Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Non siamo numeri: le voci dei giovani di Gaza

Yvonne Singh

5 maggio 2025 – Middle East Eye

L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.

“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.

Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.

Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.

Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.

Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.

Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.

Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.

Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.

Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.

«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.

La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.

“I colori della speranza”

Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.

I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.

Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.

Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].

Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.

Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.

Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.

Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.

Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.

La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).

Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.

“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”

In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).

Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.

Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.

L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.

A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.

In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.

La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.

Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.

Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.

Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.

Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).

Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.

Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.

Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.

Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.

I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.

We are Not Numbers: The Voices of Gazas Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].

Yvonne Singh

Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva all’unanimità l’espansione delle operazioni militari a Gaza

Jonathan Lis e Nir Hasson

5 maggio 2025 – Haaretz

Secondo un funzionario israeliano, Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana di lungo periodo a Gaza”.

Nella notte tra lunedì e venerdì il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un piano per espandere le operazioni nella Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dibattito. In linea di principio i ministri hanno anche approvato un progetto per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite compagnie straniere.

I ministri sono stati informati di un piano in varie tappe che, come prima fase, prevede la presa e l’occupazione di aree aggiuntive lungo la Striscia e l’espansione della zona cuscinetto in mano alle IDF [le forze armate israeliane, ndt.], nel tentativo di fornire a Israele una ulteriore leva nei negoziati con Hamas.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, era assente dalla riunione di gabinetto e ha inviato il suo vice al suo posto.

Il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato domenica, durante la visita a una base di commando della marina, che le IDF “opereranno in aree aggiuntive e distruggeranno tutte le infrastrutture, sia sopra che sottoterra”.

Durante la discussione del gabinetto di sicurezza è stato chiarito che la prossima fase della manovra militare mira ad aumentare la pressione su Hamas e a spingerla a mostrare flessibilità e ad accettare il rilascio di altri ostaggi con un altro accordo.

Secondo un funzionario israeliano, il piano prevede il trasferimento della popolazione della Striscia di Gaza a sud dell’enclave. Il funzionario ha affermato che Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana prolungata a Gaza”.

“Nel corso della discussione Netanyahu ha affermato che questo è un buon piano poiché può raggiungere gli obiettivi di sconfiggere Hamas e riavere gli ostaggi”, ha affermato il funzionario, aggiungendo che Netanyahu sta ancora spingendo per il piano di trasferimento [dei palestinesi fuori da Gaza, ndt.] e che sono attualmente in corso negoziati con diversi paesi su questo progetto.

Il Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha risposto che il piano dovrebbe essere denominato “piano Smotrich-Netanyahu” di “rinuncia agli ostaggi, alla sicurezza e alla resilienza nazionale di Israele”. Nella dichiarazione hanno affermato che questo piano è un’ammissione da parte del governo di scegliere i territori anziché gli ostaggi, il che, a loro dire, è contro la volontà di oltre il 70% degli israeliani.

In linea di principio i ministri del governo hanno anche approvato un piano per la futura distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza tramite aziende private straniere. Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato l’unico a opporsi a questa proposta, discutendo l’argomento con il capo di stato maggiore delle IDF. “Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì. Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas”, ha dichiarato Ben-Gvir. Il Capo di Stato Maggiore ha risposto: “Queste idee sono pericolose per noi” e Ben-Gvir ha replicato: “Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo, c’è abbastanza cibo”.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto, dicendo al Capo di Stato Maggiore che i ministri “possono esprimere opinioni diverse da quelle degli ufficiali dell’esercito”.

Il Procuratore Generale israeliano Gali Baharav-Miara ha osservato che Israele è legalmente obbligato a consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il Segretario di Gabinetto Yossi Fuchs ha osservato: “Per essere chiari, nessun ministro ha suggerito di farli morire di fame”. “Non l’ho detto”, ha replicato il Procuratore Generale.

Il Ministro Itamar Ben-Gvir ha interloquito: “C’è abbastanza cibo lì, non capisco. Da quando dovremmo automaticamente fornire aiuti a chiunque combatta contro di noi? Dove sta scritto esattamente nel diritto internazionale?”

A livello politico i presenti hanno indicato la prevista visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra circa dieci giorni come un potenziale catalizzatore che potrebbe spingere entrambe le parti verso un accordo, nonostante permangano significative divergenze.

Nel frattempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato domenica che nelle ultime nove settimane Israele ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti a Gaza. Di conseguenza, panetterie e mense comunitarie non sono più operative e i magazzini alimentari sono stati svuotati. “La struttura del piano che ci è stata presentata significherà che ampie zone di Gaza, comprese le persone meno mobili e più vulnerabili, continueranno a rimanere senza rifornimenti”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo che il piano “contravviene i fondamentali principi umanitari… È pericoloso costringere i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere cibo”. L’organizzazione ha inoltre osservato che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Coordinatore dei Soccorsi di Emergenza hanno chiarito che non parteciperanno a piani che non rispettino i “principi umanitari globali di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità”.

