L’attacco all’ospedale Nasser: non c’erano “telecamere di Hamas”, solo complicità con il genocidio di Israele.

Una veglia a Londra per i giornalisti uccisi da Israele. Foto: Toby Shepheard/AFP)
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David Hearst

20 agosto 2025 – Middle East Eye

Ripetendo la propaganda dell’epoca nazista, Israele intende garantirsi l’appoggio dell’opinione pubblica al massacro di Gaza cancellando l’informazione palestinese

Il novembre scorso durante una riunione della commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni il ministro degli Esteri britannico David Lammy ha detto di non poter confermare la sua affermazione riguardo a saccheggi generalizzati a Gaza in quanto non c’erano “giornalisti” sul campo.

Lammy intendeva dire che non c’erano giornalisti stranieri, perché ad essi è negato l’ingresso da parte di Israele, ma la sua gaffe è stata eloquente. Oltretutto potrebbe rivelarsi vera. Al ritmo con cui le forze israeliane stanno uccidendo i giornalisti palestinesi a Gaza, 245 secondo un conteggio e più di 373 secondo un altro, presto potrebbe non rimanere alcun giornalista a raccontare in tempo reale il genocidio in corso davanti ai nostri occhi.

Questo è il risultato auspicato da alcuni giornalisti israeliani.

È apparso decisamente evidente dalla loro reazione all’uccisione mirata lunedì dei giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz, insieme al fotogiornalista della Reuters Hussam al-Masri, al reporter freelance Moaz Abu Taha e a Mariam Dagga, una freelance che ha lavorato con vari mezzi d’informazione tra cui l’Associated Press (AP).

Se la sono presa con il loro primo ministro, Benjamin Netanyahu, che ha definito il bombardamento dell’ospedale Nasser in due fasi “un tragico incidente”. Secondo loro non è stato né tragico né un errore. Channel 14, che appoggia il governo di Netanyahu e la guerra, ha riportato fonti militari secondo cui l’attacco ha ucciso “terroristi travestiti da giornalisti”. Le fonti hanno affermato che i soldati hanno preso di mira un “quartier generale terrorista” di Hamas nell’ospedale Nasser.

In base all’attuale criterio di sicurezza qualunque luogo in cui operino i terroristi, che sia usato come scuola o come ospedale, diventa un obiettivo legittimo,” ha notato il reportage.

Alcuni soldati coinvolti nell’attacco hanno detto a Channel 14 che esso è stato “approvato e coordinato dall’alto comando, che ne era al corrente prima che venisse messo in atto”. Allo stesso modo Maariv [giornale israeliano di centro, ndt.] ha informato che è stato effettuato “dopo aver ricevuto l’approvazione dei comandanti.” Zvi Yehezkeli, corrispondente per le questioni arabe di i24News [canale televisivo israeliano di notizie che trasmette in inglese, francese e arabo, ndt.], ha lodato gli omicidi a Khan Younis: “Ci sono uomini di Nukhba ovunque,” ha affermato, riferendosi ai giornalisti uccisi come a membri di un’unità militare d’élite di Hamas. “Se Israele decide di eliminare i giornalisti, è meglio tardi che mai.”

Innumerevoli menzogne”

Almeno Yehezkeli, un colono che vive nella Cisgiordania occupata, è stato onesto.

È più di quanto si possa dire delle due agenzie internazionali di notizie, Reuters e AP, che utilizzavano il lavoro dei giornalisti uccisi con i quali, si poteva ingenuamente supporre, avrebbero dovuto essersi sentite in obbligo. A quanto pare non è così. Entrambe hanno prontamente riportato senza riserve la sempre mutevole scusa dell’esercito israeliano per aver colpito l’ospedale: che la Brigata Golani aveva preso di mira una telecamera utilizzata da Hamas. Ciò non spiega affatto il secondo attacco 15 minuti dopo il primo, che ha sterminato i giornalisti.

Riportando direttamente questa affermazione, come se Israele avesse il diritto di confermare con le sue montature l’affermazione in base alla quale i giornalisti erano stati presi di mira, Reuters e AP non hanno dato conto del fatto che questa “telecamera di Hamas” avrebbe potuto invece essere quella posizionata dalla Reuters per le trasmissioni in diretta.

Questo è quantomeno il quadro che emerge dalle riprese video dopo la strage e del balcone dove sono stati uccisi i giornalisti.

