che separa Israele da Gaza per chiedere il diritto al ritorno nelle loro case di prima del 1948, evidenziando diversi problemi che riguardano la Striscia assediata – come la disoccupazione e le pesanti difficoltà dei giovani palestinesi.

Venerdì i notiziari riferivano che in alcune zone le forze israeliane hanno sparato massicciamente gas lacrimogeni verso la folla, mentre almeno cinque manifestati sono stati colpiti con proiettili veri a est di Gaza City.

E’ stato riferito che un’altra persona sarebbe stata colpita a est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza, dove una troupe di giornalisti della televisione “Al-Aqsa” [rete televisiva di Hamas, ndt.] sarebbe stata presa di mira con gas lacrimogeni.

Numerosi giornalisti sarebbero stati feriti da proiettili veri e da gas lacrimogeni in tutta la Striscia di Gaza.

Il ministero della Salute ha informato che alle 5 del pomeriggio ora locale 448 persone sono rimaste ferite, compresi almeno 25 minorenni e un infermiere.

Il ministero ha diffuso la foto di un ragazzo sedicenne in condizioni critiche con la guancia trapassata da un proiettile non identificato a est del campo di rifugiati di al-Bureij, nella zona centrale della Striscia di Gaza. [presubilmente si tratta del quindicenne Jamal Abu Arahman Afaneh colpito da proiettile e deceduto sabato, ndr].

All’inizio della giornata dei dimostranti hanno parzialmente rimosso il filo spinato sistemato dalle forze israeliane nei pressi della barriera per evitare che i palestinesi si potessero avvicinare.

La manifestazione di venerdì è stata denominata “Venerdì di Preparazione e Presagio”, anticipando la marcia finale della protesta all’inizio della prossima settimana.

Inizialmente era previsto che la Marcia terminasse il 15 maggio – settantesimo anniversario della Nakba (catastrofe) palestinese, in cui più di 750.000 palestinesi vennero obbligati ad andarsene dalle forze israeliane nel corso della guerra arabo-israeliana del 1948.

Tuttavia l’ultima manifestazione è prevista per lunedì 14 maggio, a causa dell’imminente inizio del mese sacro musulmano del Ramadan.

Il 14 e 15 maggio faremo volare aquiloni con slogan pacifici per il nostro diritto al ritorno, bruceremo pneumatici e taglieremo filo spinato, perché non riconosciamo questa barriera né i confini israeliani, “ ha detto a MEE Ayman, un membro del gruppo dei manifestanti che guida le attività nei pressi della barriera, tenendo in mano delle grandi tenaglie per tagliare il filo spinato.

Lunedì è anche il giorno in cui gli Stati Uniti hanno fissato lo spostamento della loro ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, un’iniziativa che ha provocato molta rabbia tra i palestinesi.

Mentre le proteste si avvicinano al culmine, il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ha detto che il gruppo – uno dei molti partiti politici palestinesi di Gaza che si sono pronunciati a favore della “Grande Marcia del Ritorno” – non impedirà ai manifestanti di superare la barriera di sicurezza israeliana lungo il perimetro di Gaza.

Cos’è che non va se centinaia di migliaia di persone attraversano una barriera che non è un confine?” ha detto giovedì, parlando a giornalisti stranieri per la prima volta da quando ha assunto l’incarico nel 2017.

Il profumo del mio villaggio”

Alcuni vecchi rifugiati hanno preso parte alla protesta di venerdì, lasciandosi andare ai ricordi d’infanzia prima e durante la Nakba.

Oggi è la prima volta nella mia vita che mi sono avvicinata al confine. Sto accanto alle tende della protesta per il ritorno e rivolgo lo sguardo a nordest, in direzione di Bir Saba,” ha detto venerdì a Middle East Eye Umm Usama, rifugiata di 73 anni, riferendosi al suo villaggio d’origine dove ora sorge la città israeliana di Beersheba.

Conservo nel mio cuore tutte le storie che mio padre era solito raccontarmi sul villaggio. Posso ancora sentire il profumo del mio villaggio.

Sono contenta di vedere come questa generazione sia cosciente del proprio diritto al ritorno, senza paura delle armi israeliane,” ha aggiunto. “Gli israeliani non dovrebbero uccidere il nostro diritto a tornare così come uccidono i nostri figli.”

Sappiamo che gli israeliani sono più forti di noi, poiché hanno le armi” ha detto Umm Raed, che aveva solo due settimane quando la sua famiglia è stata obbligata a scappare dal villaggio di Barbara, a soli 20 km dalla Striscia di Gaza.

Ma i nostri diritti ci rendono più forti. Sarò la prima a partecipare alla protesta nel giorno della Nakba, verrò con i miei familiari e i vicini in modo che tutto il mondo sia testimone della nostra compatta presa di posizione per il diritto al ritorno.”

Secondo l’ultimo bilancio di mercoledì del ministero della Salute di Gaza, durante le manifestazioni le forze israeliane schierate dietro la barriera hanno ucciso 47 palestinesi e ne hanno feriti 8.536. L’AFP [agenzia di notizie francese, ndt.] ha contato dal 30 marzo altri cinque morti palestinesi, fuori dall’ambito delle proteste.

Wael, 29 anni, è stato colpito a una gamba durante la manifestazione del 4 maggio, ma ciononostante è tornato a manifestare una settimana dopo, nonostante debba ancora usare le stampelle.

Sono disoccupato, non ho speranze in questa vita. Protesto sperando che possiamo cambiare le nostre vite, sostenere i nostri diritti e far togliere l’assedio imposto a Gaza. Vogliamo che tutto il mondo sappia che la crisi umanitaria a Gaza deve finire,” ha detto a MEE. “Il nostro diritto al ritorno è la nostra ultima speranza.”

Nonostante una serie di sparatorie siano scoppiate lungo il confine dopo che alcuni aquiloni dotati di ordigni incendiari artigianali sono entrati in Israele, non si è registrata nessuna vittima israeliana.

Venerdì la polizia israeliana ha dato notizia sui social media che tre israeliani sono stati arrestati per aver tentato di mandare aquiloni incendiari a Gaza e appiccarvi un incendio.

La violenta risposta dell’esercito israeliano alle manifestazioni ha suscitato indignazione in tutto il mondo: più di 2.000 palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri e 24 feriti hanno subito amputazioni dopo che Israele gli ha negato i permessi per uscire da Gaza e ricevere cure nella Cisgiordania occupata.

Venerdì l’Ong internazionale “Save the Children” ha denunciato che l’esercito ha preso di mira dei minori palestinesi a Gaza, sottolineando che su oltre 700 ragazzini feriti, almeno 250 sono stati colpiti da proiettili veri.

Siamo profondamente preoccupati per l’alto numero di minori colpiti da proiettili veri e siamo d’accordo con l’Alto Commissario per i Diritti Umani che questo potrebbe segnalare un uso eccessivo della forza causando uccisioni e mutilazioni illegali,” ha affermato in un comunicato Jennifer Moorehead, direttice locale di “Save the Children” per i territori palestinesi occupati.

Il risultato è stato devastante per i minori di Gaza – fisicamente e psicologicamente. Molti sono rimasti feriti e molti altri hanno visto i propri genitori o i propri cari feriti durante le proteste o patire crescenti difficoltà nella vita quotidiana.”

 L’esercito israeliano ha respinto i ripetuti appelli della comunità internazionale – comprese le Nazioni Unite – ad usare moderazione e ad aprire un’inchiesta indipendente sulle morti, sostenendo la necessità della propria politica di fare fuoco, che, sostiene, prende di mira “terroristi”.

Nel contempo Amnesty International ha chiesto un embargo totale degli armamenti contro Israele, accusando le sue forze di “perpetrare attacchi mortali” contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.

Resoconto da Gaza di Amjad Ayman.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le tappe israeliane del Giro d’Italia saranno un giro di ingiustizie

Flavia Cappellini

Venerdì 4 maggio 2018, Middle East Eye

La più bella corsa al mondo nel più bel Paese del mondo.” Questa è una descrizione popolare del Giro d’Italia, un’epica avventura ciclistica che dura tre settimane attraverso 3.546 km.

Il ciclismo su strada è uno sport unico a livello mondiale, in quanto non ci sono barriere tra atleti e spettatori. Alessandro Baricco, un famoso scrittore italiano, una volta ha scritto: “Andare a vedere il ciclismo è qualcosa che, se ci pensi, non ci credi…Tutti nel paese sono fuori di casa, facendo un picnic con un thermos, una radio, giacche a vento e i programmi aperti per capire chi sia ogni ciclista. Una festa!”

Le prime tre tappe della corsa, quest’anno denominata dagli organizzatori il “Giro della Pace”, saranno in Israele. Per la prima volta, il Giro inizierà fuori dall’Europa, prima di attraversare l’Italia e finire a Roma, collegando lo Stato dove nacque il fascismo e che alla fine gli si oppose e lo Stato nato dopo l’Olocausto. Il Giro d’Italia, uno dei più famosi eventi sportivi italiani, è diventato parte dei festeggiamenti per il 70^ anniversario della fondazione di Israele, e gli organizzatori sperano di lanciare un messaggio di tolleranza. Una bellissima narrazione, ma è probabile che a molti non sfugga che c’è un elefante nella stanza.

Politica inevitabile

Oggi Israele e Palestina sono ancora al centro di tensioni internazionali, dal movimento internazionale per il boicottaggio di Israele alle accuse di antisemitismo. L’organizzazione di un grande evento sportivo nel mezzo di tutto ciò non può evitare la politica – soprattutto perché milioni di persone vedranno la corsa attraversare uno dei territori più accanitamente contesi al mondo.

RCS Sport, l’organizzatore del Giro d’Italia, ha battuto la rivale ASO (che organizza il Tour de France e la Vuelta de España) con uno storico primato, tenendo la grande inaugurazione della corsa al di fuori dei confini europei.

