I settant’anni di Israele: perché ora la democrazia è in declino

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Eyal Chowers

mercoledì 18 aprile 2018, Middle East Eye

L’uso del potere in Israele è ora separato dalla responsabilità. I semi sono stati piantati nel 1948?

In un discorso alla “Globes”, Israel Business Conference [“Conferenza sull’economia di Israele”, il più importante incontro annuale sull’economia del Paese, ndt.] a gennaio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esposto la sua visione del mondo riguardo alle fonti di potere in Israele.

Innanzitutto, ha detto, gli israeliani hanno imparato a difendersi, sviluppando competenze militari che sono sempre più basate su nuove tecnologie innovative e sull’esperienza in anni di lotta contro il terrorismo.

In secondo luogo, ha sostenuto, Israele ha una florida economia in crescita, con tasse ridotte, un fiorente settore privato e sta avviando un’intensa liberalizzazione. Netanyhau ha citato con orgoglio specifiche imprese come quelle per la sicurezza informatica, per la produzione di parti computerizzate di automobili, per i programmi di salute digitale e per le tecnologie idriche.

Ha previsto che in termini di PIL pro capite Israele presto supererà il Giappone. (Il PIL pro capite di Israele è di 38.000 dollari, la disoccupazione è scesa a circa il 4% e le disuguaglianze economiche, benché ancora significative, si stanno riducendo).

Ha detto che, sulla base dei suoi successi economici e in termini di sicurezza, la terza risorsa di potere di Israele è rappresentata dalla sua reputazione e dai suoi rapporti nella comunità internazionale, che derivano principalmente dall’interesse per la sua economia basata sulla conoscenza e dalle competenze e tecnologie militari innovative.

Infine Netanyahu ha fatto riferimento alla creatività culturale di Israele: l’affascinante dialogo che ha luogo tra un antico passato e un presente che accoglie la contemporaneità. È un dialogo che in effetti contribuisce a un contesto di sviluppo della letteratura, dell’industria cinematografica e televisiva, della musica, della danza, dell’insegnamento e di molti altri settori. E Netanyahu ha ragione: a settant’anni Israele è più forte che mai.

Tuttavia Netanyahu non ha citato la democrazia come una delle quattro risorse di potere di Israele. Probabilmente non si tratta di una dimenticanza: Netanyahu non è Pericle, il padre della democrazia. Gli piace gloriarsi del fatto che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, ma quando si guarda a tutta la sua carriera, sembra che per lui la democrazia sia più un mezzo per incrementare il potere della Nazione che un nobile ideale valido in assoluto.

Netanyahu è stato la figura chiave nella politica israeliana fin dal 1996, ma in quel periodo non ha mai pronunciato un discorso rilevante sul valore del libero autogoverno, dei diritti individuali, del pluralismo e della tolleranza. Mentre Israele ha effettivamente prosperato in molti aspetti durante gli ultimi decenni – soprattutto grazie al suo popolo dotato e dinamico – la sua democrazia è seriamente in pericolo.

Ma forse i semi della sua attuale tormentata vita politica sono stati presenti fin dall’inizio.

Scrivere il futuro di Israele

Al giurista Zvi Berenzon, un giuslavorista che in seguito diventò giudice della Corte Suprema, venne chiesto di scrivere una delle prime bozze della Dichiarazione di Indipendenza di Israele. All’inizio del maggio del 1948 [quando venne fondato lo Stato di Israele, ndt.] le giornate erano caotiche e la guerra imminente. Era difficile capire il peso che le parole avrebbero avuto poche generazioni dopo.

Eppure Berenzon, con un insieme di preveggenza e ingenuità, suggerì che la dichiarazione includesse quanto segue:

“Noi, il congresso del popolo…con il presente atto annunciamo la fondazione dello Stato ebraico, libero, indipendente e democratico in Eretz Israel (la Palestina), all’interno dei confini definiti dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.”

Benché alcune delle proposte di Berenzon siano state inserite nella bozza finale della dichiarazione, i suoi suggerimenti di introdurre la parola chiave “democratico” e di specificare i confini del futuro Stato vennero respinti dai suoi superiori e dai dirigenti politici, in particolare da Moshe Sharet e da Ben Gurion.

