“Pulizia etnica” e propaganda filo-araba

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Di Benny Morris

Haaretz22 ottobre 2016

Gli indiretti confronti fatti da Daniel Blatman con i crimini tedeschi contro gli ebrei ed altri non riflettono un modo serio di scrivere di storia.

E’ un peccato che i miei critici Daniel Blatman e Ehud Ein-Gil non leggano con attenzione, ammesso che leggano; mi riferisco ai loro articoli su Haaretz in cui sostengono che Israele ha perpetrato una pulizia etnica. Se Blatman avesse letto il mio libro “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-49”- pubblicato in inglese nel 1988 e in ebraico nel 1991, con un’edizione aggiornata in inglese nel 2004 – avrebbe visto che le mie opinioni sulla storia del 1948 non sono affatto cambiate.

Le mie conclusioni sulla nascita del problema dei rifugiati palestinesi non sono cambiate in questi libri, né nel mio libro “1948”, che è stato pubblicato in inglese nel 2008 e in ebraico nel 2010. Qualche palestinese è stato espulso (da Lod e Ramle, per esempio), a qualcun altro è stato ordinato o è stato suggerito di andarsene dai suoi leader (da Haifa, per esempio) e la maggior parte è scappata per paura degli scontri, evidentemente nella convinzione che sarebbero tornati alle loro case dopo la prevista vittoria araba.

Ed effettivamente, all’inizio di giugno, il nuovo governo israeliano adottò una politica per impedire il ritorno dei rifugiati – quegli stessi palestinesi che avevano combattuto l’Yishuv, la comunità ebraica prestatale, e cercato di distruggerla.

Quanto al fatto che ho cambiato opinione, ciò è avvenuto durante gli anni ’90 solo riguardo ad una cosa – la volontà palestinese di fare la pace con noi. All’inizio del decennio, pensavo che forse qualcosa fosse cambiato nel movimento nazionale palestinese e che volessero riconoscere la realtà e arrivare ad un compromesso per i due Stati per due popoli.

Ma nel 2000, dopo il “no” di Arafat a Camp David (appoggiato dal suo successore Mahmoud Abbas), e alla luce della seconda Intifada e delle caratteristiche di quella intifada, ho capito che non erano interessati alla pace. Sfortunatamente da allora la situazione non è cambiata.

Nel 1947-48 non c’era un’intenzione a priori di espellere gli arabi, e durante la guerra non ci fu una politica di espulsione. Ci sono “storici” che odiano chiaramente Israele, come Ilan Pappé e Walid Khalidi, e forse anche Daniel Blatman, considerando quello che ha detto, che vedono il “Piano Dalet” dell’Haganah del 10 marzo 1948 come un progetto complessivo di espellere i palestinesi. Non lo è.

Se Blatman e Ein-Gil avessero davvero letto il piano – reso pubblico negli anni ’70 – avrebbero visto che intendeva congegnare una strategia ed una tattica perché l’Haganah conservasse il controllo delle strade strategiche in quello che sarebbe diventato lo Stato ebraico. Intendeva anche rendere sicuri i confini nell’imminenza della prevista invasione araba in seguito alla partenza degli inglesi. La tesi di Blatman secondo cui il “Piano Dalet” “discuteva dell’intenzione di espellere quanti più arabi possibile dal territorio del futuro Stato ebraico” è una falsificazione in malafede. Sono le parole di un propagandista filo-arabo, non di uno storico.

Citare le affermazioni sbagliate

Il piano comprendeva le linee-giuda generali per i vari battaglioni e brigate relativamente al modo di comportarsi verso i villaggi rurali ed i quartieri urbani arabi. Riguardo ai villaggi, il piano stabilisce esplicitamente che gli abitanti dei villaggi che combattono contro gli ebrei devono essere espulsi ed i villaggi distrutti, mentre i villaggi neutrali o amici avrebbero dovuto essere lasciati intatti ( e avrebbero dovuto esservi stabiliti dei presidi).

Nel caso di quartieri arabi in città miste, i comandanti dell’Haganah sul terreno ordinarono che gli arabi dei quartieri periferici fossero trasferiti nei centri arabi di quelle città, come Haifa, non espulsi dal Paese.

In altre parole, questo non era un piano per “espellere gli arabi” come Blatman e Ein-Gil sostengono a proposito di questo documento. Ein-Gil cita del documento solo tre affermazioni che accennano alla possibilità dell’espulsione – non quelle che danno istruzioni ai comandanti di brigata e di battaglione di lasciare sul posto la popolazione araba.

Per inciso, la descrizione di Ein-Gil dell’occupazione del villaggio di Al-Qubab – con le sue case vuote dopo che gli abitanti erano semplicemente scappati – non è esattamente la descrizione di una violenta e crudele pulizia etnica. E le sue considerazioni sulla domanda a proposito di cosa gli ebrei avrebbero potuto fare se avessero trovato degli arabi in quelle case non testimonia della pulizia etnica nel 1948.

