Muhammad Shehada
31 ottobre 2025 – + 972 Magazine
Mentre Trump celebra la “pace” Israele sta consolidando un nuovo regime fatto di confini fortificati, governo per procura e politica dell’esasperazione, sempre con l’obiettivo finale dell’espulsione.
Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas l’amministrazione Trump ha salutato con entusiasmo l’inizio di un nuovo capitolo a Gaza. “Dopo tanti anni di guerra incessante e pericoli infiniti, oggi il cielo è calmo, le armi tacciono, le sirene tacciono e il sole sorge su una Terra Santa finalmente in pace”, ha dichiarato il presidente durante il suo discorso alla Knesset all’inizio di questo mese. Ma i fatti sul campo rivelano una realtà drammaticamente più cupa e gettano luce sul nuovo piano israeliano per la sottomissione permanente dell’enclave.
Con la cosiddetta “Linea Gialla”, Israele ha diviso la Striscia in due: una Gaza occidentale, che comprende il 42% dell’enclave, dove Hamas mantiene il controllo e dove sono ammassate oltre 2 milioni di persone; e una Gaza orientale, che comprende il 58% del territorio, completamente spopolato da civili e controllato dall’esercito israeliano e da quattro bande fantoccio.
Secondo il piano Trump questa linea di demarcazione sarebbe temporanea, la prima fase del graduale ritiro di Israele dalla Striscia per far posto ad una Forza Internazionale di Stabilizzazione che controlli il territorio. Invece le forze israeliane si stanno trincerando, rafforzando la divisione con terrapieni, fortificazioni e barriere che suggeriscono un passaggio verso la permanenza/stabilità.
La Gaza occidentale sta diventando simile al Libano meridionale, che l’esercito israeliano ha continuato a bombardare periodicamente dopo la firma di un cessate il fuoco con Hezbollah lo scorso novembre. Dall’inizio della tregua a Gaza attacchi aerei, droni e mitragliatrici israeliani hanno continuato a colpire la popolazione quotidianamente, solitamente con il pretesto infondato di “sventare un attacco imminente”, per rappresaglia contro presunti attacchi ai soldati israeliani o prendendo di mira individui che si avvicinano alla Linea Gialla. Finora, questi attacchi hanno ucciso oltre 200 palestinesi, tra cui decine di bambini.
Israele sta ancora limitando gli aiuti a Gaza occidentale, con una media di circa 95 camion in entrata al giorno durante i primi 20 giorni di cessate il fuoco, ben al di sotto dei 600 al giorno previsti dall’accordo tra Israele e Hamas. La maggior parte dei residenti ha perso la casa ma, con l’inverno alle porte, Israele continua a impedire l’ingresso di tende, roulotte, unità abitative prefabbricate e altri beni essenziali.
Gaza orientale, un tempo granaio dell’enclave, è ora una landa desolata. Colleghi e amici che vivono nelle vicinanze descrivono il rumore costante di esplosioni e demolizioni: soldati israeliani e coloni privati stanno ancora sistematicamente radendo al suolo tutti gli edifici rimanenti, ad eccezione dei piccoli accampamenti destinati alle bande che vivono sotto la protezione dell’esercito israeliano e sono dotate di armi, denaro, veicoli e altri beni di lusso.
Israele non ha intenzione di lasciare la parte orientale a breve. L’esercito ha cementato la Linea Gialla con blocchi di cemento, inglobando nel contempo ampie fasce della Gaza occidentale, e il Ministro della Difesa Israel Katz si è apertamente vantato di aver autorizzato di far fuoco su chiunque si avvicini alla barriera, anche solo per cercare di raggiungere la propria casa. Alcuni rapporti suggeriscono che Israele stia anche pianificando di far avanzare ulteriormente la Linea Gialla all’interno di Gaza Ovest, ma sembra che per ora l’amministrazione Trump abbia rimandato questa mossa.
E in una conferenza stampa della scorsa settimana l’inviato di Trump, Jared Kushner, ha annunciato che la ricostruzione avverrà solo nelle aree attualmente sotto completo controllo dell’esercito israeliano, mentre il resto di Gaza rimarrà in macerie e cenere finché Hamas non deporrà del tutto le armi e metterà fine al suo governo.
