Non lasciar perdere la Linea Verde: questo è il tallone d’Achille di Israele

5 giugno 2012 .Palestinesi di Gaza ricordano la Naksa, la catastrofe, avvenuta 45 anni prima in seguito alla sconfitta dei Paesi arabi nella guerra dei 6 giorni. Foto di Imad Nassar
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Al Shabaka

di Nadia Hijab – 15 febbraio 2017

Il poeta Dylan Thomas invitava suo padre – e tutti quelli che si avvicinano alla morte: “Non entrate tranquillamente in quella dolce notte” ma “rabbia, rabbia contro il morire della luce”. La morte della soluzione dei due Stati è stata preannunciata per circa 20 anni, dopo che è risultato chiaro che Israele ha firmato il processo di pace di Oslo nel 1993 senza l’intenzione di permettere che si costituisse uno Stato palestinese sovrano.

Eppure la luce si è rifiutata di morire. E’ stato interesse di ogni Paese, compresi Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina/Palestina (OLP/Palestina), mantenere qualche scintilla di vita nella possibilità dei due Stati nonostante l’incessante colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati (TPO) che ha finora insediato qui circa 200 colonie e 600.000 coloni, azioni che in base alle leggi internazionali rappresentano crimini di guerra.

Per i palestinesi che vivono nella zona grigia dell’occupazione le libertà fondamentali di vita, libertà, movimento, salute e accesso all’acqua, tra le altre, sono quotidianamente negate.

Rifugiati ed esiliati palestinesi sono sostanzialmente lasciati al loro destino, e i cittadini palestinesi di Israele devono fare i conti come possono con la discriminazione e la spoliazione da parte dello Stato israeliano. Oltretutto, lo stallo dell’entità politica palestinese impedisce un’azione politica collettiva efficace dei palestinesi.

Tuttavia, se i palestinesi sono troppo impotenti, per il momento, per poter uscire da questa zona grigia, la destra israeliana e il movimento dei coloni pensa di non esserlo. Nel corso dei decenni ha incrementato la propria forza e si è infiltrata nell’esercito, nel sistema politico e giudiziario, e il suo considerevole potere è stato totalmente sostenuto e finanziato dallo Stato israeliano. Né gli USA né l’Unione Europea hanno fatto pagare il prezzo della colonizzazione della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Al contrario gli USA, l’UE e i suoi Stati membri, e Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’Amercia latina, vogliono mantenere relazioni militari e commerciali con Israele.

Il movimento dei coloni non vuole più vivere nell’oscurità dello scenario dei due Stati: mira alla chiarezza di una annessione formale del resto dei TPO (Israele ha già annesso illegalmente Gerusalemme) o almeno dell’Area C [in base agli accordi di Oslo, il territorio palestinese sotto totale controllo provvisiorio di Israele. Ndtr.], che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania. Per ora questo è l’obiettivo del leader della destra israeliana e ministro dell’Educazione Naftali Bennett, che ha trionfalmente annunciato che “l’era dello Stato palestinese è finita”, dopo che Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali americane.

La legge che il partito di Bennett “Casa Ebraica” ha fatto approvare alla Knesset [il parlamento israeliano. ndtr.] il 6 febbraio 2017 per “regolarizzare” gli avamposti illegali come Amona, costruiti su terreni di proprietà privata palestinese, ha l’intenzione di stabilire una volta per tutte chi detiene la proprietà della terra palestinese e chi ha il potere reale in Israele. La legge è stata descritta come un furto di terra persino in Israele, tra avvertimenti che la mossa potrebbe condurre il Paese davanti alla Corte Penale Internazionale.

L’inorridita risposta della comunità internazionale alla legge di “regolarizzazione” è stata quasi comica. Il ministro degli Esteri tedesco ha detto che la sua fiducia nell’impegno del governo israeliano per la soluzione dei due Stati è stata “scossa nelle fondamenta”, mentre la Francia ha chiesto ad Israele di ritirare la legge e di onorare i suoi impegni. Dov’erano loro negli ultimi 50 anni, quando questi crimini di guerra erano in corso? Tutte le colonie che Israele ha costruito, sia su terreni incolti che sulle rovine di terre e case palestinesi, sono illegali in base alle leggi internazionali, come il crescente sfruttamento delle risorse naturali palestinesi.

