Fare giornalismo in un tempo leggendario. La testimonianza personale di una giornalista

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Shireen Abu Aqleh

Ottobre 2021 – This Week in Palestine

Nota Redazionale

Un articolo di Shereen Abu Aqleh dell’ottobre scorso che descrive la sua professione nella terra occupata da Israele e in particolare la capacità  della popolazione palestinese di Jenin di non abbassare mai la testa dinanzi all’invasore anche nei momenti più critici. Scriviamo queste poche righe con lo stato d’animo sconvolto dalle immagini che ci sono giunte da Gerusalemme Est per l’inaudito e violento attacco della polizia al corteo funebre.

Probabilmente è stata una coincidenza a riportarmi indietro di vent’anni. Quando sono arrivata a Jenin a settembre non mi aspettavo di rivivere questa travolgente sensazione. Jenin è ancora la stessa fiamma inestinguibile che abbraccia giovani senza paura che non si fanno intimidire da nessuna possibile invasione israeliana.

Il motivo per cui ho passato parecchi giorni e notti nella città è stato il successo dell’evasione dal carcere di Jalboa. È stato come tornare al 2002 quando Jenin visse qualcosa di unico, diverso da qualunque altra città in Cisgiordania. Verso la fine dell’Intifada di Al-Aqsa cittadini armati si sparpagliarono per tutta la città e sfidarono apertamente le forze di occupazione che intendevano invadere il campo.

Nel 2002 Jenin diventò una leggenda nella mente di molti. La battaglia nel campo contro le forze di occupazione in quell’aprile è ancora molto presente nella mente dei suoi abitanti, anche di quelli che non erano ancora nati quando accadde.

Tornando a Jenin adesso, 20 anni dopo, ho rivisto molti volti familiari. In un ristorante ho incontrato Mahmoud, che mi ha salutata chiedendomi: “Ti ricordi di me?” “Sì”, ho risposto, “Mi ricordo di te”. È difficile dimenticare quel viso e quegli occhi. Lui ha continuato: “Sono uscito di prigione pochi mesi fa”. Mahmoud era ricercato dagli israeliani quando lo incontrai negli anni dell’Intifada.

Ho rivissuto quelle sensazioni di ansia e di orrore che provavamo ogni volta che incontravamo una persona armata nel campo. Mahmoud è uno dei fortunati: è stato incarcerato e rilasciato, ma per gli abitanti di Jenin e per i palestinesi in generale i volti di molti altri sono diventati simboli o semplici ricordi.

Durante questa visita non abbiamo avuto difficoltà a trovare un posto dove stare, diversamente da dieci anni fa quando abbiamo dovuto sistemarci in casa di gente che non conoscevamo. A quel tempo le persone ci aprivano le loro case poiché non c’erano alberghi.

A prima vista la vita a Jenin può sembrare normale, con ristoranti, alberghi e negozi che aprono ogni mattina. Ma a Jenin si ha l’impressione di essere in un piccolo villaggio che controlla ogni straniero che arriva. In ogni strada la gente chiede alla troupe: “Siete della stampa israeliana?”. “No, siamo di Al-Jazeera”. La targa gialla del veicolo israeliano incute sospetto e paura. L’auto è stata fotografata e la foto è stata fatta circolare diverse volte prima che i nostri movimenti in città diventassero familiari per gli abitanti.

A Jenin abbiamo incontrato persone che non hanno mai perso la speranza: non hanno permesso alla paura di entrare nei loro cuori e non sono state spezzate dalle forze di occupazione israeliane. Probabilmente non è una coincidenza che i sei prigionieri che sono riusciti ad evadere fossero tutti dei dintorni di Jenin e del campo [profughi].

Per me Jenin non è un’effimera storia nella mia carriera o nella mia vita personale. È la città che mi può sollevare il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che a volte trema e cade ma, oltre ogni aspettativa, si rialza per inseguire i suoi voli e i suoi sogni.

E questa è stata la mia esperienza come giornalista: nel momento in cui sono fisicamente stremata e mentalmente esausta, mi trovo di fronte ad una nuova, sorprendente leggenda. Può nascere da un piccolo spiraglio, o da un tunnel scavato sottoterra [riferimento all’evasione dei prigionieri di Jenin fuggiti dal carcere israeliano di Gilboa, ndtr.].

  Shireen Abu Aqleh

Per 24 anni ho coperto il conflitto israelo-palestinese per Al Jazeera. Oltre alla questione politica, il mio interesse è stato e sarà sempre la vicenda umana e la sofferenza quotidiana del mio popolo sotto occupazione. Prima di lavorare per il mio attuale canale sono stata co-fondatrice di radio Sawt Falasteen. Nel corso della mia carriera ho seguito quattro guerre contro la Striscia di Gaza e la guerra israeliana contro il Libano nel 2009, oltre alle incursioni in Cisgiordania. Inoltre ho coperto eventi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Turchia e in Egitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)