I bambini di Gaza vivono in un inferno: Uno psicologo racconta di dilaganti abusi sessuali, droghe e disperazione.

giovani del campo profughi di Al Shati si riscaldano intorno al fuoco durante la mancanza di energia elettrica
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Ayelett Shani

11 novembre, 2017, Haaretz

Mohammed Mansour, che tratta le vittime di violenza sessuale a Gaza, descrive l’incubo distopico che vivono i palestinesi.

Conversazione con: Mohammed Mansour, 49 anni, vive a Mash’had, città della Galilea; psicologo, volontario a Gaza con Medici per i diritti umani-Israele.

Dove: un caffè a Jaffa.

Quando: domenica, 8 del mattino.

Per più di un decennio hai visitato spesso la Striscia di Gaza come volontario che fornisce assistenza psicologica.

Sono un esperto in trattamento di traumi e, più specificamente, di bambini che hanno subito violenza sessuale o che mostrano comportamenti sessuali violenti. Come parte dell’assistenza umanitaria fornita, tratto i bambini e formo i professionisti per fornire terapia del trauma. Entro ed esco da Gaza, sotto gli auspici della ONG nonprofit Medici per i Diritti Umani-Israele, ogni due o tre mesi. Negli anni ’90 ho anche vissuto lì per un anno e mezzo mentre stavo conducendo una ricerca.

Quindi conosci bene anche Gaza pre-embargo.

Ovviamente.

E mi sembra di capire che dalla tua ultima visita, circa un mese fa, hai la sensazione che qualcosa è cambiato. Intravedi una nuova tendenza.

Sì. In questa visita ho incontrato un gran numero di casi di abusi sessuali tra i bambini. Questo è un fenomeno che è sempre esistito, ma in questa visita, e anche nella visita precedente, in agosto, ha improvvisamente raggiunto dimensioni molto più grandi. È diventato assolutamente enorme. Più di un terzo dei bambini che ho visto nel campo [rifugiati] di Jabalya hanno riferito di essere stati vittime di abusi sessuali. Bambini da 5 a 13 anni.

Cosa intendi con “abuso sessuale”?

Tutto dall’essere toccato allo stupro.

Chi sono i responsabili?

Adulti e altri bambini della stessa età o più anziani, o qualcuno in famiglia. Genitori, fratelli, zii. In un caso che ho visto, la madre di una bambina di 12 anni con disabilità mentale mi ha detto che la ragazza stava avendo un comportamento molto irritabile. Ogni volta che avvicinavo la mia mano al suo viso lei sussultava bruscamente, sembrava davvero spaventata. Ho chiesto alla madre se fosse sempre stata così, e lei ha risposto di si. Le ho chiesto di lasciare la stanza e ho parlato con la ragazza. Mi ha detto che suo padre la stava abusando. Non ha detto “abusare”, naturalmente; ha riferito che dorme con lei. E’ stato davvero scioccante, anche per me, e sono abituato a simili storie. Ho provato un brivido lungo tutto il corpo quando ne ha parlato.

Cosa le hai detto?

Che a un padre è proibito toccare la propria figlia. Ho cercato di insegnarle a difendersi. So che probabilmente non servirà.

E non puoi dirlo alla madre.

No. Questo metterebbe soltanto la ragazza a rischio ancora maggiore, se la gente sapesse che lo ha raccontato. In generale, quando i bambini sono maltrattati all’interno della famiglia, la madre sa e tace. Credo che anche questa madre lo sapesse. A proposito, questo è il trauma più grave per il bambino: non l’abuso, ma il tradimento della madre.

Una cospirazione del silenzio. È ancora più complesso in una società così conservatrice, in cui tutto ciò che riguarda il sesso è un tabù.

Il conservatorismo si trova anche tra i professionisti della salute mentale. Non parlano di sessualità, di abusi sessuali. Se uno dei miei colleghi incontra dei bambini vittime di abusi sessuali, tace.

Spaventoso.

Quel silenzio, da parte dei membri della professione, è il secondo tradimento.

E la conclusione è che i bambini che hanno subito abusi sessuali non hanno un posto dove rivolgersi, nessuno con cui parlare.

Nessuno.

