Vera Sajrawi
25 settembre 2024 – +972 Magazine
Le autorità carcerarie consentono il diffondersi della scabbia limitando l’approvvigionamento idrico dei detenuti palestinesi e privandoli di vestiti puliti e cure mediche.
Pallido e denutrito, con una barba incolta e una protesi oculare, il suo corpo emaciato testimonia la negligenza e le torture subite all’interno di una prigione israeliana. “State lontani”, urla alla folla impaziente che lo circonda dopo il suo rilascio. “Non so che malattia ho, ho un’eruzione cutanea e non posso rischiare di stringere le mani”. Ma i suoi genitori, sopraffatti dall’emozione, si fanno avanti per abbracciarlo. Lui si ritrae impaurito, ribadendo che non dovrebbe essere toccato.
Mo’ath Amarnih, un fotoreporter palestinese della Cisgiordania occupata, è stato rilasciato dalla prigione di Ktzi’ot a luglio. Anche in precedenza aveva avuto a che fare con la violenza dello Stato israeliano: nel 2019, mentre riprendeva le proteste contro gli insediamenti coloniali, un soldato israeliano gli ha sparato in faccia, facendogli perdere l’occhio sinistro. Ma nulla avrebbe potuto fargli immaginare questi nove mesi di detenzione amministrativa, reclusione senza accusa o processo, durante i quali è stato tenuto in condizioni terribili, sottoposto ad abusi e privato di cure mediche nonostante soffrisse di diabete.
Amarnih è uno delle centinaia di prigionieri palestinesi recentemente rilasciati dalle prigioni israeliane i cui corpi smagriti sono stati deturpati dalla scabbia, un’infestazione parassitaria causata da acari, che provoca forte prurito ed eruzioni cutanee che spesso peggiorano di notte e sono esacerbate dal caldo estivo. L’epidemia è stata segnalata in più prigioni, tra cui Ktzi’ot, Nafha e Ramon nel Naqab/Negev, Ofer in Cisgiordania e Megiddo, Shatta e Gilboa nel nord. Israele non ha fornito dati sul numero di prigionieri infetti.
Secondo i dati dell’Israel Prison Service (IPS) nell’ultimo anno la popolazione carceraria totale è aumentata in modo significativo: da 16.353 il 6 ottobre 2023, a oltre 21.000 a giugno di quest’anno. Circa la metà di loro, approssimativamente 9.900 al momento in cui scriviamo, sono definiti “prigionieri di sicurezza”, di cui oltre 3.300 sono trattenuti in detenzione amministrativa.
In seguito a questo forte incremento della popolazione carceraria le condizioni all’interno delle carceri israeliane sono peggiorate drasticamente. Per 11 mesi i detenuti, sottoposti a torture e sevizie che hanno causato la morte di almeno 18 di loro, sono stati costretti ad indossare sempre lo stesso capo di abbigliamento, gli è stato impedito di acquistare shampoo o sapone e limitato l’accesso alle docce, e sono stati completamente privati di un servizio di lavanderia. Inoltre, la sospensione delle visite dei familiari ha eliminato la possibilità di ricevere vestiti puliti, lenzuola e asciugamani dall’esterno.
Il 16 luglio una coalizione di cinque organizzazioni israeliane per i diritti umani ha presentato una petizione all’Alta Corte Israeliana, chiedendo un intervento urgente da parte dell’IPS e del Ministero della Salute per affrontare l’allarmante epidemia di scabbia che affligge i prigionieri palestinesi, principalmente quelli nelle unità di sicurezza. Ai detenuti, afferma la petizione, viene spesso negata l’assistenza medica e in prigione le visite mediche sono diventate sempre più rare.
Come osserva il dermatologo dr. Ahsan Daka nella petizione, la scabbia può essere curata efficacemente, ma contenere l’epidemia richiede condizioni di vita igieniche. L’inosservanza da parte dell’IPS suggerisce che la diffusione della malattia tra i prigionieri è diventata, di fatto, parte della loro punizione.
“Sono uscito dall’inferno”
A maggio 2023 Mohammed Al-Bazz, 38 anni, di Nablus, è stato arrestato e posto in detenzione amministrativa nella prigione di Ktzi’ot nel Naqab, senza che gli venisse spiegato il motivo. In precedenza aveva trascorso più di 16 anni nelle carceri israeliane a partire dall’età di 17 anni, ma quelle esperienze impallidiscono in confronto a ciò che sarebbe accaduto dopo il 7 ottobre.
Poco dopo l’assalto guidato da Hamas al sud di Israele la Knesset ha approvato una legge che consente al Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di dichiarare lo stato di emergenza nelle carceri israeliane. Quando è entrato in carica all’inizio dell’anno scorso aveva già fin da subito iniziato ad assumere una posizione più dura nei confronti dei palestinesi incarcerati. Per di più, forte delle nuove misure di emergenza in tempo di guerra, si è rapidamente dato da fare per sovraffollare le strutture dell’IPS e ridurre ulteriormente i diritti dei detenuti palestinesi.
Al-Bazz, rilasciato a maggio di quest’anno, ha ricevuto poche notizie dal mondo esterno. La prima cosa che l’IPS ha fatto dopo il 7 ottobre è stata rimuovere radio e televisori, staccare completamente l’energia elettrica e limitare a una sola ora la fornitura di acqua a tutti i prigionieri. “Immaginate 15 prigionieri in una cella che riceve acqua per una sola ora tramite un rubinetto e un water, costretti ad usarla per tutte le loro necessità”, ha detto a +972.
