Rapporto OCHA del periodo 24 aprile – 7 maggio (due settimane)

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La serie di manifestazioni di massa lungo la recinzione perimetrale che separa Gaza da Israele, iniziata il 30 marzo, è proseguita per la settima settimana consecutiva.

Le dimostrazioni si svolgono all’interno della Striscia di Gaza, a partire da cinque tendopoli situate a 600-700 metri dal confine con Israele. Alcune centinaia di manifestanti, su decine di migliaia di persone, hanno tentato di aprire un varco nella recinzione, hanno bruciato pneumatici e lanciato pietre contro le forze israeliane ed hanno fatto volare aquiloni incendiari verso il territorio israeliano. I soldati israeliani hanno sparato proiettili gommati, gas lacrimogeni e proiettili di arma da fuoco, impiegando anche cecchini schierati lungo la recinzione. Il 27 aprile l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha invitato Israele a garantire che le sue forze di sicurezza non ricorrano all’uso eccessivo della forza ed ha anche chiesto che [coloro che ne sono stati] responsabili siano chiamati a renderne conto: nelle proteste svoltesi il 4 maggio è stata rilevata una significativa diminuzione dell’uso di armi da fuoco. Il 30 aprile, l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha tenuto un’audizione in risposta ad una petizione, presentata da due gruppi di Organizzazioni Non Governative, contro le “regole di autorizzazione ad aprire il fuoco” applicate dalle autorità israeliane nel contesto delle attuali manifestazioni palestinesi. Il caso è in corso.

Durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto], nel contesto delle manifestazioni sopra menzionate, sei palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane e 1.216, tra cui 201 minori, sono stati feriti. Le vittime includono un giornalista morto per le ferite riportate durante il precedente periodo di riferimento [10-23 aprile]. Altri sei palestinesi, incluso un minore, sono stati uccisi, a quanto riportato, dopo essere penetrati in Israele attraverso la recinzione; quattro dei corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane.

Dall’inizio delle manifestazioni nella Striscia di Gaza, 40 palestinesi, tra cui cinque minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane durante le proteste. Altri 13 palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi in circostanze diverse all’interno di Gaza e vicino al recinto perimetrale tra Gaza e Israele. A quanto riferito, sei di loro sono stati uccisi mentre tentavano di attraversare la recinzione con Israele, o dopo averla attraversata. I loro corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane. In Gaza, secondo il Ministero Palestinese della Salute, 8.536 palestinesi, tra cui almeno 793 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Il 54% dei feriti (4.589 persone) sono stati ricoverati in ospedale; di questi, 2.064 erano stati colpiti con armi da fuoco. Non ci sono invece notizie di feriti israeliani.

Il 5 maggio, in una casa a nord di Deir Al Balah, un ordigno è esploso in circostanze non chiare: sei membri di un gruppo armato palestinese sono rimasti uccisi e altri tre sono rimasti feriti. Diverse altre case hanno subito danni.

Per far rispettare le restrizioni di accesso alle Aree Riservate, sia di terra lungo la recinzione, sia di pesca lungo la costa di Gaza, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori in almeno 31 occasioni. In due dei casi (a Beit Lahiya e Khan Yunis, lungo la recinzione), due palestinesi sono stati feriti. In diversi episodi, le forze israeliane hanno arrestato 10 persone, di cui cinque minori; a quanto riferito, stavano tentando di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale: cinque di loro sono stati rilasciati. In diverse occasioni, il 27 aprile e il 5 maggio, le forze israeliane hanno lanciato diversi raid aerei e sparato colpi di cannone sulla Striscia di Gaza, a quanto riferito contro siti militari, provocando danni, ma non feriti.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, 230 palestinesi, tra cui 26 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Il 91% di questi ferimenti si sono verificati durante scontri collegati a manifestazioni di solidarietà con i palestinesi di Gaza per la “Grande Marcia del Ritorno”. Il maggior numero di feriti si è avuto negli scontri di Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), seguiti da scontri vicino a Qusra e vicino al DCO di Al Bireh (Ramallah). La metà dei ferimenti sono stati causati da proiettili gommati, seguiti da lesioni derivanti da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche (42%) e da armi da fuoco (4%). In un’altra circostanza, il 26 aprile, le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni e bombe assordanti nel cortile della scuola di Burin (Nablus), durante la pausa pranzo degli studenti, provocando una sospensione delle lezioni per il resto della giornata. Almeno 250 minori sono stati coinvolti. Secondo fonti israeliane, questo episodio ha fatto seguito al lancio di pietre contro veicoli di coloni israeliani.

