Amira Hass
12 ottobre 2026 – Haaretz
Il rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, basato su colloqui con 230 donne in campi profughi a Gaza City e Khan Yunis, documenta violenza domestica fisica e psicologica, sfruttamento sessuale e un aumento dei matrimoni di bambine
Un’agenzia delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto basato sui colloqui con 230 donne palestinesi sfollate con la forza a Gaza, che getta luce sulla questione ampiamente taciuta della violenza sessuale e dell’oppressione di genere nei campi profughi.
La violenza domestica è presente in modo preponderante nelle discussioni di gruppo, in cui le donne descrivono violenze fisiche e psicologiche da parte di mariti, figli, fratelli e suoceri.
Hanno anche riferito di sfruttamento sessuale, stupri coniugali, matrimoni forzati e di minori, violenze, restrizioni del movimento, appropriazione di pacchi di aiuti e minacce di portare via i figli orfani da parte di padre. Tutto questo avviene in luoghi sovraffollati praticamente senza privacy.
Il rapporto, scritto e pubblicato a settembre dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, l’agenzia dell’ONU per la salute sessuale e riproduttiva, non quantifica la frequenza delle violenze nei luoghi di sfollamento, nè stima il numero delle vittime.
Si concentra invece sul fenomeno e cerca di dare voce alle 230 donne partecipanti. Non si basa su un campione rappresentativo e le ragazze non hanno partecipato alla discussione; le donne avevano un’età tra i 18 e i 63 anni.
Secondo il rapporto i luoghi dove le donne sono più esposte alle aggressioni di sconosciuti comprendono le lunghe code ai punti di distribuzione di acqua, cibo e aiuti e i bagni. Secondo le testimonianze alcuni uomini approfittano delle code per strusciarsi contro le donne.
I bagni e le docce sono condivisi tra famiglie estranee e vi sono stati documentati casi di aggressioni sessuali e anche di stupri. La ricerca sul campo e le interviste, condotte tra dicembre 2025 e gennaio 2026 in 16 gruppi di ascolto, sono state condotte dal Centro per le Questioni Femminili, un’organizzazione femminista indipendente fondata nel 1991 per rafforzare le donne e il loro status individuale e collettivo nella società palestinese.
Le testimonianze e le indicazioni raccolte durante le discussioni sono state analizzate da ‘ACAPS Middle East Analysis Hub’, un’organizzazione specializzata in analisi dei dati nelle crisi umanitarie con sede ad Amman.
Alle donne coinvolte non veniva chiesto di rivelare esperienze personali durante la loro partecipazione e a volte veniva usato un linguaggio indiretto o attenuato per descrivere la violenza.
In cinque gruppi di ascolto le donne hanno citato casi di cui avevano sentito parlare in cui dei soldati hanno aggredito sessualmente delle donne che attraversavano posti di blocco militari mentre fuggivano da zone bombardate verso zone indicate come umanitarie.
Gli autori del rapporto presumono che le donne si trattenessero dal parlare di violenze da parte di uomini armati palestinesi, sia di Hamas che delle milizie appoggiate da Israele nella Striscia di Gaza, per timore di rappresaglie e dello stigma sociale.
“Perciò i risultati non vanno interpretati come indicativi della presenza o assenza di violenza di genere perpetrata da soggetti palestinesi armati”, afferma il rapporto.
I facilitatori dei gruppi di ascolto, le partecipanti e gli autori del rapporto sono ben coscienti che la violenza contro le donne non è un fenomeno nuovo. Ma i colloqui segnalano chiaramente un significativo deterioramento nell’ampiezza e nelle forme della violenza e dell’oppressione dopo l’inizio della guerra.
In tutti i gruppi le donne hanno descritto partner che non erano mai stati violenti precedentemente, ma avevano cominciato a maltrattarle sotto la pressione delle privazioni, della povertà e degli sfollamenti.
Una donna della zona di Gaza City ha detto in una discussione di gruppo: “Mio marito non ha mai alzato la voce contro di me prima della guerra…Ma quando la nostra casa è stata bombardata e abbiamo perso tutto ciò che avevamo è diventato irascibile e se la prendeva con me e i bambini.”