Scegliere Israele ha un senso dal punto di vista logistico. Il volo intercontinentale per portare centinaia di atleti, il personale delle squadre e gli sponsor dalla terza tappa in Israele alla quarta in Sicilia è solo di poche ore sul Mediterraneo. Per sfruttare questa opportunità, RCS Sport era verosimilmente ben cosciente della necessità di evitare polemiche.

Mauro Vegni, il direttore di corsa del Giro d’Italia, ha ribadito che “non mischiamo lo sport con la politica,” e che questo è il “Giro della Pace da Gerusalemme a Roma”. Ha spiegato che le tre tappe israeliane sono state tracciate in base alle raccomandazioni del ministero degli Esteri italiano. Rimangono all’interno dei confini riconosciuti dalle Nazioni Unite – di prima della guerra del 1967. Il Giro evita i territori occupati dove, al momento, lo Stato di Israele sta violando le leggi internazionali.

Questa cautela diplomatica è sufficiente a tener lontano il giro da ogni polemica? Forse vale la pena di prendere in considerazione, tappa per tappa, come questa cooperazione geopolitica si sia sviluppata tra sport e leggi internazionali, in nome della separazione tra sport e politica.

Prima tappa: Gerusalemme

La prima tappa della corsa sarà una gara a cronometro di 9.7 km a Gerusalemme. Secondo la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e le Nazioni Unite, non c’è un’unica sovranità su Gerusalemme; Gerusalemme ovest è amministrata da Israele, ma Gerusalemme est è riconosciuta come parte del territorio della Cisgiordania, illegalmente occupata dalle forze israeliane e rivendicata dai palestinesi come futura capitale di uno Stato autonomo.

Com’era prevedibile, la prima tappa del Giro si svolge rigorosamente nelle strade di Gerusalemme ovest, la zona internazionalmente riconosciuta come parte dello Stato di Israele. Quando il materiale promozionale ufficiale del Giro d’Italia, pubblicato in novembre, l’ha definita come “Gerusalemme ovest”, la reazione del governo israeliano è stata immediata. Con un comunicato congiunto il ministro israeliano della Cultura e dello Sport Miri Regev e il ministro del Turismo Yariv Levin [entrambi del partito di destra Likud, ndt.] hanno dichiarato: “Non ci sono Gerusalemme ovest e Gerusalemme est, ma una sola Gerusalemme, la capitale di Israele…Queste pubblicazioni sono una violazione degli accordi con il governo israeliano, e se non vengono cambiate, Israele non parteciperà all’evento.”

Poche ore dopo, gli organizzatori del Giro hanno tolto la parola “ovest” dal loro materiale pubblicitario, affermando: “RCS Sport vuole chiarire che la partenza del Giro d’Italia avrà luogo nella città di Gerusalemme. Presentando il tracciato della corsa, è stato utilizzato materiale tecnico che contiene le parole “Gerusalemme ovest”, attribuibile al fatto che la corsa si svilupperà logisticamente in quella zona della città. Si sottolinea che questa parola, priva di ogni valutazione politica, è stata immediatamente eliminata da ogni materiale legato al Giro d’Italia.”

Secondo gli organizzatori, ignorare lo status legale internazionale di Gerusalemme – sancito dalla CIG e da cinque risoluzioni ONU – è considerato privo di ogni significato politico, piegandosi alla narrazione israeliana che presenta la Città Santa come la capitale indivisibile di Israele.

Seconda tappa: da Haifa a Tel Aviv

La seconda tappa si corre il 5 maggio da Haifa, il centro mediterraneo della cultura arabo-israeliana, lungo la costa fino a Tel Aviv, l’attuale capitale di fatto di Israele. Israele è stato fondato 70 anni fa e il Giro d’Italia che arriva in città sarà parte dei festeggiamenti per il suo anniversario.

Al contrario ad Haifa gli eventi legati al 70^ anniversario della nascita del Paese sono noti con un altro nome: la Nakba. Ciò si traduce dall’arabo come la “catastrofe”, quando più di 700.000 arabi scapparono o vennero espulsi dalle loro case.

Ogni anno, in occasione dell’anniversario della nascita di Israele, la popolazione araba chiede il riconoscimento della risoluzione 194 dell’ONU, che afferma che i rifugiati che desiderino tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini devono poterlo fare il prima possibile, e che debbano essere pagati indennizzi per le proprietà di quelli che scelgano di non tornare. Haifa è la città simbolo di questo esodo.

Secondo l’Ong israeliana “Zochrot”, un gruppo che intende mantenere viva la memoria storica della Nakba tra la popolazione israeliana, la quantità di abitanti arabi espulsi o uccisi o che scapparono dalla città nel 1948 fece scendere la popolazione di origine palestinese da 75.000 a 3.500. Nel contempo la popolazione ebraica di Haifa salì a più del 90%.

I rifugiati della Nakba e i loro discendenti ora vivono soprattutto a Gaza, in Cisgiordania, in Giordania, in Libano e in Siria. Quest’anno, la popolazione di Gaza ha intrapreso la “Grande Marcia del Ritorno”, proteste simboliche per chiedere il riconoscimento del diritto dei rifugiati del 1948 a tornare nella loro patria. Il 5 maggio, mentre il gruppo di ciclisti del Giro d’Italia attraverserà le strade di Haifa, probabilmente migliaia di persone staranno ancora aspettando di lasciare Gaza per ottenere il diritto al ritorno, come stabilito dall’ONU.

Finora 45 civili sono morti in queste proteste, compresi due giornalisti. Tutti sono stati uccisi dalle forze israeliane lungo il confine tra Gaza e Israele, a meno di 70 km dal traguardo della seconda tapa del Giro. Inoltre tra le migliaia di feriti ci sono stati 30 atleti palestinesi, compreso il ciclista Alaa al-Dali, 21 anni, che ha perso una gamba dopo essere stato colpito dalle forze israeliane.

Terza tappa: da Beer-Sheva a Eilat

Infine, l’ultima tappa avrà luogo il 6 maggio nel deserto del Negev: 229 km dalla capitale della provincia, Beer-Sheva, alla città turistica di Heilat, sul Mar Rosso. A prima vista il deserto del Negev sembra una grande distesa di sole e sabbia, con lunghi tratti segnati sulle mappe come terra demaniale. Di fatto ci sono continui progetti di costruzione per sistemarvi la crescente popolazione di Israele – ma alcune di queste terre sono abitate dall’ultima popolazione nomade rimasta nel Negev, in villaggi che non sono stati subito riconosciuti dallo Stato. Con il tempo, alcuni insediamenti sono stati riconosciuti e altri distrutti. Ci sono ancora 35 villaggi non riconosciuti sotto minaccia di demolizione.

Il percorso del Giro passa nei pressi del più grande villaggio non riconosciuto, Wadi al-Naam, che ospita 13.000 persone ai margini della strada principale che attraversa il deserto. Mentre la corsa ciclistica passerà sulla strada asfaltata, gli abitanti di Wadi al-Naam avranno molte difficoltà a veder passare il gruppo, in quanto il loro villaggio non ha quasi nessuna infrastruttura e manca persino di una strada adeguata che lo colleghi al resto della regione.

Non solo non ci sono strade: il villaggio non è collegato al sistema idrico né alla rete elettrica, e nei pressi è stata fondata un’industria chimica, “Neot Hovav”. Non è quindi sorprendente che vi sia stato registrato uno dei tassi di mortalità infantile più alti di Israele. Human Rights Watch ha denunciato come incostituzionale l’assenza di servizi essenziali in questa zona, in quanto ogni cittadino dello Stato dovrebbe avere gli stessi diritti di proprietà, eguaglianza e dignità.

Dimostrazione di controllo

Quando una corsa ciclistica attraversa un Paese, in genere i suoi cittadini accolgono la competizione nelle strade senza barriere, senza protezioni e senza dover pagare un biglietto. Si può giocare una partita di pallone a porte chiuse, ma non si può controllare una corsa di 200 km lungo strade che per tre settimane attraversano case, popolazioni e infrastrutture locali.

Per riuscirvi, un’importante corsa necessita della cooperazione della popolazione locale. C’è bisogno di sicurezza e del controllo sul territorio. Ospitare un simile evento è, di per sé, sia una forma di promozione turistica che l’affermazione da parte dello Stato del pieno controllo sulla gente che vive sul territorio.

In queste circostanze, è legittimo perlomeno chiedersi se il governo israeliano stia cercando di utilizzare il Giro d’Italia per promuovere una nuova e più accesa narrazione nazionalistica, ad iniziare da Gerusalemme come capitale di Israele. La natura di questo sport pone una sfida nel garantire la sicurezza del territorio per una corsa sicura. Infatti nella presentazione del Giro d’Italia a Gerusalemme, il governo israeliano ha dichiarato che questo avvenimento sarebbe stato la più vasta operazione di sicurezza dalla nascita dello Stato di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, come sempre, sembra fiducioso.

Flavia Cappellini è una produttrice televisiva che si occupa di media, sport e ciclismo. In precedenza ha lavorato per la RAI e per l’inglese “Press TV” e ha conseguito un titolo di laurea specialistica in “Media dalla città” all’università di Londra.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Giro d’Italia: il ciclista palestinese ferito a Gaza ‘disgustato’ dalla gara a tappe in Israele

Maha Hussaini

Mercoledì 2 maggio 2018, Middle East Eye

Alaa Al-Dali, che ha perso una gamba dopo essere stato colpito mentre protestava vicino alla barriera di confine di Gaza, afferma che la gara a tappe a Gerusalemme è un incoraggiamento agli abusi israeliani.

Un ciclista palestinese, che ha perso una gamba dopo che un cecchino israeliano gli ha sparato mentre manifestava vicino alla barriera di confine di Gaza, ha accusato gli organizzatori e i corridori del Giro d’Italia di incoraggiare la violenza israeliana accettando che la gara si disputi nel Paese.