Mentre questa settimana lo Stato di Israele celebra i settant’anni di indipendenza, pare che il principale conflitto con se stesso sia sintetizzato dalla frase eliminata e da tempo dimenticata di Berenzon.

Dal 1948, e soprattutto dopo la guerra del 1967, la domanda è diventata: può Israele occupare tutto il territorio tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, sottomettere i palestinesi al governo militare e rimanere ancora democratico in modo significativo?

Dato che né la natura del governo né i confini internazionali furono chiaramente definiti dalla dichiarazione, emerse una pericolosa elasticità per mezzo della quale le istituzioni politiche, le leggi costituzionali e le norme democratiche poterono essere gradualmente adeguate per soddisfare l’interesse dell’espansione territoriale.

La direzione è chiara: ci sono circa 400.000 coloni ebrei in Cisgiordania (senza contare Gerusalemme). Politicamente ed ideologicamente, il loro potere sembra decuplicato. Ci si chiede se il grande slancio sionista verso l’antico passato ebraico e la scoperta di un lontano immaginario religioso non abbiano aperto il vaso di Pandora: dopotutto nella Bibbia Dio promette al suo popolo una terra santa, ma non cita, ahimé, la democrazia.

L’ironia sta nel fatto che ai giorni nostri l’ascesa del nazionalismo illiberale è diventata così pronunciata che la versione finale della dichiarazione – per quanto possa essere insoddisfacente – è diventata il principale punto di appoggio per quanti si impegnano a favore di una democrazia che rispetti l’universalità e l’uguaglianza dei diritti individuali e il ruolo di una minoranza nel plasmare le caratteristiche dello Stato.

La cultura politica israeliana non è basata sul linguaggio. Difficilmente ogni discorso, testo e proclama si radica nella memoria collettiva; piuttosto, il mondo israeliano è plasmato per lo più attraverso l’azione e la costruzione, non attraverso le parole, che sono spesso poco affidabili.

Ma forse la dichiarazione è un’eccezione a questa regola – o almeno ci sono quelli che, in mancanza di qualunque altro baluardo, la vedono come la migliore possibilità di difendere la propria visione relativamente liberale.

Dopo che Aharon Barak, l’ex-presidente della Corte Suprema – e forse la persona più rispettata tra i sionisti liberali – ha sostenuto che la dichiarazione rappresenta i fondamentali valori e fini dello Stato ebraico, in Israele si è sviluppato un dibattito molto acceso. La dichiarazione include un impegno a sostenere la libertà, la giustizia e la pace, così come diritti individuali, politici e sociali eguali per tutti. Esorta anche i cittadini palestinesi di Israele a partecipare alla costruzione dello Stato.

Barak ha affermato che, secondo le leggi e la tradizione giuridica israeliane, la dichiarazione, benché non considerata in sé un documento costituzionale, definisce il criterio più elevato in base al quale ogni legge deve essere valutata. Ciò include le “leggi fondamentali”, che sostituiscono una costituzione nazionale.

Tutti concordano,” ha detto Barak in un’intervista a Yediot Ahronot [il giornale israeliano più venduto, di tendenza centrista, ndt.] a febbraio, “che essa (la dichiarazione) definisce i criteri di base con cui dovrebbero essere interpretate le leggi e le leggi fondamentali.” Ha aggiunto che le leggi, comprese quelle fondamentali, devono essere studiate preventivamente in modo che siano coerenti con la dichiarazione.

La Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] è libera di determinare in una nuova legge fondamentale tutto quello che vuole o ci sono limitazioni costituzionali nel suo ragionare e nelle sue deliberazioni?” ha chiesto retoricamente Barak.

Sono in questione specificamente la proposta di una nuova legge sullo “Stato-Nazione ebraico” e la domanda se supererà la revisione giuridica della Corte Suprema.

