Dietro allo sciopero della fame dei palestinesi ci sono inenarrabili vicende di sofferenza

Famiglie di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane dimostrano il 27 aprile in solidarietà con i loro congiunti in sciopero della fame dal 17 aprile. / AFP PHOTO / AHMAD GHARABLI
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Drssa Inas Abbad

Giovedì 27 aprile 2017 Middle East Eye

L’ inedita iniziativa non è solo un tentativo di migliorare le condizioni di detenzione, ma anche un appello a favore dei più elementari diritti umani e delle condizioni di detenzione nelle prigioni israeliane.

La reazione israeliana allo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi iniziato il 17 aprile è stata senza precedenti.

Lo sciopero della fame, che coinvolge più di 1.500 prigionieri palestinesi, intende evidenziare l’iniquità delle pratiche penitenziarie di Israele e chiedere un miglior trattamento dei detenuti, ma è stato accolto con richieste di condanne a morte dei prigionieri che vi partecipano.

Le reazioni hanno oltrepassato la pericolosità e il razzismo, compresi i commenti fatti dal membro della Knesset [il parlamento israeliano, net.] Oren Hazan, che ha affermato: “Non c’è nessuno problema, neppure se tutti i prigionieri dovessero morire in seguito allo sciopero. Dopotutto le prigioni sono sovrappopolate mentre sulla terra c’è posto per tutti i loro cadaveri.”

Ci sono anche state le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman che, oltre a chiedere la loro condanna a morte, ha detto che i prigionieri che vi partecipano dovrebbero essere lasciati morire di fame.

In altri commenti i detenuti sono stati descritti come insetti velenosi che dovrebbero essere sterminati con il gas e per i quali dovrebbero essere istituiti campi di sterminio.

Quattro giorni dopo l’inizio dello sciopero, coloni israeliani hanno organizzato grigliate nei pressi della prigione di Ofer per provocare i detenuti, che a quel punto erano arrivati senza cibo o bevande per il tempo corrispondente a 12 pasti.

Solidarietà araba

Lo sciopero della fame è iniziato con la speranza di conquistare col tempo la solidarietà di tutte le fazioni palestinesi e delle forze nazionali e popolari.

Speravamo anche che, poco dopo, si sarebbe trasformato in un movimento di solidarietà araba, forse anche internazionale, con la causa dei prigionieri e con le loro richieste, esercitando pressione su Israele e obbligandolo ad accogliere le richieste legittime e relative ai diritti umani dei detenuti.

Scioperi della fame di massa possono avere un impatto molto maggiore di quelli di singoli individui. Inoltre non sono meno pericolosi e difficili se proseguono per troppo tempo, proprio come gli scioperi individuali.

Dopo circa una settimana di sciopero della fame, il corpo di un detenuto inizia a debilitarsi dopo che il suo peso si è ridotto di almeno cinque chili. Non bisogna dimenticarlo: nell’attuale sciopero tra i partecipanti vi sono minorenni, donne, anziani e malati.

I prigionieri in sciopero della fame soffrono più per i dolori che per la fame: mal di testa, dolori alle articolazioni, tremito e immobilità sono solo alcuni dei sintomi. La maggior parte degli scioperanti soffre di molti altri disturbi, come osteomalacia [fragilità ossea che provoca dolori muscolari, ndt.], cancro, reumatismi, difficoltà respiratorie, asma e altri disturbi che sono la conseguenza delle dure condizioni detentive, comprese torture e malnutrizione. In questi casi questi prigionieri necessitano di speciali trattamenti medici che vengono loro regolarmente negati.

In base ai rapporti pubblicati dal “Club dei Prigionieri Politici”, dal Dipartimento per gli Affari e la Libertà dei Prigionieri Politici e dall’Ufficio Statistico Centrale palestinese, ci sono 5.600 prigionieri politici nelle carceri israeliane, comprese 57 donne di cui 13 minorenni. Dopo 15 anni di prigione, il 16 aprile 2017 la detenuta con la più lunga carcerazione, Lina al-Jarbouni, è stata rilasciata dalle autorità israeliane.

E’ importante sapere che ci sono ancora 200 palestinesi che sono in prigione da prima della firma dell’accordo di pace israelo-palestinese (gli accordi di Oslo) nel 1993.

Alcuni dei detenuti sono stati in carcere più a lungo di qualunque altro prigioniero al mondo. Sono: Karim Younis e Maher Younis, detenuti dal gennaio 1984, così come Nael al-Barghouthi, che ha scontato 36 anni di carcere, 34 dei quali ininterrotti. E’ stato riarrestato nel 2014 poco dopo il suo rilascio. E’ stato uno dei prigionieri liberati come parte dell’accordo di scambio di prigionieri per il soldato israeliano GIlad Shalit.

Trattamento inumano

Lo sciopero della fame dei prigionieri politici non dovrebbe essere visto come un tentativo di migliorare le condizioni carcerarie. Non è affatto vero che i prigionieri vogliono solo avere migliori condizioni, come se accettassero di rimanere incarcerati così a lungo se queste condizioni rispettassero gli standard del XXI° secolo.