Conoscete il tasso di abuso sessuale di bambini a Gaza?

No. Non esiste una ricerca sistematica. Ma i bambini che vivono in condizioni di abbandono sono più vulnerabili agli abusi sessuali. Povertà e trauma vanno di pari passo.

Una volta ho incontrato un terapeuta che lavora con prostituite. Mi ha detto che gli aggressori sanno chi scegliere. Sanno quale ragazza non ha nessuno che la aspetta a casa.

Giusto. Gli aggressori sono abili nell’individuare chi possono abusare e da questo punto di vista i bambini di Gaza sono davvero vulnerabili. Quasi ogni famiglia ha 14 o 15 bambini e vivono in condizioni di estrema povertà. La maggior parte delle persone non lavora, e chi lo fa guadagna pochi soldi – lo stipendio medio è di 1.000 shekel al mese [$ 285]. Mentalmente e fisicamente, i genitori non sono davvero in grado di sostenere i propri figli. Sono immersi nella loro stessa depressione, il loro trauma. E la maggior parte degli abitanti di Gaza soffre di depressione e trauma, non possono soddisfare nemmeno i bisogni più elementari dei propri figli.

C’è fame.

Decisamente. Ho visto la fame. Visito case misere e deserte. Il frigorifero è spento anche durante le ore in cui hanno energia elettrica, perché non c’è niente dentro. I bambini mi dicono che mangiano una volta al giorno; alcuni mangiano una volta ogni due giorni. Un neurologo che lavora con noi, Rafik Masalha, ha fatto uno studio sulla nutrizione. Un bambino nella Striscia di Gaza consuma carne in media una volta al mese e pollo una volta alla settimana, e stiamo parlando di un pollo per una famiglia di 15 bambini.

La legge palestinese prevede la pena di morte per violenza sui minori. Ci sono stati dei precedenti: persone sono state giustiziate.

La pena di morte prevista dalla legge si applica agli abusi al di fuori della famiglia. In caso di abuso all’interno della famiglia, spetta alla vittima provarlo. Nessun bambino oserà parlare di abusi del genere. Un bambino di 6 anni che la madre abusa sessualmente, o una ragazza che viene abusata dal padre e dai suoi fratelli, non li denuncerà – soprattutto perché molti bambini che sono abusati sessualmente non sanno che stanno subendo un abuso. Non sanno che questo è ciò che sta accadendo a loro. Non lo sanno e nemmeno fanno il tentativo di capire di cosa si tratta.

Che dire degli attacchi di bambini contro altri bambini?

Per i bambini che subiscono abusi sessuali c’è un elemento nell’abuso che è piacevole. I bambini che subiscono abusi sessuali prolungati, senza che nessuno lavori con loro sul loro trauma, negano e reprimono il dolore, e si concentrano sulla parte piacevole. Un bambino del genere è incline a danni ancora maggiori, e portato a danneggiare altri bambini.

La vittima diventa il violentatore.

Un bambino abusato sessualmente è sotto il dominio totale del molestatore, il cui interesse principale è come dominare. Abusare di altri bambini è il modo migliore per ripristinare il controllo su se stesso.

Chi ti parla di queste violenze? Le vittime o gli aggressori?

Gli aggressori. Non la chiamano assolutamente aggressione. Mi dicono cosa fanno agli altri bambini. La prima cosa che faccio è spiegare loro che [loro stessi] hanno subito degli abusi e che ciò che stanno facendo agli altri bambini è abuso.

Stiamo parlando di abusi da parte di adolescenti maschi contro altri adolescenti maschi, o da ragazzi contro ragazzi?

Sì.

Sono omosessuali?

No.

Allora perché?

Perché è più semplice socialmente. Se un ragazzo assalta una ragazza e lei lo dice a qualcuno, egli sarà ucciso. Si sistemeranno i conti con lui nel vicinato.

Tutto quello che mi hai detto finora è spaventoso di per sé, ma il pensiero che essi forse trovano consolazione nel violentare altri è semplicemente insopportabile.

