Dalla destra israeliana un appello alla deportazione di centinaia di migliaia di persone. E poi? Una Nakba?

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Bradley Burston

13 febbraio 2018,Haaretz

Che cosa dovremmo pensare? Che ci sono problemi che possiamo soltanto espellere? Bene, perché no? Per qualcuno, frustrato dalla mancanza di politiche chiare, è un pensiero accattivante. Ma ecco perché no.

All’inizio di questo mese un articolo su “Makor Rishon” [giornale israeliano vicino alla destra religiosa ed ai coloni, ndt.], portabandiera ideologico della destra israeliana, affermava: “E’ giunto il tempo per una campagna pubblica per la deportazione degli illegali.” L’autore, Tzachi Levy, citava dati governativi che mostrano che almeno 230.000 non cittadini risiedono in Israele senza permesso, compresi, ha detto, non meno di 100.000 palestinesi della Cisgiordania, alcuni nelle città arabe israeliane, altri a Gerusalemme est, altri ancora tra i beduini del Negev.

Levy ha detto che le persone senza documenti costituiscono sia una minaccia alla sicurezza, sia il pericolo di “un tentativo di mettere in atto un ‘diritto al ritorno’ (dei palestinesi) dalla porta di servizio, sfruttando lo stato sociale israeliano.”

Che cosa dovremmo pensare? Che ci sono dei problemi che possiamo solamente espellere? Bene, perché no? Per qualcuno in Israele, frustrato da un governo che ha poche politiche chiare su qualunque questione, compreso il futuro della Cisgiordania, della Palestina e della democrazia all’interno di Israele, questo è un pensiero accattivante.

Il mese scorso, quando Raziel Shevach, un rabbino della Cisgiordania, paramedico e padre di sei figli, è stato ucciso in un attacco armato terroristico, il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel, di estrema destra, ha invitato immediatamente il governo “ad espellere la famiglia dell’assassino per creare un deterrente.” Non vi era nessuna indicazione che la famiglia dello sparatore fosse in alcun modo coinvolta.

Ma ecco perché no:

Nella psiche nazionale sia degli israeliani che dei palestinesi l’orrore trasmesso dallo spettro della deportazione e dell’esilio non ha eguali. In molti modi lo stesso ebraismo, le sue scritture, la sua liturgia, il suo fulcro sono uno sforzo di superare e affrontare il dolore di migliaia di anni di esilio. In molti modi la cultura, la nazionalità e l’essere popolo dei palestinesi sono inseparabili dalla memoria e dall’angoscia evocate dal termine Nakba, la catastrofe – l’esodo di oltre 700.000 palestinesi che fuggirono o vennero espulsi dalle loro case nel periodo della guerra del 1948.

Persino in quest’epoca apparentemente moderna vi sono molti, da entrambe le parti, che affermerebbero senza riserve che, se dovessero scegliere, preferirebbero sinceramente la morte rispetto all’espulsione dalla propria casa e dalla propria terra.

Questo è il motivo per cui, in momenti in cui si fanno appelli da parte della destra israeliana ad usare la deportazione come strumento per risolvere i problemi di Israele, l’appello stesso può avere effetti incendiari.

Questo è uno di quei momenti.

Per settimane attivisti e commentatori di sinistra hanno messo in guardia che le deportazioni di massa di richiedenti asilo africani potrebbero servire come una specie di prova da parte del governo condotta in vista di una futura “soluzione” su basi demografiche, senza compromessi e fuori dalle vie diplomatiche, alle questioni poste da una numerosa, popolazione palestinese priva di diritti in Cisgiordania – lo spettro del

trasferimento” di popolazione e, in questo processo, della dissoluzione degli ultimi legami rimasti tra Israele e la democrazia.

Ora, benché non sia chiaro se suonino come avvertimento o come auspicio, toni simili si sono sentiti provenire dalla destra.

Che cosa dovremmo pensare quando Eldad Beck [famoso giornalista israeliano di centro destra, ndt.], un sostenitore del piano del governo di deportare decine di migliaia di richiedenti asilo africani, richiama la nostra attenzione sull’articolo di opinione di “Makor Rishon”, commentando così in un post su Facebook di sabato:

Non escluderei la possibilità che la lotta per sventare la deportazione di infiltrati dall’Africa sia in realtà finalizzata a promuovere una lotta contro una più significativa deportazione di infiltrati arabi.”

