Mariam Farah
20 dicembre 2024 – + 972 Magazine
Gli arresti politici delle donne palestinesi in Israele, che devono subire perquisizioni corporali, occhi bendati e diffusione di dati personali, mirano a inviare un chiaro messaggio alla comunità.
L’attrice palestinese Maisa Abd Elhadi è stata arrestata la prima volta solo pochi giorni dopo gli attacchi del 7 ottobre. Alle 11 del mattino del 12 ottobre 2023 la polizia si è presentata a casa sua a Nazareth, le ha confiscato illegalmente il telefono e l’ha portata alla centrale di polizia della città.
Lì ha scoperto di essere indagata per due post che aveva condiviso su Instagram il 7 ottobre. Il primo mostrava dei civili vicino a un bulldozer presso la recinzione di Gaza, che il testo di accompagnamento paragonava alla caduta del muro di Berlino. “Nell’immagine non c’erano individui armati”, ha chiarito. La seconda era una foto di Yaffa Adar, un’anziana donna israeliana rapita quel giorno, con la didascalia: “Questa donna sta vivendo l’avventura della sua vita”.
“Ho condiviso questa storia la mattina presto senza capire veramente cosa stesse succedendo o quanto fosse grave la situazione”, spiega Abd Elhadi in merito a quest’ultimo post. “Quando in seguito ho scoperto il contesto completo e ho visto i video condivisi quel giorno, io stessa li ho immediatamente cancellati”. Ma a quel punto era troppo tardi.
Alla stazione di polizia un’agente donna ha ordinato ad Abd Elhadi di togliersi i vestiti e ha condotto una perquisizione corporale. “Mentre ero svestita mi ha aggredita fisicamente, insultata verbalmente con termini dispregiativi tra cui ‘terrorista’ e ha fatto dichiarazioni minacciose su ulteriori azioni che avrebbe intrapreso contro di me”, ricorda Abd Elhadi. “Ho quindi aspettato tre ore un interrogatore di lingua araba e il mio avvocato, ma l’interrogatorio vero e proprio è durato solo pochi minuti”.
Abd Elhadi riferisce a +972 che dopo essere stata interrogata riguardo ai suoi post sui social media la polizia si è rifiutata di restituirle il cellulare, minacciando di trattenerla in stato di arresto se non avesse dato loro il codice di accesso. Alla fine, Abd Elhadi è stata rilasciata e messa agli arresti domiciliari e in seguito ha avviato un procedimento legale per recuperare il suo telefono.
Ma appena due settimane dopo, nelle prime ore del mattino del 23 ottobre, è stata di nuovo arrestata.
“Più tardi ho scoperto che il mio arresto era avvenuto in seguito ad un post sui social media di un famoso attore israeliano che aveva condiviso la mia storia e incoraggiato uno dei suoi follower a sporgere denuncia contro di me”, spiega Abd Elhadi.
“Appena i media israeliani hanno pubblicato la vicenda la situazione è degenerata”. Sono state pubblicate le informazioni private di Abd Elhadi, tra cui il suo indirizzo di casa, insieme alle accuse e a una scena di nudo dal suo film “Huda’s Salon” – cosa che descrive come una campagna diffamatoria orchestrata per erodere il sostegno dei suoi connazionali palestinesi. Moshe Arbel, il ministro degli Interni, si è persino dato da fare per cercare di privarla della sua cittadinanza israeliana e deportarla.
Giunta alla stazione di polizia Abd Elhadi è stata portata in un ufficio adiacente all’ingresso dalla stessa agente donna che l’aveva perquisita durante il suo primo arresto. In quella stanza, accessibile agli agenti uomini, la poliziotta ha costretto Abd Elhadi a spogliarsi, l’ha ammanettata, aggredita fisicamente e poi l’ha fotografata di fronte a una bandiera israeliana.
Abd Elhadi è stata trattenuta per due giorni, durante i quali è rimasta completamente isolata dal mondo esterno. “Mi hanno poi trasportata in un’altra prigione per comparire in tribunale via Zoom e nel frattempo sono stata sottoposta a ulteriori aggressioni fisiche e perquisizioni corporali. Dopo l’udienza giudiziaria l’agente mi ha aggredita di nuovo trascinandomi per i capelli. Prima di essere rilasciata sono stata trasferita prima alla prigione di Sharon e poi a quella di Damon”, racconta.