Queste divisioni sempre più profonde tra Gaza orientale e e Gaza occidentale preannunciano quella che il Ministro israeliano per gli Affari Strategici Ron Dermer ha definito “la soluzione dei due Stati… all’interno di Gaza stessa”. Israele permetterebbe una ricostruzione simbolica nelle aree di Rafah governate dalle sue bande di mercenari, mentre il resto di Gaza Est diventerebbe probabilmente una zona cuscinetto rasa al suolo e una discarica per Israele. In questo scenario Gaza Ovest rimarrebbe in un perpetuo stato di guerra, devastazione e privazioni.
Questa non è una ricostruzione postbellica ma piuttosto una politica dell’esasperazione imposta attraverso muri, la costante minaccia di violenza militare e reti di collaborazionisti. Gaza viene ricostruita non per il bene del suo popolo, ma per consolidare il controllo israeliano permanente e promuovere il suo obiettivo di lunga data: costringere i palestinesi a lasciare la Striscia.
Hamas riafferma il controllo
Da parte sua, Hamas ha cercato di riaffermare il controllo a Gaza ovest per far fronte al collasso sociale provocato da Israele in due anni di genocidio. Non appena il cessate il fuoco è entrato in vigore Hamas ha avviato una stretta sulla sicurezza per perseguire i criminali e disarmare i clan e le milizie sostenute da Israele.
La campagna ha raggiunto l’apice con l’esecuzione pubblica di otto presunti collaborazionisti, insieme a pesanti scontri con il clan Daghmoush: una calcolata dimostrazione di forza volta a intimidire i gruppi rivali. La strategia è sembrata efficace: diverse famiglie hanno presto consegnato le armi ad Hamas senza combattere.
Con questa campagna Hamas mira anche a comunicare, sia a livello nazionale che internazionale, che non è stata sconfitta nonostante le ingenti perdite subite durante la guerra, e che non può essere messa da parte nei dibattiti sul futuro di Gaza. Allo stesso tempo l’organizzazione sta cercando di ripristinare una parvenza di ordine civile e di vendicarsi dei membri di bande e dei criminali che hanno sfruttato il caos della guerra per saccheggiare e depredare i civili. Questo fa anche parte di uno sforzo per recuperare legittimità dopo aver perso gran parte del sostegno popolare a causa della vasta distruzione di Gaza.
Nel frattempo il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha cercato disperatamente di convincere Trump a consentire a Israele di riprendere il genocidio, approfittando di episodi isolati a Rafah per giustificare una nuova azione militare: in un caso due soldati israeliani sarebbero rimasti uccisi nel transitare su degli ordigni inesplosi; in un altro, dei soldati sono stati attaccati da quella che sembrava essere una piccola cellula di Hamas, inconsapevole del cessate il fuoco o senza rapporto con la catena di comando dell’organizzazione.
Netanyahu ha anche trasformato in un’arma il giro di vite sulla sicurezza da parte di Hamas, descrivendola come una strage contro i civili, e ha accusato l’organizzazione di rifiutarsi di restituire i corpi degli ostaggi o di cedere le armi, il tutto nel tentativo di convincere Washington a dare il via libera a una nuova offensiva a Gaza con il pretesto di fare pressione su Hamas.
Il presidente degli Stati Uniti, ancora euforico per la rara ondata di copertura mediatica positiva che circonda il cessate il fuoco a Gaza, ha finora frenato Israele, anche se non è chiaro per quanto tempo durerà. Il capo di stato maggiore congiunto è il prossimo in lizza per fare da babysitter a Netanyahu, dopo le visite di Trump, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio.
Per ora il presidente è determinato a mantenere il cessate il fuoco, anche solo nominalmente, per evitare di dare l’impressione di un fallimento o di essere stato preso in giro da Netanyahu. Ma il primo ministro israeliano scommette che, col tempo, Trump si lascerà distrarre dalla prossima grande novità, perderà interesse per Gaza e gli darà di nuovo mano libera.
