Quindici articoli al giorno: la portata dell’ingerenza dell’esercito israeliano sui media

Un fotografo p alestinese viene affrontato da un soldato IDF in un raid a Hebron il 4 ottobre del 2025. Foto: Mosab Shawer/Activestills
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Haggai Matar

17 giugno 2026 – +972 Magazine

Nel 2015 la censura militare ha vietato o modificato oltre 5.000 articoli di informazione, con un incremento delle cancellazioni durante la guerra di Israele con l’Iran

Lo scorso anno la censura militare israeliana ha bloccato la pubblicazione di una media di 2 articoli al giorno sui mezzi di informazione in Israele, interferendo nel contempo sui contenuti di altri 13. Ciò rende il 2025 il secondo anno, superato solo dal 2024, con il maggior numero di interventi censori in Israele da quando +972 Magazine ha iniziato a monitorarli 15 anni fa.

Secondo i dati limitati forniti in risposta a una richiesta sulla libertà di informazione da parte di +972 e del Movimento per la Libertà di Informazione, lo scorso anno il censore, un’unità all’interno della Direzione Generale dell’Intelligence Militare israeliana, ha richiesto cambiamenti su 4.974 articoli di informazione. Questo dato è inferiore ai 6.265 casi dell’anno precedente, ma è significativamente più alto della media dei circa 2.300 annui tra il 2011 e il 2023.

Inoltre la censura ha totalmente vietato la pubblicazione di 753 articoli, meno del record di 1.635 del 2024, al di sopra tuttavia della precedente media annuale di circa 320. In totale durante il 2025 l’esercito israeliano ha impedito di rendere pubbliche informazioni in media più di 15 volte al giorno.

In base alle “norme regolatorie d’emergenza” messe in atto in seguito alla creazione di Israele e rimaste tuttora in vigore, la legge israeliana prevede che i mezzi di informazione sottopongano alla censura articoli che riguardano questioni relative alla “sicurezza” per un controllo prima della pubblicazione. Il numero totale di notizie che i mezzi di informazione hanno sottoposto alla censura nel 2025 è stato di 17.176, rispetto alla media annuale precedente di oltre 12.000 e al livello senza precedenti di 20.770 nel 2024. 

Alla censura viene concesso di intervenire solo quando ci sia la “quasi certezza che verranno provocati reali danni alla sicurezza dello Stato” dalla pubblicazione di un articolo. Ma la lista del censore degli argomenti che ricadono sotto la definizione di sicurezza è ampia e include informazioni relative al traffico segreto di armi, alla detenzione amministrativa [senza accuse né processo, applicata quasi solo ai palestinesi, ndt.], alle attività di intelligence, alla dislocazione delle truppe e agli obiettivi di attacchi missilistici.

La legge concede al censore l’autorità di incriminare giornalisti e multare, sospendere, chiudere o persino presentare denunce penali contro organi di informazione che non rispettino le sue decisioni. È responsabilità di ogni editore di mezzi di informazione decidere cosa sottoporre al controllo prima della pubblzione, benché la censura possa intervenire anche retroattivamente e richiedere la rimozione di articoli pubblicati senza la sua approvazione (come ha fatto per esempio l’anno scorso con un articolo di Haaretz che descriveva gli obbiettivi degli attacchi missilistici iraniani a Tel Aviv).

Ai mezzi di informazione è vietato anche rivelare al proprio pubblico se e quanto il censore abbia interferito in un articolo. Nel caso di notizie televisive un rappresentante dell’autorità censoria spesso è presente negli studi per controllarne dal vivo i contenuti.

La scatola nera della censura

Come parte dell’apparato dell’intelligence militare israeliana la censura è esente dalla Legge sulla Libertà di Informazione. Di conseguenza non è obbligata a divulgare dati su richiesta e rifiuta invariabilmente di rispondere alla maggior parte delle nostre domande per avere informazioni specifiche.

Quest’anno persino richieste relativamente generiche, il cui rischio potenziale per la sicurezza nazionale è decisamente discutibile, sono rimaste senza risposta, comprese petizioni da parte di mezzi di informazione di una drastica riduzione degli interventi, una definizione generale dei motivi di censura parziale o totale e informazioni o misure di intervento prese contro violazioni delle regole censorie. Tuttavia, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a raccogliere dati un decennio fa, quest’anno la risposta del censore ha indicato due nuove categorie della sua interferenza sui media: ha reso noto che la pubblicazione di un articolo è stata “rinviata”, mentre 92 articoli sono stati “rimandati senza interventi”. Non ha fornito alcuna ulteriore informazione sul senso di queste nuove categorie.

Abbiamo ricevuto anche poche informazioni riguardo all’archivio nazionale di Israele (noto come l’Israel State Archive, o ISA). Da quando l’ISA ha iniziato nel 2016 un processo di digitalizzazione ed è passato a una visualizzazione degli articoli per lo più in rete, la censura militare è intervenuta per definire quali documenti scannerizzati vengono caricati. In seguito a ciò sono spariti documenti che l’ISA ha da molto tempo deciso di rendere pubblici. Rispondendo alle nostre richieste riguardo alla portata di questa operazione il censore ha rivelato che nel 2025 l’ISA ha sottoposto a revisione 3.422 file e che “la grande maggioranza di questi è stata approvata senza correzioni o censure.” Alla nostra richiesta di informazioni più precise non c’è stata risposta.

