A Hebron Netanyahu sta facendo dello sfollamento uno spettacolo elettorale

La demolizione di un edificio di un quartiere di Hebron come atto di punizione collettiva. Foto: Mosab Shawer/Activestills

Issa Amro 

27 ottobre 2026 +972 Magazine

Israele ha espulso 4.000 palestinesi nel giro di quattro giorni, distruggendo molte delle loro case e creando una nuova realtà che temiamo possa diventare permanente

Mia sorella Hayat viveva nella sua nuova casa, nel quartiere di Ein Deir Bahha nella zona occidentale di Hebron, da appena una settimana quando, il 23 ottobre, sono arrivati ​​i soldati israeliani e hanno ordinato alla sua famiglia di andarsene. Lei, che lavora come tecnico sanitario di laboratorio medico, e suo marito farmacista avevano appena festeggiato il trasferimento – insieme ai loro sette figli – in questo tranquillo quartiere residenziale, lontano dagli insediamenti israeliani e dai posti di blocco militari.

Mentre i soldati israeliani attraversavano il loro quartiere e la vicina zona di Al-Jaladeh intimando a tutti di andare via, suo marito avrebbe voluto restare e pretendere che esibissero un ordine militare a giustificazione dello sgombero. Ma Hayat ha temuto che i soldati potessero ucciderlo se avesse opposto resistenza. È riuscita a convincerlo ad andarsene: nei dieci minuti che erano stati concessi loro per raccogliere gli effetti personali e lasciare l’abitazione, la famiglia è partita alla volta della casa del suocero, in via Ein Sarah nel cuore della città di Hebron, a circa tre chilometri di distanza.

Dal giorno in cui due palestinesi armati hanno ucciso a colpi di arma da fuoco due soldati israeliani di guardia a un posto di blocco all’incrocio di Farsh Al-Hawa, vicino a Hebron, in città l’esercito israeliano ha espulso con la forza migliaia di palestinesi dalle loro case. Entrambi gli aggressori palestinesi erano stati a loro volta uccisi dalle forze israeliane durante lo scontro a fuoco di venerdì, prima che l’esercito iniziasse a demolire abitazioni e attività commerciali palestinesi. Il governo israeliano ha quindi lanciato un’operazione militare violenta e su vasta scala, prendendo di mira interi quartieri e punendo migliaia di civili che non avevano alcun legame con l’attacco.

La tempistica non è casuale. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi alleati di estrema destra stanno sfruttando la nostra sofferenza per dimostrare la loro determinazione nel colpire duramente i palestinesi, trasformando una punizione collettiva — illegale secondo il diritto internazionale — in uno spettacolo elettorale. Ma per noi, residenti di Hebron, le conseguenze si faranno sentire ancora a lungo dopo il giorno delle elezioni.

Un quartiere trasformato in zona militare

Secondo il Comune di Hebron, dal 23 ottobre circa 3.971 persone componenti 619 famiglie sono state sfollate con la forza. Molte, come mia sorella, sono rimaste scioccate nel ritrovarsi nel mirino dell’esercito. Le famiglie hanno ricevuto l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni nel cuore della notte; hanno avuto a disposizione solo pochi minuti per raccogliere i propri effetti personali e si sono ritrovate senza un posto dove andare. Alcune sono fuggite soltanto con quello che avevano addosso, abbandonando persino i libri di scuola dei propri figli.

L’entità della distruzione è sconcertante. Stando ai dati del Comune, già nel pomeriggio di sabato circa 86 acri (circa 35 ettari) della città risultavano distrutti o destinati alla demolizione. I soldati israeliani hanno preso il controllo delle case evacuate, tracciando delle “X” nere con la vernice spray sulle pareti e appendendo bandiere israeliane ai balconi. I veicoli militari hanno bloccato le strade dei quartieri, mentre i posti di blocco sono stati chiusi, impedendo ai residenti di raggiungere le proprie abitazioni e limitando la libertà di movimento in tutta la città.

Nel giro di 10 minuti intere famiglie sono state ridotte a profughi, in scene che richiamano dolorosamente la Nakba del 1948. Molte delle persone sfollate nell’operazione di venerdì sono, a loro volta, discendenti di palestinesi espulsi da Al-Faluja, un villaggio svuotato dai suoi abitanti a nord-est di Gaza i cui terreni sono poi diventati parte della città israeliana di Kiryat Gat.