Sì. Alcuni di loro vi trovano consolazione, piacere, liberazione. Non lo percepiscono come uno stupro, ed è molto difficile trattarli e raggiungere la radice del loro trauma – sia perché hanno subito diversi traumi, sia perché il trauma è in corso. Il primo passo nel trattare le persone ferite dalla violenza e dall’abbandono è rimuoverle dalla situazione di violenza e abbandono. A Gaza è impossibile. Il trauma non finisce e non finirà. Adulti e bambini vivono in un dolore terribile, stanno solo cercando come evadere. Vediamo anche un numero crescente di tossicodipendenti.

A cosa sono dipendenti?

La dipendenza più diffusa oggi tra uomini e giovani a Gaza è il tramadol. In realtà è un farmaco da prescrizione per il dolore muscolare.

È un oppiaceo?

Sì. Uno degli effetti collaterali del tramadolo – è considerato un effetto apparentemente positivo – è che prolunga la durata di un’erezione e aumenta il desiderio sessuale sia negli uomini che nelle donne. Il tramadol che arriva a Gaza è fabbricato in Cina e attraversa l’Egitto. In Egitto subisce una sorta di manipolazione. Non so esattamente cosa fanno lì, cosa aggiungono, ma il tramadol nella Striscia di Gaza non è lo stesso tramadol che la gente prende in Israele. C’è qualcos’altro. Causa forte dipendenza e influenza il comportamento.

Probabilmente aggiungono un’anfetamina.

Sì, una delle anfetamine. Qualcosa con un effetto che assomiglia a quello della cocaina. Lo so perché ho preso il tramadol per alcuni mesi e non ho avuto questi effetti collaterali. E quando ho smesso di prenderlo non sentivo il bisogno di riprenderlo.

Ma tu affermi che la versione di Gaza crea dipendenza.

Molto. Non possono farcela senza di esso. Ed è molto popolare. Nel 2014 un pacchetto di tramadol costava 20 shekel [circa $ 5]. Oggi sono 20 shekel per una compressa.

Gli ospedali di Gaza non hanno medicine essenziali. Come fanno ad avere il tramadol? E come può la gente pagare per questo?

Non è considerato una medicina, ma una droga. Ci sono spacciatori a Gaza e se vengono catturati vanno in prigione. Una gran quantità di hashish è entrata a Gaza dall’Egitto fino alla chiusura dei tunnel; oggi, senza tunnel, non c’è hashish. Le persone stanno cercando qualcos’altro. Non so come faccia a entrare e come riescano a ottenere i soldi, ma i numeri parlano da soli: secondo uno studio condotto a Gaza, il 41% dei tossicodipendenti è dipendente dal tramadol.

E questo, di conseguenza, aumenta la percentuale di aggressioni sessuali.

Certamente. Giovani non sposati che non riescono a trovare nessun altro sfogo all’accresciuto desiderio, aggrediscono bambini e altri giovani. Gli uomini sposati cercano costantemente sesso e legami sessuali, ne parlano in continuazione. Anche davanti ai loro bambini. Parlano di quante volte fanno sesso, con quante donne, sui loro rapporti con le donne.

Relazioni extraconiugali? Tradimenti? A Gaza?

Sì, certo, sempre.

Stai descrivendo una società che è conservatrice in superficie e nel caos totale dentro.

“Caos”: questa è la parola.

Una vita di disperazione

Tutte le convenzioni sociali sono crollate. Anomia.

Non ci sono convenzioni sociali e oltre a ciò c’è una tremenda disperazione. Tutti quelli che incontro lì sono disperati. Salgo su un taxi e l’autista mi parla della sua sensazione di disperazione, di come sta usando il tramadol. Entro in un ristorante dove pranzo sempre, i camerieri siedono con me al tavolo e mi raccontano della loro disperazione. Visito un ospedale psichiatrico e arrivano subito gli psichiatri e gli psicologi e vogliono parlarmi dei loro problemi personali, prima di iniziare a parlare di questioni professionali. Tutti sono disperati. Non possono godersi nulla.

Non c’è da stupirsi se il sesso diventa un’ossessione. È forse l’unico godimento disponibile. L’unica vitalità che possono provare.