Inoltre il continuo uso della forza da parte di Israele per mantenere l’occupazione impedisce al popolo palestinese di godere del proprio diritto all’autodeterminazione internazionalmente riconosciuto. Al momento le potenze mondiali stanno sperando che una sentenza della Corte Suprema israeliana contro la legge eviti loro di dover fare qualcosa per bloccare le pratiche neocoloniali di Israele.

Israele non può legalizzare le sue conquiste: ciò minaccerebbe l’ordine mondiale

Ciò che questo episodio ha dimostrato, più di ogni altra cosa, è che, nonostante tutte le sue manovre, Israele non è stato ancora in grado di cancellare completamente la Linea Verde [il confine tra Israele e Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967. Ndtr.] e di legalizzare l’acquisizione permanente dei TPO. Fino ad ora, la comunità internazionale non riconosce la sua annessione formale di Gerusalemme est o le sue pretese unilaterali su Gerusalemme ovest. Il mondo ribadisce che Gerusalemme ha uno status separato (corpus separatum) in base al piano di spartizione del 1947 e il suo status può essere concordato soltanto attraverso negoziati.

Anche se la comunità internazionale non ha chiamato Israele a risponderne in modo effettivo – per esempio, la tanto strombazzata etichettatura da parte dell’Unione Europea dei beni provenienti dalle colonie che entrano nel mercato UE ha avuto un impatto minimo – non firmerà il consenso sul progetto di colonizzazione israeliana e non gli concederà legittimità agli occhi del mondo.

In breve, Israele non può ripetere l’originaria vittoria del movimento sionista con la creazione di uno Stato in Palestina, includendo l’espansione delle frontiere di quello Stato ben oltre quelle stabilite nel piano di spartizione del 1947, su cui si era basata la sua esistenza. Siamo nel secolo sbagliato per questo progetto colonialista.

La Linea Verde – la linea dell’armistizio alla fine della lotta tra gli eserciti arabi e israeliano nel 1949 – è alla base del rifiuto della comunità internazionale di legalizzare l’occupazione israeliana perché separa quello che il mondo considera come lo Stato di Israele dal territorio che ha occupato nel 1967 e i suoi atti illegali al suo interno.

Cosa ancora più importante, lo status dei TPO non è solo qualcosa che riguarda il popolo palestinese: coinvolge qualunque altro Stato esposto a una perdita di territorio. E la minaccia posta dai cambiamenti unilaterali da parte israeliana alla stabilità dell’ordine internazionale preoccupa in particolare l’Europa, che ha subito due guerre mondiali.

Questa è la ragione per cui la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata il 23 dicembre 2016, non è importante solo per i palestinesi: è significativa per tutto l’ordine del Dopoguerra, perché riafferma l’illegalità delle colonie e l’applicazione delle leggi internazionali – comprese le leggi che regolano l’occupazione militare – per territori che sono soggetti a un’ occupazione.  E questa è la ragione per cui la risposta di Israele è stata così rabbiosa: la sua possibilità di cancellare la Linea Verde ha subito un duro colpo.

Benché l’ipocrisia della comunità internazionale sia chiara nel trattamento molto diverso tra l’occupazione israeliana della Palestina e l’occupazione russa della Crimea, entrambi sono fondati sulle stesse leggi internazionali. Forse l’affermazione più importante espressa dalla nuova amministrazione USA è stata quella che ha fatto l’ambasciatrice USA all’ONU, Nikky Hayley, al Consiglio di Sicurezza riguardo al riacutizzarsi della violenza in Ucraina all’inizio di questo mese. Ha chiesto la fine immediata dell’occupazione russa della Crimea ed ha dichiarato che gli USA non toglieranno le sanzioni sulla Russia finché la Crimea non sarà restituita all’Ucraina. Date le parole calorose di Trump nei confronti della Russia, la dichiarazione è stata una sorpresa, ma senza dubbio gradita dagli europei.

