A Gaza i bambini che hanno subito un’amputazione crescono più rapidamente di quanto consentano le loro protesi

Un bambino amputato impegnato in una partita a calcio organizzata per gli amputati. Foto: Bilal Osama/ apaimages

Mohanad El-Hemrawi

15 ottobre 2026 – Mondoweiss

Israele limita l’’ingresso a Gaza di protesi e attrezzature per la riabilitazione, lasciando migliaia di bambini in attesa di un’evacuazione per ragioni sanitarie che potrebbe non arrivare mai.

Abdul-Rahman al-Nashash, 11 anni, si aggrappa al bordo di una sedia e infila la gamba sinistra in una protesi di plastica che non gli va più bene. L’osso, amputato due anni fa, ha continuato a crescere all’interno, premendo dolorosamente contro la pelle.

I medici gli hanno consigliato di non usarla, ma lui continua a indossarla ogni mattina: stringe le cinghie e abbassa i pantaloni per nascondere la plastica prima di muovere il primo passo. Quando il dolore si fa sentire, si morde il labbro e tiene le spalle dritte, così che nessuno possa accorgersi che zoppica.

«Si costringe a portarla», afferma la madre, «solo perché nessuno sappia che ha una disabilità».

Prima del genocidio al-Nashash giocava in una squadra di calcio locale e inseguiva il pallone su un campo di terra battuta fino al tramonto. È il figlio maggiore e in casa era il punto di riferimento della madre: quando serviva dell’acqua era lui a correre a prendere le pesanti taniche, senza mai stancarsi. Ora non è più in grado di farlo.

Quando finalmente si toglie la protesi, resta seduto, rannicchiato. È in attesa del suo terzo intervento chirurgico; la madre dice che ne dovrà affrontare uno ogni anno.

Man mano che un bambino cresce, cresce anche l’osso della gamba amputata, ma non la protesi. A un certo punto l’arto artificiale non è più adatto e, a volte, il bambino deve sottoporsi a una nuova operazione prima di poterne ricevere uno nuovo. A Gaza spesso ciò significa ricominciare da capo con un intervento chirurgico, seguito dalla riabilitazione e poi da un nuovo arto, se è possibile realizzarlo, poiché Israele impone restrizioni sulle parti e sui materiali necessari per fabbricarli e ripararli. Alcuni bambini a Gaza sono cresciuti troppo per le loro protesi e ne attendono di nuove; altri non ne hanno mai ricevuta una perché a Gaza non ce ne sono di adatte a loro.

Nel 2023 la famiglia di al-Nashash fu costretta ad abbandonare il campo profughi di al-Bureij, nella zona centrale di Gaza, trovando rifugio nelle scuole dell’UNRWA. Il padre, invece, rimase indietro. Due giorni dopo la loro partenza, il 20 ottobre, la casa fu colpita e suo padre rimase ucciso insieme ad alcuni parenti. Il motocarro a tre ruote, l’unica fonte di sostentamento della famiglia, si trovava nel ripostiglio e andò distrutto nello stesso attacco.

Da quel momento la famiglia iniziò a spostarsi da una scuola all’altra e di tenda in tenda. Trascorsero circa tre mesi a Rafah, per poi trasferirsi in alcune scuole a Nuseirat. Senza più alcuna entrata economica, la madre aprì una bancarella insieme al cognato, dove vendevano vari tipi di fagioli in scatola.

Intorno a mezzogiorno del 16 luglio 2024, la sorella le chiese di aiutarla ad accendere il fuoco per cucinare; la donna lasciò quindi il figlio a sorvegliare la bancarella al suo posto. Un attacco aereo israeliano colpì le tende all’interno della scuola al-Razi, un rifugio dell’UNRWA nel campo di Nuseirat, uccidendo 23 persone, secondo la stima dell’Ufficio stampa del governo di Gaza. Una scheggia colpì in pieno la gamba del ragazzo. La madre racconta che il piede sinistro, gravemente ferito, si era spaccato in due, lasciando scoperte le ossa delle dita; la donna continuava a gridare che suo figlio era stato ucciso.

Dice che inizialmente le era stato riferito che i medici speravano di salvare la gamba ricorrendo a placche metalliche, evitando così l’amputazione. Tuttavia presso l’ospedale Al-Aqsa un medico le comunicò che l’amputazione era inevitabile, e lei chiese di amputare la sua stessa gamba per darla al figlio, poiché era lui a prendersi cura di lei. Il ragazzo fu poi trasportato in ambulanza in un ospedale vicino al mare, a Deir al-Balah, dove operava un’équipe medica straniera. Lì le spiegarono che non c’era più nulla da fare. L’amputazione richiedeva il suo consenso: firmò, perché non c’era altra scelta.