Il governo israeliano si è riunito domenica, dopo che le IDF sabato hanno iniziato a emettere migliaia di ordini di chiamata alle armi per i riservisti in preparazione dell’espansione della campagna a Gaza. Secondo fonti militari non è ancora chiaro quanto durerà il nuovo servizio dei riservisti, ma si prevede che sarà di “durata significativa”.

Le IDF hanno inoltre affermato che Hamas continua a respingere le proposte avanzate durante i negoziati e che gli obiettivi dichiarati della guerra, in particolare la restituzione degli ostaggi, non sono cambiati. La maggior parte dei riservisti verrà schierata per sostituire i soldati regolari attualmente in servizio al confine settentrionale e in Cisgiordania, liberando così ulteriori unità permanenti dell’esercito destinate a rafforzare le operazioni di combattimento a Gaza.

Questa mossa segna un allontanamento dal dispiegamento operativo pianificato per il prossimo anno, presentato in precedenza ai riservisti. Ancor prima della pubblicazione degli ordini di chiamata molti ufficiali e soldati avevano annunciato di non volersi presentare per la successiva tornata di combattimenti, spesso perché esausti.

Dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha dichiarato che “l’obiettivo supremo è ottenere la vittoria sui nostri nemici”, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato ai ministri durante l’incontro che il ritorno degli ostaggi è più importante e che le IDF comprendono quanto questo sia un obiettivo cruciale per le decine di migliaia di riservisti che si arruolano per questo scopo.

Zamir ha anche recentemente chiarito ai ministri di opporsi all’impiego delle IDF per distribuire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ieri sera il governo ha approvato in linea di principio un piano per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite aziende straniere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Funzionaria ONU: il governo israeliano è il più criminale di tutti

Redazione di MEMO

6 maggio 2025 – Middle East Monitor

Quds Press ha riferito che Francesca Albanese, la Relatrice Speciale ONU sulla Situazione dei Diritti Umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, ha descritto il governo israeliano come “il più criminale tra i governi,” aggiungendo che “Israele sta usando la fame come un’arma.”

Albanese ha accusato Israele di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza ed ha affermato che l’assedio che continua ad imporre va contro il diritto umanitario internazionale.

Ha anche dichiarato che Israele deve essere sanzionato per le sue violazioni del diritto internazionale a Gaza, affermando che prima o poi i principi del diritto umanitario internazionale prevarranno sulla brutalità israeliana.

Israele ha completamente chiuso tutti i valichi verso Gaza il 2 marzo, vietando l’ingresso di cibo, acqua e carburante.

L’esercito di occupazione israeliano ha ripreso la sua aggressione a Gaza il 18 marzo, rompendo il cessate il fuoco e l’accordo di scambio dei prigionieri del 19 gennaio.

Dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso più di 52.200 palestinesi nell’enclave, molti dei quali donne e minori.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele non si preoccupa veramente del destino dei Drusi in Syria

Gideon Levy

4 maggio 2025 –  Haaretz

A volte è difficile credere a ciò che si legge: il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar chiede alla comunità internazionale di “adempiere al suo compito di proteggere le minoranze in Siria, in particolare la comunità drusa, dal regime e dalle sue formazioni terroriste e a non chiudere gli occhi sui gravi incidenti che là avvengono.”

Israele da molto tempo si è guadagnato una reputazione di sfrontatezza, tuttavia sembra che questa volta abbia superato sè stesso. Il Ministro degli Esteri chiede al mondo di intervenire in aiuto di una minoranza oppressa da un governo in un altro Paese, mentre altri leader politici stanno già agendo in questo senso.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato istruzioni, Eyal Zamir delle Forze di Difesa di Israele ha ordinato all’esercito di colpire specifici obbiettivi e il Ministro della Difesa Israel Katz ha già minacciato che Israele risponderà “duramente”; l’esercito israeliano ha già bombardato. Un vero esercito della salvezza che sta difendendo i drusi oppressi.

Il Ministro degli Esteri israeliano non ha il diritto morale di aprire la bocca e proferire una sola parola sull’oppressione di una nazione o di una minoranza e certo non di chiedere al mondo di intervenire in loro difesa. Israele, che chiude gli occhi sull’Ucraina dopo aver fatto la stessa cosa durante la guerra civile in Siria, non ha nemmeno il diritto di chiedere al mondo di aprire gli occhi su ciò che avviene in Siria.

La mancanza di autoconsapevolezza della leadership israeliana supera ogni limite. Quando Gideon Sa’ar parla di un regime oppressivo e di squadre di terroristi dovrebbe prima di tutto parlare del proprio Paese. Non ci sono molti Paesi al mondo in cui un regime oppressivo e criminali terroristi prosperano come in Israele, straziando i membri di un’altra nazione. E come reagisce Israele agli appelli al mondo di intervenire in difesa della nazione oppressa che vive qui? Con urla e grida all’ antisemitismo.

E come risponderebbe Israele ad un intervento militare di un altro Stato o attore che venga in aiuto degli oppressi? Questo è esattamente ciò che hanno detto in passato i Paesi arabi e ciò che dicono adesso Hezbollah e Houthi – intervengono contro Israele per proteggere i palestinesi.