A questo punto lasciar perdere la Linea Verde sarebbe un grave, forse mortale, errore. Il carattere illegale delle attività di Israele nei TPO ribadisce la possibilità dei palestinesi di perseguire Israele ed i dirigenti israeliani nelle corti internazionali e nazionali. E’ anche un elemento importante per potenziare gli sforzi del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), fondato e diretto dalla società civile palestinese.

Al momento i tentativi a livello statale hanno avuto solo modesti successi perché Israele si è posizionato in modo da essere importante per la comunità internazionale nel commercio, nello sviluppo degli armamenti e dal punto di vista geopolitico. Il palesamento delle vere intenzioni dei dirigenti israeliani riguardo all’acquisizione permanente dei TPO con la forza rende questo il momento opportuno per una spinta congiunta da parte dell’OLP/Palestina per, quanto meno, il bando completo dei prodotti delle colonie e la fine degli accordi con lo Stato israeliano e con le imprese del settore privato, come le banche, che finanziano le colonie.

La Linea Verde non riguarda lo Stato unico piuttosto che i due Stati

La Linea Verde è vista come il confine sul quale si dovrebbe fondare la soluzione dei due Stati. Tuttavia sostenere che i palestinesi non dovrebbero lasciar perdere la Linea Verde non è un’affermazione di appoggio al risultato politico della soluzione dei due Stati. E’ piuttosto un argomento per utilizzare ogni possibile ed efficace fonte di potere a disposizione senza abbandonare i diritti inalienabili dei palestinesi.

E’ importante perorarne la causa in questo momento perché sempre più voci tra i palestinesi e nel movimento di solidarietà con la Palestina stanno invocando uno spostamento dell’obiettivo politico palestinese dalla soluzione dei due Stati allo Stato unico o verso una lotta per i diritti civili. Queste voci probabilmente aumenteranno ancora di più in vista dell’anniversario dei 50 anni di occupazione il prossimo giugno, con i palestinesi sia in Israele che nei TPO che affrontano alcune della più drastiche minacce israeliane alla loro esistenza sulla loro terra da quando l’occupazione è iniziata.

E’ naturale che un popolo alla ricerca di diritti nazionali ed umani e i suoi alleati dovrebbero pretendere chiarezza in merito e unità sull’obiettivo politico finale. Oltretutto la crescente divisione tra, da una parte, coloro i quali sostengono uno Stato unico o una lotta per i diritti civili, di cui sono attivisti palestinesi ed i loro sostenitori della base, e dall’altra parte quelli che sposano i due Stati, molti dei quali sono funzionari palestinesi e uomini d’affari (così come sionisti progressisti), è stata dannosa per la capacità palestinese di coalizzarsi attorno ad un’azione comune.

Sfortunatamente, in questa fase non è possibile raggiungere una definizione chiara dell’ apparato politico palestinese sull’obiettivo finale. E’ stato possibile riguardo allo Stato unico dal 1969 al 1974, quando il programma dell’OLP era basato su uno Stato democratico laico. E’ stato possibile anche riguardo ai due Stati negli anni tra la dichiarazione di indipendenza palestinese del 1988 e il successivo riconoscimento di Israele fino alla fine degli anni ’90 e il fallimento del processo di Oslo.

Oggi i palestinesi non hanno la forza di raggiungere un obiettivo politico finale per il prossimo futuro. Ciò non dovrebbe e non deve impedire di lavorare per ottenere risultati intermedi, senza compromettere diritti fondamentali. Questa è, in effetti, la posizione presa dal movimento BDS : si basa sui diritti e non sulla “soluzione”. Non sposando uno scopo politico finale, il movimento può arrivare al più largo numero di palestinesi e attori della solidarietà, consentendo ad ognuno di agire a modo suo per contrastare le violazioni dei diritti da parte di Israele. Possono, in effetti, concentrarsi sull’occupazione e/o sui diritti dei cittadini palestinesi di Israele e/o sui diritti dei rifugiati palestinesi.