Alaa al-Dali ha subito otto operazioni ed alla fine gli è stata amputata una gamba dopo essere stato colpito mentre partecipava alle proteste della “Grande Marcia per il Ritorno” il 30 marzo.

Il ventunenne era in lizza per gareggiare per la Palestina nei giochi asiatici a Giakarta in agosto, ed ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano ha “distrutto il suo sogno”.

Il Giro d’Italia, una delle corse di ciclismo più prestigiose, inizia a Gerusalemme venerdì ed Israele ospiterà altre due tappe prima che la gara ritorni in Italia, suscitando la condanna degli attivisti per i diritti dei palestinesi e dei partecipanti alla campagna di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS).

Al-Dali ha fatto appello alla comunità internazionale perché imponga sanzioni ed un boicottaggio sportivo verso Israele, invece di permettergli l’“onore” di ospitare la gara.

“È molto triste sapere che la gente godrà del mio sport preferito nel Paese il cui l’esercito ha distrutto i miei sogni”, da detto al-Dali. “Non è bello. Sono scioccato e disgustato da questa notizia.”

La gara servirà solo a evidenziare il divario tra “l’occupante e l’occupato”, ha aggiunto.

“Questa è una contraddizione all’ennesima potenza. Simili eventi dovrebbero simboleggiare pace e umanità. Non riesco a vedere nulla di pacifico nello spararmi e rendermi disabile per essermi trovato a circa 200 metri dalla barriera di confine.”

Il fratello maggiore di Al-Dali, il venticinquenne Muhammed, ha detto a MEE che i medici hanno deciso di amputargli la gamba a causa dei danni alle ossa e ai tessuti.

Ma ha detto di credere che ci sarebbe stata una possibilità di salvare la sua gamba se Israele non gli avesse negato il permesso di farsi curare in Cisgiordania.

Il sistema sanitario di Gaza è stato devastato da un blocco di 11 anni imposto da Israele dopo la vittoria di Hamas alle elezioni, che ha gettato l’enclave in una crisi umanitaria.

‘Occhi chiusi di fronte alle nostre sofferenze’

“Gli organizzatori ed i partecipanti non solo chiudono gli occhi sulle nostre sofferenze, in quanto atleti a cui vengono negati i diritti fondamentali, ma stanno anche incoraggiando le autorità israeliane ad imporre ulteriori restrizioni ed a continuare nei loro soprusi contro di noi”, ha detto Alaa al-Dali.

Secondo Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Sanità palestinese a Gaza, dall’inizio delle proteste della Grande Marcia per il Ritorno, in cui i palestinesi stanno protestando per il loro diritto al ritorno nelle terre e nelle case occupate da Israele nel 1948 e nei successivi conflitti, almeno 44 palestinesi sono stati uccisi ed altri 7.000 feriti, comprese decine di persone rimaste disabili.

Venerdì la prima tappa del Giro d’Italia vedrà gli atleti correre una corsa a cronometro di 9.7 km. a Gerusalemme ovest, che terminerà sotto le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, nella Gerusalemme est occupata.

Poi Israele ospiterà tappe da Haifa a Tel Aviv e da Beer Sheva attraverso il deserto del Negev fino al porto di Eilat, sul Mar Rosso.

La gara ospita alcuni dei più famosi ciclisti al mondo, compreso Chris Froome, che cerca di diventare il primo campione, nell’era del ciclismo moderno, a conquistare contemporaneamente tutti e tre i titoli dei grandi tour sportivi, il Tour de France, la Vuelta de España e il Giro d’Italia.

La gara ospita anche squadre sponsorizzate dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrain.

La partenza della gara è particolarmente significativa poiché coincide con le celebrazioni del 70^ anniversario del giorno dell’indipendenza di Israele, e avviene solo pochi giorni prima che i palestinesi celebrino l’anniversario della Nakba, o catastrofe, in cui più di 750.000 persone furono espulse con la forza dalle loro terre nel maggio 1948.

Una mappa illustrata del percorso della gara pubblicata sul Twitter del Giro mostra la Città Vecchia di Gerusalemme e la moschea della Cupola della Roccia.

Il movimento BDS ha condotto una campagna perché la corsa venisse spostata fin da quando è stato annunciato il percorso l’anno scorso, avvertendo che far partire la gara in Israele avrebbe assunto il significato di un “timbro di approvazione” delle “violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi.”

“Proprio come sarebbe stato inaccettabile per il Giro d’Italia partire dal Sudafrica dell’apartheid negli anni ’80, è ora inaccettabile far partire la gara da Israele, in quanto questo servirà solo come sigillo di approvazione dell’oppressione di Israele sui palestinesi”, ha dichiarato il movimento sul suo sito web ufficiale.

In seguito alla comunicazione del percorso della gara lo scorso novembre, le associazioni per i diritti hanno emesso un comunicato congiunto chiedendo agli organizzatori di RCS Sport di spostare la partenza della gara da Israele, che, secondo loro, “accrescerà il senso di impunità di Israele.”

In risposta, RCS Sport, l’organizzatore del Giro, ha detto che la gara si sarebbe svolta in Israele come parte dell’“internazionalizzazione” dell’evento e come “un mezzo per esportare nel mondo tutto ciò che è italiano”.

A settembre il direttore della gara Mauro Vegni ha detto: “La realtà è che vogliamo che questo sia un evento sportivo e che si tenga lontano da ogni questione politica.”

Saied Timraz, vicepresidente di Palestinian Motorsport, Motorcycle and Bicycle Federation, ha affermato che è “irragionevole” tenere un evento così prestigioso in Israele allo stesso tempo in cui gli atleti palestinesi vengono privati dei loro diritti fondamentali dalle autorità israeliane.

“Israele usa lo sport per mascherare le sue flagranti violazioni contro i palestinesi. Ha un particolare interesse ad ospitare questo evento in quanto esso consente ai partecipanti di ammirare i luoghi e promuovere una immagine civilizzata di Israele”, ha detto Timraz a MEE.

“Benché lo sport e la politica debbano mantenersi separati, nulla può giustificare dare un premio agli oppressori.”

Secondo Timraz, lo scorso novembre le autorità israeliane hanno rifiutato a lui ed altri sei atleti palestinesi i permessi per uscire da Gaza per gareggiare nel campionato arabo di atletica del 2017, organizzato dalla Associazione Atletica Araba in Tunisia.

“Non è la prima volta che ci negano i permessi per partecipare ad eventi internazionali”, ha detto Timraz.

“Le autorità israeliane vogliono imporre severe restrizioni ai palestinesi che intendono partecipare ad eventi che darebbero voce alle loro sofferenze e mostrerebbero il vero volto dell’occupazione.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)





Le forze israeliane uccidono tre persone mentre i giovani invitano ad unirsi alle proteste della “Grande Marcia del Ritorno”

Redazione di MEE

venerdì 27 aprile 2018 Middle East Eye

Gli organizzatori dedicano la manifestazione del venerdì alla “gioventù rivoluzionaria” mentre le forze israeliane feriscono almeno sette giornalisti che stavano informando sulle proteste.

Almeno tre palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre migliaia di palestinesi hanno partecipato al quinto venerdì di proteste nella Striscia di Gaza assediata come parte della “Grande Marcia del Ritorno”.

Le proteste continuano e il responsabile per i diritti umani dell’ONU ha attaccato l’esercito israeliano per la “deplorabile” uccisione di almeno 43 palestinesi durante le manifestazioni nelle ultime quattro settimane.

Venerdì il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di due palestinesi uccisi, compreso un uomo colpito alla testa a est di Gaza City. Per il momento il ministero non ha potuto identificare i due.

Un terzo palestinese ucciso è stato identificato dal ministero come il ventinovenne Abd al-Salam Bakr, colpito a est di Khuzaa, nella parte meridionale della Striscia.

Il ministero ha anche detto che più di 600 persone sono state ferite, comprese 37 persone colpite dal fuoco israeliano.

Un inviato di MEE ha informato che durante tutto il giorno in tutta la Striscia di Gaza le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e una grande quantità di gas lacrimogeni contro i dimostranti.

Secondo fonti sul campo, in diversi incidenti almeno sette giornalisti sono stati feriti dalle forze israeliane mentre stavano informando sulle proteste.

Secondo l’inviato di MEE, il fotoreporter Nabil Derbeih è stato colpito alla testa a est di Jabaliya, nel nord di Gaza, il fotografo Hashem Hamada è stato raggiunto alla testa da un candelotto lacrimogeno a est di Gaza City, mentre nella stessa zona Abd al-Rahman al-Kahlout è stato colpito a un piede.

Il fotografo Mohammed al-Masri ha sofferto le conseguenze dell’eccessiva inalazione di gas lacrimogeno nella zona di Jabaliya, mentre anche i giornalisti Iyad Abu Ghaza e Hassan Youssef sarebbero stati feriti dopo essere stati presi direttamente di mira con candelotti lacrimogeni a est del campo di rifugiati di al-Bureij. Inoltre l’inviata del canale di notizie Al Mayadeen Lana Shaheen sarebbe svenuta dopo aver inalato gas lacrimogeni a est di Gaza City.

Anche una troupe di “Palestine TV” è stata direttamente bersagliata da candelotti lacrimogeni, provocando ai giornalisti conseguenze per l’eccessiva inalazione di gas lacrimogeni.

Testimoni affermano che almeno due minori sono stati colpiti da armi da fuoco a nord di Gaza, compresa una ragazzina ferita a un piede.

Il ministero della Sanità di Gaza ha anche informato che un ambulatorio da campo a est di al-Bureij è stato preso di mira con gas lacrimogeni, colpendo gravemente quattro infermieri.

Secondo il ministero, fino alle 18 ora locale almeno 349 palestinesi erano stati feriti, compresi 19 minorenni, e almeno otto medici e tre giornalisti.