Proprio come i drusi chiedono che Israele intervenga in aiuto dei loro fratelli in Siria, allo stesso modo i popoli nei Paesi arabi chiedono che i loro governi intervengano in favore dei propri fratelli sotto occupazione israeliana.

E che dire dei fratelli di sangue arabi israeliani, che sono stati massacrati a Gaza, in Siria e in Libano? Israele ha mai preso in considerazione di intervenire il loro aiuto?

In Libano Israele ha messo i falangisti contro i palestinesi. Quando il pittore palestinese di Haifa Abed Abadi nel 2014 ha tentato di far uscire sua sorella, che era nata in questo Paese, dal campo profughi assediato di Yarmouk in Siria, Israele ha rifiutato. Ma per “salvare i drusi” Israele è pronto a bombardare.

Provate a immaginare la Francia che bombarda le colonie israeliane nei territori occupati perché le considera “basi terroriste” da cui escono terroristi per danneggiare i palestinesi. Che scalpore si scatenerebbe qui!

La domanda è piena di cinismo. Dopotutto Israele non si preoccupa realmente del destino dei drusi in Siria, esattamente come non si è realmente preoccupato delle vittime del precedente regime siriano. Dopo l’approvazione della legge dello Stato-Nazione è ovvio che il governo non si preoccupa nemmeno dei diritti della popolazione drusa di Israele.

Mobilitarsi in difesa dei drusi della Siria non è altro che un cinico espediente, un nuovo pretesto per attaccare la Siria nella sua debolezza, forse anche un segnale per gli elettori drusi del Likud. Invece di concedere un’opportunità al nuovo regime, Israele si mostra guerrafondaio. Questo è l’unico linguaggio che ha usato negli ultimi anni: colpire, bombardare, sparare, uccidere, demolire il più possibile e ovunque.

Se Israele vuole promuovere la giustizia dovunque, che inizi da casa propria, dove vengono sempre più perpetrati misfatti e crimini contro l’umanità.

Persino la richiesta di Israele al mondo la settimana scorsa di inviare mezzi antincendio per aiutare a domare gli incendi vicino a Gerusalemme, mentre impedisce da oltre due mesi l’ingresso a Gaza di cibo e aiuti umanitari, è una richiesta impudente che avrebbe dovuto essere respinta. Un Paese che mette alla fame due milioni di persone non ha titolo per ricevere aiuto dalla comunità internazionale – sì, anche quando le fiamme minacciano le sue comunità.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza sono stata costretta a bruciare i miei libri per sopravvivere.

Hend Salama Abo Helow – Studentessa di medicina all’Università di Al-Azhar a Gaza.

29 aprile 2025 – Aljazeera

Sono stata educata all’amore per i libri. Non avrei mai pensato di doverli bruciare per potermi permettere un misero pasto.

Da bambini io e i miei fratelli spendevamo regolarmente la nostra paghetta in libri nuovi. Nostra madre ci aveva instillato un amore appassionato per i libri. Leggere non era solo un hobby; era un modo di vivere.

Ricordo ancora il giorno in cui i nostri genitori ci fecero trovare con nostra grande sorpresa una libreria. Era un mobile alto e largo con molti scaffali che avevano sistemato in soggiorno. Avevo solo cinque anni, ma percepii subito la sacralità di quell’angolo.

Mio padre era determinato a riempire gli scaffali con una ampia scelta di libri: filosofia, religione, politica, lingue, scienza, letteratura, ecc. Voleva avere una vasto patrimonio di libri che arrivasse a competere con la biblioteca locale.

I miei genitori ci portavano spesso nella libreria annessa alla Biblioteca Samir Mansour, una delle più rinomate di Gaza. Ci era permesso prendere fino a sette libri a testa.

Anche le nostre scuole coltivavano questo amore per la lettura e organizzavano visite a fiere del libro, circoli di lettura e tavole rotonde.

La libreria di casa divenne la nostra amica, il nostro conforto sia in guerra che in pace, la nostra ancora di salvezza in quelle notti buie e inquietanti illuminate solo dalle bombe. Riuniti attorno a dei focolari discutevamo delle opere di Ghassan Kanafani e recitavamo le poesie di Mahmoud Darwish che avevamo imparato a memoria dai libri della nostra libreria.

Quando nell’ottobre del 2023 è iniziato il genocidio, il blocco di Gaza è stato portato ad un livello insopportabile, con il taglio delle forniture di acqua, carburante, medicine e cibo sano.

Una volta rimasta senza gas la gente ha iniziato a bruciare tutto ciò che riusciva a trovare: legna ricavata dalle macerie delle case, rami d’albero, rifiuti… e poi libri.