In due episodi, per consentire esercitazioni militari israeliane, le forze israeliane hanno sfollato, per otto ore ogni volta, cinque famiglie (29 persone, tra cui 17 minori) della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a nella Valle del Giordano settentrionale. Questa comunità è, inoltre, costretta ad affrontare periodiche demolizioni e restrizioni di accesso; fatti che destano preoccupazione in merito al rischio del loro trasferimento forzato.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto complessivamente 127 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 151 palestinesi. Nel governatorato di Gerusalemme è stata compiuto il numero più alto di ricerche (31) e di arresti (39). Inoltre, a Gerusalemme, la polizia israeliana ha emesso ordini che, per sei mesi, vietano a tre impiegati palestinesi del Waqf islamico [fondazione pia] di entrare nel Complesso di Haram al Sharif / Monte del Tempio. Nella Striscia di Gaza, in due occasioni, le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

Per mancanza dei permessi di costruzione, in nove comunità palestinesi dell’Area C, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 30 strutture, provocando lo sfollamento di 41 persone, tra cui 17 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 90 circa. Quattordici delle strutture prese di mira si trovavano nelle comunità di pastori palestinesi di Massafer Yatta (Hebron), all’interno di un’area chiusa dall’esercito israeliano e da questi riservata all’addestramento militare (“zona 918 per esercitazioni a fuoco”). In questa zona, il contesto coercitivo viene inasprito, creando pressione sui residenti per indurli a partire. Trentacinque persone di queste Comunità, tra cui 14 minori, sono state sfollate: il numero più alto di sfollati registrato in un solo giorno dall’inizio del 2018. Quattro delle strutture erano rifugi residenziali, forniti come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Sale così a 19, dall’inizio del 2018, il numero di strutture finanziate da donatori e successivamente distrutte o sequestrate. In un altro caso, nella città di Ya’bad (Jenin), in Area B, citando la violazione delle normative ambientali, le forze israeliane hanno demolito anche una fabbrica di carbone di legna appartenente a tre famiglie palestinesi, colpendo il mezzo di sostentamento di 15 persone.

Ancora sulle demolizioni: a Gerusalemme Est, presso cinque comunità palestinesi, sono state demolite undici strutture; quattro di queste, a Silwan e Qalandiya, sono state autodemolite dai proprietari stessi. Le sette strutture demolite dalle autorità israeliane includevano un edificio di tre piani in Al Isawiya e sei strutture di sussistenza a Beit Safafa e Shu’fat. In totale, otto persone, tra cui due minori, sono state sfollate ed altre 91 sono state economicamente colpite. Dall’inizio del 2018, quasi un quarto delle strutture demolite (ed anche delle persone sfollate o comunque toccate dalle demolizioni) in Gerusalemme Est, si trovavano nel quartiere di Al Isawiya.

In Cisgiordania, in otto episodi di violenza da parte di coloni, due palestinesi, tra cui una giornalista, sono stati feriti e proprietà palestinesi sono state vandalizzate. Il 29 aprile, a Kafr ad Dik (Salfit), coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito una giornalista palestinese mentre stava documentando un caso di confisca di un terreno. Inoltre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un 23enne palestinese. In tre diversi episodi, presunti coloni israeliani hanno forato le gomme di 17 veicoli palestinesi e spruzzato scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare” sui muri di sei case palestinesi dei villaggi di Jalud (Nablus), di Turmus’aaya e di Deir Ammar (entrambi in Ramallah). Nella zona H2 di Hebron, controllata dagli israeliani, coloni hanno attaccato, con lancio di pietre, tre case palestinesi, scatenando scontri con i residenti. In un altro episodio, verificatosi nel villaggio di Qusra e riportato da fonti della Comunità locale, coloni, a quanto riferito dell’insediamento di Yitzhar, hanno danneggiato 14 alberi e hanno forato le gomme di un trattore agricolo. In quest’area, l’accesso ai terreni da parte dei proprietari palestinesi richiede un’autorizzazione speciale rilasciata dalle autorità israeliane. La violenza dei coloni è in aumento: dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi che causano lesioni personali o danni materiali è pari a cinque; nel 2017 era stata di tre e nel 2016 di due.

Sono stati segnalati almeno cinque casi di lancio di pietre e due casi di lancio di bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: secondo media israeliani sono stati causati danni a cinque veicoli privati vicino a Hebron, Ramallah, Betlemme e Gerusalemme.

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto per tre giorni (dal 28 al 30 aprile) in entrambe le direzioni e un giorno in una direzione, consentendo un totale di 357 ingressi e 1.511 uscite da Gaza. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo per 17 giorni; 11 giorni in entrambe le direzioni e 6 giorni in una sola direzione. Secondo le autorità palestinesi in Gaza, oltre 23.000 persone, compresi casi umanitari prioritari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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