A est di Gaza City e nella cittadina di Jabaliya, nel nord di Gaza, i manifestanti avrebbero rimosso parti del filo spinato sistemato dalle forze israeliane per evitare che i dimostranti arrivassero troppo vicino al confine con Israele.

Un venerdì per la “gioventù rivoluzionaria”

Per quasi un mese manifestanti si sono riuniti ogni giorno ad alcune centinaia di metri dalla barriera che separa Israele da Gaza, dove almeno 1.3 milioni dei due milioni di abitanti del piccolo territorio sono dei rifugiati, per chiedere il diritto al ritornare a quelle che erano le loro case prima del 1948.

Le proteste, programmate per sei settimane, dovrebbero terminare il 15 maggio – il settantesimo anniversario della Nakba (la Catastrofe), in cui più di 750.000 palestinesi sono stati obbligati dalle forze israeliane a lasciare le loro case durante la Guerra arabo-israeliana del 1948.

A Gaza gruppi giovanili hanno risposto all’appello degli organizzatori per dedicare le proteste del venerdì alla “gioventù rivoluzionaria” e hanno incoraggiato i giovani palestinesi a parteciparvi.

Il portavoce in arabo dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha chiesto ai giovani palestinesi di rimanere a casa venerdì, una richiesta che i dimostranti hanno respinto.

Traduzione: cercano di incantarvi con l’illusione di virilità! No cari, questo non è il venerdì della gioventù rivoluzionaria, questo è il venerdì della gioventù perduta. Non date ad Hamas l’opportunità di rubarvi il futuro. Passate il vostro giorno santo con attività che siano utili al vostro futuro.

Di quale futuro sta parlando Adraee? Hanno distrutto Gaza nel 2014, e privano migliaia di giovani della possibilità di viaggiare per ricevere educazione e cure mediche,” ha detto Bashar Abu Ras, 25 anni, a MEE, ridendo.

Più del 60% della popolazione di Gaza ha meno di 24 anni, mentre il 56% degli abitanti di Gaza tra i 15 e i 29 anni è disoccupato, secondo l’ONU la più alta percentuale di disoccupazione giovanile al mondo.

I palestinesi credono che il blocco di Gaza da parte di Israele – e appoggiato anche dall’Egitto -, durato quasi 11 anni abbia portato al deterioramento delle condizioni economiche e sociali dello stretto territorio costiero.

Siamo assediati, non possiamo viaggiare per completare i nostri studi all’estero a causa del fatto che il valico di Rafah (con l’Egitto) apre solo per casi umanitari e non possiamo attraversare il posto di controllo di Eretz a causa delle misure di sicurezza di Israele,” ha detto a Middle East Eye Youssef Abu Hashish, 25 anni, aggiungendo che, nonostante tutti i tentativi fatti, né lui né due suoi amici che manifestano con lui hanno trovato lavoro da quando si sono laureati all’università due anni fa.

È per questo che io e miei amici abbiamo deciso di protestare,” ha spiegato. “Questo è il modo che abbiamo per parlare apertamente all’occupazione.”

Anwar al-Salhi, 29 anni, ha detto di vivere tra un lavoro precario e l’altro, a volte solo per 7 dollari al giorno, e di essere la principale fonte di reddito della famiglia, in quanto i suoi due fratelli sono disoccupati.

Al-Salhi ha affermato di aver avuto una proposta di lavoro nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania, ma l’ha perso quando Israele gli ha negato il permesso di entrata.

I partiti palestinesi ci hanno delusi perché non sono riusciti a riconciliarsi. Dobbiamo opporci insieme all’occupazione israeliana che ha rubato la nostra terra 70 anni fa, ci assedia, viola i nostri diritti, uccide i nostri figli e ci impedisce di vedere le nostre famiglie in Cisgiordania,” dice al-Salhi a MEE.

L’occupazione è la principale ragione per cui abbiamo perso la speranza. Abbiamo solo le nostre voci per essere ascoltati e per rompere il silenzio del mondo sulle violazioni commesse contro di noi. Ci opponiamo tutti insieme disarmati con una protesta pacifica per il nostro legittimo diritto al ritorno.”

Venerdì l’ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’ONU ha detto che almeno quattro minori sono stati uccisi e 454 feriti dalle forze israeliano fino al 23 aprile.

Ma l’ambasciatrice USA all’ONU Nikki Haley giovedì ha ripetuto la posizione del governo israeliano che incolpa Hamas, il partito che governa Gaza, di “utilizzare minori come carne da macello”.

Accusa il gruppo – che è uno dei vari partiti politici che appoggiano la marcia – di utilizzare nelle proteste i civili come scudi umani.

Gli organizzatori della marcia hanno ripetutamente negato che Hamas stia coordinando le proteste e hanno sottolineato che le decine di migliaia di manifestanti sono state prevalentemente pacifiche.

Israele criticato per “violenze e massacri”

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 43 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane dall’inizio della marcia il 30 marzo, e più di 5.500 sono stati feriti. L’ONU ha contato 42 palestinesi morti, che non includono le vittime di venerdì ma comprendono persone non coinvolte nelle manifestazioni.

Non risulta alcuna vittima israeliana.

Gli inviati di MEE hanno ripetutamente testimoniato che durante le manifestazioni le forze israeliane hanno preso di mira infermieri e giornalisti.

Dal 30 marzo due giornalisti palestinesi – Yasser Murtaja e Ahmad Abu Hussein – sono stati colpiti e uccisi, nonostante portassero giubbotti che indicavano chiaramente “Stampa”.

Il segretario generale dell’associazione della stampa democratica a Gaza, Rami al-Sharafi, ha detto che Israele sta mandando il messaggio che “ogni giornalista che documenti la verità lungo il confine (tra Gaza e Israele) per Israele è un bersaglio.”

L’esercito israeliano ha respinto ripetute richieste da parte della comunità internazionale di usare moderazione e condurre un’inchiesta indipendente sulle morti, continuando con la sua politica di aprire il fuoco indiscriminatamente.

Nel contempo Amnesty International ha chiesto un embargo globale della vendita di armi a Israele, accusando le sue forze di “condurre violenze e massacri” contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.

Giovedì il portavoce del sistema sanitario di Gaza, Ashraf al-Qidra, in una dichiarazione ha affermato che a 21 palestinesi feriti sono stati amputati gli arti inferiori.

Il gruppo per i diritti umani “Adalah” ha sostenuto che un certo numero di palestinesi ha subito imputazioni dopo che le autorità israeliane hanno negato loro il permesso di viaggiare nella Cisgiordania occupata per essere curati, in quanto gli ospedali di Gaza assediata lo scorso mese hanno dovuto far fronte al grande numero di feriti.

Nel frattempo l’alto commissario ONU per i diritti umani ha detto che Israele deve interrompere l’eccessivo uso della forza e chiedere ai responsabili delle morti nelle manifestazioni di renderne conto.

Zeid Raad al-Hussein ha affermato: “La perdita di vite è deplorevole, e il numero sconcertante di ferite provocate dalle pallottole vere confermano solo la sensazione che sia stata usata una forza eccessiva contro manifestanti – non una volta, non due, ma ripetutamente.

È difficile vedere come ragazzini, anche quelli che lanciano pietre, possano rappresentare un pericolo immediate di vita o di gravi ferite al personale pesantemente protetto delle forze di sicurezza [israeliane].”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ufficiale israeliano in carcere per nove mesi per aver ucciso un adolescente palestinese

Chloé Benoist

mercoledì 25 aprile 2018,Middle East Eye

La famiglia di Nadim Nuwara dice che ricorrerà in appello contro Ben Deri, che ha sparato alla schiena al figlio di 17 anni durante la marcia del 2014 per commemorare la Nakba.

Un poliziotto di frontiera israeliano sarebbe stato condannato a nove mesi di prigione e multato con il corrispettivo di 13.955 dollari per aver ucciso nel 2014 il ragazzo palestinese Nadim Nuwara durante una manifestazione in commemorazione della Nakba.

Il giornale israeliano Haaretz ha riportato che mercoledì un giudice della corte distrettuale di Gerusalemme ha condannato Ben Deri, riscontrando un “significativo livello di negligenza” e ne ha chiesto l’incarcerazione, pur specificando che Deri è “un eccellente ufficiale di polizia rispettoso degli ordini.”

Siyam Nuwara, padre di Nadim, ha detto a Middle East Eye che la famiglia stava pensando di presentare appello contro il verdetto e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire sul caso.

Non c’è giustizia in Israele,” ha detto. “Abbiamo raccolto tutte le prove, ma non c’è giustizia.”

Nuwara aveva 17 anni quando venne colpito alla schiena fuori dalla prigione di Ofer, l’unica prigione israeliana situata all’interno della Cisgiordania occupata, durante una protesta per ricordare il 66° anniversario della Nakba, l’espulsione di 750.000 palestinesi durante la creazione di Israele.

Telecamere di sicurezza e troupe televisive ripresero il momento in cui Nadim fu ucciso.

Quel giorno anche un altro giovane palestinese, Mohammed Odeh Abu al-Thahir, venne colpito ed ucciso, tuttavia le autorità israeliane non hanno aperto nessuna inchiesta giudiziaria sulla sua morte.

Alcuni gruppi per i diritti umani, compreso Human Rights Watch, hanno affermato che il ragazzo non costituiva una minaccia imminente quando è stato ucciso, e HRW ha definito il caso “un evidente crimine di guerra”.

Inizialmente le forze israeliane negarono che quel giorno fossero stati sparati proiettili veri, mentre alcune fonti ufficiali israeliane, tra cui l’allora ambasciatore negli Stati Uniti, Michael Oren, sostennero che le morti di Nuwara e al-Thahir erano una messa in scena.

L’esame autoptico dimostrò che Nuwara era stato colpito al torace. Deri venne arrestato sei mesi dopo e in un primo tempo accusato di omicidio.