Tra i nostri parenti, questo è accaduto per la prima volta alla famiglia di mio fratello. I miei nipoti, affranti, hanno rinunciato al loro futuro di istruzione: hanno bruciato i loro libri di scuola freschi di stampa – il cui inchiostro non si era ancora asciugato – affinché la loro famiglia potesse prepararsi un pasto. Gli stessi libri che un tempo nutrivano le loro menti ora alimentavano le fiamme, per sopravvivere.

Ero sconvolta dal rogo dei libri, ma mio nipote undicenne Ahmed mi mise di fronte alla realtà. “O moriamo di fame o diventiamo analfabeti. Io scelgo di vivere. L’istruzione riprenderà più tardi”, ha detto. La sua risposta mi ha scosso profondamente.

Esaurita la fornitura di gas insistevo perché comprassimo della legna, anche se il prezzo stava salendo alle stelle. Mio padre cercava di convincermi: “Quando la guerra sarà finita ti comprerò tutti i libri che vuoi. Ma per ora usiamo questi”. Ma io continuavo a rifiutarmi.

Quei libri erano stati testimoni dei nostri alti e bassi, delle lacrime e delle risate, dei nostri successi e fallimenti. Come potevamo bruciarli? Ho iniziato a rileggere alcuni dei nostri libri – una, due, tre volte – memorizzandone le copertine, i titoli, persino il numero esatto di pagine, nascondendo dentro di loro la paura che la nostra biblioteca potesse essere il prossimo sacrificio.

A gennaio, dopo la stipula di una tregua provvisoria, il gas da cucina ha potuto finalmente entrare a Gaza. Ho tirato un sospiro di sollievo al pensiero che io e i miei libri eravamo sopravvissuti a questo olocausto.

Poi, all’inizio di marzo, il genocidio è ripreso. Tutti gli aiuti umanitari sono stati bloccati: niente cibo, niente forniture mediche e niente combustibile. Abbiamo esaurito le forniture di gas in meno di tre settimane. Il blocco totale e i massicci bombardamenti hanno reso impossibile trovare qualsiasi altra fonte di combustibile per cucinare.

Non ho avuto altra scelta che arrendermi. In piedi davanti alla nostra biblioteca ho preso i volumi sui diritti umani internazionali. Ho deciso che dovevano essere i primi. Ci hanno insegnato queste norme giuridiche a scuola, ci hanno fatto credere che i nostri diritti di palestinesi fossero garantiti da esse e che un giorno ci avrebbero portato alla liberazione.

Eppure queste leggi internazionali non ci hanno mai protetto. Siamo stati abbandonati al genocidio. Gaza è stata teletrasportata in un’altra dimensione morale, dove non esiste diritto internazionale, né etica, né valore per la vita umana.

Ho fatto quelle pagine a pezzi, ricordando come innumerevoli famiglie fossero state fatte a pezzi dalle bombe, proprio così. Ho dato in pasto alle fiamme le pagine strappate, guardandole mentre diventavano polvere – un’offerta angosciosa in memoria di coloro che sono stati bruciati vivi: Shaban al-Louh, bruciato vivo durante l’attacco all’ospedale di Al-Aqsa, il giornalista Ahmed Mansour, bruciato vivo durante l’attacco a una tenda adibita a sala stampa, e innumerevoli altri di cui non conosceremo mai i nomi.

Poi abbiamo bruciato tutti i libri e i sunti di farmacologia di mio fratello, laureato in quella materia. Abbiamo cucinato il nostro cibo in scatola sulle ceneri dei suoi anni di duro lavoro. Eppure non è stato sufficiente. L’assedio si è fatto sempre più soffocante e le fiamme hanno divorato scaffali di libri. Mio fratello ha insistito perché bruciassimo i suoi libri preferiti prima di toccare i miei.

Ma non c’è stato modo di sfuggire all’inevitabile. Ben presto ci siamo ritrovati con i miei libri. Sono stata costretta a bruciare le mie preziose raccolte di poesie di Mahmoud Darwish; i romanzi di Gibran Khalil Gibran; le poesie di Samih al-Qasim, la voce della resistenza; i romanzi di Abdelrahman Munif a cui tenevo molto; e i romanzi di Harry Potter, che avevo letto durante l’adolescenza. Poi è stato il turno dei miei libri e sunti di medicina.

Mentre restavo lì a guardare le fiamme consumarli anche il mio cuore bruciava. Abbiamo cercato di rendere il sacrificio più proficuo cucinando un pasto più gustoso: pasta con besciamella.

Pensavo che quello fosse l’apice del mio sacrificio, ma mio padre è andato oltre, smontando gli scaffali della biblioteca per usarli come legna da ardere.

Sono riuscita a salvare 15 libri. Sono libri di storia sulla causa palestinese, le storie dei nostri antenati e i libri che appartenevano a mia nonna, uccisa senza pietà durante questo genocidio.

L’esistenza è resistenza; questi libri sono la prova che la mia famiglia è sempre esistita qui, in Palestina, che siamo sempre stati i proprietari di questa terra.

Il genocidio ci ha spinto a fare cose che non avremmo mai immaginato nemmeno nei nostri incubi più cupi. Ci ha costretto a mutilare i nostri ricordi e a distruggere l’indistruttibile, tutto per sopravvivere.

