In Cisgiordania sia archeologi israeliani che palestinesi rivendicano il patrimonio culturale

Share on FacebookTweet about this on Twitter
image_pdfimage_print

Daniel Estrin Parallels -16 febbraio 2017

Se la storia è un argomento di polemiche in Medio oriente, lo è anche una parte dell’attività archeologica in corso per documentare e preservare i resti di quella storia.

L’esercito israeliano ha un’unità di archeologia che è responsabile degli scavi in buona parte della Cisgiordania, terra conquistata da Israele nel 1967 e rivendicata dai palestinesi per uno Stato indipendente.

In base ad un accordo israelo-palestinese, lo status della Cisgiordania – ed i manufatti che vi vengono trovati – deve essere regolato con accordi di pace definitivi. Fino ad allora gli archeologi militari continuano a scavare in Cisgiordania – e concedono permessi di scavo ad accademici israeliani.

“Il nostro lavoro è soprattutto la conservazione della storia della zona,” dice Benny Har-Even, il vice capo di stato maggiore per l’archeologia, camminando tra le rovine di un villaggio datato del II° secolo a.C.

Lì vicino i lavoratori palestinesi che l’esercito utilizza versano cemento per rinforzare una fila di pietre, predisponendo il luogo come attrazione turistica.

Gli archeologi militari vedono il proprio lavoro come una corsa per salvare circa 3.000 siti archeologici noti nella zona. “Dobbiamo occuparci di loro, proteggerli, cercare di evitare che i banditi li distruggano,” afferma Har-Even.

Ma, secondo l’archeologo israeliano Rafi Greenberg di “Emek Shaveh”, un gruppo di archeologi di sinistra che criticano gli scavi, alcuni aspetti dell’attività archeologica israeliana in Cisgiordania non sono resi pubblici dall’esercito.

“Non rendono pubblica la lista degli scavi o l’elenco di chi scava o dei ritrovamenti o dei luoghi dei loro depositi,” sostiene Greenberg. “E’ tutto mantenuto sotto il segreto di Stato.”

Il gruppo accusa Israele di utilizzare l’archeologia per rafforzare il suo controllo sulla Cisgiordania e si è rivolto a un tribunale per scoprire, tra le varie informazioni, a quali studiosi israeliani sono stati concessi i permessi per scavare là.

A novembre un giudice israeliano ha sentenziato che l’identità di questi archeologi rimarrà secretata per proteggerli dal boicottaggio da parte dei loro colleghi nel resto del mondo che sono contrari alla collaborazione con l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania.

Greenberg crede che la segretezza parli da sola.

“Se è sbagliato, allora non farlo. E se è giusto, parlane con tutti,” afferma. “Ma questo approccio, di non volerlo far sapere solleva sospetti. Cosa si può dire? Se qualcuno non è trasparente, ha qualcosa da nascondere.”

In un’intervista un archeologo di un’università israeliana che ha effettuato scavi in Cisgiordania e che ha pubblicato vari libri sulle sue scoperte, ha chiesto di non essere identificato per timore che attirare l’attenzione su di sé potrebbe portarlo ad essere boicottato.

“Non penso di star facendo qualcosa di sbagliato,” dice l’archeologo. “Penso che sto salvando documentazione.”

Gli archeologi dell’esercito dicono che il loro lavoro è necessario per proteggere importanti ritrovamenti storici dall’abbandono al florido commercio dei ladri palestinesi di antichità. Ma l’ex-capo dell’Autorità Palestinese per le Antichità Hamdan Taha ritiene che siano gli archeologi israeliani che si comportano come ladri di oggetti antichi, facendo scavi sotto la cappa dell’anonimato in una terra occupata.

“Ciò fornisce loro un quadro giuridico per un palese saccheggio,” dice Taha. “Stravolge il ruolo dell’archeologia da ricostruzione scientifica del passato a caccia al tesoro.”

Gli archeologi dell’esercito portano i manufatti che scoprono in determinati magazzini e a volte li prestano a musei e istituti di ricerca perché vengano esposti. A novembre il tribunale israeliano ha stabilito che non venga rivelata l’ubicazione dei depositi. Ha anche deciso che non venga rivelato quali manufatti vengano esposti né identificate le istituzioni che li mettono in mostra, assecondando, tra le altre cose, le preoccupazioni del governo israeliano secondo cui rendere pubbliche queste informazioni potrebbe danneggiare le relazioni internazionali di Israele e compromettere i futuri negoziati con i palestinesi.

Gli archeologi dell’Autorità Nazionale Palestinese conducono i propri scavi nelle zone della Cisgiordania sotto il loro controllo e collaborano con colleghi internazionali, ma non effettuano scavi con l’esercito israeliano. I palestinesi che lavorano per gli archeologi militari israeliani sono manovali non dipendenti dal governo palestinese.

Alcuni archeologi israeliani sostengono di svolgere un importante servizio in Cisgiordania perché gli scavi non sarebbero realizzati con la stessa professionalità dagli archeologi palestinesi, che secondo loro non sono sufficientemente qualificati. Taha respinge questa tesi.

“E’ un’affermazione che vale poco e non voglio rispondere, perché è esattamente la mentalità dell’occupante: la dominazione,” dice.

Taha riconosce che ci sono problemi: alcuni edifici storici sono stati demoliti da imprenditori privati palestinesi in appalto per fare spazio a nuove strutture in Cisgiordania, fatto che Taha addebita a una legge palestinese obsoleta che non protegge adeguatamente i siti del patrimonio culturale. E il campo degli studi archeologici palestinesi nelle istituzioni accademiche della Cisgiordania è recente e in via di sviluppo. L’Autorità Nazionale Palestinese non ha ancora sostituito Taha da quando nel 2014 ha lasciato il suo posto di capo delle antichità.

Tuttavia, dice, persino durante i periodi di violenza, i palestinesi non hanno permesso che i luoghi archeologici subissero lo stesso destino di siti in Siria e in Iraq distrutti dall’ISIS.

(traduzione di Amedeo Rossi)