La difesa di Deri si è imperniata sulla versione secondo cui un proiettile vero era caduto “accidentalmente” nel caricatore dell’arma dell’ufficiale, mentre lo stava caricando con pallottole di acciaio ricoperto di gomma.

All’inizio del 2017 Deri ha accettato un patteggiamento che ha derubricato l’imputazione contro di lui a omicidio colposo per negligenza.

La famiglia di Nuwara ha contestato il patteggiamento di fronte al tribunale, sostenendo che era stato raggiunto senza che loro ne fossero a conoscenza e che quel giorno Deri aveva usato consapevolmente proiettili veri.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’tselem ha affermato in un comunicato: “Il processo a Ben Deri esemplifica come il sistema investigativo e legale di Israele insabbi le continue uccisioni di palestinesi.”

Persino in questo caso, inusuale in quanto le accuse sono state formulate e si è persino arrivati al processo, l’insabbiamento continua. Il giudizio è finito con una sentenza vergognosamente mite, che serve solo a sottolineare il solito messaggio: le vite dei palestinesi sono a perdere.

Israele sicuramente si vanterà di questo processo come un chiaro esempio della sua capacità di fare giustizia. Al diavolo i fatti, quello che conta è la propaganda.”

L’udienza di mercoledì si è tenuta mentre Israele affronta le critiche per la politica di fuoco indiscriminato nella Striscia di Gaza assediata, dove dal 30 marzo l’esercito israeliano ha ucciso 39 palestinesi e ferito altre migliaia di manifestanti che partecipavano alla “Grande Marcia del Ritorno.”

Le autorità israeliane raramente incriminano soldati che hanno ucciso palestinesi. Quando membri delle forze israeliane sono imputati per queste morti, le condanne sono spesso brevi – creando quello che l’ong israeliana per i diritti umani Yesh Din ha chiamato un contesto di “quasi impunità”.

Hanan Ashrawi, membro direttivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha denunciato il doppio standard del sistema giudiziario israeliano.

È ridicolo che la ragazzina palestinese Ahed Tamimi, che ha affrontato un soldato israeliano che stava invadendo casa sua nella Cisgiordania occupata, sia stata obbligata a scontare otto mesi in una cella di un carcere israeliano,” ha detto.

Nel contempo il poliziotto di frontiera israeliano Ben Deri…ha avuto una sentenza di soli nove mesi.”

Finché la comunità internazionale rimarrà in silenzio, l’ingiustizia e l’oppressione del popolo palestinese continueranno senza sosta. Israele deve essere chiamato a rendere conto della sua violenza incontenibile e delle gravi violazioni contro il popolo palestinese.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Come Israele disumanizza la resistenza palestinese

Ramona Wadi

Lunedì 23 aprile 2018, Middle East Eye

Senza un intervento internazionale la pressione di Israele per far sparire i palestinesi completerà il ciclo di isolamento.

C’è un metodo standard con il quale la comunità internazionale reagisce alle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele, a seconda della visibilità delle misure oppressive e che esse corrispondano alle caratteristiche di precedenti condanne. Il risultato è un processo di sensibilizzazione selettiva, in base al quale l’incarcerazione di minori palestinesi, le demolizioni di case, l’espansione delle colonie e il dislocamento forzato sono destinati a futili critiche e condanne.

Tuttavia, quando si tratta di altre misure che dimostrano direttamente l’intenzione di Israele di prendere di mira la resistenza palestinese e di far sparire palestinesi, il silenzio è sorprendente. All’inizio di febbraio i genitori di un soldato ucciso a Gerusalemme est occupata hanno detto alla Commissione per gli Affari Interni della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che i corpi di palestinesi nelle mani di Israele dovrebbero essere trattenuti per sempre o gettati “in mare” come forma di deterrenza.

Durante la stessa sessione, la richiesta è stata ripetuta dal presidente della Commissione degli Affari Interni, il deputato Yoav Kisch [del Likud, principale partito israeliano, ndt.], che ha fatto riferimento alla versione USA riguardo al fatto che il corpo del leader di Al-Qaeda Osama Bin Laden sarebbe stato gettato in mare.

Precedenti storici

La riproposizione della versione USA serve a vari obiettivi. Incoraggia le azioni di uno dei principali alleati di Israele, mentre sfrutta anche la propaganda sul “terrorismo” per demolire la lotta anticolonialista palestinese – una tattica che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha utilizzato in molte occasioni con il pretesto di preoccupazioni per la sicurezza.

Ci sono precedenti storici della scomparsa di oppositori politici adottata come prassi corrente. L’America latina, dove dittature sostenute dagli USA hanno inculcato il terrore facendo sparire i propri oppositori, presenta moltissimi esempi.

Cile ed Argentina, rispettivamente sotto Augusto Pinochet e Jorge Rafael Videla, hanno fatto uso di “voli della morte”, gettando nell’oceano da elicotteri i corpi torturati di oppositori. In Argentina si stima che siano scomparse circa 30.000 persone.

L’esistenza di Israele si basa sulla premessa dell’inesistenza della Palestina. Senza che niente giustificasse le affermazioni del primo sionismo in merito ad una terra deserta, la pulizia etnica e la sistematica espulsione durante la Nakba [la “catastrofe”, cioè la pulizia etnica di centinaia di migliaia di palestinesi nel territorio divenuto poi lo Stato di Israele, ndt.] vennero in seguito perfezionate con una serie di misure oppressive che portarono agli stessi risultati in un lungo periodo di tempo.

La reazione internazionale ha favorito Israele: ripetute violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali non hanno suscitato che condanne ripetitive. Ciò ha consentito al governo israeliano di ampliare il proprio discorso securitario e le misure repressive.

Nel febbraio 2016 il ministro dell’Educazione israeliano Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni “Casa Ebraica”, ndt.] ha fatto un appello per “seppellire i combattenti palestinesi contro l’occupazione in cimiteri segreti e distruggere tutte le case dei loro villaggi d’origine.” Mentre Bennett è ben noto per la sua virulenza, la sua dichiarazione deve essere letta all’interno di un contesto di costante rifiuto di Israele di consegnare ai familiari del defunto i corpi dei palestinesi uccisi.

Normalizzazione della violenza israeliana

A dicembre la Corte Suprema israeliana ha sentenziato contro questa prassi, tuttavia il governo ha continuato, nonostante questa pratica contravvenga sia alla legge israeliana che all’articolo 130 della Quarta Convenzione di Ginevra.

I parlamentari israeliani hanno anche difeso questa prassi durante il recente incontro della commissione della Knesset. Accusando l’esistenza di forme di istigazione [alla violenza] durante i funerali, il deputato Mickey Levy [di Yesh Atid, partito di centro, ndt.] ha descritto la restituzione dei corpi in piena notte sotto rigide misure di sicurezza: “Ho schierato 700 soldati in modo che nessun altro se non i familiari più stretti lasciassero la casa.”

Da notare in modo particolare le dichiarazioni conclusive del deputato Kisch: “L’Alta Corte deve anche capire il contesto umano. È una situazione assurda – stiamo distruggendo con le nostre mani gli strumenti per lottare contro il terrorismo.”

Per supportare la normalizzazione della violenza israeliana, per l’entità coloniale è necessario disumanizzare la resistenza palestinese. L’occultamento del contesto della resistenza armata palestinese è un fattore importante per Israele – che la comunità internazionale ha rapidamente imitato.

C’è stato un altro esempio all’inizio dell’anno, quando una controversa proposta del ministro della Difesa Avigdor Lieberman [del partito di estrema destra “Israele è casa nostra”, ndt.] ha ottenuto l’approvazione preliminare della Knesset. La legge presentata renderebbe più facile ad un tribunale israeliano comminare la pena di morte a chi viene condannato per attacchi “terroristici”. L’espressione “terrorista” è applicata esclusivamente ai palestinesi coinvolti in attività di resistenza contro l’oppressione israeliana.

Criminalizzare la resistenza

Complessivamente Israele ha già perfezionato la normalizzazione delle continue violazioni, a cui il mondo non reagisce. Le distruzioni di case e le espulsioni sono classificate come relative alla questione dei rifugiati. La privazione di necessità fondamentali ricade sotto l’agenda umanitaria. L’ambiente inquinato di Gaza è stato definito “inabitabile”.

Al tempo stesso, i palestinesi coinvolti in attività di resistenza vengono criminalizzati al punto che la loro umanità viene negata.

Negli scorsi anni, tra le altre cose, il governo israeliano ha imposto l’alimentazione forzata a prigionieri palestinesi in sciopero della fame, ha perpetrato esecuzioni extragiudiziarie, ha comminato lunghe pene detentive a palestinesi che hanno lanciato pietre per resistere alla violenza dello Stato e dei coloni e ha trattenuto i corpi di palestinesi uccisi da Israele.

Nel frattempo lo Stato coloniale gode dell’impunità per le proprie provocazioni, come far sparire palestinesi in cimiteri segreti o chiedere che i loro corpi vengano gettati in mare.

In questo modo Israele sta garantendosi che tutti i palestinesi vengano puniti severamente. Le varie forme di punizione collettiva distolgono l’attenzione dal più complessivo tentativo di sottomettere completamente i palestinesi, mentre consentono alla comunità internazionale di fingere di sostenere la causa umanitaria mentre ignora palesemente l’umanità degli attori della resistenza palestinese.

Silenzio internazionale

L’assenza di indignazione per il fatto che Israele prenda di mira i palestinesi e per il suo incitamento a far sparire quelli che partecipano alla lotta anticoloniale è un’anomalia nel contesto dei diritti umani. Da una prospettiva internazionale, tuttavia, il silenzio era prevedibile.

A differenza dei movimenti sociali in America Latina, che sono stati in grado di mobilitarsi contro le violazioni e le sparizioni, i palestinesi devono affrontare un crescente isolamento, fino al punto che, per esempio, l’opposizione dell’UE alla proposta di pena di morte si è ridotta a un generico tweet. Le richieste di ministri del governo e di coloni di far sparire palestinesi non hanno suscitato reazioni a livello internazionale.