Ma se sopravvivremo – se sopravvivremo – ricostruiremo. Nella nostra casa avremo una nuova biblioteca e la riempiremo di nuovo con i libri che amiamo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Hend Salama Abo Helow – Studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza

Hend Salama Abo Helow è ricercatrice, scrittrice e studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza. Ha pubblicato in We Are Not Numbers, Washington Report, Middle East Affairs, Mondoweiss e Institut for Palestinian Studies. Crede nella scrittura come forma di resistenza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Abbiamo ucciso tantissimi bambini, non possiamo negarlo”

Oren Ziv

1 maggio 2025 – +972 Magazine

Da marzo centinaia di israeliani hanno partecipato a veglie silenziose in memoria dei bambini di Gaza uccisi, mostrando le loro foto per cercare di abbattere il muro dell’indifferenza.

Sabato 26 aprile centinaia di manifestanti nel centro di Tel Aviv si sono riuniti in completo silenzio, tenendo in mano i ritratti di bambini di Gaza uccisi da quando Israele ha infranto il cessate il fuoco il 18 marzo. La veglia ha coinciso con le proteste settimanali contro il governo e migliaia di persone sono passate accanto a questa silenziosa esposizione mentre si dirigevano verso i raduni previsti in Piazza degli Ostaggi e sul ponte Begin.

Alcuni si sono fermati per avvicinarsi, solo allora rendendosi conto che le immagini ritraevano bambini palestinesi. Altri già riconoscevano l’iniziativa dalle settimane precedenti. Alcuni manifestanti hanno posato le bandiere israeliane per unirsi alla veglia, che non prevedeva slogan o cartelli. Due donne si sono fermate davanti ai partecipanti, commuovendosi e abbracciandosi.

A prima vista questa esposizione silenziosa di foto – un gesto semplice per dare spazio al lutto per i bambini di Gaza – potrebbe sembrare insignificante. Ma considerata l’indifferenza generale del pubblico israeliano verso la distruzione di Gaza queste veglie, tenutesi a partire dal 22 marzo, hanno iniziato a incrinare il muro dell’apatia.

Queste foto inoltre spiccano in contrasto con la quasi totale assenza di immagini da Gaza nei media e negli spazi pubblici israeliani negli ultimi diciotto mesi. Lo scorso anno, alcuni attivisti avevano affisso volantini con i volti dei gazawi uccisi a Tel Aviv, accompagnati dallo slogan “Dobbiamo resistere al genocidio a Gaza”, ma quei manifesti furono rapidamente strappati.

L’idea di queste proteste silenziose è nata tra alcuni attivisti di Tel Aviv, sconvolti dalla portata della morte e della distruzione da quando Israele ha ripreso l’offensiva su Gaza a marzo: nei primi dieci giorni almeno 322 bambini erano stati uccisi.

“È iniziato spontaneamente”, ha detto Amit Shilo, uno degli organizzatori della veglia. “Quando Israele ha rotto il cessate il fuoco è stata una settimana orribile e straziante. La mia amica Alma Beck ha pubblicato una storia con la foto di uno dei bambini [gazawi uccisi a centinaia] e io le ho scritto: «Portiamo le loro foto alla protesta di sabato sera»”.

I due hanno stampato 40 foto in bianco e nero tratte dal Daily File, un progetto indipendente gestito da volontari israeliani che raccoglie dati e prove documentali sulla guerra di Israele a Gaza e sull’occupazione della Cisgiordania. “Pensavamo che saremmo stati in cinque, in piedi per dieci minuti, finché qualcuno non ci avrebbe aggredito e saremmo tornati a casa – ma si sono presentate decine di persone”, ha raccontato Shilo a +972.

Da quella prima veglia ne hanno organizzate altre quattro durante le proteste del sabato sera a Tel Aviv. L’iniziativa ha ispirato azioni simili a Kafr Qasim, Jaffa, Haifa, Karkur e all’Università di Tel Aviv, oltre che a Yad Vashem [museo a Gerusalemme in memoria delle vittime dell’olocausto, ndt.] nel Giorno della Memoria. Durante una protesta contro la guerra organizzata dal movimento ebraico-arabo Standing Together la polizia inizialmente ha vietato l’esposizione delle foto, per poi fare marcia indietro; alla fine migliaia di persone hanno mostrato le immagini dei bambini di Gaza.

La recente diffusione di queste azioni non avviene in un vuoto politico. Dalla decisione del governo di rompere il cessate il fuoco e affossare un accordo per gli ostaggi alle migliaia di soldati che protestano contro le politiche dell’esercito o si rifiutano di presentarsi al servizio di riserva la guerra sta perdendo legittimità in Israele, costringendo finalmente più israeliani a riconoscere le atrocità commesse a Gaza.