Al tempo stesso, nota il rapporto, le donne non hanno dove fuggire e dove rivolgersi per chiedere aiuto. Lo sfollamento forzato ha smantellato le strutture di supporto familiare e comunitario. Le istituzioni ufficiali che dovrebbero fornire protezione, compresi la polizia, i tribunali e gli uffici di assistenza sociale, non funzionano più: sono state bombardate, si trovano in zone sotto controllo militare israeliano, o sono difficili e costose da raggiungere a causa delle strade distrutte.
Anche i meccanismi tribali per risolvere le dispute hanno perso influenza. Secondo le testimonianze delle donne questi meccanismi tendono a conservare la “pace familiare” piuttosto che a fermare definitivamente la violenza. Inoltre negli ultimi anni Israele ha vietato alle esistenti organizzazioni internazionali di aiuto con esperienza di sostegno psicologico alle donne di operare nella Striscia di Gaza.
Tutte le partecipanti hanno detto di essere state sfollate con la forza da due a 10 volte, con una media di sette volte. Gli incontri sono avvenuti a Gaza City e Khan Yunis. Nelle due aree vivono circa 1,1 milioni di persone sfollate, comprese 480.000 donne e ragazze, in centinaia di luoghi di sfollamento, costituiti sia da tendopoli che da edifici scolastici. A Gaza City ce ne sono 428, mentre a Khan Yunis ce ne sono 516, che ospitano più di 840.000 sfollati.
Circa il 40% dei campi e rifugi per sfollati manca di un organo di gestione ufficiale responsabile dell’impianto di illuminazione, della manutenzione dei bagni e delle docce, di garantire la loro sicurezza e fornire un recapito per i reclami. Nelle discussioni l’assenza di un simile organo era correlato all’aggravarsi del senso di insicurezza.
Le donne hanno descritto il matrimonio a Gaza sia come un modo per sopravvivere che come strumento di sfruttamento. Hanno riferito diverse forme di matrimonio forzato: accordi tra due famiglie senza il consenso della donna, il matrimonio di una vedova con suo cognato e il matrimonio forzato di una vittima di stupro con il suo stupratore o con un altro uomo.
“Quando vengono scoperti casi di stupro in scuole usate come rifugi ci sono matrimoni e cerimonie nella scuola il giorno dopo”, ha detto una donna di Khan Yunis.
I matrimoni precoci e forzati non sono un fenomeno nuovo a Gaza. Nel 2019-2020 circa un quarto delle donne sposate di età tra 20 e 49 anni si erano sposate prima dei 18 anni. Tuttavia, nota il rapporto, i matrimoni di bambine erano in diminuzione. Dopo lo scoppio della guerra i matrimoni delle bambine e le gravidanze tra le ragazze adolescenti sono aumentati.
Le partecipanti hanno parlato di incentivi per il matrimonio precoce, comprese offerte di sacchi di farina o di una tenda in cambio di una sposa bambina. Hanno anche messo in relazione il matrimonio di bambine con la distruzione delle scuole e il crollo del sistema educativo, nonostante gli sforzi per fornire insegnamento nei luoghi di sfollamento.
Viceversa, quando una donna nubile che lavora vuole sposarsi i suoi famigliari possono impedirle di farlo per garantirsi che il suo reddito continui a sostenerli.
Le donne più vulnerabili allo sfruttamento economico o sessuale, alle limitazioni della loro autonomia e alla violenza sono le vedove, le divorziate e le separate, le donne disabili e le anziane. Secondo il rapporto le vedove e le divorziate sono particolarmente soggette ad abusi sessuali da parte di uomini che controllano l’accesso alle risorse essenziali, compresi l’acqua, le cure mediche, i farmaci e il cibo.
Sono state segnalate aggressioni sessuali nei centri di sfollamento anche durante le precedenti guerre di Israele nell’enclave. Dall’inizio della guerra nel 2023 le difficoltà che le donne affrontano in misura maggiore rispetto agli uomini sono state ampiamente documentate.
Queste comprendono dover restare coperte anche col caldo estremo poichè non hanno spazi privati, fare la doccia con minore frequenza per paura di aggressioni, evitare i bagni di notte e faticare per trovare assorbenti igienici.
E’ stato anche dibattuto l’aumento di matrimoni di bambine e di gravidanze tra le adolescenti in conseguenza di uno stupro o di mancanza di conoscenze sulla salute sessuale nelle prime fasi della guerra. Però c’è stata una tendenza, o una aspettativa, a non parlare di questi fenomeni in pubblico o sui media in modo approfondito. I promotori del rapporto e le partecipanti sperano di modificare questo aspetto.
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)