Cosa significa per i palestinesi questo silenzio collettivo e premeditato? Con la resistenza e la sopravvivenza minacciate da misure punitive, i palestinesi – sia che resistano o che rimangano passivi – stanno affrontando un programma di eliminazione che non viene messo in discussione dalla comunità internazionale.

Quanto ci vorrà per denunciare a voce alta la degenerazione delle istituzioni internazionali e il loro sfruttamento dei diritti umani? La storia ha mostrato che la pulizia etnica della Palestina nel 1948 venne ignorata dall’ONU per dare il benvenuto alla nascita di Israele.

Senza un approccio collettivo e internazionale, la sparizione dei palestinesi completerà il ciclo di isolamento, concludendosi nell’oblio.

– Ramona Wadi è una ricercatrice indipendente, giornalista freelance, critica letteraria e blogger specializzata nella lotta per la memoria in Cile e in Palestina.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Corbyn e Israele: la disputa sull’antisemitismo ha zittito il leader del partito Laburista sul massacro di Gaza

Ilan Pappè

venerdì 6 aprile 2018, Middle East Eye

È terribile accusare il capo del Labour per coprire l’appoggio della Gran Bretagna alla spoliazione dei palestinesi

Recenti pubblicazioni sull’antisemitismo – come l’eccellente libro di Jewish Voices for Peace [Voce Ebraiche per la Pace, gruppo di ebrei contrari all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.] “On Anti-Semitism” [Sull’antisemitismo] – affermano che, benché ogni persona per bene si opponga al fenomeno, non c’è una definizione unitaria.

Questa discussione filosofica, oserei dire ontologica, non è molto utile per occuparsi della recente disputa sul presunto antisemitismo nel partito Laburista. Nel contesto di questo specifico dibattito, c’è un’utile definizione che tutti noi possiamo utilizzare. È chiara, diffusa, sensata ed efficace.

Antisemitismo è odiare gli ebrei per quello che sono. Non è diverso dalla definizione del razzismo contemporaneo. Ogni odio basato sulla razza, sulla religione, sul colore della pelle o sul genere che porta ad atteggiamenti intolleranti dal basso, e a politiche discriminatorie, a volte genocidarie, dall’alto, è razzismo.

Ci sono sei milioni di ebrei che vivono oggi nella Palestina storica accanto a sei milioni di palestinesi. Ogni generalizzazione su ognuna delle due comunità è razzismo, e, poiché entrambe le popolazioni sono semitiche, questo razzismo è antisemitismo.

Il ruolo della lobby filo-israeliana

Tuttavia condannare le persone per le loro azioni, sia che si tratti di ebrei o di palestinesi, in quanto contrapposte alla loro identità, non è antisemitismo. È vero anche per le ideologie razziste.

Condannare il sionismo in quanto ideologia colonialista di insediamento che ha portato all’espropriazione di metà della popolazione palestinese dalla propria terra e per l’attuale politica discriminatoria e brutale di Israele contro quelli che sono rimasti non è antisemitismo. Di fatto è antirazzismo.

L’ultima disputa sull’antisemitismo, che è il culmine di una serie di accuse e controaccuse scatenate dall’elezione – per la prima volta dalla dichiarazione Balfour del 1917 [che impegnò l’impero britannico a favorire la nascita di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]– di un leader del partito Laburista che simpatizza con la lotta palestinese per la giustizia e l’indipendenza, illustra bene la differenza tra condannare un’azione e condannare un’identità.

Come è stato messo in luce anche dall’eccellente documentario di Al Jazeera “The Lobby”, dall’elezione di Jeremy Corbyn il gruppo della lobby filoisraeliana ha instancabilmente esaminato ogni tweet, ogni post su Facebook e ogni discorso che ha fatto da quando ha iniziato la sua vita politica, per distruggerlo in quanto antisemita.

Non era facile trovare prove di ciò, in quanto Corbyn è assolutamente contrario ad ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo. Tuttavia alla fine hanno scoperto che aveva appoggiato, in nome della libertà di espressione, un murale che avrebbe potuto essere interpretato come antisemita (e, secondo alcune informazioni, venne definito come tale dall’artista).

Come ammise all’epoca lo stesso Corbyn, avrebbe dovuto analizzare il murale con maggiore attenzione. Non lo fece. Chiese scusa. Caso chiuso.

È stato eletto dai giovani in tutta la Gran Bretagna grazie alla sua fallibilitàin quanto essere umano e non perché fosse un altro politico superman frivolo e smidollato che non ha mai ammesso di aver commesso un errore.

Un altro politico del partito Laburista, Christine Shawcroft, ha dato le dimissioni dopo aver appoggiato Alan Bull, un candidato a un consiglio comunale a causa di una presa di posizione a Peterborough [città a nord est di Londra, ndt.], che lei ha ritenuto fosse stato scorrettamente accusato di essere un negazionista. Il candidato ha sostenuto che l’accusa era basata su contenuti falsificati e decontestualizzati.

Come mettere a tacere una critica

L’insignificante passo falso e l’appoggio male informato di Corbyn, se di questo si è trattato, sono stati sufficienti per un’esibizione di forza e di unità da parte della comunità ebraica organizzata, i cui attivisti hanno manifestato davanti al parlamento. Insieme a striscioni che collegavano il partito Laburista ai nazisti, i manifestanti sventolavano bandiere israeliane.

Le bandiere sono il principale problema, non l’appoggio di Corbyn a un murale né il sostegno di Shawcroft a Martin Bull. È stata una manifestazione contro la posizione filopalestinese di Corbyn, non contro l’antisemitismo.

Corbyn non è un antisemita e il partito Laburista, fino alla sua elezione, è stato un bastione filoisraeliano. Quindi la tempistica e la risposta sproporzionata alla questione del murale sono, a dir poco, bizzarre – oppure no.

In realtà non è così strano, se si capiscono le macchinazioni della lobby sionista in GB. La manifestazione è stata inscenata all’inizio di una settimana in cui Israele ha utilizzato una forza letale contro una marcia pacifica dei palestinesi nella Striscia di Gaza, uccidendo 17 palestinesi e ferendone altre centinaia.

Le bandiere israeliane mostrano chiaramente il rapporto tra gli attacchi contro Corbyn e le sue posizioni oneste e umane sulla Palestina. Il dividendo per la lobby sionista in Gran Bretagna è stato che Corbyn sarebbe rimasto in silenzio di fronte al nuovo massacro a Gaza – e senza di lui, abbiamo ben pochi politici coraggiosi che osino dire una parola nella nuova atmosfera di intimidazione.

I politici che attualmente governano in Israele hanno ben pochi scrupoli, come abbiamo visto, riguardo ad uccidere ed arrestare sistematicamente minori palestinesi. I loro alleati nella comunità anglo-ebraica, da parte loro, sono in difficoltà a causa di ciò. Il loro lavoro in difesa di Israele è molto più difficile ora che i palestinesi hanno chiaramente optato per una resistenza popolare nonviolenta.

È solo una questione di tempo prima che la brutalità inumana che l’esercito israeliano ha usato venga sottolineata dall’opinione pubblica, persino in Gran Bretagna, dove la BBC e Sky News lavorano alacremente per escludere la questione della Palestina dai loro reportage e dalla discussione: entrambi i canali hanno dedicato più tempo al murale che al nuovo massacro di Gaza.

Terribili accuse

La lobby israeliana vorrebbe che tutti noi in Gran Bretagna discutessimo di murales e antisemitismo latente in una società in cui gli ebrei non sono mai stati più sicuri e prosperi. Sì, c’è antisemitismo in tutti i partiti britannici – e molto di più a destra che a sinistra, tra l’altro. Dovrebbe essere sradicato e condannato, come ogni altra forma di razzismo, che sia diretto contro musulmani o ebrei in una società prevalentemente cristiana e bianca.

Quello che è terribile è l’utilizzo dell’accusa di antisemitismo per nascondere la continua, tacita e al contempo diretta, assistenza britannica alla spoliazione dei palestinesi, che iniziò con la dichiarazione Balfour 100 anni fa e da allora non si è mai interrotta.

È deplorevole utilizzare tali accuse per soffocare il dibattito sulla Palestina o per demolire politici che non sono disponibili ad allinearsi con Israele.

Non è il partito Laburista ad essere infestato dall’antisemitismo; sono i media ed il sistema politico britannici che sono afflitti dall’ipocrisia, paralizzati dalle intimidazioni e percorsi da strati nascosti di islamofobia e di un nuovo sciovinismo sulla scia della Brexit.

Nel centenario della dichiarazione Balfour tutti i partiti inglesi dovrebbero mettere insieme una commissione pubblica d’inchiesta sulla sua eredità, piuttosto che dare un peso sproporzionato a qualche passo falso, sia attraverso l’ignoranza che una manipolazione riuscita.

– Ilan Pappe è professore di storia, direttore del “Centro europeo per gli Studi Palestinesi” e co-direttore del “Centro Exeter di Studi Etno- Politici” dell’università di Exeter.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




“Non ci sono innocenti a Gaza” dice il ministro della Difesa israeliano

MEE e agenzie 

domenica 8 aprile 2018, Middle East Eye

In totale 30 palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani durante 10 giorni di proteste sul confine di Gaza con Israele.

Domenica, dopo che i soldati israeliani hanno sparato e ucciso 30 palestinesi in 10 giorni di proteste, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha detto che non ci sono “persone innocenti” nella Striscia di Gaza governata da Hamas.

Non ci sono innocenti nella Striscia di Gaza,” ha detto Lieberman alla radio pubblica israeliana.

Chiunque sia legato ad Hamas, chiunque abbia uno stipendio di Hamas e tutti gli attivisti che cercano di sfidarci e di violare il confine sono attivisti dell’ala militare di Hamas.”

