Faranno un deserto e lo chiameranno pace?

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Jeff Halper, La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale, Edizioni Epoké, Alessandria 2017, pp. 338, euro 16,00.

 Francesco Ciafaloni

L’ultimo libro di Jeff Halper, antropologo ed attivista politico ebreo americano, cittadino israeliano dal ‘73, promotore del movimento contro la distruzione delle case dei palestinesi (ICAHD), attivo nel boicottaggio di Israele, segna una discontinuità netta rispetto ai suoi libri precedenti nei problemi affrontati, nelle fonti usate, nel modo di usarle, nella scrittura. Siamo abituati ad un autore che scrive di ciò che fa, di persone umane, di dolore e danno da evitare, di solidarietà e uguaglianza da costruire, di resistenza non violenta, di scuola e libri di testo. Scopriamo che questa volta si occupa di Sistema mondo, di imposizione della sicurezza (dei potenti, contro il popolo) con le armi, di egemonia globale del centro sulle periferie e delle élite transnazionali sul centro, del ruolo di Israele nella sicurezza globale, di sistemi d’arma, di potenziamento dei soldati, di robot e droni da combattimento, di logistica, di servizi segreti e manipolazione dell’informazione, di strategie: della guerra reale o minacciata, in una parola, come mezzo per controllare il mondo. Del resto è esattamente ciò che promette il titolo. La sorpresa è che qui non si racconta la storia di una guerra in atto. Si descrivono invece i mezzi, le tecniche, i linguaggi, le alleanze con cui si prepara una guerra globale possibile, eternamente minacciata al mondo intero, parzialmente realizzata ove necessario. Si descrive il ruolo importante che Israele ha nel fornire quei mezzi e quelle tecniche ai potenti che li richiedano. Si sostiene che quei mezzi e quelle tecniche, e le alleanze che essi consentono, sono determinanti per confermare il dominio di Israele sulla terra tra il Giordano ed il mare e il suo potere in Medio Oriente.

È questo perdurante dominio la causa della discontinuità. Abbiamo lasciato Jeff Halper in piedi davanti ad un bulldozer israeliano per impedire la distruzione di una casa palestinese. Lo ritroviamo, nelle conclusioni del volume, ad ascoltare lo storico e sociologo statunitense Immanuel Wallerstein che parla di economia mondo e attribuisce la debolezza della propria parte politica alla impossibilità di delineare una alternativa globale allo stato di cose presente. Perché?

La risposta dell’autore è che non si spiega il successo di Israele nel sopravvivere alla condanna morale per le sue politiche di occupazione discriminante ed oppressiva, la sua capacità di tenere sotto controllo gli occupati e di sconfiggere e reprimere chi protesta, senza mettere in conto la sua forza militare, non solo sul campo, che sarebbe ovvio, ma su scala globale; la possibilità di stringere alleanze vendendo tecnologie ed armi, offrendo se stessa come modello di repressione, di pacificazione, di guerra contro il popolo. Non si può andare avanti a cercare di impedire una demolizione dopo l’altra senza cercare di spiegare perché la parte propria, che dovrebbe essere politicamente vincente, almeno sul piano internazionale, finisca invece sempre isolata, sconfitta dall’indifferenza, senza cercare di capire e contrastare l’origine, i mezzi, della forza del nemico.

Non credo sia fuori tema osservare che un sociologo italiano morto non molto tempo fa, Luciano Gallino, è stato costretto dalle cose ad una discontinuità simile. Dopo aver passato buona parte della vita ad occuparsi di lavoro ed organizzazione del lavoro in fabbrica, di significato e storia del significato dei concetti della propria disciplina, ha finito occupandosi di finanza, di sociologia mondo, di sociologia del possibile, di teoria critica della società, di responsabilità etica degli scienziati. Se il sistema della oppressione diventa intrinsecamente globale, bisogna ripensare criticamente come funziona il mondo. Se sono globali la produzione e il trasporto delle merci, oltre alla comunicazione e all’informazione, bisogna occuparsi non solo dei precari che lavorano per la logistica o dei ragazzi in bicicletta con lo zaino fucsia di Foodora ma anche di logistica come sistema globale.