Di fatto, i prigionieri politici ricevono i trattamenti più inumani. Nelle prigioni delloccupazione sono ora presenti circa 500 detenuti politici che non sono mai stati imputati di niente. Sono attualmente trattenuti per un tempo che va dai tre ai sei mesi che sono sempre rinnovabili, ma alcuni sono detenuti da anni senza nessuna imputazione.

Ai prigionieri politici vengono in genere negate cure e regolari esami medici. In conseguenza di una tale negligenza, 13 persone – che sono considerate “martiri”- sono state vinte dalla malattia e sono morte in carcere. Ce ne sono altre oggi con urgente necessità di cure che sono state loro negate per anni.

Ai parenti sono state negate anche seconde visite della Croce Rossa. Le visite dei familiari attraverso la Croce Rossa sono state ridotte a una ogni quattro settimane. Tuttavia da quando è iniziato lo sciopero della fame, persino agli avvocati è stato vietato visitare i detenuti politici, a cui erano già state negate tutte le visite dei familiari come misura arbitraria presa contro di loro per lo sciopero della fame.

Molti detenuti politici sono stati posti in isolamento nelle prigioni di Al-Jalamah e Ilan nella regione di Beer Sheba e in altri luoghi. I loro beni personali sono stati requisiti, sono stati privati dei loro vestiti e hanno subito continui maltrattamenti nella forma di trasferimenti arbitrari tra una prigione e l’altra e di costanti perquisizioni nelle loro celle durante le quali sono stati percossi.

Alcuni di loro hanno perso uno o entrambi i genitori senza avere la possibilità di dare loro l’estremo saluto, come Mahmoud Abu Surur. Altri sono diventati padri mentre erano in carcere e non hanno potuto godere delle gioie della paternità, che è un diritto umano fondamentale, come Andan Muraghah e molti altri. Altri ancora non conoscono i loro nipoti, se non attraverso qualche fotografia che è consentito introdurre in prigione circa ogni mese.

Alcuni prigionieri sono confinati nelle celle del carcere e gli sono negate visite per molte settimane, forse anche mesi, come nel caso di Walid Maragah. Alcuni di quelli che provengono dalla Cisgiordania, come Nasir Abu Surur e Hasam Shahin e decine di altri, non possono ricevere visite perché alle famiglie viene negato il permesso di entrare in Israele, e quindi non possono andare a trovarli.

E a molti parenti le visite sono vietate perché si da il caso che essi stessi siano ex-detenuti politici. Agli ex-prigionieri politici spesso viene vietato visitare i loro figli o fratelli che sono incarcerati come detenuti politici.

Diritti umani fondamentali

I detenuti possono essere puniti negando loro l’accesso all’educazione e alla lettura. Solo di rado ad alcuni prigionieri è consentito continuare il loro percorso formativo durante la detenzione. Molti continuano queste attività di nascosto, il che implica molto tempo e molte sofferenze. Fanno uso di qualunque aiuto siano in grado di offrire le loro famiglie ed i loro compagni di detenzione, come nel caso di Marwan Barghouthi, Karm Younis, Walid Maraqah e Muhammad Abbad, che hanno titoli accademici che consentono loro di rendere questo servizio agli altri prigionieri.

E’ molto difficile far entrare libri, che i funzionari del carcere controllano attentamente e ne vietano molti. L’educazione dovrebbe essere un diritto umano garantito da ogni convenzione internazionale e dai diritti umani, ma non nelle prigioni di Israele.

I telefoni sono proibiti. Anche i messaggi scritti sono limitati e attentamente controllati. A volte prima di essere consegnati i messaggi tardano molte settimane, anche mesi. Alcuni non raggiungono mai i loro destinatari.

E alcuni dei detenuti politici in carcere da più tempo non sanno niente delle reti sociali, di internet e dei computer. Non hanno mai sentito parlare degli smartphone. Ad altri è stato rifiutato di telefonare ai propri genitori in punto di morte.

Questo è stato il caso di Muhammad, che ha perso suo padre, il professor Abd Al-Rahman Abbad. Il 25 maggio 2015 sua madre, al ritorno dalla visita in carcere, ha scoperto che il marito, da anni malato di cancro, era deceduto. La sua malattia gli ha impedito di fare visita a suo figlio per molti mesi prima della morte.

Richieste legittime

Di conseguenza, possiamo notare che le richieste dei prigionieri politici in sciopero della fame sono legittime e rispondenti ai diritti umani. Non sosterremo mai che le loro richieste legittimino la loro detenzione o che implichino che accettano la loro pluriennale incarcerazione.

Alcuni di loro sono già stati in carcere per più di metà della loro vita, come nel caso di Muhammad Abbad, Karim Younis, Maher Younis, Nael Barghouthi, Nasir Abu Surur e Muhammad Abu Surur, e la lista potrebbe continuare.

La domanda è: lo sciopero continuerà finché sarà ripristinata la dignità? O Israele farà ricorso all’alimentazione forzata come fece nel 1980 con i detenuti in sciopero della fame nel campo di detenzione di Nafha, nel deserto?

La dottoressa Inas Abad è una ricercatrice in scienze politiche, docente ed attivista politica di Gerusalemme est. Suo fratello, negli ultimi 16 anni detenuto in una prigione israeliana, è uno dei dirigenti dello sciopero della fame.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)