‘Nuova Rafah’
Ma se non fosse in grado di tornare a un attacco su vasta scala, il piano di riserva di Israele è quello di persuadere la Casa Bianca a limitare la ricostruzione alla parte orientale di Gaza controllata da Israele, iniziando da Rafah – convenientemente situata lungo il confine con l’Egitto, dove sono già fuggiti oltre 150.000 abitanti di Gaza (in questi piani in particolare non figura nessun accenno di ricostruzione nel nord, in aree come Beit Lahiya). Secondo quanto riportato dai media israeliani, la città ricostruita – che includerebbe “scuole, cliniche, edifici pubblici e infrastrutture civili” – sarebbe circondata da una vasta area cuscinetto, che di fatto costituirebbe una “zona di morte”.
Alla fine Israele potrebbe consentire o persino incoraggiare i palestinesi a trasferirsi nelle aree ricostruite di Rafah, come “zona sicura” nella Striscia dove i civili possono fuggire da Hamas (un’argomentazione che le voci filo-israeliane nei media americani hanno cercato di vendere). Poiché Hamas non può essere completamente eliminata da Gaza, come ha recentemente ammesso Amit Segal, editorialista politico israeliano e alleato di Netanyahu, l’unico “futuro” per i palestinesi nell’enclave sarà nella parte orientale smilitarizzata sotto il controllo israeliano.
“Una nuova Rafah… questa sarebbe la Gaza moderata”, ha detto Segal a Ezra Klein del New York Times. “E l’altra Gaza sarebbe quella che giace tra le rovine di Gaza City e i campi profughi nel centro della Striscia“.
Attualmente gli unici abitanti palestinesi a Rafah sono membri della milizia di Yasser Abu Shabab, un gruppo legato all’ISIS, armato, finanziato e protetto da Israele. Sembra altamente improbabile che molti palestinesi accettino di vivere sotto il dominio di un signore della guerra, uno spacciatore pregiudicato e collaborazionista che ha sistematicamente saccheggiato le scorte alimentari e imposto la fame a Gaza per ordine di Israele. Inoltre chiunque attraversi la Striscia di Gaza orientale controllata da Israele rischia di essere visto come un collaborazionista, come è successo al noto attivista anti-Hamas Moumen Al-Natour, fuggito dalla recente repressione di Hamas verso il territorio di Abu Shabab e successivamente rinnegato dalla sua famiglia.
Anche se alcuni abitanti di Gaza accettassero per disperazione di trasferirsi a Rafah Israele non consentirebbe un semplice spostamento in massa dalla Gaza occidentale a quella orientale, invocando il pretesto di impedire l’infiltrazione di Hamas nella moltitudine. Il piano delle “bolle di sicurezza”, proposto per la prima volta dall’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant nel giugno 2024, che prevedeva la creazione di 24 campi chiusi in cui la popolazione di Gaza sarebbe stata gradualmente trasferita, fornisce un modello: l’esercito israeliano probabilmente ispezionerebbe a fondo ogni individuo prima di concedergli l’autorizzazione a recarsi nella Striscia di Gaza orientale, dando inevitabilmente vita a un lungo e invasivo processo burocratico basato sull’intelligenza artificiale che renderebbe i richiedenti vulnerabili al ricatto delle agenzie di sicurezza israeliane, che potrebbero richiedere una collaborazione in cambio dell’ingresso.
Israele ha chiarito ampiamente che chiunque attraversi il confine per entrare in quella “zona sterile” di Rafah non potrà più tornare dall’altra parte di Gaza, trasformando Rafah in un “campo di concentramento”, come ha affermato l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert. Molti palestinesi eviteranno quindi di entrare nella Gaza orientale per paura che, se Israele riprendesse il genocidio con la sua precedente intensità, potrebbero essere spinti in Egitto. Infatti, pur predisponendo piani per consentire la ricostruzione di Rafah, l’esercito israeliano continua a demolire e far saltare in aria le case e gli edifici rimasti in quella stessa area.