Sulla questione dell’obiettivo finale si spreca una grande quantità di energie che sarebbero meglio utilizzare per sviluppare strategie specifiche per far pagare ad Israele il costo dell’occupazione e della violazione dei diritti. Queste energie possono essere usate sia per un approccio basato sui diritti per comunicare con la società civile, o per un approccio basato sulla soluzione per raggiungere i governi e il mondo degli affari. Né è necessario negare un risultato politico finale dei due Stati di Israele e Palestina, in cui tutti i cittadini godano dei diritti umani, o di uno Stato unico palestinese-israeliano in cui tutti godano dell’intera gamma di diritti.

Quindi non ha senso abbandonare nessuna delle linee di forza a disposizione per bloccare e ribaltare le azioni illegali di Israele e promuovere i diritti dei palestinesi, compresa, forse sopratutto, la Linea Verde. Le questioni più immediate sono come prevenire le imminenti trappole dei negoziati guidati dall’amministrazione Trump, approfittando al contempo dell’obiettivo dello stesso Israele che rivela le sue vere intenzioni verso i TPO in modo che diventi impossibile per chiunque far finta di niente.

Fare i conti con i negoziatori

La mossa della destra israeliana per legalizzare i suoi avamposti ha evidenziato la realtà che, nonostante il suo preponderante potere, non ha a disposizione una via unilaterale per un riconoscimento internazionale del suo status nei territori. Solo l’OLP/Palestina come rappresentante del popolo palestinese può accettare un cambiamento dello status che permetta ad Israele di prendere una parte del suo “bottino” – e dovrebbe essere scontato che non lo deve fare; la società civile palestinese deve fare ogni sforzo per assicurarsi che non lo faccia. Il prossimo futuro è ricco di pericoli e sfide che richiederanno strategie ed azioni palestinesi chiare e condivise.

Uno dei maggiori pericoli è il desiderio di Trump di fare un accordo tra Palestina e Israele. Probabilmente Israele accentuerà le pressioni economiche e militari che esercita sui palestinesi sotto occupazione, che sono già notevolmente oppressi. Inoltre l’approccio dell’amministrazione è già pesantemente a loro sfavore data la nomina del sostenitore dei coloni per antonomasia, David Friedman, come ambasciatore USA. La sfida ora è riflettere a fondo su come l’OLP/Palestina possa resistere a questa pressione, con l’appoggio dei (e la pressione dai) cittadini palestinesi di Israele e internazionale, e quali strategie possa adottare per non apparire “quella del rifiuto a negoziare”, non soccombere sotto la pressione (anche dai Paesi arabi), e possa esercitare una pressione opposta. Anche all’interno si devono identificare modi per ridurre gradualmente il coordinamento per la sicurezza con Israele, che non potrebbe essere giustificato nei momenti migliori, ma ora non può più essere assolutamente perdonato.

Un’ altra minaccia ha a che fare con le tensioni che possono sorgere tra la società civile palestinese e il movimento di solidarietà con la Palestina negli USA, che è uno dei maggiori punti di forza per il popolo palestinese, se e quando l’OLP/Palestina intraprenderà negoziati sponsorizzati dall’amministrazione Trump. Il movimento di solidarietà con la Palestina e i suoi alleati naturali – comprese le comunità nere, latine e dei nativi americani – non può ipotizzare una situazione che “normalizzi” accordi con l’amministrazione Trump e le sue componenti nazionaliste bianche e razziste. Inoltre sta per diventare difficile mantenere viva l’attenzione sulla Palestina con così tanti problemi in concorrenza tra loro che si troveranno ad affrontare i cittadini americani – compresi l’accesso alle cure mediche, l’ambiente, l’educazione e i diritti dei lavoratori.

Comunque la situazione può cambiare entro due anni. La mobilitazione di vasti settori della società civile americana sui diritti dei migranti, sulle cure mediche e sull’educazione, e contro il razzismo e le discriminazioni potrebbero cambiare drasticamente la composizione del Congresso alle elezioni di medio termine, con un passaggio dal partito Repubblicano a quello Democratico. E le forze progressiste, così come i sostenitori della causa palestinese – compreso l’appoggio a sanzioni contro Israele – stanno crescendo all’interno del partito Democratico.