Il 9 novembre 2023 è stata presentata contro Abd Elhadi un’incriminazione con l’accusa di aver espresso sostegno a un’organizzazione terroristica e di istigazione al terrorismo. “Nelle circostanze specifiche esiste una reale possibilità che le sue pubblicazioni [sui social media] spingano a commettere un atto di terrorismo”, ha affermato l’ufficio del procuratore. In seguito all’incriminazione Abd Elhadi è stata messa agli arresti domiciliari ed è stata rilasciata solo un anno dopo.
“L’esperienza mi ha lasciato in uno stato di continuo terrore”, dice Abd Elhadi, alla quale è ancora vietato usare i social media, dopo il suo rilascio. “Ho sentito che stavo entrando nell’ignoto, incerta se sarei mai stata di nuovo libera o se avrei dovuto affrontare una persecuzione perpetua da parte delle istituzioni statali”.
Secondo il centro giuridico palestinese Adalah con sede ad Haifa, Abd Elhadi è una delle 127 donne palestinesi, da attrici di spicco a insegnanti e studentesse, arrestate o interrogate dalla polizia israeliana per post sui social media tra il 7 ottobre 2023 e il 27 marzo 2024. Le loro testimonianze su ciò che hanno dovuto affrontare durante la custodia, tra cui ripetute perquisizioni corporali, foto montate ad arte con bandiere israeliane sullo sfondo e la diffusione di immagini dell’arresto, rivelano uno schema inquietante: l’uso sistematico di pratiche degradanti contro singole cittadine palestinesi per instillare una deterrenza collettiva.
“Riceviamo costantemente da donne detenute segnalazioni di umiliazioni sistematiche, tra cui molteplici perquisizioni corporali in varie stazioni [di polizia], un numero eccessivo di ammanettamenti e perquisizioni non autorizzate dei cellulari”, ha detto a +972 Nareman Shehadeh Zoabi, un’avvocatessa di Adalah. “Oltre a ciò sopportano abusi verbali, commenti inappropriati e derisioni riguardanti i loro corpi intese a causare vergogna”.
Immagini di arresti e repressione statale
La drastica escalation di arresti di cittadini palestinesi di Israele da parte della polizia nelle settimane successive al 7 ottobre è stata resa possibile, in parte, da una task force istituita dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir all’inizio del 2023, che mirava specificamente a perseguire presunte istigazioni sui social media. Inoltre, il procuratore di Stato israeliano Amit Aisman ha emanato regolamenti che hanno reso più facile per la polizia trattenere cittadini israeliani sospettati di istigazione, la stragrande maggioranza dei quali palestinesi.
L’arresto a maggio di Rasha Karim Harami, proprietaria di un salone di bellezza della città di Majd Al-Krum in Galilea, è stato un altro caso che ha scatenato polemiche sulle procedure della polizia. Inizialmente detenuta per istigazione a causa di post sui social media critici nei confronti della guerra di Israele a Gaza, Harami è stata successivamente accusata di “disturbo della pace” dopo che la polizia non è riuscita a ottenere la previa approvazione dell’ufficio del procuratore per l’accusa originale.
Il caso di Harami ha attirato l’attenzione di tutti quando la polizia ha diffuso il filmato dell’arresto, che la mostrava ammanettata con delle fasce di plastica e bendata con un panno di flanella, un trattamento solitamente riservato ai “sospettati di sicurezza” palestinesi. Il video è stato ampiamente condiviso sui social media suscitando la condanna dei parlamentari palestinesi e spingendo l’ufficio del procuratore a rilasciare una dura risposta di critica verso la condotta della polizia.
Dopo il suo interrogatorio Harami è stata posta agli arresti domiciliari per cinque giorni. Shehadeh Zoabi ha detto a +972 che in seguito a questo caso Adalah ha presentato una denuncia formale agli alti funzionari delle forze dell’ordine israeliane chiedendo “l’immediata cessazione delle pratiche illegali, tra cui la benda sugli occhi e le restrizioni eccessive”.
Ma al di là delle questioni legali è chiaro che tali pratiche fanno parte di una campagna più ampia contro i cittadini palestinesi. “Queste fotografie di cittadine arrestate, ammanettate con fascette di plastica e bendate con un panno di flanella, inviano un messaggio dallo Stato all’intera comunità palestinese”, spiega la dott.ssa Honaida Ghanim, sociologa, antropologa e direttrice palestinese del Palestinian Forum for Israeli Studies (MADAR). “Mettono in mostra gli strumenti di oppressione, repressione e umiliazione dello Stato, marcando allo stesso tempo i confini della libertà di espressione”.