Siamo indignati che giornalisti indipendenti siano tra le vittime di questo attacco contro l’ospedale, un luogo che è protetto dalle leggi internazionali,” hanno scritto in un comunicato congiunto la capo redattrice di Reuters Alessandra Galloni e la direttrice esecutiva di AP Julie Pace.

Dovrebbero chiedersi perché le loro agenzie hanno riportato le affermazioni di Israele secondo cui quei giornalisti erano obiettivi legittimi senza mettere in dubbio queste asserzioni, anche se nei successivi aggiornamenti è stata aggiunta una certa ambiguità.

Sicuramente alcuni fotografi che lavorano per la Reuters pensano che quando è troppo è troppo. Valerie Zink ha stracciato il suo tesserino di giornalista dell’agenzia di strampa e lunedì ha postato un addio pubblico che fa riferimento alla copertura informativa sia dell’uccisione all’inizio di questo mese del giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif che al doppio attacco contro l’ospedale Nasser.

Quando Israele ha ucciso Anas al-Sharif insieme a tutta l’equipe di Al-Jazeera a Gaza City il 10 agosto la Reuters ha scelto di pubblicare il comunicato israeliano totalmente infondato secondo cui al-Sharif era un operativo di Hamas, una delle innumerevoli menzogne che mezzi di informazione come Reuters hanno diligentemente ripetuto e avallato,” ha scritto Zink. “La volontà della Reuters di diffondere la propaganda israeliana non ha risparmiato i suoi stessi giornalisti dal genocidio attuato da Israele.”

Svelare la verità

Tutto ciò induce a chiedersi cosa sia veramente una “telecamera di Hamas” o un “giornalista Nukhba”. Si sarebbe tentati di pensare che sia una telecamera che individua le posizioni dell’esercito israeliano per colpirle. Ma non è così. La definizione è molto più vaga. È una [telecamera] immaginata da Yehezkeli e molti altri, come Andrew Fox, l’ex-para britannico che ora si fregia del titolo di “ricercatore” della neoconservatrice Henry Jackson Society.

Yehezkeli ha affermato: “Pensate solo a quanto danno questi giornalisti… chiamateli giornalisti Nukhba, quanto danno hanno fatto a Israele.”

Dopo l’assassinio di Sharif, Fox ha scritto: “Nei conflitti contemporanei c’è un mito pericoloso, che “combattenti” significhi un uomo con un fucile o una donna in uniforme.”

Egli suggerisce che se anche Sharif fosse stato solo un giornalista di Al Jazeera – Fox ripete a pappagallo la calunnia che Sharif fosse un miliziano di Hamas, senza fornire alcuna prova – ciò sarebbe comunque una giustificazione sufficiente per ucciderlo: “Quando un giornalista diventa un bersaglio militare legittimo? Forse non abbastanza spesso,” ha ragionato Fox.

Probabilmente non ne sono beatamente consapevoli, ma Fox e Yehezkeli stanno lavorando contro gli interessi di Israele cercando di impedire al presidente Donald Trump e al partito Repubblicano di lasciare una nave che sta affondando.

In quanto fanatici, non possono fare a meno loro stessi di svelare la verità: quei giornalisti sono pericolosi per Israele perché stanno facendo il loro mestiere.

Israele non può stare lì a guardarsi nello specchio a grandezza naturale che questi giornalisti di Gaza gli reggono davanti, giorno dopo giorno.

Israele non può tollerare le immagini di bambini emaciati, la cui fame è stata metodicamente pianificata dai suoi ideatori e strateghi. Non può sopportare l’effetto che queste immagini stanno avendo sull’opinione pubblica internazionale.

Fox dovrebbe pensare, la prossima volta che si recherà su X per illustrare le sue opinioni sull’uccisione di giornalisti, a quanti secondi durerebbe davanti a commentatori come Tucker Carlson o Piers Morgan [giornalisti di estrema destra, il primo statunitense e il secondo britannico, ndt.]. Ne uscirebbe a pezzi.

Uccidere in silenzio

Perché i numeri parlano chiaro. Un recente sondaggio della Quinnipiac University [università statunitense del Connecticut, ndt.] ha scoperto che il 60% degli elettori disapprova il fatto che gli USA inviino aiuti militari a Israele, mentre il 32% appoggia ulteriori aiuti. Secondo Politico [quotidiano statunitense di analisi politica, ndt.] sono il livello più alto di opposizione e il più basso di approvazione all’alleanza militare degli USA con Israele dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Metà degli elettori intervistati, tra cui il 77% dei democratici, ha affermato di credere che Israele stia commettendo un genocidio. Il 64% dei repubblicani ha sostenuto di non credere che Israele stia commettendo un genocidio.