Penso che si impegnino nel sesso non per divertimento ma come valvola di sfogo. Per loro, la sessualità è connessa alla speranza. Con tutta la morte e i simboli di morte da cui sono circondati, questa è la vita. È impossibile capire veramente cosa stia succedendo a Gaza, impossibile capire cosa stia realmente succedendo nella psiche delle persone. Persino io, che ho a che fare con la salute mentale, non riesco davvero a capire cosa pensano e sentono.

È come la trama di un libro o di un film distopico, o come uno spaventoso esperimento sociale. Una società totalmente isolata che vive in condizioni orribili, senza energia elettrica, tra rovine, sotto un governo dittatoriale. Cosa tiene unita questa società?

Niente. Sono alle prese con una lotta interna. Un tempo ciò che li univa era la sensazione di essere tutti sulla stessa barca: tutti soffrivano del blocco [imposto da Israele], dagli attacchi israeliani. C’era un senso di destino condiviso. Quello non esiste più. Si incolpano l’un l’altro per la situazione, litigano, si arrabbiano; è davvero il caos. L’unica cosa che si può dire sia un fattore organizzativo è il regime.

Quindi il regime dispotico di Gaza è l’ultima barriera al collasso totale? Questo è il blocco?

Sfortunatamente sì. Se non esistesse, ci sarebbe il crimine, e solo il crimine, in continuazione.

Che tipo di persona è prodotta da una società come questa?

Un malato, nella mente.

Tutti?

Tutti a Gaza sono malati nella mente. Quando le persone sono malate nella mente il risultato può essere un serio disturbo psichico. Persone con disturbi che non sono trattati – e non sono trattati – sono capaci di tutto.

È una società in cui tutto è permesso?

Tutto è permesso e tutto è proibito. Posso fare tutto ciò che voglio, purché le persone non sappiano cosa sto facendo.

È come un pensiero criminale: tutto è permesso e l’unica cosa importante è non farsi prendere.

Sì. Sai, avere relazioni extraconiugali è proibito. È assolutamente proibito, per legge, che un uomo e una donna siano visti insieme la sera se non sono sposati. Potrebbero finire in prigione, persino essere uccisi per quello. Tuttavia sentono di essere autorizzati a intrattenere relazioni sessuali finché gli altri non lo sanno. Semplicemente non deve essere conosciuto. Questo è ciò che è più importante nella Striscia di Gaza oggi.

Quindi sono rapporti tra complici.

Sì.

Non ci sono amicizie? Tutte le relazioni sono governate da interessi particolari?

Ognuno per sé. Lo vedo anche tra i miei colleghi. C’era solidarietà a Gaza, era una società molto coesa, con legami interpersonali sani e forti. In questi giorni le persone sono indifferenti anche ai loro migliori amici. Sentono di dover badare a se stessi e solo a se stessi. Quando una persona non ha nulla da mangiare, non può collegarsi con qualcuno che non può aiutarlo, anche se l’altro si trova nella stessa situazione. È diverso, ad esempio, dai rifugiati siriani con cui lavoro in Grecia. I rifugiati stanno solo cercando ciò che hanno in comune, vogliono stare insieme. Dieci anni fa, era così anche a Gaza. Oggi tutto questo è scomparso. Anche all’interno della famiglia non c’è aiuto reciproco. Stiamo assistendo a un tremendo, rapido crollo della società a Gaza. Potrebbe persino finire in guerra civile. Ci sono faide tra hamulot [clan] a Gaza e quelle fratture non potranno che diventare più severe.

Qual è la conclusione filosofica? Che in condizioni come questa la moralità interna scompare, si perde la propria umanità?

Le persone perdono la loro umanità. Ovviamente. C’è uno psicanalista italiano, un mio amico, Franco Dimasio, che sostiene che la vita all’interno di una lotta per la sopravvivenza ci fa perdere la nostra umanità.

Che cosa intende con il termine “umanità”?

La capacità di vedere l’altro, il suo dolore. Sarà molto difficile ripristinare l’umanità a Gaza perché sono tutti presi dalla loro sopravvivenza, sono concentrati su loro stessi. Non vedono l’altro. Essi stessi hanno perso il controllo sui propri sentimenti, il loro intero comportamento è diventato una forma di recitazione.