Come la dichiarazione, che in parte potrebbe sostituire da un punto di vista costituzionale, la legge non menziona la democrazia come costitutiva dello Stato e dichiara il monopolio della nazione ebraica sulla sua natura e identità. Peggio ancora, non promette neppure pari diritti individuali a tutti i cittadini e consente di segregare comunità in base alla religione e/o alla nazionalità.

La Corte e la dichiarazione sotto attacco

Negli ultimi anni i cittadini palestinesi di Israele sono più sparsi sul territorio, e in alcune città vivono fianco a fianco con gli ebrei. Più cittadini palestinesi del Paese sono stati coinvolti nella vita generale di Israele, soprattutto nelle università e nei luoghi di lavoro.

Di fatto gli ultimi due governi di Netanyahu hanno aumentato i finanziamenti per il settore arabo, per esempio alle scuole. Eppure, come il governo incoraggia i cittadini palestinesi ad integrarsi completamente – soprattutto come produttori, lavoratori e consumatori in un’economia neoliberista in espansione – così cerca, allo stesso tempo, di indebolire i loro diritti di cittadinanza dal punto di vista politico e giuridico, per “metterli al loro posto” e ricordargli chi “possiede” lo Stato e le sue risorse.

Con la nuova legge i cittadini palestinesi e altre minoranze potrebbero avere minor accesso alla terra e alla casa, o a finanziamenti per promuovere la loro cultura.

Barak avverte che la legge sullo Stato-Nazione ebraico (se accolta) potrebbe avere profonde conseguenze per la situazione dei palestinesi cittadini di Israele e altrove, e limiterà in generale le sentenze “liberali” della Corte Suprema – un’istituzione spesso dipinta dai partiti di Destra come pericolosamente “antipatriottica”.

Molti anni fa mi è capitato di sedere vicino a Barak durante una cena: a un certo punto, durante la nostra conversazione, ha aperto il suo portafoglio, ha preso una copia della dichiarazione, l’ha aperta con cautela e mi ha spiegato il senso dei diritti promessi dal documento.

Sono rimasto colpito dalla sua sincerità. Era evidente che per lui, un sopravvissuto all’Olocausto che ricorda cosa significhi far parte di una minoranza indifesa, le parole della dichiarazione erano molto attuali e una promessa che Israele dovrebbe concretizzare.

Tuttavia oggi un genere molto diverso di persone governa il sistema giuridico israeliano. La ministra della Giustizia, Ayelet Shaked, per esempio, ha risposto a Barak dicendo che le sue affermazioni relative alla preminenza della dichiarazione sulla legge fondamentale proposta e il ruolo della Corte Suprema di garantire questa preminenza attraverso il controllo giurisdizionale, “demoliscono la democrazia, in quanto è la Knesset che deve definire cosa ha valore costituzionale e cosa non ce l’ha.”

Quindi per Shaked e per i partiti di destra la dichiarazione è diventata un documento “di sinistra”, nonostante la sua notevole enfasi sul legame tra la Nazione e la sua antica terra senza frontiere. Dato che la Corte Suprema fa (con molta cautela) uso della dichiarazione per criticare decisioni discutibili del governo e abolisce alcune delle leggi della Knesset (solo 18 dal 1995), un deputato del partito “Casa Ebraica” ha suggerito che la Corte dovrebbe essere demolita con un bulldozer D-9.

Shaked è di “Casa Ebraica”, un partito di destra dominato dai coloni, benché lei sia laica e viva a Tel Aviv. Ora, all’inizio dei 40 anni, Shaked è un’importante voce della nuova destra israeliana: assolutamente nazionalista, astuta nel far appello al centro laico israeliano e particolarmente desiderosa di utilizzare tutti i mezzi e le risorse del governo per promuovere la sua ideologia.

È un importante esponente di quanti a destra hanno come passatempo preferito attaccare la Corte Suprema perché difende il diritto di proprietà dei palestinesi in Cisgiordania, perché interviene in questioni relative alla sicurezza e ogni tanto critica le forze di sicurezza, e perché protegge, in qualche misura, i richiedenti asilo. Recentemente ha evidenziato che, per la Corte, “il sionismo è diventato lettera morta.”