Israele ha avuto a che fare con contestazioni sempre più accese sul suo uso di proiettili letali a seguito dei 10 giorni di proteste lungo il confine della Striscia di Gaza durante i quali, secondo il ministero della Sanità di Gaza, i suoi militari hanno ucciso 30 palestinesi.

La violenza è divampata di nuovo venerdì, quando migliaia di manifestanti sono tornati al confine. Secondo il ministero della Sanità di Gaza nove palestinesi sono stati colpiti ed uccisi dalle forze israeliane e almeno 1.060 sono stati feriti.

Tra i morti è incluso anche il video-giornalista palestinese Yasser Murtaja. Questo padre trentenne è stato colpito all’addome da un cecchino israeliano mentre filmava le proteste, nonostante indossasse un giubbotto antiproiettile con la scritta “Stampa”.

Tra i morti c’è anche il quindicenne Hussein Mohammed Madi di Gaza City. Il ministero ha affermato che Madi è stato ucciso ad est di Gaza City da un proiettile dum-dum a espansione.

Non si hanno notizie di vittime israeliane.

Israele sostiene di aver aperto il fuoco solo quando si è reso necessario per evitare danni alla barriera di confine, infiltrazioni e tentativi di attacchi.

Ma i gruppi per i diritti umani hanno duramente criticato le azioni dei soldati israeliani, e i palestinesi dicono che i manifestanti colpiti non stavano rappresentando alcuna minaccia per i soldati.

Siamo sempre bersaglio delle forze israeliane”

I soldati israeliani hanno incolpato i “circa 10.000 palestinesi” che hanno partecipato a “disordini in cinque località lungo il confine con la Striscia di Gaza.”

Aggiungono che “sono stati fatti vari tentativi di danneggiare e attraversare la barriera di sicurezza sotto la protezione della cortina fumogena.”

I palestinesi hanno bruciato centinaia di copertoni nel tentativo di oscurare la visuale dei cecchini israeliani schierati sul confine tra Israele e Gaza.

Abbiamo sentito molti avvertimenti sull’uso di copertoni bruciati, ma non abbiamo altre possibilità per esprimere la nostra rabbia e il nostro diritto al ritorno,” ha detto venerdì a MEE il dimostrante Said Ayman Hamadn.

Qualunque cosa facciamo, siamo comunque presi di mira dalle forze israeliane. Perciò usiamo i copertoni per evitare i colpi di fucile degli israeliani, perché siamo manifestanti pacifici. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci protegga dalla brutalità di Israele.”

Le immagini sui social media hanno fatto vedere le forze di sicurezza israeliane che piazzavano ventilatori nel tentativo di allontanare il fumo ed avere una visione chiara del confine.

Il 30 marzo le forze israeliane hanno ucciso 19 palestinesi mentre centinaia di migliaia di manifestanti si riunivano nei pressi del confine israeliano.

Il giorno seguente l’esercito israeliano ha affermato in un tweet che “niente è stato fatto in modo incontrollato; tutto è stato accurato e misurato, e sappiamo dove è andato a finire ogni proiettile.”

In seguito il tweet è stato cancellato.

Israele ha sostenuto che Hamas, il movimento islamista che governa la Striscia di Gaza e con cui ha combattuto tre guerre dal 2008, sta cercando di utilizzare le proteste come copertura per proseguire le violenze.

Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e l’Unione Europea hanno chiesto un’inchiesta indipendente sull’uso della forza da parte di Israele, che Israele ha ripetutamente rifiutato.

Sabato l’Unione Europea ha sollevato dei dubbi sul fatto che le truppe israeliane abbiano fatto un “uso proporzionato della forza”.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Le forze israeliane uccidono 16 persone a Gaza mentre i palestinesi manifestano nel “Giorno della Terra”

MEE ed agenzie


Venerdì 30 marzo 2018, Middle East Eye

Più di 1.000 manifestanti feriti mentre i palestinesi rivendicano il diritto al ritorno e la fine del furto di terra.

Secondo le autorità venerdì le forze israeliane hanno ucciso almeno 16 palestinesi nella Striscia di Gaza assediata, mentre decine di migliaia manifestavano nei territori occupati e in Israele nel “Giorno della Terra”.

Il giorno della Terra” nasce nel 30 marzo 1976, quando forze israeliane uccisero sei palestinesi con cittadinanza israeliana durante una protesta contro la confisca di terre. I palestinesi hanno celebrato questo giorno negli scorsi 42 anni per denunciare le politiche israeliane di appropriazione della terra palestinese.

Quest’anno ciò è avvenuto sulla scia di mesi di rabbia contro la decisione del presidente USA Donald Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, generalmente percepita come il rifiuto da parte degli Stati Uniti delle rivendicazioni palestinesi su Gerusalemme est come loro capitale nel contesto della soluzione dei due Stati.

Nella Striscia di Gaza, dove 1.3 dei 2 milioni di abitanti del piccolo territorio sono rifugiati, gli organizzatori della protesta hanno promosso sei settimane di manifestazioni chiamate la “Grande Marcia del Ritorno” lungo il confine tra l’enclave palestinese assediata e Israele, che iniziano con il “Giorno della Terra” e culmineranno il 15 maggio con il “Giorno della Nakba”, che segna l’espulsione dei palestinesi da Israele nel 1948.

Mentre il discorso politico israeliano con il primo ministro Benjamin Netanyahu si sposta ulteriormente a destra, i palestinesi sono diventati sempre più scettici riguardo alla possibilità di negoziati o di un miglioramento delle loro condizioni di vita a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme est e nello stesso Israele.

Il ministero [della Salute di Gaza, ndt.] ha aggiunto che, alla fine del pomeriggio, più di 1.000 manifestanti sono stati feriti. Un portavoce della Mezzaluna Rossa palestinese ha detto a MEE di stimare che circa 800 manifestanti di Gaza siano stati colpiti da proiettili veri.

Secondo il ministero della Salute, ore prima delle proteste un carrarmato israeliano ha ucciso un contadino gazawi e ne ha ferito un altro.

Omar Samour, 27 anni, è stato ucciso da martire e un altro abitante è stato ferito a est del villaggio di Qarara in seguito al fatto che i contadini sono presi di mira,” ha detto un portavoce del ministero della Salute di Gaza. Abitanti del villaggio a sud della Striscia di Gaza hanno detto che Samour era andato a raccogliere erbe.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha confermato l’incidente: “Durante la notte due sospetti si sono avvicinati alla barriera di sicurezza, hanno iniziato a muoversi in modo sospetto e il carrarmato ha sparato verso di loro,” ha affermato il portavoce.

Il portavoce di Antonio Guterres ha affermato in un comunicato che il segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto un’inchiesta indipendente e trasparente sulle morti e feriti venerdì a Gaza.

Ha anche fatto appello a quanti sono coinvolti per evitare ogni atto che possa portare ad ulteriori vittime, e in particolare ogni misura che possa mettere in pericolo i civili,” ha detto il portavoce ONU Farhan Haq.

Brutale violazione”

Il ministero della Salute di Gaza ha confermato che almeno 16 manifestanti palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane sul confine con Israele, ed ha identificato alcune delle vittime: Mohammad Kamel Najjar, 29 anni, ucciso nei pressi di Jabalia, a nord di Gaza; Mahmoud Abu Muammar, 38 anni, nei pressi di Rafah, a sud; Mohammad Abu Amro, noto artista della Striscia di Gaza; il sedicenne Ahmad Odeh, a nord di Gaza City; Jihad Farina, 33 anni, a est di Gaza City; Mahmoud Rahmi, 33 anni; Ibrahim Abu Shaer 22 anni, nei pressi di Rafah; Abd al-Fattah Bahjat Abd al-Nabi, 18 anni; Abd al-Qader al-Hawajra, 42 anni, ucciso nella zona centrale di Gaza; Sari Abu Odeh; Hamdan Abu Amsha, nei pressi di Beit Hanoun, nel nord di Gaza.

L’ong per i diritti umani “Adalah” ha denunciato l’uso da parte dell’esercito israeliano di proiettili letali come una “brutale violazione degli obblighi legali internazionali nella distinzione tra civili e combattenti,” ed ha chiesto un’inchiesta sulle uccisioni. In un comunicato l’esercito israeliano ha annunciato di aver dichiarato l’area di confine della Striscia di Gaza una zona militare chiusa – intendendo che ogni palestinese che si trovi vicino alla recinzione di confine può rischiare di essere colpito.

La marcia ha raggiunto i suoi obiettivi, ha scosso i pilastri dell’entità (Israele), ed ha posto il primo mattone sulla via del ritorno,” ha detto a MEE Ismail Haniyeh, uno dei principali dirigenti politici di Hamas mentre visitava un campo della protesta a Gaza.

Secondo il mezzo di informazione israeliano di sinistra “+972 Magazine”, un gruppo israeliano noto come la “Coalizione delle Donne per la Pace”, pensa di unirsi alla protesta sul lato israeliano.

La distanza tra quello che stiamo sentendo sugli eventi dall’interno di Gaza e l’istigazione [alla violenza] che stiamo sentendo nei media israeliani è enorme e non lascia dubbi sulle intenzioni violente delle autorità israeliane. Speriamo che i nostri timori di una risposta militare violenta si dimostrino sbagliati, ma indipendentemente da ciò sabato saremo presenti in appoggio ai manifestanti, che hanno il diritto di chiedere i propri diritti e la propria libertà,” ha detto Tania Rubinstein, una coordinatrice del gruppo.

A settecento metri da quei soldati c’è il mio diritto e il diritto del popolo palestinese a tornare a casa dopo 70 anni di espulsione. Non aspetteremo altri 70 anni,” ha detto a MEE Alaa Shahin, un giovane uomo palestinese che stava festeggiando il suo matrimonio in un campo di protesta nei pressi di Jabaliya.