“Una semplice verità che parla da sé”

C’è stata una minoranza di attivisti ebrei israeliani che ha protestato contro la guerra fin dall’inizio. Per la loro opposizione pubblica alle uccisioni, alla distruzione e alla carestia a Gaza, molti sono stati aggrediti o arrestati. Anche ora, a Gerusalemme e Haifa, la polizia spesso disperde le proteste, arresta i manifestanti e confisca i cartelli. Recentemente l’Università di Haifa ha sanzionato il gruppo studentesco di Standing Together per aver organizzato un’esposizione di foto, mentre a Be’er Sheva attivisti di destra hanno strappato le immagini dei bambini di Gaza.

Eppure queste mute dimostrazioni di cordoglio sembrano suscitare nel pubblico israeliano una reazione diversa rispetto alle tipiche manifestazioni di sinistra. “Penso che in qualche modo siamo usciti dagli schemi”, ha spiegato Shilo. “C’è una verità semplice che parla da sé. Abbiamo ucciso tantissimi bambini, è difficile negarlo”. Spesso le persone arrivano arrabbiate, ma poi si fermano, rimangono immobili e ammutoliscono. “Il silenzio è potente. E il fatto che non sia [organizzato da] un’associazione specifica – la gente si commuove davvero.” A parte un episodio di due settimane fa, quando alcuni partecipanti sono stati aggrediti dopo una protesta in Begin Street, non sono stati registrati altri episodi violenti.

A Jaffa, dove c’è una grande comunità palestinese, la veglia spesso assume un significato molto più personale. “Ho visto la prima azione a Tel Aviv e ho pensato che sarebbe stata adatta anche a Jaffa. Era l’unica iniziativa capace di dare legittimità al dolore che stiamo vivendo: piangere, essere tristi”, ha detto Inas Osrouf Abu-Saif a +972. Per due settimane ha organizzato una veglia quotidiana in una delle strade principali di Jaffa; ora ne tengono una a settimana.

Molti residenti palestinesi di Jaffa, tra cui Abu-Saif, hanno parenti a Gaza. “La mia famiglia, da entrambe le parti, è stata bombardata, abbiamo perso i contatti con loro”, ha detto. “Una donna ha ricevuto la notizia che la sua famiglia era sotto attacco mentre eravamo lì, in piedi con le foto in mano.”

La risposta a Jaffa è stata perlopiù di sostegno. “Le auto che passavano tornavano indietro per farci sapere che erano con noi. Abbiamo ricevuto molti sguardi che dicevano «Siamo con voi», ma la gente aveva paura di scendere. Uno spazio normalmente vivace è diventato silenzioso e calmo”, ha raccontato Abu-Saif. Ha anche sottolineato che l’iniziativa ha trovato eco tra i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. “Abbiamo ricevuto messaggi che ci chiedevano di continuare a far sentire la nostra voce.”

Alcuni palestinesi che vorrebbero partecipare alle veglie si trattengono per paura di essere fotografati dalla polizia in borghese o denunciati ai datori di lavoro. “Delle madri mi hanno detto di aver ricevuto email dai luoghi di lavoro che le avvertivano che sarebbero state licenziate se avessero partecipato a qualsiasi tipo di manifestazione “, ha detto Abu-Saif. “Ma noi andiamo avanti: chi non può unirsi a noi ci manda messaggi o si ferma nelle vicinanze.”

Mettere di fronte alla realtà

Sebbene molti tra coloro che manifestano contro il governo fossero già consapevoli dei massacri a Gaza, durante l’azione di sabato a Tel Aviv era evidente che per alcuni era la prima volta che guardavano davvero le vittime – e forse iniziavano a comprendere l’entità dell’orrore.

La manifestazione in silenzio del 26 aprile a Tel Aviv . Foto: Oren Ziv

Un uomo, che si è identificato come un riservista, ha detto che avrebbe dovuto presentarsi al servizio il giorno dopo ma dopo aver visto le foto ha deciso di rifiutare. A volte i passanti chiedevano una foto e si univano alla veglia. “Nella prima azione ho visto davvero nascere conversazioni. La gente era sorpresa o le loro giustificazioni [alla guerra] cadevano”, ha detto Shilo.

Alcuni tra i più attivi familiari degli ostaggi hanno espresso disapprovazione per le veglie. Yehuda Cohen, padre del soldato rapito Nimrod e figura di spicco delle proteste contro la guerra a Tel Aviv, ha affrontato l’argomento nel suo discorso di sabato: “Questa è una protesta per la liberazione degli ostaggi. Chiunque voglia aiutare è benvenuto, ma per gli ostaggi. Questa protesta non è per «porre fine all’occupazione» o per i bambini palestinesi, solo per gli ostaggi nei tunnel di Gaza.”

Per gli organizzatori, queste esposizioni hanno portato a una dolorosa consapevolezza: la società israeliana non ammetterà da sé l’immoralità di aver ucciso oltre 15.000 bambini, bisogna scendere in strada e ricordarglielo. “Tutti viviamo le nostre vite; io vado in spiaggia prima della protesta”, ha detto Shilo. “Non è che mi deprima doverlo ricordare alla gente. Non potrei però sopportare di dover discutere sul fatto che non c’è alcuna giustificazione per uccidere bambini. È in qualche modo un sollievo poterne parlare, ma è anche triste che io fossi pronto a essere picchiato per questo.”