Per di più, mentre l’amministrazione Netanyahu – sfidando gli appelli di esperti di diritto internazionale e l’indignazione espressa da ampi strati del mondo ebraico e del pubblico israeliano – proseguiva i preparativi per espellere molti dei 37.000 richiedenti asilo africani residenti in Israele, la ministra della Giustizia di estrema destra Ayelet Shaked lunedì ha esternato un semplice ma sconvolgente messaggio in difesa del governo: la pulizia etnica al servizio del sionismo. Per essere precisi, Shaked non ha usato né il termine sionismo né la forte espressione pulizia etnica. Non ne aveva bisogno.

Citando le leggi emanate per preservare demograficamente una maggioranza ebraica in Israele – Shaked ha affermato che “lo Stato dovrebbe dire che è giusto conservare la maggioranza ebraica anche al prezzo della violazione dei diritti.”

Difendendo la determinazione del governo a tenere il termine “eguaglianza” fuori dalla proposta di legge sullo Stato-Nazione ebraico, Shaked ha detto: “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere mantenuto, e questo a volte avviene a scapito dell’eguaglianza.”

E, per paura che il vero motivo della deportazione da parte del governo dei richiedenti asilo africani sia frainteso rispetto a ciò che è – una malaccorta, non necessaria retata razzista ed una persecuzione che fa di migranti rispettosi della legge dei capri espiatori, invece di occuparsi dei reali problemi sociali degli israeliani nel sud di Tel Aviv – Shaked ha rilanciato: parlando lunedì al Congresso su giudaismo e democrazia, ha detto che, se non fosse stato per il muro che Israele ha costruito sul confine egiziano col Sinai, che riduce efficacemente il flusso dei richiedenti asilo, “qui assisteremmo ad una specie di strisciante conquista da parte dell’Africa.”

Lasciamo da parte, per il momento, il fatto che il governo, procedendo con le deportazioni, agisce in modo opposto al parere di alcuni dei suoi più forti sostenitori, in particolare il procuratore e difensore di Israele Alan Dershowitz [famoso avvocato e docente di diritto internazionale statunitense, sostenitore incondizionato di Israele, ndt.], che all’inizio di quest’anno ha detto: “Non si può evitare l’odore di razzismo quando c’è una situazione in cui 40.000 persone di colore vengono deportate in massa, senza che siano prese in considerazione individualmente ed ogni caso analizzato nel merito.”

O la conclusione di Dershowitz che la “Legge sul Ritorno”, che concede automaticamente il diritto alla cittadinanza a chiunque venga riconosciuto come ebreo dai dirigenti di Israele, “non dovrebbe essere una legge che esclude altri dal venire valutati come cittadini.”

E lasciamo da parte anche i punti deboli che non vedono gli avamposti [insediamenti illegali dei coloni israeliani in Ciagiordania, ndt.] nell’argomentazione di Makor Rishon, che afferma:” In uno Stato di diritto, chiunque si trovi qui illegalmente dovrebbe essere gentilmente mandato via da Israele.”

E tralasciamo anche, per il momento, le menzogne che il governo ha detto e continua a diffondere, a sostegno di un piano che ha dimostrato sempre più di essere utilizzato dal Likud e dallo Shas [partito religioso di destra, ndt.] nelle campagne di incitamento contro la popolazione nera.

E’ ora di chiedere che cosa stia facendo al popolo di questo Paese il discorso – e le prove – di un Israele che cerca di deportare lontano i suoi problemi.

E’ ora di chiedere se ciò che si sta tradendo siano esattamente la compassione e la generosità del “cuore ebraico”, che i ministri del governo esaltano così spesso come un dato di fatto.

Per fare un esempio, Mr. Macho ringhia in difesa dell’espulsione di bambini. Ecco Levy di “Makor Rishon” che biasima il governo per aver deciso, almeno in questa fase, di esentare alcune famiglie dalla deportazione – compresi bambini che non hanno mai conosciuto una patria e una cultura oltre Israele:

Dovunque nel mondo le famiglie migrano e i bambini si adattano.

Chiaramente, non è piacevole tornare in un Paese del Terzo Mondo, ma smettiamola con il politicamente corretto – non stiamo mandando nessuno a morire e, anche se la situazione non è bella, Israele non può caricare sulle sue deboli spalle tutti i problemi del Terzo Mondo.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)