Né queste azioni possono essere viste, sostiene Ghanim, separatamente dal contesto più ampio della guerra genocida di Israele a Gaza, dove si moltiplicano immagini di palestinesi morti, mutilati e traumatizzati. “Queste immagini sono pianificate per avere un impatto sulla coscienza collettiva palestinese. Fanno parte di una narrazione visiva più ampia, un collage attraverso il quale lo Stato tenta vuole riaffermare la propria autorità e deterrenza, ostentando un potere totale attraverso il controllo e l’oppressione”.
Un altro caso che ha attirato l’attenzione per delle discutibili azioni della polizia ha coinvolto Intisar Hijazi, un’insegnante palestinese di 41 anni della città di Tamra, nel nord di Israele. È stata arrestata il 7 ottobre 2024 per aver condiviso sui social media un video di se stessa mentre ballava al ritmo di una canzone inglese. Il video, girato nella sua scuola a Nazareth il 7 ottobre 2023, non conteneva alcun riferimento agli attacchi di Hamas di quel giorno.
L’avvocato Ashraf Hejazi, che rappresenta Hijazi, ha parlato del caso con +972. “Quando siamo arrivati alla stazione di polizia non sono stati in grado di provare alcuna accusa legata al terrorismo, accusandola invece di mettere in pericolo la sicurezza pubblica”, ha spiegato. “Inizialmente il tribunale ha concesso alla polizia una proroga di due giorni per stabilire le prove delle loro accuse ma dopo due giorni di detenzione è stata rilasciata poiché la polizia non è riuscita a produrre alcuna prova a sostegno delle affermazioni”.
Prima che venisse rilasciata una qualche dichiarazione ufficiale della polizia Ben Gvir ha pubblicato le immagini di Hijazi durante il suo arresto, bendata in un veicolo della polizia. Un’altra fotografia non autorizzata che la mostrava in manette è circolata anche sui social media, davanti a una bandiera israeliana. “Abbiamo scoperto in seguito che Ben Gvir aveva personalmente richiesto il suo arresto per accuse di terrorismo”, dice Hejazi.
Allo stesso modo, nel caso di Abd Elhadi, Ben Gvir ha condiviso foto costruite ad arte che riproducono l’attrice in piedi davanti a una bandiera israeliana mentre si trovava sotto custodia della polizia. Successivamente ha lanciato un attacco pubblico al giudice che ha ordinato il suo rilascio, Arafat Taha, etichettandolo come “nemico interno”.
“La [diffusione] di queste immagini di arresti, in particolare di personaggi noti, rappresenta una forma di abuso sociale”, spiega la dott.ssa Maram Masarwi, docente e ricercatrice presso l’Al Qasemi College of Education e la Tel Aviv University. “Il messaggio dello Stato è inequivocabile: possiamo raggiungere chiunque e mettere a tacere qualsiasi voce, persino artisti di spicco come Dalal Abu Amneh. Nessuna voce è autorizzata a elevarsi al di sopra dello Stato”.
“Quando vediamo una persona fotografata sotto la bandiera in una posa umiliante interiorizziamo inconsciamente questa dinamica di potere”, continua Masarwi. “Non tutti hanno la resistenza o la capacità di affrontare questo potere, il che porta la maggior parte ad autocensurarsi. Questa oppressione diventa inconsciamente radicata nella nostra psiche collettiva come società“.
Abeer Baker, un’avvocatessa che rappresenta Abd Elhadi, ha detto a +972 di aver osservato un aumento delle incriminazioni contro le donne palestinesi in particolare nell’ultimo anno. “Questo non è casuale”, ha sostenuto Baker. “L’arresto di donne, in particolare studentesse e personaggi noti, crea ansia sociale e intimidisce altre donne.
“Se si vuole aumentare la pressione su una comunità si prendono di mira le sue donne. Le donne sono più vulnerabili durante le indagini a causa di varie forme di ricatto, in particolare violazioni della privacy come le ricerche sul telefono”, spiega Baker. “C’è anche un elemento di vendetta legato alle violenze sessuali del 7 ottobre: le donne palestinesi vengono trattate come se fossero colpevoli di complicità“.