Conservo ancora i documenti originali della nostra terra a Nilya, che ho ereditato da mio padre,” ha detto Yousef al-Kahlout, un insegnante di storia in pensione che venerdì ha partecipato ad una delle manifestazioni di Gaza insieme a cinque dei suoi nipoti. “Oggi spiego ai miei nipoti che loro hanno il diritto di riprenderne possesso se io non fossi più vivo per realizzare il mio sogno di tornare.”

Mentre gli organizzatori di Gaza hanno insistito che le manifestazioni sarebbero state pacifiche, vari incidenti di gazawi arrestati dopo essere entrati in Israele negli scorsi giorni – compresi tre palestinesi che stavano portando armi – hanno visto le forze israeliane ansiose di dimostrare il proprio controllo della situazione.

In un comunicato l’esercito israeliano ha confermato che stava usando “mezzi per disperdere disordini” – un termine regolarmente utilizzato in riferimento a gas lacrimogeni e a bombe assordanti – così come sparando ai “principali istigatori” della protesta.

La “Grande Marcia del Ritorno” ha anche visto le forze israeliane utilizzare droni per lanciare gas lacrimogeni sui manifestanti – una tecnologia che è stata usata solo poche volte a Gaza dalle forze israeliane.

Mercoledì il capo dell’esercito israeliano ha detto che più di 100 cecchini sono stati schierati sul confine di Gaza in vista delle previste manifestazioni di massa nei pressi della frontiera. Pesanti pale meccaniche hanno costruito cumuli di terra sul lato israeliano del confine ed è stato collocato filo spinato come ulteriore ostacolo contro qualunque tentativo dei dimostranti di violare il confine nel territorio israeliano.

Proteste del “Giorno della Terra” in Israele e in Cisgiordania

Nel contempo venerdì i palestinesi hanno manifestato anche in Israele e in Cisgiordania per commemorare il “Giorno della Terra”. Nella città a maggioranza palestinese di Arraba, nella regione della Galilea, nel nord di Israele, migliaia di persone, compresi parlamentari palestinesi della Knesset israeliana, sindaci e personalità religiose, sono scesi in strada.

Prima del corteo membri dell’”Alta Commissione di Verifica per i Cittadini Arabi di Israele” della Knesset si sono recati alle tombe dei sei palestinesi cittadini di Israele che vennero uccisi durante la prima marcia del “Giorno della Terra” nel 1976, nei cimiteri di Arraba, Sakhnin e Deir Hanna.

Israele sta ancora rubando e confiscando le nostre terre, e l’oppressione continua contro il nostro popolo all’interno del ’48, nella diaspora e a Gaza,” ha detto in un discorso il sindaco di Arraba Ali Asleh, utilizzando una perifrasi per riferirsi alle terre su cui è stato dichiarato lo Stato di Israele nel 1948.

Secondo mezzi d’informazione palestinesi ci sono stati scontri in alcune città della Cisgiordania, comprese

Un portavoce della Mezzaluna Rossa palestinese ha detto a MEE che l’organizzazione ha curato almeno 63 manifestanti in Cisgiordania, la maggior parte per aver inalato gas lacrimogeno, mentre almeno 10 sono stati feriti da proiettili di metallo rivestito di gomma.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Plasmare la storia coi bulldozer: come Israele utilizza l’archeologia per consolidare l’occupazione

Yara Hawari

6 marzo 2018, Middle East Eye

Dopo aver conquistato Gerusalemme ovest nel 1948, Israele ha occupato l’intera città meno di vent’anni dopo, nel 1967, durante la guerra dei Sei Giorni. Da allora, ha creato delle “realtà sul terreno”, attraverso l’annessione e la costruzione di colonie volte a consolidare le sue rivendicazioni nei confronti dell’intera città.

Di fatto, nella sua stessa essenza di progetto coloniale, Israele è ad un tempo ferocemente espansionista ed esclusivista. Il “progetto di legge sulla Grande Gerusalemme”, che è stato recentemente votato e che mira ad estendere i confini della municipalità di Gerusalemme per includervi ulteriori colonie illegali ed escludere quartieri palestinesi, testimonia questo espansionismo.

Allo stesso tempo, la dichiarazione del presidente Donald Trump sullo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme non solo viola il diritto internazionale, ma appoggia la continua colonizzazione della città da parte di Israele.

Cancellato dalla carta

Tuttavia Israele non si accontenta di esercitare un controllo assoluto sulla città attraverso l’annessione e la costruzione di colonie. Conduce anche una campagna aggressiva per appropriarsi dei siti del patrimonio palestinese o distruggerli, in modo da consolidare le sue rivendicazioni di proprietà esclusiva. Questa campagna si è intensificata dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza nel 1967.

Queste rivendicazioni si appoggiano fortemente su un discorso biblico che mira deliberatamente a fare della religione un elemento di grave conflitto. Questo è oltremodo evidente nella città vecchia di Gerusalemme che – in base al diritto internazionale – è considerata inequivocabilmente territorio palestinese.

Infatti Israele ha cominciato a modificare il paesaggio di Gerusalemme fin dall’indomani della sua occupazione della città, distruggendo uno dei quartieri più vecchi.

Harat al Magharibeh (il quartiere marocchino), che si trova di fronte al muro occidentale della città vecchia, è stato raso al suolo appena qualche giorno dopo l’occupazione israeliana della città. Le autorità israeliane hanno giustificato questa iniziativa con la necessità di creare spazio per i fedeli ebrei.

Il quartiere aveva circa 800 anni e non ospitava soltanto edifici ayyubidi [antica dinastia curdo-musulmana, ndtr.] e mamelucchi [sultanato egiziano dal XIII al XVI, ndtr.], ma anche 650 persone. Gli abitanti hanno avuto poche ore di tempo per lasciare le loro case prima che venissero distrutte. Del resto, si dice spesso che gli archeologi israeliani sono i soli al mondo a servirsi di bulldozer.

Haram al-Sharif [ la Spianata delle Moschee, ndtr.) in pericolo

Più di recente, Israele ha condotto scavi nella zona che si trova al di sotto e intorno a Haram al-Sharif – il complesso che ospita la cupola della Roccia e la moschea al-Aqsa. Questi scavi sono stati condannati dall’UNESCO, che nel 2016 ha emesso una risoluzione che critica Israele per la sua politica generale nei confronti del complesso.

Israele ha moltiplicato i tentativi di controllare Haram al-Sharif, che resta sotto la custodia della Giordania, nel quadro del Waqf [fondazione che gestisce i beni religiosi, tra cui il complesso delle moschee a Gerusalemme, ndtr.]. Questi tentativi sono intrapresi sia dal governo che dai gruppi di coloni fanatici che sperano di distruggere la cupola della Roccia e la moschea al-Aqsa per costruire un Terzo Tempio ebraico.

Nell’estate 2017 la situazione ha raggiunto il parossismo, quando le autorità israeliane hanno istallato dei metal detector all’entrata del complesso. Dopo parecchie settimane di dure proteste da parte dei palestinesi, i dispositivi sono stati finalmente rimossi.

La situazione resta comunque tesa ed i palestinesi temono che Haram al-Sharif sia in pericolo.

Dal punto di vista della prassi archeologica, il diritto internazionale è chiaro: Israele non è autorizzato ad effettuare scavi in siti nei territori occupati. Tuttavia, secondo un rapporto dell’Ong svedese Diakonia, dal 1967 Israele ha eseguito scavi in 980 siti archeologici nella Cisgiordania occupata e si è appropriato di numerosi reperti archeologici.

Tra i siti oggetto degli scavi più aggressivi vi è quello di Silwan, un quartiere di Gerusalemme est situato appena fuori dalle mura della città vecchia e a sud di Haram al-Sharif.

Lunedì gli abitanti del quartiere di Silwan hanno protestato contro i nuovi danni strutturali provocati alle abitazioni da ciò che denunciano come scavi archeologici israeliani.

Gli abitanti di Wadi al-Hilweh si sono scontrati con i lavoratori dell’Autorità delle antichità di Israele e della fondazione Ir David, due istituzioni che effettuano scavi nella zona vicina alla moschea al-Aqsa e al muro meridionale della città vecchia.

L’archeologia ad oltranza

La narrazione biblica considera Silwan come il sito originario della città di Davide ed i primi scavi effettuati allo scopo di ricercare questa città originaria sono stati condotti dai coloni britannici alla fine del XIX secolo.

Attualmente la zona degli scavi è gestita dall’organizzazione di estrema destra El-Ad, che cerca di prendere il controllo di Silwan e di ebraizzare il quartiere. L’organizzazione dispone di fondi considerevoli e gli oligarchi ebrei russi Lev Leviev e Roman Abramovich hanno contribuito ai loro sviluppi.

El-Ad effettua “scavi selvaggi” che le hanno consentito di evitare di procurarsi dei permessi del governo.

Queste operazioni implicano scavi e tunnel ricavati sotto Silwan e si estendono fino ai terreni che circondano la moschea di al-Aqsa. Molte case palestinesi nella collina hanno quindi iniziato a sprofondare.

L’archeologia è solo uno dei numerosi meccanismi attraverso cui Israele mantiene il suo dominio sul popolo palestinese. Il ricorso a questa narrazione biblica è manipolato in modo da creare una cortina fumogena per il progetto sionista di colonizzazione.

Israele prosegue la prassi iniziata dagli archeologi coloniali britannici, che consiste nel tenere la bibbia in una mano e una cazzuola nell’altra. Il suo obbiettivo è manipolare la narrazione storica del passato per servire i suoi attuali interessi ed eliminare la possibilità di un futuro palestinese.

Yara Hawari è esperta di politica palestinese per “Al-Shabaka, The Palestinian Policy Network.” In possesso di un dottorato in politica del Medio Oriente all’università di Exeter, scrive spesso per diversi organi di informazione.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solamente l’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)