L’infanzia perduta di Ahmad Manasrah

Ahmad Manasrah
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Fedaa Alsoufi

16 marzo 2022 – We are not Numbers

Striscia di Gaza

Nota editoriale: questo articolo è una ricostruzione immaginaria di una giornata in carcere di Ahmad Manasrah, basata sui fatti come desunti da informazioni tratte da reportage, articoli di giornale ed una conferenza stampa rilasciata da suo padre nel marzo 2022.

Ahmad si sveglia solo in una buia cella del carcere di Ramla. Cerca di alzarsi, ma le mani ammanettate e le gambe incatenate rendono difficile qualunque movimento. E’un altro giorno in cui si sente annegare entro le quattro mura scure della cella, che opprime il suo sguardo e lo intrappola insieme ai suoi sogni.

Passa 23 ore in compagnia dei fantasmi dei soldati israeliani che lo hanno costretto con la forza ad ammettere di aver accoltellato un colono a 13 anni, quando non aveva né la forza fisica né la capacità mentale neanche di pensare di mettere le mani su un’altra persona. Quegli stessi soldati disumani gli hanno dato del bugiardo quando ha gridato: “Non riesco a ricordare. Portatemi da un medico, sono diventato pazzo. Per amor del cielo, credetemi!” Può uscire dalla cella solo un’ora al giorno, in cui riesce a godere della luce del sole e a respirare un po’ d’aria. Gli è impedito di comunicare con altri prigionieri palestinesi e gli sono vietate le visite dei familiari.

Cerca di passare le dita sulle doloranti ferite al collo per massaggiarle ed alleviarle, ma non fa che peggiorare il dolore. La frattura alla testa, che gli ha provocato un ematoma al cervello, gli impedisce di pensare al presente, consentendogli soltanto di rivivere frammenti di ricordi dei coloni israeliani che lo picchiano colpendolo alla testa e lo portano via su una macchina della polizia gridando a lui tredicenne: “Muori, muori, muori!”. Ricorda il suo sangue che si sparge su quella terra che conosce come le sue mani. La stessa terra ha accolto il corpo del suo cugino quindicenne Hasan, dopo che è stato ucciso per sbaglio quello stesso giorno.

Gli passano un piatto di cibo attraverso una finestrella nella porta della cella. Lui prende il piatto, ma pensa solo ai giorni in cui sua mamma gli preparava i suoi piatti preferiti. Li metteva in un elegante piatto bianco sul tavolo di famiglia e poi lo chiamava per venire a mangiare. Il disgustoso cibo del carcere è un modo per umiliarlo, mentre a casa era la maniera in cui sua mamma mostrava il proprio amore per lui e i suoi fratelli. Le prigioni israeliane trasformano ogni cosa bella che una persona abbia vissuto in un incubo spaventoso da cui cercare di fuggire.

Sente l’incessante suono delle sirene e gli insulti verbali delle guardie, ma l’unico suono che cerca di ascoltare è il cinguettio dei suoi canarini nel cortile della sua casa a Beit Hanina. Si chiede se i suoi uccellini sentano la sua mancanza e piangano per lui, proprio come faceva lui quando uno di loro se ne era andato. L’occupazione può rubare la loro libertà di attraversare il cielo e impedire loro di migrare a sud?

Adesso sono le 9 di sera. Cerca di pensare alle storie che un giorno racconterà ai suoi bambini. Gli dirà che gli israeliani lo hanno accusato di aver accoltellato un colono? O che lo hanno detenuto deliberatamente fino a quando ha compiuto 14 anni in modo che potesse essere ingiustamente giudicato come un adulto ed imprigionato per nove anni e mezzo? Dirà ai suoi figli che gli israeliani gli hanno vietato di sostenere gli esami di scuola superiore nel 2020, dopo che aveva passato un anno a studiare per questo? Si chiede se possa guarire dai disturbi mentali contro cui ora combatte, quando i lividi su tutto il suo corpo gli dicono che è impossibile. Come può parlare degli interrogatori brutali, delle violenze fisiche e psichiche subite e delle lotte psicologiche che deve sostenere con i demoni israeliani che non scompaiono mai?

Ahmad non è pazzo. Lo hanno fatto impazzire i maledetti israeliani. La sua salute sta peggiorando. E’ devastato dalle terribili condizioni del carcere e dai metodi senza fine di interrogatorio, dalla privazione del sonno e del riposo. Il barbaro Stato colonialista lo sta uccidendo lentamente. Soffre di continue emicranie e di forti dolori che gli provocano la perdita di controllo del sistema nervoso. Gli danno delle cure sbagliate e gli impediscono di ricevere un adeguato trattamento medico, cosa che peggiora la sua condizione. Gli israeliani lo trattano come un terrorista e un “criminale” sul quale intendono vendicarsi.

Ahmad non può più sopportare la fatica della sua mente, che lo ammorba con pensieri tossici. Trova rifugio nell’immaginarsi sotto l’ampio cielo blu, che vede riflesso nelle onde abbaglianti del Mediterraneo. Crea un’immagine di sé stesso che distende il suo corpo dolorante, il suo cuore palpitante e la sua mente intorpidita sulla sabbia dorata. Spera che il suo cuore possa trovare il modo di tornare alla normalità, come quando era un ragazzino che correva tra i campi occupandosi dei suoi uccellini e contando le stelle con la mente lucida.

Ahmad pensa ai suoi otto compleanni rimandati, alle migliaia di abbracci persi di sua madre e di suo padre e ai milioni di spericolate avventure giovanili che avrebbe dovuto vivere. Cerca di trovare tracce della sua infanzia, ma non ci riesce, perché non è mai esistita.

Per sostenere la liberazione di Ahmad, per favore firma l’appello

16 marzo 2022

TutoreSarah Jacobus

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)