Per Asim Natsha, cinquantenne e padre di cinque figli, anch’egli residente ad Al-Jaladeh, l’ordine di evacuazione è arrivato mentre stava guardando un film con la sua famiglia, nelle prime ore di sabato mattina. Sentendo i soldati gridare attraverso gli altoparlanti montati su jeep militari, inizialmente è rimasto dove si trovava, incerto se la sua casa rientrasse nell’area destinata allo sgombero. Un’ora dopo, i soldati sono arrivati ​​e hanno iniziato a battere con forza alla porta.

“Mia moglie, le mie figlie, i miei figli ed io eravamo terrorizzati”, ha raccontato Natsha a +972 Magazine. I soldati hanno perquisito l’abitazione prima di ordinare loro di andarsene immediatamente. Natsha e la sua famiglia hanno raccolto pochi beni essenziali e sono fuggiti verso la casa del suocero a Ras Al-Jura, a cinque chilometri di distanza.

“Nemmeno li conosco i giovani della famiglia Joaba accusati di aver ucciso i soldati”, ha dichiarato. “Non ho alcun legame con la loro famiglia e la loro casa è lontana dalla mia. Eppure sono stato costretto ad abbandonare la mia abitazione insieme alla mia famiglia, come se fossimo responsabili di qualcosa con cui non abbiamo nulla a che fare”.

Nei quartieri meridionali di Khallat Manna e Dahiyat Al-Zaytoun, dopo averne espulso i residenti l’esercito ha trasformato le abitazioni in installazioni militari, convertendole in caserme e posti di osservazione. Secondo la Palestinian Prisoners’ Society (PPS), decine di case sono state utilizzate anche come centri di interrogatori militari.

L’operazione è stata accompagnata da arresti di massa. Fino a domenica almeno 47 palestinesi erano stati arrestati a Hebron; lunedì, la PPS ha riferito che il numero era salito a 85 – tra cui una ragazza – mentre oltre 250 altre persone sono state sottoposte a interrogatori sul posto.

I militari hanno ordinato anche la chiusura di circa 100 negozi nella zona – la prima chiusura di questo tipo da tre anni – e hanno fatto irruzione negli uffici della televisione Al-Ghad, distruggendo telecamere e altre apparecchiature multimediali. Le chiusure assesteranno un altro colpo all’economia di Hebron già devastata dalle restrizioni israeliane dall’ottobre 2023. Mio cognato, farmacista, è stato costretto a conservare a casa tutte le scorte farmaceutiche a causa della chiusura.

Per anni Israele ha progressivamente svuotato la città vecchia di Hebron, trasformando le strade commerciali, un tempo animate, in una città fantasma di negozi chiusi e appartamenti abbandonati sotto un pesante controllo militare. Ora l’esercito sta imponendo misure simili ai quartieri occidentali della città.

Il governo presenta questa operazione come un’operazione antiterrorismo, ma non esiste alcuna presenza militante palestinese istituzionalizzata a Hebron che possa giustificare le misure radicali ora imposte alla popolazione civile. Inoltre, l’esercito stava già mantenendo una presenza consistente sia prima che dopo il 7 ottobre.

Persino il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir avrebbe chiesto la fine dell’operazione, sostenendo che non vi era più alcuna giustificazione per continuarla e avvertendo che prolungarla potrebbe minare la sicurezza israeliana. Eppure Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato all’esercito di intensificare la campagna.

Katz ha chiarito che lo spostamento non sarà necessariamente temporaneo. Parlando all’emittente pubblica israeliana Kan ha detto che agli sfollati palestinesi non sarà permesso ritornare finché l’esercito non si sarà occupato di ciò che ha descritto come “tutte le faccende di Hamas a Hebron”.

Ciò che qui viene attaccato è la nostra capacità di condurre una vita normale: vivere nelle nostre case, mandare i nostri figli a scuola, gestire le nostre attività. Nessuna di queste misure punitive porterà pace o sicurezza. Non faranno altro che aggravare la violenza e il risentimento che hanno già inflitto così tanta sofferenza.