Quindi Jeff Halper ha fatto benissimo ad allargare il campo della sua analisi. Forse non tutti gli aspetti affrontati sono però ugualmente utili e necessari per noi lettori. Penso che l’autore dimostri a sufficienza la solidità della propria tesi di fondo, cioè l’importanza della vittoria ideologica su scala mondiale e della connessione, tecnica e militare, con le potenze dominanti, ed ancor più con quelle periferiche, per il successo politico ed economico dello Stato di Israele. Il mondo è peggiorato. Sono talmente tanti gli Stati che fanno alle loro minoranze e ai loro vicini ciò che Israele ha fatto e fa ai palestinesi che le eventuali condanne di alcuni governi restano puramente verbali.

Non è detto però che le descrizioni di tecniche, armi, linguaggi, strategie, siano tutte indispensabili. Alcuni di noi sono nati, come me, prima dell’ultima guerra mondiale, hanno conservato l’abitudine di cercare di capire come funzionano le armi e leggeranno e controlleranno. Ma si può essere convinti della superiorità tecnica di alcuni sistemi d’arma israeliani anche senza sapere come funzionano, perché abbiamo visto in televisione gli effetti del loro uso. Anche senza conoscere i mezzi per potenziare le capacità fisiche e mentali dei combattenti che gli eserciti moderni cercano di mettere a punto, siamo già convinti che gli strumenti di cui dispongono gli danno considerevoli vantaggi su quelli che si ribellano al loro dominio. I quali però non si lasciano sconfiggere senza reagire.

Perciò il libro mi sembra fin troppo pessimista. Non tiene conto di una vecchia massima che, in metafora, è utile anche oggi: “Con le baionette si possono fare molte cose, ma non sedercisi sopra.” Per le potenze dominanti è facile sconfiggere gli eserciti dei paesi periferici; è impossibile governarne le città.

Forse l’autore sostiene che il dominio dell’informazione unito alla superiorità militare e a un sistema globale di alleanze e complicità può pacificare il mondo, cioè dominarlo di fatto, senza un vero consenso, senza una vera pace. Può avere ragione in generale o aver ragione su alcuni punti e torto su altri. Bisogna leggere il libro e controllare le singole affermazioni, in biblioteca e in rete, per cercare di capire cosa succede davvero quando la televisione ci porta in casa i fuochi d’artificio dell’ultima impresa militare, percepire la gravità delle tragedie delle vittime.

Se si ascoltano alla radio o si guardano in televisione i resoconti di alcuni eventi di questi giorni (23-24 gennaio) si trovano delle conferme alla tesi del libro della centralità del controllo globale della forza, ma anche delle difficoltà del dominio dei militarmente forti.

Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti, ha tenuto un discorso, entusiasticamente accolto dalla maggioranza, alla Knesset, ripetendo, con più dettagli, la promessa del trasferimento della capitale di Israele a Gerusalemme, dove, secondo lui, avrebbe dovuto stare fin dalla fondazione dello Stato, sottolineando il significato salvifico per il mondo dell’alleanza e della identità di valori tra Israele e Stati Uniti. I deputati palestinesi che hanno protestato sono stati prontamente sospinti fuori dalla sala da commessi con kippà. Hanan Ashrawi, storica dirigente palestinese, che abbiamo sentito in passato parlare con eloquenza e competenza, durante un programma della BBC è apparsa recriminatoria e prolissa, è stata interrotta dal conduttore – “Perché nascondete la testa sotto la sabbia?” – non ha retto il confronto con il lapidario e trionfalistico intervento del portavoce dei vincitori. Il vento che spira sul mondo è contro di lei. L’alleanza ideologica e militare tra la potenza dominante globale e quella locale ha il vento in poppa.

Ma la farebbero male i vincitori a inorgoglirsi troppo della supremazia militare e dell’appoggio americano.

I saggi amici della Prussia le dicono sottovoce, non come minaccia ma come avvertimento: Vae victoribus!” [Guai ai vincitori] – scrisse Renan nel 1870, subito dopo la sconfitta francese nella guerra franco-prussiana.

Francesco Ciafaloni, nato il primo agosto 1937 a Teramo, ha lavorato come ingegnere del petrolio per l’Agip dal 1961 al 1966. È stato redattore di Paolo Boringhieri dal ’66 al ’70 e poi di Giulio Einaudi dal ’70 alla crisi dell’inizio degli anni ’80. Da allora ha lavorato soprattutto coi migranti, prima alle dipendenze della Cgil, poi come volontario. Ha lavorato per il “Comitato oltre il razzismo”. Attualmente collabora con i mensili “Una città” e “Gli asini” e con il sito “Workingclass”.