Shaked cerca di rimodellare la Corte Suprema e i tribunali inferiori con nuove nomine di giudici che non sono “attivisti” e creativi nel loro approccio giuridico, più in consonanza con la legge ebraica e, soprattutto, meno liberali nella loro ideologia. Finora ha avuto una serie di successi.

Il leader del suo partito è Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione, che sta introducendo contenuti religiosi ebraici nel curriculum delle scuole e che vorrebbe anche imporre ai professori dell’università un codice etico che garantisca che non possano portare nelle classi la loro “politica” potenzialmente critica. Shaked e Bennett insieme influenzano l’identità del futuro Israele più di qualunque altro ministro.

L’avvilimento degli altri

Fin dal suo inizio il sionismo ha sempre avuto un’ardente relazione con la “volontà” umana, un fondamentale concetto presente nei primi testi del sionismo fin dai tempi di Theodor Herzl, il fondatore del moderno sionismo politico. Era necessaria una grande quantità di tale volontà collettiva per creare un nuovo mondo per gli ebrei in Palestina, ma esso ha anche dovuto essere limitato e circoscritto per fondare istituzioni politiche stabili e democratiche in un dato territorio.

Tuttavia oggi per la maggior parte della destra la democrazia è diventata sinonimo di imporre la volontà della maggioranza, slegata da documenti fondativi, norme che rispettino gli individui in quanto tali e i diritti collettivi delle minoranze o persino dei tribunali. Chiedono l’abolizione del controllo giurisdizionale che Barak e altri giudici hanno introdotto nel 1995, o almeno una sua limitazione.

Proprio questa settimana per la prima volta Netanyahu si è unito a loro. Nei loro discorsi la Knesset è l’unica titolare della sovranità e solo essa rappresenterebbe la reale volontà del popolo. La volontà della maggioranza può quindi non essere controllata, dato che Israele ha una sola camera dei rappresentanti e un presidente senza potere di veto sulle leggi.

In qualunque circostanza questa sarebbe una visione pericolosa, ma lo è particolarmente quando si unisce ad un nazionalismo centrato sulla terra in cui i non-ebrei non giocano alcun ruolo, e in cui le istituzioni dello Stato sono sempre più orientate verso la legittimazione del completamento dell’espansione territoriale di Israele.

Di sicuro ci sono quelli per i quali c’è poca differenza tra individui come Aharon Barak e Ayelet Shaked e le diverse visioni di Israele che ognuno di loro rappresenta. Questi critici vedono Israele come uno Stato occupante, coloniale, nazionalista, militarista, persino illegittimo, alla radice; dopotutto, dicono correttamente, la Corte Suprema ha fatto ben poco per bloccare l’occupazione e l’oppressione di Israele sui palestinesi (anche se è intervenuta su questioni e casi singoli).

Ma per quanti vedono lo Stato ebraico come non meno legittimo di qualunque altro, e che ricordano le molte correnti nel, e la complessità del, movimento ebraico di rinascita nazionale e i suoi risultati senza precedenti (nonostante i suoi gravi difetti), la distanza tra i due Israele fa un’enorme differenza.

Sono tempi duri per la democrazia in tutto il mondo. Viktor Orban in Ungheria, Nicolas Maduro in Venezuela, Vladimir Putin in Russia e Recep Tayyip Erdogan in Turchia sono tra i leader e i Paesi che testimoniano che l’autoritarismo è in ascesa.

Nel contesto più vicino ad Israele, le Primavere Arabe sono fallite, come i processi di democratizzazione nell’Autorità Nazionale Palestinese. Molti libri sono stati dedicati a questo argomento, soprattutto dopo l’ascesa di Donald Trump (vedi per esempio “How Democracies Die” [“Come muoiono le democrazie”, ndt.] di Daniel Ziblatt e Steven Levitsky, come anche “Fascism: A Warning” [“Fascismo: un avvertimento”, ndt.] di Madeleine Albright). 