Mancano in modo evidente dalle foto esposte nelle veglie i padri, le madri e gli altri familiari adulti palestinesi uccisi negli attacchi israeliani, a volte intere famiglie cancellate in un solo colpo.

In una recente inchiesta della National Public Radio statunitense i giornalisti hanno documentato 132 membri della famiglia Abu Naser uccisi nell’ottobre 2024, quando Israele ha colpito un edificio residenziale a Beit Lahia, uno degli attacchi più letali della guerra. Oltre il 40% delle vittime erano bambini, la più giovane dei quali era una bambina di sei mesi di nome Sham, e dieci nuclei familiari sono stati cancellati dal registro civile.

NPR ha divulgato l’inchiesta anche in ebraico, un gesto senza precedenti, nella speranza che questa documentazione raggiunga il pubblico israeliano. Come chi mostra le foto, anche loro sperano di sfidare il silenzio, l’autocensura e la negazione del governo e dei media israeliani. Ma finché la guerra continua, il loro lavoro rimarrà incompleto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il servizio di soccorso afferma che Israele ha liberato un soccorritore di Gaza che era scomparso dopo l’attacco mortale ai medici

Redazione di MEMO

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia Reuters, oggi la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha affermato che le forze di occupazione israeliane hanno liberato un soccorritore palestinese che era scomparso verso fine marzo quando 15 operatori umanitari erano stati uccisi dai soldati a Gaza mentre stavano rispondendo ad una chiamata.

Il membro della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) Asaad Al-Nsasrah era scomparso dopo che 15 paramedici ed altri soccorritori erano stati colpiti a morte il 23 marzo in tre diverse sparatorie nello stesso luogo vicino alla città di Rafah nel sud della Striscia di Gaza. Un filmato della scena mostra i soldati dell’occupazione israeliana aprire il fuoco indiscriminatamente mentre i soccorritori arrivavano sul posto.

I 15 sono stati seppelliti in una fossa poco profonda, vicino ai loro veicoli distrutti, dove i loro corpi sono stati trovati una settimana dopo da funzionari delle Nazioni Unite e della PRCS.

Le forze di occupazione hanno appena rilasciato il medico Asaad Al-Nsasrah, che era stato incarcerato il 23 marzo 2025 mentre stava svolgendo il suo compito umanitario durante il massacro del team medico nell’area Tel Al-Sultan del Governatorato di Rafah,” ha affermato la PRCS in un post su X (precedentemente Twitter, Ndt.).

L’esercito israeliano non ha commentato subito dopo l’evento.

L’esercito inizialmente ha mentito nella sua ricostruzione degli eventi, dichiarando che i soldati avevano aperto il fuoco su veicoli che si erano avvicinati “in modo sospetto” nel buio senza luci o segni distintivi. Ma il video recuperato dallo smartphone di uno degli uomini uccisi e pubblicato dalla PRCS mostrava i soccorritori nelle loro uniformi, ambulanze chiaramente segnalate e camion dei pompieri con le loro luci accese mentre venivano prese di mira dai soldati.

Il 20 aprile l’esercito israeliano ha affermato che una revisione dell’uccisione dei soccorritori a Gaza ha rilevato che sono stati fatti “molti errori professionali”. Ha affermato che il vice-comandante, un riservista che ricopriva il ruolo di comandante sul campo, sarebbe stato rimosso dal suo ruolo per aver fornito un rapporto incompleto e non accurato e ha aggiunto che il comandante sarebbe stato formalmente ammonito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Soldati urlanti e aperta rivolta: un video ha smascherato la lotta di potere interna a Israele

RamzyBaroud

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Un corrispondente dell’israeliano Canale 12 ha fatto una scelta apparentemente strana quando il 22 aprile ha deciso di diffondere uno dei più umilianti video di un notevole numero di soldati israeliani finiti sotto l’attacco di un solo combattente palestinese. Mentre i soldati gridavano e cadevano per le scale di un edificio a Khan Younis è scoppiato il caos: alcuni sono caduti uno sull’altro, altri si sono nascosti dietro a un muro di cemento e alcuni hanno addirittura sparato a casaccio, ferendo i propri stessi colleghi.

Ciò pone una questione seria: data l’abituale adesione dei media israeliani alla pesante, spesso irragionevole, censura militare, che cosa ha provocato la decisione di diffondere un’immagine così lesiva dei propri soldati?

La risposta sta nel conflitto aperto tra l’istituzione politica israeliana da un lato, rappresentata dalla leadership del primo ministro Benjamin Netanyahu, e il resto del Paese dall’altro. “Il resto del Paese” potrebbe sembrare un concetto astratto, ma non lo è. Attualmente Netanyahu è in conflitto con l’istituzione militare, l’agenzia per la sicurezza interna Shin Bet, la magistratura, molta parte dei media e la maggioranza degli israeliani, che vuole la fine della guerra e il rilascio degli ostaggi israeliani.

