A Gaza sono stata costretta a bruciare i miei libri per sopravvivere.

Una famiglia del campo profughi di Jabalia intorno al fuoco sulle macerie della loro casa il 17 febbraio 2025. Foto: Mahmoud Issa/Reuters
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Hend Salama Abo Helow – Studentessa di medicina all’Università di Al-Azhar a Gaza.

29 aprile 2025 – Aljazeera

Sono stata educata all’amore per i libri. Non avrei mai pensato di doverli bruciare per potermi permettere un misero pasto.

Da bambini io e i miei fratelli spendevamo regolarmente la nostra paghetta in libri nuovi. Nostra madre ci aveva instillato un amore appassionato per i libri. Leggere non era solo un hobby; era un modo di vivere.

Ricordo ancora il giorno in cui i nostri genitori ci fecero trovare con nostra grande sorpresa una libreria. Era un mobile alto e largo con molti scaffali che avevano sistemato in soggiorno. Avevo solo cinque anni, ma percepii subito la sacralità di quell’angolo.

Mio padre era determinato a riempire gli scaffali con una ampia scelta di libri: filosofia, religione, politica, lingue, scienza, letteratura, ecc. Voleva avere una vasto patrimonio di libri che arrivasse a competere con la biblioteca locale.

I miei genitori ci portavano spesso nella libreria annessa alla Biblioteca Samir Mansour, una delle più rinomate di Gaza. Ci era permesso prendere fino a sette libri a testa.

Anche le nostre scuole coltivavano questo amore per la lettura e organizzavano visite a fiere del libro, circoli di lettura e tavole rotonde.

La libreria di casa divenne la nostra amica, il nostro conforto sia in guerra che in pace, la nostra ancora di salvezza in quelle notti buie e inquietanti illuminate solo dalle bombe. Riuniti attorno a dei focolari discutevamo delle opere di Ghassan Kanafani e recitavamo le poesie di Mahmoud Darwish che avevamo imparato a memoria dai libri della nostra libreria.

Quando nell’ottobre del 2023 è iniziato il genocidio, il blocco di Gaza è stato portato ad un livello insopportabile, con il taglio delle forniture di acqua, carburante, medicine e cibo sano.

Una volta rimasta senza gas la gente ha iniziato a bruciare tutto ciò che riusciva a trovare: legna ricavata dalle macerie delle case, rami d’albero, rifiuti… e poi libri.

Tra i nostri parenti, questo è accaduto per la prima volta alla famiglia di mio fratello. I miei nipoti, affranti, hanno rinunciato al loro futuro di istruzione: hanno bruciato i loro libri di scuola freschi di stampa – il cui inchiostro non si era ancora asciugato – affinché la loro famiglia potesse prepararsi un pasto. Gli stessi libri che un tempo nutrivano le loro menti ora alimentavano le fiamme, per sopravvivere.

Ero sconvolta dal rogo dei libri, ma mio nipote undicenne Ahmed mi mise di fronte alla realtà. “O moriamo di fame o diventiamo analfabeti. Io scelgo di vivere. L’istruzione riprenderà più tardi”, ha detto. La sua risposta mi ha scosso profondamente.

Esaurita la fornitura di gas insistevo perché comprassimo della legna, anche se il prezzo stava salendo alle stelle. Mio padre cercava di convincermi: “Quando la guerra sarà finita ti comprerò tutti i libri che vuoi. Ma per ora usiamo questi”. Ma io continuavo a rifiutarmi.

Quei libri erano stati testimoni dei nostri alti e bassi, delle lacrime e delle risate, dei nostri successi e fallimenti. Come potevamo bruciarli? Ho iniziato a rileggere alcuni dei nostri libri – una, due, tre volte – memorizzandone le copertine, i titoli, persino il numero esatto di pagine, nascondendo dentro di loro la paura che la nostra biblioteca potesse essere il prossimo sacrificio.

A gennaio, dopo la stipula di una tregua provvisoria, il gas da cucina ha potuto finalmente entrare a Gaza. Ho tirato un sospiro di sollievo al pensiero che io e i miei libri eravamo sopravvissuti a questo olocausto.