È inquietante, di fatto deprimente, vedere come in molti diversi contesti, la democrazia possa essere allontanata utilizzando le stesse tecniche poco originali eppure efficaci. Queste includono:

  • identificare nemici della Nazione reali o immaginari – interni o esterni

  • coltivare la paura e un senso di allarme

  • introdurre politiche polarizzanti e dipingere l’opposizione come illegittima

  • personalizzare i partiti e idolatrare un leader “forte”

  • creare un legame diretto tra il leader e le masse attraverso messaggi populisti

  • criticare le élite culturali e intellettuali come non patriottiche esaltando quella militare

  • manipolare e falsificare la legge a piacere

  • cercare di ottenere il controllo diretto o indiretto sui tribunali e sui media

  • tollerare intimidazioni o persino violenze contro cittadini “sleali” e organizzazioni dei diritti umani

Tutto ciò con l’obiettivo di aumentare e centralizzare il potere.

Come in Israele la democrazia è in declino

Israele non è uno Stato autoritario: per certi aspetti, data la sua scena politica caotica, è molto lontano dall’esserlo. Lo Stato di diritto esiste ancora. L’ex-primo ministro Ehud Olmert è appena uscito di prigione, come l’ex-presidente Moshe Katzav, e in febbraio la polizia ha raccomandato che Netanyahu venga sottoposto a processo per varie accuse di corruzione.

Partiti di tutto lo spettro ideologico competono in libere elezioni e il diritto di parola è – per lo più – rispettato. Il procuratore generale e altri garanti della democrazia non sono stati destituiti né si sentono minacciati, e l’apparato amministrativo non viene epurato per ragioni politiche. La democrazia non è in pericolo immediato.

Eppure, purtroppo, negli ultimi anni Israele “ha fatto progressi” in ognuno dei parametri delle democrazie in declino elencati in precedenza. Il capo della polizia Roni Alsheikh, lui stesso un colono, è stato ferocemente attaccato per aver consentito che l’inchiesta su Netanyahu andasse avanti. Al contempo gli scagnozzi del primo ministro stanno pescando nei codici di altri Paesi occidentali alla ricerca di sistemi “legittimi” per proteggere il primo ministro in carica.

Ascoltate un talk show radiofonico locale israeliano e potreste rimanere scioccati dal fanatismo come normale conversazione quotidiana. Se siete un artista, o una personalità dei media, è meglio che non diciate cose considerate antipatriottiche perché potreste perdere la vostra fonte di reddito. Spesso membri palestinesi della Knesset vengono aggrediti. La violenza dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania non è, per lo più, neppure raccontata. Potrei continuare all’infinito.

Le cose sono diventate così gravi che oggi è soprattutto Benny Begin, figlio di Menachem Begin [ex-capo del gruppo terrorista sionista “Irgun”, primo ministro di Destra e premio Nobel, ndt.] e membro della vecchia scuola del Likud, noto per la sua totale sfiducia nell’Autorità Nazionale Palestinese e negli accordi di pace di Oslo, che coerentemente e coraggiosamente lotta per conservare nel suo partito almeno qualche impegno per la cittadinanza universale e uguale, per i diritti di proprietà dei palestinesi in Cisgiordania, per la trasparenza delle inchieste della polizia e delle raccomandazioni giudiziarie – e per un generale senso di correttezza e umanità.

In ogni Paese in cui la democrazia è in declino ciò avviene per diverse ragioni: la difficoltà di affrontare un grande numero di migranti e rifugiati, la grave crisi economica e la disoccupazione, la sfiducia nelle istituzioni politiche, una situazione di emergenza e un crollo della sicurezza.

Tuttavia, come rilevato sopra, nessuno di questi fattori conta nel caso di Israele. Di fatto gli israeliani riferiscono costantemente di essere molto soddisfatti della propria vita privata. Israele è collocato all’11^ posto nel “Rapporto sulla Felicità nel Mondo” del 2017.

No, se la democrazia liberale è in declino in Israele è a causa di altre ragioni. L’occupazione della Cisgiordania – che sia attuata per ragioni religiose, di sicurezza o economiche – richiede l’indebolimento delle istituzioni israeliane e delle forze politiche che possono metterla in questione, che si tratti dei tribunali o di intellettuali delle università. Pone una nazione contro l’altra in un continuo conflitto, e quindi richiede di mettere a tacere ogni voce che sfidi il primato della nazione o dubiti dell’esercito israeliano e delle forze di sicurezza, persino quando il loro comportamento diventa molto discutibile, come attualmente sul confine con Gaza.