In altre parole, esprimono i loro sentimenti e i loro impulsi minacciosi e repressi attraverso il loro comportamento. Ciò significa comportamento aggressivo, per la maggior parte.

L’aggressività è molto presente. Le persone inveiscono costantemente l’una con l’altra. Per strada, sulle vie. A Shujaiyeh [un quartiere della città di Gaza] ho visto un’enorme lite tra hamulot, perché qualcuno aveva messo un sacco di spazzatura accanto alla porta del vicino – l’intero quartiere era eccitato. Lo vedo anche nel mio lavoro con psicologi e psichiatri nei corsi di formazione che offro. Sono sbalordito da come si comportano l’uno con l’altro. Diciamo che se qualcuno interrompe un altro o è in ritardo, immediatamente esplode in un linguaggio volgare. Con i bambini prende la forma di lotta. Tutti i bambini a Gaza hanno ferite dai colpi che danno e ricevono.

Un ragazzo a Jabalya mi ha spiegato che è violento perché viene colpito continuamente, dai suoi fratelli, dai suoi amici, dai vicini. “Quando mi vedono debole, mi colpiscono”, ha detto. “Se mi vedessero essere forte non mi colpirebbero”. Se faccio del male agli altri, sono forte. Questa è la spettacolo che è in atto. Nel mercato di Gaza scoppia una lite ogni 10 minuti, urla e colpi, la polizia arriva in pochi secondi e inizia a colpire tutti. Il che, ovviamente, è più o meno lo stesso: stanno recitando anche loro.

Inferno.

Gaza è un inferno. Penso alle bellissime spiagge di Gaza negli anni ’90. Oggi, quando inizi ad avvicinarti, senti l’odore delle fogne e vedi i cumuli di spazzatura. Nella visita più recente, una sera andai a fare una passeggiata sulla spiaggia e vidi due bambini seduti accanto a un falò, in mezzo alle pile di spazzatura. Quando ho iniziato a parlare con loro, uno di loro si è spaventato e voleva scappare. Ho dato loro 50 shekel [$ 14]. Sono stati lì a guardare la banconota. Sbalorditi. Non potevano credere di avere 50 shekel nelle loro mani. All’improvviso entrambi hanno iniziato a correre. Pochi minuti dopo, li ho visti da lontano, circondato da dozzine di altri bambini, mostrando loro la banconota, e anche gli altri bambini erano sbigottiti. Hanno chiesto loro dove erano le persone che distribuiscono i soldi? Ho pianto quando l’ho visto. Piango molto a Gaza.

È comprensibile. Come fai a sopportare gli orrori che vedi? Come si fa a tornare alla routine in Israele dopo tutto questo?

Faccio fronte a una grande quantità di dolore. O, più precisamente, cerco di far fronte a una grande quantità di dolore. I miei pensieri sono costantemente sia qua che là. Ho due bambini. Quando passo il tempo con loro ho dei flashback di bambini della stessa età di Gaza. Immagini. Voci. Contatti. E anche i corpi che ho visto. Ho visto molti corpi di bambini nelle guerre. Queste visioni mi ritornano ogni volta che qualcosa fa scattare il ricordo di qualcuno o qualcosa a Gaza.

Quindi sei anche tu in post-trauma.

Chiunque lavori con persone del genere è gravato da un post-trauma. Io investo moltissimo sforzo emotivo nel far fronte a ciò, nell’elaborare quello cui sono sottoposto. Lavoro molto la mia terra – coltivo olive, mi occupo delle api.

Credi ancora nella bontà umana?

Credo che anche le persone che subiscono traumi gravi posseggano la forza interiore per continuare a vivere, e vivere una vita migliore di quella che avevano. Se perdessi questa speranza, non potrei continuare a lavorare. Se non nutrissi la speranza che i rifugiati in Grecia possano essere riabilitati, non lavorerei con loro. Se non nutrissi la speranza che la situazione a Gaza migliorerà e che le persone abbiano la forza di cambiarla, non sarei in grado di andare avanti. Ogni volta che entro a Gaza provo quel dolore, dico a me stesso: non torno più indietro, e dopo, quando sono all’uscita, al posto di controllo di Erez, sto già programmando di tornare indietro.

(Traduzione di Angelo Stefanini)