“La paura non mi abbandona mai”
Ad agosto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato “Welcome to Hell” [Benvenuti all’Inferno, ndt.], un rapporto rivoluzionario che descrive in dettaglio gli abusi sistemici sui palestinesi e le condizioni disumane nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre, che descrivono come una “rete di campi di tortura”.
Il rapporto rileva che, nonostante il diverso status legale, le centinaia di cittadini palestinesi di Israele arrestati sono stati “sottoposti alle stesse condizioni [in prigione] dei loro corrispondenti della Cisgiordania e hanno subito abusi simili”, tra cui gravi maltrattamenti fisici, umiliazioni sessuali e negazione dei diritti fondamentali.
Tra le testimonianze raccolte nel rapporto c’è quella di I.A., una studentessa universitaria palestinese-israeliana sui vent’anni che è stata arrestata nel novembre 2023 per un post sui social media. Ha raccontato di essere stata ripetutamente derisa per il suo aspetto da ufficiali e guardie carcerarie, e di essere stata costretta a sottoporsi a perquisizioni corporali di fronte a guardie maschili. “La guardia donna mi prendeva in giro per i vestiti, le fattezze del corpo e i peli. Ha detto chiaramente che la disgustavo”, ricorda.
Dopo il suo rilascio I.A. è tornata all’università, ma ha continuato a confrontarsi con un ambiente ostile. “Avevo davvero paura che gli studenti ebrei mi aggredissero”, dice. “Molti studenti ora frequentano le lezioni armati di fucili e pistole… Spesso [mi ritrovo] seduta accanto a qualcuno armato durante una lezione. È una situazione davvero spaventosa, soprattutto di fronte alle continue istigazioni contro gli studenti arabi”.
Come altre contenute nel rapporto questa testimonianza illustra come il sistema carcerario israeliano non sia solo uno strumento di oppressione fisica ma anche un metodo per instillare un trauma psicologico duraturo che si estende ben oltre le mura della prigione, mirato a sopprimere la partecipazione dei cittadini palestinesi alla vita civica.
Secondo il dott. Marwan Dwairy, psicologo clinico di Nazareth, in seguito al 7 ottobre alcuni cittadini palestinesi in Israele “credevano di avere ancora [un po’ di] spazio democratico per esprimere i propri sentimenti, [anche se] in modo minimo o indiretto”. La guerra a Gaza, ha sostenuto, “ha intensificato i loro sentimenti di frustrazione e impotenza, innescando paura per la loro sicurezza e senso di colpa per non poter aiutare la loro gente”.
Ma nel giro di pochi giorni o settimane si sono ritrovati perseguitati dalle loro università, dai loro luoghi di lavoro e dai loro tribunali. L’impatto psicologico, sostiene Dwairy, è stato profondo: la riduzione dello spazio di libertà di espressione unita alle ansie legate alla guerra e alla paura di essere perseguiti ha portato a “un aumento significativo dei casi di depressione, ansia e disturbi psicosomatici” tra i cittadini palestinesi.
Per Abd Elhadi l’ansia è stata una presenza costante durante il suo anno agli arresti domiciliari, soprattutto perché gli utenti dei social media israeliani minacciavano di aggredirla a casa sua. “Non mi sentivo al sicuro, sapendo che avevano pubblicato il mio indirizzo”, riferisce a +972. “Ogni auto che si avvicinava mi rendeva ansiosa”. Ha anche iniziato a dormire completamente vestita con scorte di emergenza nelle vicinanze per paura di essere arrestata di nuovo.
Abeer Baker, avvocatessa di Abd Elhadi, osserva che la polizia continua a nascondere informazioni cruciali sul suo caso, tra cui l’identità dei due agenti che l’hanno filmata e come le sue foto siano trapelate ai media. “Questo caso è significativo perché espone le pratiche statali, in particolare quelle della polizia e dell’accusa, il cui ruolo dovrebbe essere quello di supervisionare la condotta della polizia ma che invece è diventata complice di queste pratiche illegali”, spiega. “Stiamo lavorando per trasformare l’atto di accusa contro Maisa in un atto di accusa contro la polizia per il trattamento riservato alle prigioniere”.
Abd Elhadi, pur essendo stata rilasciata dagli arresti domiciliari il mese scorso, non riesce a sfuggire al peso psicologico dell’anno trascorso. “Ancora oggi temo per la mia vita”, afferma. “Vado solo in posti familiari dove ho degli amici. La paura non mi abbandona mai”.
Mariam Farah è una giornalista palestinese di Haifa.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