Cosa più preoccupante, l’occupazione porta troppi israeliani a svalutare gli altri come esseri umani inferiori per giustificare la loro sottomissione e l’usurpazione della loro terra. Dipinge come traditori quei cittadini che rifiutano questa degradazione come inumana e non-ebraica.

Infatti all’inizio di questo mese il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha detto che il partito progressista “Meretz”, il cui principale appoggio viene da elettori ebrei, “rappresenta gli interessi palestinesi nella Knesset israeliana.”

Di fatto l’occupazione israeliana della Cisgiordania – che a 51 anni è la più lunga della storia contemporanea – sta modellando la concezione che gli israeliani hanno del governo. Poiché le due popolazioni, di coloni israeliani e di palestinesi, vivono sempre più fianco a fianco in Cisgiordania nell’area C [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo israeliano, ndt.], i due modelli di leggi e di sovranità esercitata sullo stesso territorio si influenzano sempre più a vicenda.

Le leggi penali israeliane, per esempio, sono gradualmente applicate nei tribunali militari, dato che la maggior parte dei giudici sono avvocati israeliani, civili che stanno facendo il servizio militare. In certa misura essi hanno esteso i diritti dei palestinesi nei tribunali.

Ma l’effetto di gran lunga maggiore dell’occupazione è stato in senso inverso: la penetrazione della logica militare di sovranità nella concezione del governo e del potere nello Stato israeliano. Sotto il potere militare non ci sono tre poteri di governo separati e indipendenti.

Al contrario, i tribunali sono sotto il controllo del comandante militare di zona, e questo comandante è anche il supremo legislatore e arbitro. Con questo modello molto efficace in mente, ben noto alla maggioranza degli israeliani attraverso il servizio militare, gli ultimi sviluppi hanno più senso.

Come il destino del Likud è legato ad un uomo

Ho già sottolineato in precedenza il tentativo di ridurre il potere della Corte Suprema e di indebolire l’idea di una democrazia costituzionale. Tuttavia la Knesset israeliana non se la passa molto meglio. A differenza dell’asserzione di Shaked secondo cui è sovrano, questo parlamento sta soccombendo al potere dell’esecutivo, perdendo la sua capacità di verificare e controllare quest’ultimo, così come di produrre leggi che siano in qualche modo indipendenti dal governo e non segnate da esigenze politiche pressanti.

In Israele le elezioni sono per i partiti, non per singoli candidati, e il governo è formato attraverso un’alleanza tra partiti. Dato che molti dei parlamentari sono o ministri o sottosegretari, la sovrapposizione tra potere esecutivo e legislativo è sempre stata un problema del sistema israeliano.

Ma negli ultimi anni è avvenuto uno sviluppo particolarmente inquietante: gli stessi partiti sono diventati meno democratici. Attualmente cinque partiti della Knesset (religiosi e laici, di destra e di centro) non svolgono elezioni interne. In tre di essi (compreso “Yesh Atid” [partito di centro, ndt.] di Yair Lapid, che è il principale candidato a sostituire il Likud come partito principale), è praticamente il capo del partito che designa da solo i candidati per la Knesset, e la loro carriera dipende totalmente da lui. In totale, 40 parlamentari sono stati eletti in questo modo – un terzo della Knesset.

Poiché questi specifici partiti fanno di solito parte di qualunque coalizione di governo, la loro influenza è particolarmente pronunciata.

Piuttosto che di parlamentari indipendenti, ognuno dei quali si forma la propria opinione sull’argomento in questione, rappresenti diversi interessi e visioni, eserciti il proprio pari diritto e responsabilità ad esprimere le proprie opinioni e agisca in base ad esse nello stesso parlamento che si suppone incarni questi valori, il numero reale di persone che prendono le decisioni è molto ridotto (anche in materia di leggi), garantendo che prevalga uno spirito servile. Partiti che al proprio interno eludono i principi democratici non possono difendere realmente questi principi nella vita pubblica in generale.

