Israele incarcera brutalmente il direttore di un ospedale per usarlo come ‘merce di scambio’, sostiene il suo avvocato

Manifestazione il 9 gennaio 2025 per la liberazione del dr. Abu Safiya e per la cessazione di attaccare personale sanitario . Foto: Mosab Shawer/Activestills
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Shatha Yaish

22 luglio 2025 – +972 Magazine

Detenuto senza accuse da 7 mesi, il Dott. Hussam Abu Safiya è stato percosso, privato del cibo, tenuto isolato e senza contatti con la famiglia. La sua liberazione è ancora un miraggio.

Tagliato fuori dal mondo e detenuto senza accuse nelle carceri israeliane, il pediatra palestinese dottor Hussam Abu Safiya ha subito ripetute percosse, prolungata segregazione e negligenza medica dal momento del suo arresto a Gaza, ha raccontato a +972 il suo avvocato.

Abu Safiya, direttore dell’Ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya fino alla violenta chiusura imposta dall’esercito israeliano, è attualmente detenuto nel carcere di Ofer, vicino a Ramallah, in Cisgiordania occupata, dove l’avvocato Gheed Kassem lo ha incontrato all’inizio del mese. Era stato arrestato il 27 dicembre durante l’irruzione israeliana nella struttura medica, culmine di un assedio durato due mesi: i soldati avevano radunato il personale all’esterno, li avevano costretti a spogliarsi e poi avevano dato fuoco all’edificio.

Kamal Adwan non era solo il luogo di lavoro di Abu Safiya, era un’ancora di salvezza per un’intera popolazione sotto assedio. La sua chiusura ha segnato il colpo finale al sistema sanitario dei distretti settentrionali di Gaza.

Poco dopo l’irruzione sono emerse immagini che mostravano Abu Safiya condotto in un veicolo militare su ordine dei soldati israeliani. Per una settimana le autorità israeliane hanno negato il suo arresto, prima di ammettere che era in custodia. L’esercito ha giustificato il fermo accusandolo di essere coinvolto in “attività terroristica”, ma a sette mesi di distanza non è stata ancora presentata alcuna prova.

Abu Safiya è stato inizialmente detenuto a Sde Teiman, una base militare nel sud di Israele tristemente nota per le violenze inflitte ai prigionieri palestinesi. Dopo esservi stato trattenuto in condizioni durissime, il 9 gennaio è stato trasferito nella prigione di Ofer.

«Ho cercato di visitarlo il più spesso possibile», ha detto Kassem a +972. «Al momento dell’arresto pesava circa 97 chili. Nei primi due mesi ne ha persi 20. All’ultima visita, ne aveva persi quasi 40».

Abu Safiya ha passato quasi un mese in isolamento a Ofer prima di essere spostato in un reparto con altri detenuti di Gaza, secondo Kassem. Le celle sono sotterranee, senza ventilazione né luce naturale. «L’umidità è tale che i prigionieri sentono freddo anche quando all’esterno la temperatura supera i 30 gradi», ha spiegato.

Anche igiene e condizioni sanitarie sono disastrose. «Spesso nei bagni manca il sapone, c’è solo acqua», ha detto Kassem. «I vestiti vengono lavati ogni mese e mezzo o due. Coperte e lenzuola forse ogni sei mesi». Di conseguenza malattie come la scabbia sono ampiamente diffuse tra i detenuti.

Il cibo fornito dal carcere è «il minimo indispensabile: li stanno deliberatamente affamando», ha aggiunto Kassem. Sono inoltre completamente isolati dal mondo esterno: Abu Safiya ignorava persino la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran.

Subiscono anche percosse immotivate. Abu Safiya ha raccontato che l’ultima aggressione dei secondini è avvenuta il 24 o 25 giugno. «È stato picchiato con brutalità e ferocia, per circa 30 minuti. Aveva lividi su testa, collo e petto. Quando hanno finito ha chiesto di essere visitato da un medico perché non si sentiva bene e accusava un dolore al cuore. Gli è stato negato».

«Era la quinta o sesta volta che lo aggredivano, e gli hanno anche rotto gli occhiali», ha continuato Kassem. «Avevo faticato molto per procurargliene un nuovo paio [dopo che era stato arrestato senza] e a maggio c’ero riuscita, ma quando lo hanno picchiato di nuovo glie li hanno distrutti».