In definitiva, la “Nuova Rafah” israeliana fungerebbe da villaggio Potemkin, una facciata esterna per far credere al mondo che la situazione sia migliore di quanto non lo sia nella realtà, offrendo solo un riparo rudimentale e una sicurezza lievemente maggiore ai palestinesi che vi si rifugiassero. E senza una ricostruzione completa o un orizzonte politico, questo piano sembra assomigliare a quanto promesso dal Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a maggio: “I cittadini di Gaza saranno concentrati nel sud. Saranno totalmente in preda alla disperazione nel comprendere che non c’è speranza e nulla da cercare a Gaza, e chiederanno di essere trasferiti altrove per iniziare una nuova vita”.
Il disarmo come trappola
Indipendentemente dal fatto che nella parte orientale di Gaza la ricostruzione proceda o meno, Israele la indicherà sempre più come una zona “libera dal terrorismo” e “deradicalizzata” e continuerà a bombardare l’altra parte con il pretesto di disarmare e abbattere Hamas.
L’organizzazione islamista ha già accettato di consegnare Gaza a un comitato tecnico amministrativo e di consentire il dispiegamento nell’enclave di una nuova forza di sicurezza palestinese addestrata da Egitto e Giordania, insieme a una missione di protezione internazionale. Tuttavia Netanyahu ha respinto categoricamente l’ingresso di 5.500 poliziotti palestinesi a Gaza, ha rifiutato di consentire la presenza nella Striscia di forze di stabilizzazione turche o qatariote e ha ostacolato la creazione del comitato amministrativo.
Allo stesso modo la questione del disarmo presenta un’ambiguità che fornisce a Israele un pretesto pressoché infinito per impedire la ricostruzione nella Striscia di Gaza occidentale e mantenere il controllo militare. Hamas ha fatto sapere che accetterebbe di smantellare le sue armi offensive (come i razzi) e ha già accettato la rinuncia al resto del suo armamento difensivo leggero (incluse armi da fuoco e missili anticarro) come risultato di un accordo di pace, piuttosto che come prerequisito.
Hamas è anche aperta a un processo simile a quello dell’Irlanda del Nord, in base al quale riporrebbe nei magazzini le sue armi difensive e si impegnerebbe a una completa cessazione reciproca delle ostilità per un decennio o due, o fino alla fine dell’occupazione illegale di Israele. In tal caso, le armi leggere rimanenti fungerebbero da garanzia che Israele non rinnegasse le sue promesse di ritirarsi da Gaza e porre fine al genocidio.
Sia il governo britannico che quello egiziano, insieme all’Arabia Saudita e ad altre potenze regionali, stanno attualmente spingendo per il modello di demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, segno che riconoscono la delicatezza e la complessità della questione del disarmo.
L’insistenza di Israele sul disarmo completo e immediato è un tranello volutamente inattuabile che esige la completa resa dei palestinesi. Anche se la leadership di Hamas a Doha fosse in qualche modo costretta ad accettare questa capitolazione è sicuro che molti dei suoi membri e di altri gruppi militanti a Gaza disobbedirebbero. Ciò sarebbe simile all’accordo di disarmo della Colombia, dove molti militanti delle FARC hanno disertato e creato nuove milizie o si sono uniti a bande.
E finché l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza, senza una reale prospettiva di porre fine all’assedio e al regime di apartheid ci sarà sempre un incentivo per alcuni attori a imbracciare le armi. Israele potrà quindi citare quei gruppi scissionisti o singoli militanti come giustificazione per continuare a bombardare e occupare Gaza.
Israele ha impiegato oltre 740 giorni, quasi 100 miliardi di dollari e perso circa 470 soldati per ridurre Gaza in polvere. Come si è vantato Netanyahu a maggio, Israele ha “distrutto sempre più case [a Gaza, e di conseguenza i palestinesi] non hanno un posto dove tornare”, aggiungendo: “L’unico risultato ovvio sarà che i gazawi sceglieranno di emigrare fuori dalla Striscia”.
Anche dopo aver fallito nel tentativo di ottenere un’espulsione di massa attraverso un attacco militare diretto, la leadership israeliana sta ora perseguendo lo stesso risultato attraverso il logoramento e la disperazione orchestrata, usando macerie, assedio e bombardamenti periodici come strumenti di riorganizzazione demografica. La prospettiva della pulizia etnica non è scomparsa con il cessate il fuoco; si è semplicemente evoluta in una nuova politica, mascherata e normalizzata attraverso una pianificazione burocratica.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


