Basel Adra
22 aprile 2025 – +972 Magazine
Dopo l’attacco nel villaggio di Al-Rakeez, in Cisgiordania, Sheikh Saeed Rabaa è stato costretto a subire un’amputazione, mentre suo figlio Ilyas è rimasto nel carcere di Ofer.
Il 17 aprile intorno alle 18:30 il sedicenne Ilyas Saeed Rabaa ha avvistato tre coloni israeliani armati vicino al terreno di famiglia ad Al-Rakeez, un tranquillo villaggio nella regione di Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron.
I coloni, dotati di generatore e trapano elettrico, si stavano preparando a piantare pilastri di ferro su un terreno agricolo che il padre sessantenne di Ilyas, Sheikh Saeed Rabaa, coltivava con ulivi dal 2012. “Li ho visti vicino a casa nostra”, ricorda Ilyas. “Sono corso da mio padre a dirglielo, e siamo usciti insieme per affrontarli”.
Quando i due si sono avvicinati la tensione è salita rapidamente. Secondo Ilyas e Saeed i coloni — uno dei quali è stato riconosciuto come un vigilante proveniente da un avamposto vicino — hanno rivendicato la proprietà della terra. Ilyas aveva iniziato a filmare l’incontro con il suo telefono quando uno dei coloni lo ha aggredito alle spalle, gli ha strappato il telefono e lo ha immobilizzato a terra, tentando di soffocarlo.
“Sono corso ad aiutare mio figlio urlando al colono di fermarsi”, racconta Saeed a +972. “Poi la guardia ha sparato un colpo in aria e un altro alla mia gamba”.
Saeed è crollato all’istante. Sanguinava copiosamente e premeva le mani sulla ferita nel tentativo di fermare l’emorragia. Nel frattempo il figlio giaceva con la testa premuta a terra e urlava: “Hanno sparato a mio padre! Hanno sparato a mio padre!”.
Per oltre 20 minuti hanno aspettato un’ambulanza. I soldati sono arrivati, ma hanno impedito a vicini e passanti di prestare soccorso. Invece di soccorrere i feriti hanno arrestato Ilyas, ammanettandolo e bendandolo prima di portarlo via su una jeep militare per interrogarlo.
“Mi hanno accusato di aver cercato di rubare la pistola al colono”, racconta Ilyas. “Affermavano che mio padre li aveva aggrediti”. I soldati lo hanno tenuto fuori, bendato e ammanettato, in un luogo sconosciuto per un giorno intero e gli è stato dato da mangiare solo pane raffermo.
Ilyas è stato poi trasferito al carcere di Ofer, dove è rimasto per diversi giorni in condizioni terribili. “Ogni giorno durante l’appello eravamo costretti a stare inginocchiati con la testa reclinata all’indietro mentre i soldati ci contavano”, racconta.
Nel frattempo suo padre è stato portato dalle forze israeliane al Soroka Medical Center di Be’er Sheva, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza. A causa della gravità della ferita gli è stata amputata la gamba destra sopra la coscia. È rimasto in ospedale per tre giorni, ammanettato al letto.
“Ogni giorno i coloni entrano nella nostra terra”
Domenica 20 aprile, mentre era ancora ricoverato in ospedale e si stava riprendendo dall’amputazione, Saeed è comparso in tribunale militare con la scorta medica. Ilyas, ancora in carcere, è comparso tramite collegamento video. Il giudice ha ordinato il rilascio di entrambi gli uomini su cauzione: 5.000 schekel [1.208 euro ndt.] ciascuno.
Ma le autorità israeliane si sono rifiutate di rilasciare immediatamente Sheikh Saeed, sostenendo che si trovava in Israele senza permesso, nonostante l’esercito israeliano lo avesse trasportato lì per le cure d’urgenza.
Lunedì sera sono stati finalmente presi accordi per il trasferimento di Saeed in Cisgiordania. Alla sua famiglia è stato detto di venirgli incontro al posto di blocco militare di Meitar. “Pensavamo che sarebbe arrivato in ambulanza”, ha raccontato un parente a +972. “Ma invece è arrivato un mezzo di trasporto della Polizia di Frontiera. Gli agenti ci hanno intimato di non fare riprese, minacciando di confiscare i nostri telefoni”
Mentre le portiere del veicolo si aprivano un agente ha avvertito: “Se insistete a filmare lo porto dentro il checkpoint. Potete andare a prenderlo lì“. Seduto nel furgone dietro una barriera d’acciaio, Saeed è stato finalmente consegnato ai medici della Mezzaluna Rossa Palestinese e trasportato all’ospedale Al-Ahli di Hebron, dove ha ricevuto ulteriori cure.
L’aggressione alla famiglia Rabaa è tutt’altro che un episodio isolato ad Al-Rakeez. Nel 2021 un soldato israeliano ha sparato a bruciapelo al collo del ventiseienne palestinese Harun Abu Aram, lasciandolo paralizzato e infine uccidendolo. E negli ultimi mesi i coloni hanno intensificato la loro presenza nel villaggio, posizionando diversi caravan a soli 150 metri dalla casa di Rabaa. Queste case mobili fungono da estensione di Avigayil, un avamposto coloniale illegale che il governo israeliano ha legalizzato nel settembre 2023 e che prevede di espandere ulteriormente.
L’espansione di Avigayil minaccia anche di assorbire altre comunità palestinesi nell’area contesa di Masafer Yatta, tra cui Al-Rakeez, al-Mufaqara e Shaab al-Butum. A lungo presa di mira dalla crescita degli insediamenti, la regione ha visto negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre, un’impennata di violenze da parte dei coloni e di limitazioni imposte dai militari e ciò ha cancellato completamente diversi villaggi dalla mappa.
Gli abitanti del posto affermano che le molestie da parte dei coloni sono ormai all’ordine del giorno. “Ogni giorno, i coloni entrano nei terreni agricoli palestinesi”, spiega un vicino della famiglia Rabaa. “Distruggono i raccolti, molestano le famiglie e cercano di cacciare le persone dalle loro terre”.
Nonostante le numerose denunce nessun colono è stato arrestato per l’aggressione alla famiglia Rabaa; l’esercito israeliano sostiene che Sheikh Saeed abbia attaccato per primo i coloni e che il vigilante non abbia violato alcun protocollo. Mentre si riprende dalla perdita della gamba e Ilyas riacquista la libertà dopo giorni di detenzione, le minacce alla loro terra – e alle loro vite – persistono.
Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron [è anche regista, sceneggiatore e montatore palestinese, vincitore del Premio Oscar al miglior documentario per No Other Land, ndt.].
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