Poi, all’inizio di marzo, il genocidio è ripreso. Tutti gli aiuti umanitari sono stati bloccati: niente cibo, niente forniture mediche e niente combustibile. Abbiamo esaurito le forniture di gas in meno di tre settimane. Il blocco totale e i massicci bombardamenti hanno reso impossibile trovare qualsiasi altra fonte di combustibile per cucinare.

Non ho avuto altra scelta che arrendermi. In piedi davanti alla nostra biblioteca ho preso i volumi sui diritti umani internazionali. Ho deciso che dovevano essere i primi. Ci hanno insegnato queste norme giuridiche a scuola, ci hanno fatto credere che i nostri diritti di palestinesi fossero garantiti da esse e che un giorno ci avrebbero portato alla liberazione.

Eppure queste leggi internazionali non ci hanno mai protetto. Siamo stati abbandonati al genocidio. Gaza è stata teletrasportata in un’altra dimensione morale, dove non esiste diritto internazionale, né etica, né valore per la vita umana.

Ho fatto quelle pagine a pezzi, ricordando come innumerevoli famiglie fossero state fatte a pezzi dalle bombe, proprio così. Ho dato in pasto alle fiamme le pagine strappate, guardandole mentre diventavano polvere – un’offerta angosciosa in memoria di coloro che sono stati bruciati vivi: Shaban al-Louh, bruciato vivo durante l’attacco all’ospedale di Al-Aqsa, il giornalista Ahmed Mansour, bruciato vivo durante l’attacco a una tenda adibita a sala stampa, e innumerevoli altri di cui non conosceremo mai i nomi.

Poi abbiamo bruciato tutti i libri e i sunti di farmacologia di mio fratello, laureato in quella materia. Abbiamo cucinato il nostro cibo in scatola sulle ceneri dei suoi anni di duro lavoro. Eppure non è stato sufficiente. L’assedio si è fatto sempre più soffocante e le fiamme hanno divorato scaffali di libri. Mio fratello ha insistito perché bruciassimo i suoi libri preferiti prima di toccare i miei.

Ma non c’è stato modo di sfuggire all’inevitabile. Ben presto ci siamo ritrovati con i miei libri. Sono stata costretta a bruciare le mie preziose raccolte di poesie di Mahmoud Darwish; i romanzi di Gibran Khalil Gibran; le poesie di Samih al-Qasim, la voce della resistenza; i romanzi di Abdelrahman Munif a cui tenevo molto; e i romanzi di Harry Potter, che avevo letto durante l’adolescenza. Poi è stato il turno dei miei libri e sunti di medicina.

Mentre restavo lì a guardare le fiamme consumarli anche il mio cuore bruciava. Abbiamo cercato di rendere il sacrificio più proficuo cucinando un pasto più gustoso: pasta con besciamella.

Pensavo che quello fosse l’apice del mio sacrificio, ma mio padre è andato oltre, smontando gli scaffali della biblioteca per usarli come legna da ardere.

Sono riuscita a salvare 15 libri. Sono libri di storia sulla causa palestinese, le storie dei nostri antenati e i libri che appartenevano a mia nonna, uccisa senza pietà durante questo genocidio.

L’esistenza è resistenza; questi libri sono la prova che la mia famiglia è sempre esistita qui, in Palestina, che siamo sempre stati i proprietari di questa terra.

Il genocidio ci ha spinto a fare cose che non avremmo mai immaginato nemmeno nei nostri incubi più cupi. Ci ha costretto a mutilare i nostri ricordi e a distruggere l’indistruttibile, tutto per sopravvivere.

Ma se sopravvivremo – se sopravvivremo – ricostruiremo. Nella nostra casa avremo una nuova biblioteca e la riempiremo di nuovo con i libri che amiamo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Hend Salama Abo Helow – Studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza

Hend Salama Abo Helow è ricercatrice, scrittrice e studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza. Ha pubblicato in We Are Not Numbers, Washington Report, Middle East Affairs, Mondoweiss e Institut for Palestinian Studies. Crede nella scrittura come forma di resistenza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)