È in questo contesto politico che l’attuale capo dell’esecutivo, il primo ministro Benjamin Netanyahu, ha consolidato il proprio potere personale: è diventato l’incontestato leader del maggior partito nella coalizione di governo, il Likud.

Benché il partito sia democratico, vede il proprio destino inesorabilmente legato a quello del suo leader, a tal punto che, mentre si accumulano le prove che Netanyahu ha ricevuto regali in champagne e sigari pari a circa 330.000 dollari da “amici” e che potrebbe aver tentato di influenzare i media attraverso varie forme di corruzione indiretta, il suo sostegno popolare è aumentato.

Invece di dare le dimissioni, Netanyahu insiste di essere vittima di una caccia alle streghe, minando progressivamente gli standard etici dei suoi stessi sostenitori e la loro fiducia nelle istituzioni pubbliche. E una tale cecità etica, coltivata attraverso molti anni di occupazione, diventa funzionale per molti israeliani quando si tratta di avere a che fare con comportamenti eticamente scorretti dei loro dirigenti nella politica interna.

Qualcosa è già cambiato negli ultimi due anni, e Netanyahu è stato adulato in forme inimmaginabili nel passato. Recentemente, per esempio, in una riunione di governo convocata dopo che il primo ministro è tornato da una fortunata visita in India, la ministra della Cultura e dello Sport Miri Regev ha detto davanti alle telecamere:

Tu sei un grande leader, anche se qualcuno in questo Paese non ama dirlo o diffonderlo. Ma bisogna dire la verità…Ci hai reso un grande servizio, con molto orgoglio e dignità…sei stato trattato come il re dell’India. È commovente fino alle lacrime, molte grazie a te per quello che stai facendo per lo Stato di Israele.” (traduzione di Haaretz).

In Israele non ci sono limiti. Netanyahu è stato primo ministro per 12 degli ultimi 20 anni, anche se non consecutivi. Quando ha iniziato la sua carriera politica, Netanyahu aveva acerrimi rivali nel partito, che non solo lo hanno affrontato nelle elezioni interne, ma che hanno esercitato un’influenza politica con cui ha dovuto fare i conti.

Ma ormai da parecchi anni Netanyahu non ha dovuto affrontare sfidanti di rilievo all’interno del partito. Per qualche ragione i membri del partito Likud, condividendo una sorta di amnesia collettiva, sono arrivati a credere che “è nel loro DNA” essere leali al leader del proprio partito praticamente in qualunque circostanza.

Singoli che tentino di sfidare la posizione di comando di Netanyahu sanno che starebbero rischiando tutta la propria carriera politica. Netanyahu, da parte sua, fa tutto il possibile per indebolire i suoi potenziali rivali nel partito, rifiutando, per esempio, di nominare un ministro degli Esteri [attualmente Netanyahu ricopre anche la carica di ministro degli Esteri, ndt.], di cui c’è estremo bisogno, a quanto pare per il timore del potere e del prestigio che un simile ministro potrebbe guadagnare all’interno del partito.

Il partito di governo Likud non si è preoccupato di rendere pubblico un programma elettorale durante le ultime elezioni del 2015. Il suo leader, il primo ministro, ha concesso solo un discorso in tutta la campagna elettorale: al Congresso USA sul programma nucleare iraniano.

L’esercizio del potere si è quindi separato dalle parole e dalla responsabilità. Allora non è solo la Knesset che ora desidera non essere controllata, e Netanyahu ha già fatto ciò a un livello significativo: nessuna parola lo vincola, neppure la sua. E questo, forse, è il segno più inquietante per la democrazia israeliana.

– Eyal Chowers insegna teoria politica all’università di Tel Aviv. Il suo libro “The Political Philosophy of Zionism: Trading Jewish Words for a Hebraic Land” [La filosofia politica del sionismo: scambiare parole ebraiche per una terra ebraica”] è stato pubblicato da Cambridge UP nel 2012.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)