Anche l’Europa, l’altra area importante, è preoccupata. L’UE è alle prese con l’uscita della Gran Bretagna, le minacce dell’elezione di dirigenti di estrema destra in Paesi chiave e l’imprevedibilità della nuova amministrazione USA. Ma gli europei temono anche l’indebolimento dell’ordine mondiale, e le azioni di Israele potrebbero fornire opportunità alla società civile per fare pressione sui rispettivi governi perché esercitino le loro responsabilità e smettano di accordarsi con enti israeliani che svolgono attività oltre la Linea Verde, o prendano in considerazione il tipo di sanzioni applicate contro la Russia dopo la sua occupazione della Crimea.

L’OLP/Palestina si è mossa su fronti che possono e sono stati portati avanti con maggiore efficacia, come l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI) e il suo impegno con il Consiglio dei Diritti Umani [commissione dell’ONU. Ndtr.], compresa la decisione del Consiglio di creare un database di tutte le imprese impegnate in attività illegali nei TPO. L’ingresso in questi organismi può anche essere utilizzato dalle organizzazioni palestinesi dei diritti umani che sono direttamente impegnate con la CPI e il Consiglio dei Diritti Umani, tra le altre organizzazioni internazionali, in coordinazione con o tramite attività di pressione dell’OLP/Palestina.

E l’approvazione della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonostante tutti i suoi difetti, compreso il sostegno al coordinamento per la sicurezza con Israele, può ancora essere considerata come una vittoria dell’OLP/Palestina. Benché non siano mancate risoluzioni simili, la loro riconferma oggi è stato un ammonimento a Israele che dovrà affrontare una grande lotta nei suoi tentativi di formalizzare la sua acquisizione illegale del territorio con la forza. Oltretutto la risoluzione 2334 si è spinta oltre i precedenti testi dell’ONU chiedendo “a tutti gli Stati” di “fare distinzioni nei loro accordi” tra il territorio israeliano e i territori occupati nel 1967.

Questa è la ragione per cui Israele sta contrastando duramente la risoluzione 2334, anche a livello dei singoli Stati negli USA. Alcuni Stati USA stanno già cercando di reagire contro i successi del movimento BDS boicottando imprese che rifiutano di fare affari nelle colonie – circa 20 Stati hanno leggi a questo scopo. Ora ci sono Stati che stanno specificamente citando la risoluzione 2334 come parte del loro contrattacco. Per esempio lo Stato dell’Illinois ha messo in guardia l’UE contro l’incoraggiamento a imprese perché seguano la stessa strada, sostenendo che “l’adozione di sanzioni ai sensi della ” Risoluzione 2334 (che di fatto non menziona la minaccia di sanzioni) potrebbe “portare imprese dell’UE al rischio di violare le leggi dell’Illinois.”

La mancanza di progressi decisivi verso la realizzazione di diritti per i prossimi anni lascia di fronte a tempi cupi i palestinesi che vivono sotto occupazione e assedio da parte di Israele, i palestinesi cittadini di Israele ed i rifugiati palestinesi. Tuttavia ci sono ancora ragioni di speranza, compresa la resilienza della società civile palestinese e l’ingresso che l’OLP/Palestina ha ottenuto alla CPI, tra le altre aree. La brama della destra israeliana di prendere il potere in Israele e di completare l’annessione della Palestina determinerà altre opportunità di azione. Mentre la società civile americana si mobilita contro Trump, è tempo di resistere, difendere le conquiste, approfittare delle opportunità ed evitare le concessioni. Ed è tempo di difendere la Linea Verde.

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di Al-Shabaka, la rete politica palestinese, di cui è stata cofondatrice nel 2009. E’ una assidua ospite e commentatrice sui media e ricercatrice presso l’Istituto di Studi Palestinesi [istituto di ricerca con sedi a Beirut, Ramallah, Parigi e Washington. Ndtr.]. Il suo primo libro, “Womanpower: The Arab Debate on Women at Work ” [Potere delle donne: il dibattito arabo su donne e lavoro], è stato pubblicato da Cambridge University Press, ed è coautrice di “ Citizens Apart: A Portrait of the Palestinian Citizens of Israel”  [Cittadini separati: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

(traduzione di Amedeo Rossi)