Questo spiega le critiche aperte e senza precedenti da parte di ex alti dirigenti israeliani che accusano Netanyahu di costituire una minaccia non solo per l’esercito e per la società israeliani, ma anche per il futuro dello stesso Israele.

Il 21 aprile il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha infranto tutti i protocolli sottoponendo alla Suprema Corte di Israele due documenti, uno dei quali è stato reso noto al pubblico. Secondo media israeliani nella testimonianza non riservata Bar ha affermato di essere stato licenziato dal primo ministro “a causa del suo rifiuto di rispettare le aspettative di lealtà”, in particolare “relativamente alle indagini sugli assistenti del primo ministro” e del “suo rifiuto di aiutare Netanyahu a evitare di testimoniare nel suo processo penale.”

I commenti di Bar hanno rappresentato un cambiamento storico nel modo in cui i pezzi grossi del potere trattano questioni di sicurezza estremamente sensibili.

Un ex capo dello Shin Bet, Nadav Argaman, è stato ugualmente esplicito, benché fosse il primo a parlare delle trasgressioni di Netanyahu, suggerendo un chiaro coordinamento tra i vari elementi delle famigerate e potenti agenzie di intelligence. “Se il primo ministro agisce illegittimamente io dirò tutto quello che so”, ha dichiarato a Canale 12 il mese scorso.

Il coordinamento diventa ancor più chiaro quando l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, al pari di Netanyahu perseguito dalla Corte Penale Internazionale, è andato all’attacco a sua volta il 23 aprile. Oltre agli attacchi diretti contro Netanyahu, la cui politica ha definito “una vergogna morale”, Gallant sembra aver denigrato lo stesso esercito israeliano rivelando che lo scorso agosto Israele ha falsificato fotografie di un presunto tunnel di Hamas al fine di bloccare un accordo di cessate il fuoco.[vedi zeitun]

Il governo israeliano ha usato questo particolare episodio come pretesto per mantenere il controllo del Corridoio Philadelphi nel sud di Gaza, un pretesto che è comparso più o meno nello stesso momento del video estremamente sconcertante dei soldati israeliani che fuggono terrorizzati di fronte ad un solo combattente palestinese. Gli elementi di umiliazione hanno continuato ad accumularsi.

Se le azioni di Gallant possono screditare l’esercito e la sua leadership, il suo obbiettivo principale sembra essere quello di colpire Netanyahu, che secondo molti israeliani sta prolungando la guerra di Gaza per vantaggi politici personali.

Le perdite nell’attuale guerra di Israele costituiscono un altro punto chiave. Uno dei segreti dello Stato di occupazione storicamente meglio custoditi sono le sue perdite nei conflitti contro gli eserciti arabi o i gruppi della resistenza.

Benché l’esercito israeliano abbia cercato di minimizzare il numero dei morti dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023, si è trovato di fronte a molte indiscrezioni, alcune provenienti dall’esercito stesso. Lo scopo? Fare pressione su Netanyahu per porre termine alla guerra, soprattutto alla luce delle recenti informazioni secondo cui almeno la metà dei riservisti dell’esercito israeliano si rifiuta di tornare a combattere.

Cosa interessante, è stato Eyal Zamir – il sostituto scelto da Netanyahu per sostituire il capo di stato maggiore Herzi Halevi – che ha sorpreso tutti con un discorso poco dopo la sua nomina a febbraio. Zamir ha rivelato che 5.942 famiglie israeliane “si erano aggiunte all’elenco delle famiglie in lutto” nel 2024. Aveva già sancito che il 2025 fosse “un anno di guerra”, ma ora sembra meno incline a intensificare la guerra al di là della capacità di Israele di sostenerla.

Il conflitto tra le elite politiche e quelle militari e di intelligence di Israele non è mai stato così aspro, oltre che aperto, come se entrambe le parti fossero giunte alla conclusione che la loro sopravvivenza – e quella dello stesso Israele – dipenda dalla sconfitta del campo avverso.

Dopo qualche riluttanza e una scelta delle parole piuttosto attenta, Gallant si è ora unito al coro di un potente gruppo di ex dirigenti che vuole vedere Netanyahu fuori dal potere con ogni mezzo necessario, compresa la disobbedienza civile.

Questo conflitto interno all’elite di Israele segna un allontanamento dalla propria immagine a lungo coltivata. Per decenni Israele si è presentato come un faro di democrazia e civiltà in mezzo a quelli che dipingeva come i suoi incolti vicini. Tuttavia il genocidio di Gaza ha mandato in frantumi questa falsa narrazione.

Di conseguenza l’attuale lotta tra gli architetti di questa finzione israeliana offre ora un’opportunità senza precedenti per rivelare verità più profonde, non solo riguardo alla presente guerra di Gaza, ma anche riguardo alla storia di Israele, dal suo insediamento sulla terra della Palestina storica fino al genocidio in corso, quasi otto decenni dopo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)