Quando al-Nashash si svegliò dall’anestesia continuava a fissarsi, quasi stesse impazzendo. Fu solo dopo l’arrivo dei medici e quando iniziò a vedere altri bambini come lui che cominciò lentamente ad adattarsi.

In seguito all’amputazione i terapisti della riabilitazione locali iniziarono a seguirlo regolarmente. Tuttavia la naturale crescita tipica dell’infanzia ostacolò il suo recupero. “Mio figlio cresce in fretta”, afferma la madre. A marzo 2025, a soli otto mesi dalla perdita della gamba, l’osso era già cresciuto troppo.

Si recarono in Giordania, dove i chirurghi accorciarono l’osso e gli applicarono la sua prima protesi, quella che indossa ancora oggi. Il viaggio durò cinque mesi. Quando al-Nashash tornò a Gaza il bambino che un tempo correva veloce sui campi da calcio dovette ricominciare la fisioterapia da zero, imparando di nuovo a mantenere l’equilibrio e a camminare.

Oggi quel medesimo ciclo sta per ricominciare. Una volta sottoposto al prossimo intervento chirurgico dovrà affrontare altri tre mesi di fisioterapia prima ancora di poter iniziare l’addestramento per tornare a camminare. Sua madre ha fatto richiesta per un’evacuazione medica da Gaza, sperando che possa essere curato all’estero. “Vorrei tanto vedere mio figlio camminare come gli altri bambini”, dichiara a Mondoweiss.

In attesa dell’autorizzazione al-Nashash utilizza anche un paio di stampelle da avambraccio ormai logore. Il rivestimento morbido delle impugnature è completamente usurato, costringendo le sue mani a sfregare contro la superficie rigida. “Non esistono pezzi di ricambio per le impugnature”, spiega la madre.

L’attesa infinita per le protesi

Mahmoud al-Darbali, 10 anni, ha perso la gamba destra fino all’altezza dell’anca quando ne aveva nove; a distanza di oltre un anno, è ancora in attesa di ricevere la sua prima protesi.

La casa della famiglia al-Darbali, situata vicino al mercato delle auto di Zeitoun, è stata bombardata una settimana dopo la loro evacuazione. Dopo essere stati sfollati verso sud per più di dieci volte, i familiari sono tornati a nord, sistemandosi in un’unica stanza nell’abitazione della nonna, in Kishko Street, nel quartiere Zeitoun di Gaza City. “Eravamo felici”, racconta la madre a Mondoweiss.

Il 5 luglio 2025 tre proiettili colpirono la casa. L’esplosione uccise diversi familiari, tra cui la sorella quattordicenne di al-Darbali. «Non ho fatto in tempo a salutarla. È morta affamata», racconta la madre. L’esplosione tranciò di netto la gamba destra di Mahmoud e ustionò la sua coscia sinistra. Delle schegge colpirono il polmone del fratello di sette anni e il ginocchio della madre. Un altro fratello, di 16 anni, ha ancora delle schegge vicino alla colonna vertebrale e non riesce a dormire senza antidolorifici.

Trascorsero oltre due mesi presso l’ospedale battista arabo Al-Ahli, dove al-Darbali veniva portato in sala operatoria ogni giorno, anche solo per il cambio delle medicazioni. La madre e i suoi cinque figli sopravvissuti condividevano un unico letto d’ospedale. Nel luglio 2025, lo stesso mese in cui Mahmoud rimase ferito, Medici Senza Frontiere (MSF) riferì che nelle proprie cliniche a Gaza i pazienti feriti chiedevano cibo anziché medicine, poiché le loro ferite non guarivano a causa della carenza di proteine.

Dopo aver lasciato l’ospedale la famiglia si è ritrovata a vivere per strada. Al-Darbali si sposta con l’ausilio di stampelle e una sedia a rotelle, ma con le stampelle non riesce a percorrere più di cento metri. Al buio, in assenza dell’elettricità, perde spesso l’equilibrio. «Molte volte mi sveglio al suono della la sua voce terrorizzata mentre cade a terra», racconta la madre.

Lui continua a percepire la gamba che non c’è più. «Mamma, mi fa male il tallone», le dice, riferisce la madre. Suo fratello afferra lo spazio vuoto dove un tempo si trovava la gamba di Mahmoud e vi esercita una pressione. «Sto meglio», dice allora Mahmoud. Non riceve alcun tipo di supporto psicologico. Quando gli viene data della carta disegna carri armati, missili e sangue.

Poiché l’amputazione arriva fino al bacino, lasciando solo una minima parte dell’osso femorale, alla famiglia è stato comunicato che a Gaza non è possibile realizzare alcuna protesi adatta a lui. È stato richiesto il suo trasferimento all’estero per cure mediche ma finora nessun Paese ha accettato il suo caso. «La situazione è difficile», afferma la madre, «e non c’è cibo».