Mentre i dati indicano un generale incremento della censura dal 7 ottobre, l’interferenza più pesante è stata in certi momenti della guerra contro l’Iran. La polizia, ispettori municipali e a volte privati cittadini hanno messo in atto gravi restrizioni sui resoconti dei luoghi degli attacchi missilistici iraniani, impedendo a volte la presenza sul campo di giornalisti e fotografi, soprattutto arabi e stranieri.

I due uomini responsabili dell’incremento della censura negli ultimi due anni, Kobi Mandelblit, che fino all’aprile 2025 ha ricoperto l’incarico di capo censore, e Netanel Kula, che lo ha sostituito, sono entrambi parenti di importanti giuristi nominati dal movimento sionista religioso [di estrema destra, ndt.]: Mandelblit è cugino dell’ex-procuratore generale Avichai Mandelblit, mentre Kula è figlio del difensore civico della magistratura israeliana, Asher Kula. Tre mesi dopo che Kula ha sostituito Mandelblit come capo censore, sono trapelate notizie secondo cui avrebbe bloccato articoli riguardanti il figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu che avrebbe segretamente acquistato una casa all’estero. La vicenda è comunque emersa.

Ci sono stati tuttavia vari casi noti di mezzi di informazione che hanno trasgredito alla censura, in particolare nell’estrema destra. L’ultranazionalista Canale 14 varie volte ha reso pubblici piani di combattimento riservati e strumenti di intelligence militare nonostante funzionari della sicurezza abbiano stabilito che ciò ha provocato “concreti danni” alla sicurezza nazionale, eppure non è stato sanzionato neppure una volta. Ironicamente sono stati i progressisti israeliani che hanno invocato la censura della libertà di espressione del Canale invece di amplificare le crescenti voci contro questa pratica nel suo complesso.

Nell’attuale epoca di giornalismo digitale che supera le frontiere, in cui i giornalisti israeliani stessi spesso pubblicano articoli su mezzi di informazione stranieri per aggirare la censura, l’antica istituzione è sia illiberale che obsoleta.

Le vicende non raccontate

In periodi di emergenza è particolarmente importante ricevere informazioni attendibili su modifiche relative alle attività censorie,” afferma Or Sadan, un avvocato del Movimento per la Libertà di Informazione e direttore della Freedom of Information Clinic [Centro per la Libertà di Informazione] presso il College of Management Academic Studies [Facoltà di Management – Studi Accademici]. “Benché ci sia stato un lieve calo rispetto all’anno scorso, è difficile non notare l’allarmante incremento nel numero di notizie che sono state nascoste all’opinione pubblica.”

E aggiunge “La democrazia si basa sul trasferimento di informazioni dal governo all’opinione pubblica e ogni violazione a questo riguardo è una violazione diretta della democrazia.”

Tuttavia, mentre la censura militare costituisce un attacco estremo ed eccezionale alla libertà di stampa in Israele, la violazione più grave di tale libertà non viene dall’esercito israeliano. In primo luogo lo è l’uccisione dal 7 ottobre di oltre 250 giornalisti, alcuni dei quali direttamente presi di mira, in attacchi aerei che hanno colpito anche i soccorritori, a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran.

Contemporaneamente l’esercito continua a colpire, picchiare ed arrestare giornalisti in Cisgiordania e tortura quelli imprigionati, spesso senza accuse. All’interno dei confini di Israele nuove ondate di disegni di legge tendono a minare l’indipendenza dei media israeliani e il governo continua a cercare di prendere il controllo di mezzi di informazione, attribuire potere ai giornalisti compiacenti e danneggiare i loro avversari. Non è quindi un caso che Israele continui a scendere bruscamente nell’indice internazionale della libertà di stampa, e di recente ha raggiunto un misero centosedicesimo posto su 180 Paesi.

Eppure in Israele i giornalisti sono ancora largamente liberi di raccontare le vicende che considerano più importanti e la maggior parte non lo fa, rendendo l’autocensura la più grave forma di censura che avviene in Israele.

Come ha recentemente dimostrato il mio collega Sebastian Ben Daniel (John Brown), durante gli ultimi due anni e mezzo i più importanti e rispettati programmi investigativi sui canali commerciali, prodotti dai cosiddetti giornalisti progressisti, non hanno affrontato neppure una volta le politiche dell’esercito a Gaza o in Cisgiordania. Né hanno dato informazioni sulla morte di decine di migliaia di minori e altri palestinesi innocenti a Gaza, sulla carestia e la distruzione deliberata di intere città di Gaza o su molti altri crimini di guerra che Israele sta commettendo.

Niente di tutto questo si deve alla censura militare. È una scelta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)