Come tutti i prigionieri, gli era proibito lasciare la sua cella; non era più concessa loro la solita ora d’aria. Le lavanderie sono state chiuse e trasformate in celle aggiuntive e le visite dei familiari sono state vietate, impedendo ai detenuti di ricevere nuovi vestiti dall’esterno.
“Il sole e l’aria non hanno toccato la mia pelle per otto mesi”, dice Al-Bazz. “Ho dormito sullo stesso materasso senza lenzuola o cuscino, ho fatto la doccia con acqua fredda senza shampoo o asciugamano e ho dovuto rimettere i vestiti sporchi sul corpo bagnato in inverno e in estate. Ciò dimostra un intento sistematico di diffondere la malattia tra i prigionieri attraverso una carenza di igiene”.
Secondo Naji Abbas, direttore del dipartimento prigionieri e detenuti della ONG, il primo caso di scabbia è stato segnalato a Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] (PHRI) a metà febbraio. Quel prigioniero, Mohammed Shukair, era stato arrestato in modo violento a maggio e gli era stata consegnata una maglietta in dotazione al carcere che, come ha riferito a PHRI, era già sporca. I sintomi della malattia hanno iniziato presto a comparire sulla sua pelle ed è stato portato alla clinica della prigione, dove gli è stata fatta la diagnosi.
PHRI ha chiesto ai servizi carcerari di fornirgli dei farmaci e gli è stata data una pomata per i sintomi. Ma l’ambiente non è stato disinfettato e i suoi compagni di cella non sono stati trattati, quindi non ha funzionato. “La pomata da sola non è sufficiente, perché gli acari che causano la malattia vivono sulle superfici fino a 36 ore e la persona può essere reinfettata”, spiega Abbas.
Al-Bazz ha anche riferito a +972 che quando un prigioniero mostrava sintomi di scabbia l’IPS non lo spostava dalla cella né prendeva altre misure per impedire la diffusione della malattia tra i suoi compagni. “Hanno persino spostato dei prigionieri infetti in celle dove c’erano prigionieri sani e hanno fatto sì che si infettassero tutti”, dice.
“È la peggiore malattia, non ne ho mai viste di simili”, continua Al-Bazz, con la voce rotta dal dolore. “Comincia con piccoli brufoli sulla pelle che si diffondono su tutto il corpo e si sviluppa un prurito insopportabile. Sanguinavo su tutto il corpo per il continuo grattarmi. Se chiedi di andare alla clinica della prigione, ti spruzzano gas lacrimogeni [come punizione] o ti portano fuori per picchiarti di fronte a tutte le celle”.
Al-Bazz riferisce a +972 che durante tutto l’anno trascorso a Ktzi’ot non ha ricevuto alcun trattamento per la scabbia; in effetti, i prigionieri di sicurezza hanno riferito che non c’è accesso alle cliniche o ai medici della prigione per nessun problema di salute. “Con il pretesto della guerra in corso, l’autorità [della prigione] priva persino i malati di cancro di trattamenti essenziali per mesi”, afferma.
Come Amarnih, una volta uscito di prigione Al-Bazz era quasi irriconoscibile: da ottobre a maggio aveva perso 60 chilogrammi di peso. Dopo essere stato rilasciato ha subito cercato un’assistenza medica, ma essendo ancora affetto dalla malattia ha contagiato involontariamente la moglie e i figli gemelli.
Anche se la scabbia sta lentamente scomparendo dal suo corpo, le torture subite da Al-Bazz a Ktzi’ot avranno un impatto psicologico duraturo. Un fatto significativo, in una fredda notte del 22 ottobre, offre un quadro dell’orrore: Al-Bazz racconta che prima le guardie hanno spogliato i prigionieri, immobilizzandoli con manette ai polsi e i lacci ai piedi, poi una di loro gli ha urinato addosso.
“La maggior parte delle persone si vergogna a raccontare nei dettagli cosa abbiamo passato”, dice. “Molti prigionieri sono stati violentati con vari oggetti; le guardie donne guardavano, ridevano e si divertivano con i nostri corpi nudi. Provavano piacere nel torturarci e umiliarci. Mi ha ricordato Abu Ghraib, o anche peggio. Ci picchiavano continuamente tutto il giorno, a turno dalle 9 alle 23. Non riesco a credere a quello che ci hanno fatto. Rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria. Sono uscito dall’inferno.”
Un portavoce dell’IPS contattato da +972 per un commento ha negato la cancellazione delle visite esterne e non ha rilasciato dichiarazioni sull’attuale diffusione della scabbia nelle prigioni.
Nel frattempo, Al-Bazz sta ancora facendo i conti con l’entità della disumanizzazione che ha dovuto affrontare durante il suo periodo a Ktzi’ot. “I prigionieri sono esseri umani”, dice. “Non sono sovrumani che possono sopportare qualsiasi cosa; sono semplicemente costretti sopportare gli abusi perché non hanno altra scelta.
“Siamo rinchiusi per una causa giusta e stiamo lottando per la nostra libertà”, continua. “Ma in fin dei conti sono di carne e ossa, con dignità ed emozioni: un essere umano che si stanca e prova dolore quando viene picchiato e si dispera quando è malato”.
Vera Sajrawi è una giornalista palestinese, ex redattrice di +972 Magazine, che vive a Haifa.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