Una carenza voluta

Il dottor Mohammed Abu Mansi, specialista in fisioterapia e riabilitazione presso l’ospedale per la riabilitazione e la protesica “Sheikh Hamad Bin Khalifa Al Thani” di Gaza City, spiega che, sebbene non tutti i bambini necessitino di interventi chirurgici di revisione ogni anno, in alcuni casi la crescita ossea può causare complicanze. In pazienti come al-Nashash, l’osso che continua a crescere crea una sporgenza. «Quando il bambino carica il peso sulla protesi quel punto diventa estremamente doloroso», spiega. «La pressione all’interno della protesi diventa insopportabile».

A Gaza è possibile eseguire interventi di revisione, precisa il medico, ma solo nei limiti di ciò che è disponibile in sala operatoria, nel settore di anestesia e assistenza post-operatoria. I casi più complessi richiedono il trasferimento all’estero.

Per le amputazioni a livello dell’anca, come quella di al-Darbali, il problema riguarda i materiali. «Prima della guerra a Gaza eravamo in grado di applicare questo tipo di protesi», dichiara il dottor Abu Mansi a Mondoweiss. «Ma ora i materiali necessari per realizzare una protesi per un’amputazione che arriva fino all’anca non sono più disponibili». Prima del conflitto, racconta, i componenti e i materiali per le protesi arrivavano regolarmente, consentendo all’ospedale di garantire un’assistenza costante alle persone che avevano subito un’amputazione.

Se lasciati senza una protesi i bambini come al-Darbali, spiega l’esperto, sviluppano debolezza muscolare, contratture, limitazioni nei movimenti e alterazioni nella forma dell’arto amputato man mano che il loro corpo continua a crescere. Anche il ricorso prolungato a stampelle e sedie a rotelle comporta ulteriori complicazioni.

Al-Nashash e al-Darbali fanno parte di un gruppo di migliaia di persone che hanno subito un’amputazione. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), da ottobre 2023 oltre 5.000 persone a Gaza hanno perso un arto; di queste, una su cinque è un bambino. Su 2.277 persone amputate esaminate dall’OMS tra il settembre 2024 e il maggio 2026 solo 502 hanno ricevuto una protesi. Il 18% erano minori, mentre nel 32% dei casi l’amputazione riguardava la parte superiore del ginocchio. Per 225 persone è stato necessario un intervento chirurgico correttivo sul moncone, a fronte della presenza di soli otto tecnici ortopedici nell’intera Striscia.

Stando allo stesso rapporto, tra il maggio 2024 e il 14 aprile 2026 non è entrata a Gaza alcuna attrezzatura per la riabilitazione. A quella data 18 spedizioni, contenenti tra l’altro protesi e sedie a rotelle per bambini, risultavano ancora in attesa di autorizzazione, con tempi di attesa che andavano da una media di 136 giorni fino a un massimo di 526 giorni. Nei sei mesi precedenti quattro spedizioni erano state respinte. A giugno, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha riferito che le autorità israeliane avevano negato l’ingresso a componenti protesiche per mani, ginocchia e caviglie, oltre a rivestimenti in silicone e calzature ortopediche, nonostante le ripetute richieste.

Anche le cure all’estero non sono affatto garantite. La segnalazione per motivi medici rappresenta solo il primo passo: il Paese ospitante deve selezionare il paziente, dopodiché l’elenco viene trasmesso alle autorità israeliane per l’approvazione. A metà settembre 2024 il numero di pazienti evacuati da Gaza a partire dall’ottobre 2023 ammontava a 13.555, di cui 6.326 bambini. Prima della guerra ogni giorno tra i 50 e i 100 pazienti lasciavano Gaza per ricevere cure mediche. A gennaio il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che oltre 18.500 pazienti, tra cui 4.000 bambini, necessitavano ancora di un’evacuazione medica urgente. Citando il Ministero della Salute di Gaza, ha riferito che tra luglio 2024 e novembre 2025 1.092 pazienti sono deceduti nell’attesa.

Al-Darbali ha compiuto 10 anni a luglio. Sua madre è ancora in attesa di una chiamata da parte dei funzionari che si occupano del suo trasferimento, nella speranza che le comunichino l’approvazione dell’evacuazione. «Ogni secondo prego che il telefono squilli e che mi dicano di prepararmi», racconta la donna.

Ora, quando viene portato in ospedale, al-Darbali si rifiuta di farsi addormentare. La sua gamba sinistra, l’unica che gli è rimasta, è segnata dalle ustioni.

«Non voglio dormire», dice Mahmoud. «Mi taglierebbero anche l’altra gamba».

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)