Oltretutto nel territorio trasferito a Israele nel 1948 dopo l’accordo di armistizio tra Israele e la Giordania, il numero di palestinesi che rimase sotto il controllo di Israele era la metà di quello che cita Ein-Gil.

Al contempo, se ci fossero stati un piano generale e una politica di “espulsione degli arabi”, ne avremmo trovato indicazioni nei vari ordini operativi per le unità in combattimento e nei rapporti al quartier generale, come “Abbiamo messo in atto un’espulsione in base al piano generale” o ” al Piano Dalet.” Tali riferimenti non ci sono.

Nelle decine di migliaia di documenti operativi dell’ Haganah/esercito israeliano dei mesi più importanti (da aprile a giugno 1948), ho trovato solo un riferimento a un’operazione messa in atto secondo il Piano Dalet. (Riguardava una certa operazione della brigata “Alexandroni”, se non ricordo male, ma in questo momento sono all’estero e non ho a disposizione il documento).

E’ risaputo che decine di migliaia di arabi rimasero nel territorio dello Stato ebraico – ad Haifa e a Giaffa, a Jisr al-Zarqa e a Fureidis, ad Abu Ghosh e Ein Nakuba, in Galilea e nel Negev.

Ho anche detto che in aprile-giugno 1948 sia nell’Haganah ed in generale nell’Yishuv c’era una “atmosfera favorevole al trasferimento”, e ciò è comprensibile alla luce delle circostanze: costanti attacchi da parte di milizie palestinesi durante quattro mesi e la previsione di un’imminente invasione degli eserciti arabi intenzionati ad annientare lo Stato ebraico che stava per nascere e forse anche il suo popolo.

Responsabilità condivisa

Tutto ciò richiedeva l’occupazione e l’espulsione degli abitanti dei villaggi che tendevano imboscate, prendevano di mira e uccidevano ebrei lungo i confini e sulle principali strade. Le circostanze non consentivano un esame attento delle azioni, intenzioni e opinioni di ogni singolo abitante, benché a quanto pare Blatman e Ein-Gil pensino che la guerra avrebbe dovuto essere condotta così in zone abitate con i mezzi a disposizione dell’Yishuv nel 1948. Ma come ho scritto, la grande maggioranza degli arabi fuggì, e gli ufficiali dell’Haganah/esercito israeliano non ebbero bisogno di affrontare la decisione se espellerli o meno.

E’ vero che all’inizio della mia carriera io “sono arrivato alla conclusione che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948”, come sostiene Blatman. Ho sempre detto che la responsabilità è condivisa tra l’Yishuv/Israele, i palestinesi e i Paesi arabi – con enormi responsabilità che ricadono sui palestinesi che hanno iniziato il conflitto.

Non sono un esperto di pulizia etnica a livello mondiale (presumo che poca gente consideri Blatman un esperto di tal genere), ma sicuramente ne so qualcosa. Nel caso dei serbi in Jugoslavia, Belgrado ha adottato una politica di pulizia etnica fin dall’inizio e l’ha applicata sistematicamente. A Srebrenica nel 1993, in due giorni, hanno massacrato 9.000 musulmani e in varie zone hanno stuprato migliaia di donne in modo organizzato.

Se queste sono le caratteristiche della pulizia etnica, allora non fu attuata una pulizia etnica in Israele in nessuna delle due fasi della guerra, che fu iniziata dagli arabi. E tra parentesi, su un argomento di cui sono veramente ben informato, Blatman ha torto.

E’ vero che alla fine della Prima Guerra Mondiale decine di migliaia di armeni rimasero in Asia Minore (Blatman solleva questa questione per insinuare un parallelo tra il genocidio degli armeni e la fuga degli arabi nel 1948). Ma nella terza fase del genocidio armeno, dal 1919 al 1924, quasi ogni vittima fu espulsa ed uccisa. (Ciò, senza dubbio, è una novità per Blatman l'”esperto”).

Chiunque legga Blatman non può fare a meno di notare che egli suggerisce un confronto tra quello che Hitler ha fatto agli ebrei e quello che gli ebrei hanno fatto agli arabi della Terra di Israele. Egli insinua persino – di nuovo in modo ingannevole – un confronto tra le azioni dell’Yishuv e quelle dei tedeschi nell’Africa sud-occidentale tedesca (più tardi Namibia) all’inizio del XX° secolo, quando uccisero decine di migliaia di indigeni herero.

Questi paragoni sono immorali e riflettono intenzioni propagandistiche, così come un modo per niente serio di scrivere la storia. Alla fine Blatman mi definisce come “un beniamino della destra dei coloni”. E’ un insolente. Mi sono sempre opposto al progetto delle colonie in Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania. Ndtr.] e nella Striscia di Gaza, e lo faccio ancora adesso.

Il professor Benny Morris, uno storico, è l’autore di “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisto.”

(traduzione di Amedeo Rossi)