Tra quanti si oppongono all’aiuto militare a Israele ora c’è anche l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan.

Israele non sta perdendo solo la guerra a Gaza, ma, cosa più importante, la sta perdendo negli USA, dove conta davvero.

È stato sullo stesso terreno, a migliaia di chilometri di distanza dai campi di battaglia di Vietnam e Cambogia, che 50 anni fa venne persa la guerra contro i vietcong.

Come altri regimi genocidi, Israele vorrebbe uccidere e affamare i palestinesi in silenzio, censurando le informazioni, mentre i media compiacenti diffondono un flusso costante di menzogne e odio.

Nel 1994 durante il genocidio in Ruanda gli strumenti principali per incitare gli hutu ad attaccare la minoranza tutsi furono “la radio e il machete”. È diventato famoso come il genocidio della radio, o la morte attraverso la radio.

Ora questo sta avvenendo in ebraico in Israele. Al seguito dei media locali una chiara e netta maggioranza di israeliani crede che a Gaza non ci siano “innocenti”.

I media furono fondamentali anche per il genocidio di sei milioni di ebrei durante l’Olocausto. Il ministro della Propaganda Joseph Goebbels disumanizzò sistematicamente gli ebrei, giustificò la loro persecuzione e garantì il sostegno pubblico all’omicidio di massa.

I campi di concentramento obbligavano i prigionieri a mandare a casa cartoline in cui dicevano di essere trattati bene. A Terezín vennero filmati concerti, dopodiché l’intera troupe venne mandata ad Auschwitz.

La propaganda secondo cui gli ebrei sarebbero stati “ricollocati a est” fu fondamentale nei tentativi del regime nazista di nascondere la “soluzione finale” delle camere a gas. Oggi i media israeliani riportano di negoziati con il Sud Sudan come destinazione per un’“evacuazione” di palestinesi da Gaza, come se fosse la cosa più normale e umana al mondo.

Esempi professionali da seguire

Il linguaggio normalizza il genocidio.

Israele può agire a Gaza solo con giornalisti sotto il suo controllo, come le greggi addomesticate di giornalisti esteri che accettano di andarci sui carrarmati dell’esercito israeliano.

Ma i cinque giornalisti morti questa settimana erano fatti di una tempra più forte.

Dirò qualche parola su due di loro, nessuno dei quali lavorava per Middle East Eye.

Mariam Dagga, giornalista freelance che collaborava con vari mezzi di informazione, compresa AP, è salita alla ribalta per una tragedia personale. Durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018 filmò la morte di un manifestante colpito nei pressi della barriera tra Gaza e Israele per poi scoprire che l’uomo, morto dissanguato, era suo fratello.

Suo marito vive negli Emirati Arabi Uniti e lei aveva avuto la possibilità di lasciare Gaza con lui e suo figlio Ghaith, ma aveva scelto di rimanere e continuare a lavorare come fotogiornalista.

Voglio che tu mi renda orgogliosa avendo successo ed eccellendo, che dimostri quanto vali e diventi un grande uomo d’affari, mio caro,” ha scritto in una lettera a suo figlio. “Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me. Sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e il figlio di cui sono fiera.”

Moaz Abu Taha era il giornalista che aveva aiutato Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] a fare “visite virtuali” nel reparto infantile all’ospedale Nasser. All’epoca Haaretz ha scritto: “La telecamera si sposta nella stanza successiva. Stesa a letto sotto un grande manifesto dell’Ape Maya c’è Sham Qadeeh, una bambinetta in uno stato orribile. Ha due anni e pesa solo 4,4 chili. Sham è nata poco prima che scoppiasse la guerra e il suo peso era normale.

Ora il suo addome è gonfio, le sue gambe stecchite sono storte, le sue ossa sono sporgenti, sotto la pelle si vede il cranio, i suoi occhi sono vitrei e i suoi denti caduti. Ha il volto di un’anziana.”

I giornalisti morti lunedì, e ogni giornalista palestinese ucciso mentre raccontava questo conflitto, sono esempi professionali da seguire.

Noialtri, che abbiamo il lusso di lavorare come giornalisti e rimanere vivi, dovremmo chinare il capo in loro memoria.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore, esperto della regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato l’editorialista per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e a Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman [quotidiano britannico edito a Edimburgo, ndt.], dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)