Un progetto di spostamento permanente

Per Netanyahu e i suoi partner nella coalizione di estrema destra l’operazione rappresenta un’opportunità per mettere in scena una dimostrazione di forza, con migliaia di civili palestinesi a pagarne il prezzo.

Ma mentre le ripercussioni elettorali possono essere immediate, i cambiamenti imposti sul campo si trasformeranno in realtà irreversibili. Lo sfollamento delle famiglie, la chiusura delle attività commerciali e l’espansione del controllo militare rientrano in un processo più ampio attraverso il quale Israele sta stringendo la propria morsa sulla Cisgiordania occupata, portando avanti un’annessione di fatto.

Abbiamo già visto a cosa porti questo modello. All’inizio del 2025 Israele ha lanciato l’offensiva militare “Muro di Ferro” nel nord della Cisgiordania, svuotando con la forza i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, oltre 33.000 palestinesi provenienti da tali campi risultano quest’anno ancora sfollati; l’Ufficio ha inoltre avvertito che la portata e la natura prolungata di queste espulsioni sollevano serie preoccupazioni di trasferimenti forzati e pulizia etnica.

Ciò che era iniziato come un’operazione militare si è trasformato in una lunga emergenza di sfollamenti, con intere comunità impossibilitate a fare ritorno alle proprie case. Per le famiglie che ora vengono allontanate da Hebron il timore è che quella che viene presentata come una misura di sicurezza temporanea si trasformi in un’altra realtà permanente.

Natsha, titolare di un bar dove vende ciambelle e cioccolato, considera quest’ultimo sfollamento come un ulteriore capitolo in una lunga serie di restrizioni – intensificatesi dopo il 7 ottobre – che hanno danneggiato le attività della sua famiglia e reso la vita quotidiana sempre più precaria.

“Un giorno vengo cacciato da casa mia; il giorno dopo mi vedo chiudere in faccia un posto di blocco.”, racconta. “Siamo costretti a pagare il prezzo di un’agenda politica su cui non abbiamo alcun controllo”.

In seguito alla sparatoria il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha invocato una campagna militare in Cisgiordania, sul modello dell’offensiva israeliana a Gaza. I palestinesi di Hebron non interpretano tali dichiarazioni come semplici minacce prive di seguito. Stiamo già vedendo come le operazioni militari possano essere utilizzate per smantellare le basi della vita civile, colpendo la nostra economia, l’istruzione, la cultura e le istituzioni sociali, rendendo al contempo sempre più difficile per le famiglie rimanere nelle proprie abitazioni.

Quanto accaduto a Hebron offre uno scorcio del futuro che l’estrema destra israeliana intende imporre ai palestinesi: ulteriore pulizia etnica, altri sgomberi, maggiori restrizioni alla libertà di movimento e una violenza crescente, perpetrata con il pretesto della sicurezza. Ogni nuova operazione rende la vita quotidiana sempre meno sostenibile, spingendo i palestinesi verso un punto in cui abbandonare le proprie case appare, di fatto, come l’unica opzione rimasta.

È per questo che la comunità internazionale non può permettersi di considerare ciò che accade a Hebron come l’ennesima escalation militare temporanea. Sono necessarie azioni concrete per impedire al governo israeliano – fanatico e fascista, e fervente sostenitore dei coloni terroristi – di distruggere la nostra società.

Anche qualora Netanyahu e i suoi alleati dovessero perdere le elezioni, avrebbero comunque vinto sul campo, creando una realtà irreversibile che mina la pace e rende il cammino verso la nostra libertà un percorso ancora più lungo, immerso nell’oscurità.

Issa Amro è un palestinese difensore dei diritti umani, ingegnere e attivista nonviolento originario di Hebron, nella Cisgiordania sotto occupazione. È il fondatore di “Youth Against Settlements” (Giovani contro gli insediamenti) e direttore esecutivo di “Working for Peace and Justice in the Middle East” (Lavorare per la pace e la giustizia in Medio Oriente). Ha scritto articoli e opinioni per numerose testate internazionali, tra cui The Guardian, Al Jazeera, openDemocracy, The Nation, The Huffington Post, The Forward, Mondoweiss e per Amnesty International UK.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)