«Sono tribunali fantoccio»

Kassem ha sottolineato l’opacità del quadro giuridico della detenzione di Abu Safiya, regolata dalla Legge sulla Detenzione di Combattenti Illegali (2002), che consente a Israele di incarcerare persone senza accuse né processo se sussistono “motivi ragionevoli” di ritenere che abbia preso parte ad “attività ostili”.

Secondo l’ONG israeliana per i diritti umani HaMoked, circa 2.500 palestinesi di Gaza sono detenuti in base a questa legge, che nega l’accesso a un avvocato per i primi 90 giorni e non prevede limiti alla durata della detenzione.

«L’ordine vale sei mesi e può essere rinnovato all’infinito senza che né il detenuto né l’avvocato sappiano il motivo», ha spiegato Kassem. «Israele sostiene sempre che ci siano “dossier segreti” che nemmeno noi avvocati possiamo vedere. Un semplice sospetto basta a imprigionare qualcuno per anni».

«I processi sono farse», ha aggiunto. «I detenuti nemmeno compaiono in aula (durante le udienze): restano in cella e parlano al telefono con un traduttore che li informa solo che la detenzione è stata prorogata».

Secondo Kassem il caso di Abu Safiya è insolito perché ci è voluto del tempo prima che fosse classificato come “combattente illegale”. «Molti credono che le autorità israeliane abbiano posticipato questo atto nella speranza di formulare accuse precise contro di lui, ma non sono riusciti a estorcergli una confessione. Dopo circa un mese e mezzo di detenzione non hanno avuto altra scelta che ricorrere a questa classificazione».

Kassem ritiene che Abu Safiya sia tenuto come “merce di scambio nei negoziati” e, ha aggiunto, difficilmente sarà rilasciato prima della fine della guerra.

Tuttavia, sostiene, il suo spirito è rimasto intatto. «Nonostante tutti i danni subiti e le dure e difficili condizioni della sua detenzione egli resta ottimista, non si perde mai d’animo ed è fiducioso che il genocidio avrà fine».

«Sento che sta soffrendo»

La famiglia di Abu Safiya però è stata tenuta quasi completamente all’oscuro. «Quasi tutte le notizie sulla sua salute ci arrivano da fonti non ufficiali o, a volte, tramite avvocati», ha detto a +972 suo figlio Elias, 28 anni, anch’egli medico a Gaza. «È trattato in modo disumano: cibo insufficiente, niente luce, interrogatori continui».

Elias, anch’egli medico, si è detto sconcertato che il padre sia considerato una minaccia non avendo fatto altro che il suo lavoro all’ospedale Kamal Adwan. «Non ha alcuna affiliazione politica e credo che il suo arresto sia una conseguenza dei suoi appelli pubblici contro gli attacchi agli ospedali e al sistema sanitario di Gaza», afferma.

L’arresto di Abu Safiya rientra infatti in un più ampio assalto israeliano alla sanità di Gaza che dura da ormai 21 mesi. Un rapporto dell’ONU di aprile ha documentato oltre 1.450 attacchi a operatori, pazienti, ospedali e strutture mediche dal 7 ottobre, oltre all’arresto di centinaia di operatori sanitari da parte delle forze israeliane.

La moglie Albina ha raccontato a +972 che i medici rilasciati le hanno detto di essere stati pestati e torturati. «I miei figli cercano di proteggermi dai dettagli sulla salute [di Hussam], temono che la tristezza possa essere troppa per me. Ma io sento che sta soffrendo».

«Credo che l’esercito lo odi per la sua dedizione al lavoro», ha aggiunto. «Ha fatto tutto il possibile per sostenere il sistema sanitario di Gaza al collasso e salvare i feriti nonostante la mancanza di risorse. Vogliamo che torni, per stare insieme e continuare la nostra vita».

«Stiamo ancora piangendo nostro figlio Ibrahim, ucciso deliberatamente durante l’irruzione dell’esercito nell’ospedale. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di elaborare il lutto».

+972 Magazine ha chiesto un commento all’Amministrazione Penitenziaria Israeliana; eventuali risposte saranno aggiunte a questo articolo.

Ibtisam Mahdi ha contribuito a questo report.

Shatha Yaish è una giornalista corrispondente da Gerusalemme Est e la Cisgiordania.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)