Cannes: gli attori palestinesi protestano contro “la cancellazione culturale” della Palestina

Scena dal film Let There Be Morning del regista Eran Kolirin (Twitter)
image_pdfimage_print

Ci opponiamo ad ogni forma di repressione da parte del regime israeliano, che impedisce al popolo palestinese di vivere, esistere e creare”, hanno dichiarato i dodici attori principali del film ‘Let there be morning’.

MEE

12 luglio 2021- Middle East Eye

Gli attori palestinesi del lungometraggio Let there be morning [Che sia mattina] hanno boicottato il Festival di Cannes che si sta attualmente svolgendo per protestare contro “la cancellazione culturale” della Palestina.

Non possiamo ignorare la contraddizione della presentazione del film a Cannes con la dicitura ‘film israeliano’, mentre Israele continua a condurre da molti decenni la sua campagna coloniale di pulizia etnica, espulsioni e apartheid contro di noi, il popolo palestinese”, hanno dichiarato i dodici attori in una lettera indirizzata alla direzione del festival.

Noi resistiamo ad ogni forma di oppressione coloniale israeliana contro il diritto del popolo palestinese a vivere, esistere e creare”, proseguono gli attori Alex Bakri, Juna Suleiman, Ehab Elias Salameh, Salim Daw, Izabel Ramadan, Samer Bisharat, Yara Jarrar, Marwan Hamdan, Duraid Liddawi, Areen Saba, Adib Safadi e Sobhi Hosary, che denunciano “la cancellazione pregiudizievole che viene inflitta ai palestinesi” nel momento in cui il loro lavoro viene presentato sui media come “israeliano”.

Ogni volta che l’industria cinematografica ritiene che noi e il nostro lavoro ricadiamo sotto la dicitura etnico-nazionale di “israeliano”, viene per prima cosa perpetuata una realtà inaccettabile che assegna a noi, artisti palestinesi con cittadinanza israeliana, un’identità imposta dalla colonizzazione sionista per mantenere la continua oppressione dei palestinesi all’interno della Palestina storica, la negazione della nostra lingua, della nostra storia e della nostra identità,” hanno scritto in particolare gli attori.

Pretendere che noi restiamo inerti ed accettiamo questa etichetta (…) non soltanto normalizza l’apartheid, ma continua anche a consentire la negazione e il mascheramento della violenza e dei crimini inflitti ai palestinesi,” aggiungono.

Siamo uniti e facciamo appello alla comunità artistica ed internazionale perché amplifichino la voce dei palestinesi. Ci opponiamo ad ogni forma di repressione da parte del regime israeliano (che impedisce) al popolo palestinese di vivere, esistere e creare”, concludono gli attori.

Il regista del film, l’israeliano Eran Kolirin, ha condiviso sulla sua pagina Facebook la lettera dei suoi attori con questo messaggio: “Amo queste persone. Rispetto la loro decisione (anche se mi sarebbe piaciuto che fossero presenti per celebrare insieme a me il loro valore artistico) e sostengo la loro lotta. Grazie per le belle parole, bravissimi attori”.

Reazione indignata di un ministro israeliano

Let there be morning, tratto da un romanzo dello scrittore arabo israeliano Sayed Kashua, narra la storia di un cittadino palestinese di Israele costretto a riconciliarsi con la sua identità quando ritorna nel suo villaggio natale, che trova circondato da un muro.

Secondo il sito [israeliano] JForum, “fonti del Ministero della Cultura hanno confermato che il film è stato supportato dallo Stato di Israele”.

Chi ha chiesto un finanziamento allo Stato israeliano per fare film e utilizzare il suo denaro non dovrebbe vergognarsi di Israele. La libertà di espressione è importante, soprattutto per coloro che ne traggono profitto, l’opportunità di produrre in Israele, l’opportunità di ricevere un finanziamento dal nostro Paese”, ha reagito il ministro israeliano della Cultura e dello Sport, Hili Trooper [del partito centrista “Blue e Bianco”, ndtr.].

Il film è sostenuto dal Fondo cinematografico israeliano per la somma di due milioni di shekel (circa 500.000 euro) e da circa due milioni di shekel aggiuntivi da parte della Francia e della Germania (…). Di conseguenza al Festival di Cannes il film è registrato in catalogo come un film i cui Paesi di produzione sono Israele, la Germania e la Francia”, ha risposto il regista Eran Kolirin.

Il finanziamento israeliano, spiega ancora il regista, proviene anche dalle imposte che pagano quegli stessi attori, che in cambio “si vedono rifiutare il diritto di mostrare la loro identità palestinese, dato che lo Stato li costringe a salire sul palco e presentare la loro storia come ‘israeliana’”.

Eran Kilirin ha altresì denunciato “la paranoia del precedente governo (guidato da Benjamin Netanyahu), in cui il termine palestinese era bandito, espunto e taciuto”.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)