Storie della Catastrofe: Esilio

campo profughi in Giordania creato dall'UNRWA nel 1969
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Amena ElAshkar, Ali Ibrahim e Nadine Osama

17 Maggio 2018, The Electronic Intifada

Settant’anni fa i palestinesi hanno subito la Nakba, o Catastrofe, quando la maggioranza di loro lasciò o fu obbligata dalle milizie sioniste a lasciare la Palestina per far posto alla creazione dello Stato di Israele e garantire una maggioranza ebraica.

Circa 750.000 persone finirono per diventare profughi registrati dalle Nazioni Unite. Molti altri se la cavarono da soli. Non gli venne mai consentito di tornare alle loro terre o case, che vennero confiscate dal nascente Stato, e molti dei loro villaggi vennero successivamente distrutti. Qui alcuni sopravvissuti raccontano le loro storie.

Fatima Feisal, 78, Ein al-Hilweh campo profughi, Sidone, Libano. Originaria di Tarshiha, in Galilea.

Posso chiudere gli occhi e ricordare ogni singolo dettaglio del villaggio. Le strade, il quartiere. Gli alberi di fico e quelli con le bacche. Ogni piccolo particolare. Posso vederlo proprio davanti ai miei occhi. La mia famiglia viveva di agricoltura. Avevamo più di 100 capre. La più grande era la mia preferita. La cavalcavo come se andassi in bicicletta. La chiamavo “la mia bicicletta”.

Una volta stavo portando da mangiare al pastore che lavorava per noi. I coloni mi hanno incontrata e mi hanno chiesto il motivo della mia presenza. Ho risposto che stavo portando del cibo al pastore che stava con le nostre capre vicino a una delle colonie. Gli ho fatto vedere il cibo, ma non mi hanno creduta. Pensavano che portassi dei messaggi e che il pastore fosse un combattente per la libertà. Lo hanno fatto prigioniero, lo hanno torturato e gli hanno bruciato tutto il corpo.

Avevo 9 anni quando gli aerei hanno bombardato Tarshiha. È stata la notte peggiore della mia vita. La gente si nascondeva nella casa del capo del villaggio. Faceva parte della famiglia Huwari e aveva una grande casa. Ho visto come la casa è stata bombardata. Ho visto anche come gli abitanti cercavano di trarre in salvo le persone seppellite sotto le macerie.

Sono stata separata dalla mia famiglia e da mio fratello Ali e non avevo altra scelta che cercarlo. Era più giovane di me. Sembrava il giorno del giudizio universale. La gente correva e urlava. Sono andata alle grotte al confine del villaggio. Erano strapiene di persone che si proteggevano dai bombardamenti. Lo chiamavo per nome. Alla fine ha risposto. L’ho preso per mano e ci siamo allontanati dal villaggio. Abbiamo camminato per due ore verso un altro villaggio di nome Sabalan dove ci siamo riuniti con la nostra famiglia. Poi abbiamo proseguito verso il Libano.

Ho un ultimo desiderio. Ho 78 anni. Sarà il mio ultimo desiderio. C’era un albero di bacche proprio di fronte alla nostra casa a Tarshiha. Voglio ritornare lì e mangiare una bacca. Un’ ultima bacca.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Naaseh Khaled Hamoudeh, 70 anni, Campo profughi di Wihdat, Amman. Proveniente da Deir Tarif, vicino a Ramla.

Sono nata in un villaggio il cui nome era Deir Tarif. Mio padre possedeva cammelli che usava per trasportare merci da un posto all’altro.

Quando è avvenuta la Nakba avevo uno o due mesi. I villaggi della nostra zona erano sotto attacco, uno dopo l’altro e tutta l’area era sotto assedio con poche riserve di cibo. I miei genitori andarono al paese più vicino per cercare cibo lasciando a mio fratello e alla mia sorella il compito di occuparsi di me. Allora mio fratello, di 15 anni, era il più grande. Ma i miei genitori non poterono ritornare perché la strada era bloccata e i sionisti si stavano avvicinando al villaggio.

Allora il capo del villaggio ha riunito tutti i bambini su un grande camion e ci ha portati a un villaggio di nome Shuqba. Siamo stati lì per un po’. Alcuni adulti si occupavano dei bambini senza i genitori. Sono stata allattata da differenti donne che avevano dei bambini piccoli. Ne abbiamo persi molti lungo il cammino. Hanno sparato senza alcun motivo a mio zio e a sua figlia da poco fidanzata. C’erano corpi nelle strade ed era difficile dare loro una degna sepoltura. Solamente le donne e le ragazze venivano sepolte. Il corpo di mio cugino ha potuto essere recuperato di notte con grande pericolo.

I nostri genitori ci hanno trovati dopo giorni di ricerche. Andavamo di villaggio in villaggio alla ricerca di cibo e di ricovero. Siamo andati a Qibya , poi a Kafr Thulth, infine a Deir Ammar.

In seguito la mia famiglia si è trasferita in Giordania e si è stabilita in una tendopoli vicino a Wadi al-Seer. Poi, circa nel 1955, siamo andati al campo di Wihdat. Eravamo in sette e dovevamo dormire tutti in una stanza. Non potevamo permetterci un tetto di metallo così coprimmo l’abitazione con una grande stoffa.

Tutti i miei ricordi si riferiscono al campo. Lo ritengo la mia casa, ma non rinuncerò mai al diritto al ritorno. La gente del campo fa una vita dura e soffre molto, ma ciò produce anche una profonda solidarietà nella nostra società. Mi occupo delle attività politiche e culturali del campo. Ho aderito nel 1962 al movimento nazionalista arabo e più tardi al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ero solita ospitare a casa riunioni politiche clandestine.

Mi mancano quei giorni, la gente si dedicava di più era impegnata nella propria causa.

Mio figlio Ali è andato a studiare a Beirut. Quando c’è stata l’invasione israeliana l’ho chiamato e gli ho detto che non aveva altra scelta che combattere e difendere Beirut. Ero sempre preoccupata, per lui ma anche altrettanto preoccupata per tutti i combattenti che difendevano Beirut.

Un giorno torneremo. Il povero e il ricco, il senzatetto e quelli che vivono in grandi case e le persone più diverse potranno ritornare. Il diritto al ritorno è sacro. E se non sarò viva per ritornare, ritornerai tu, mio figlio. E se tu non ritornerai prima o poi saranno i tuoi figli a ritornare.

Reportage di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Widad Kawar, 87anni, Amman. Proveniente da Betlemme.

Sono nata a Betlemme e sono andata al collegio “Friends” [“Amici”] a Ramallah. Mi sono diplomata poche settimane prima della Nakba e sono tornata di corsa a casa a causa del peggioramento della situazione politica. Alcuni studenti giordani sono stati scortati in Giordania dall’esercito giordano. Io sono dovuta andare a Gerusalemme per prendere un tassì per Betlemme.

Dopo la Nakba sono andata a studiare al collegio femminile dell’Università Americana di Beirut. Quando sono tornata, Betlemme era un paese completamente diverso.

Betlemme era unica in quanto era sia una città che un villaggio, un luogo di tradizione e di modernità. Era il punto di riferimento per molti villaggi attorno, la sorella minore di Gerusalemme. Donne dei villaggi venivano a Betlemme nelle nostre case a vendere diversi prodotti. Ho sempre ammirato lo spirito e la vivacità con cui raccontavano le storie della vita in campagna. Il sabato le donne vendevano anche nei mercati delle principali città. È lì che allora ho cominciato a collezionare piccoli pezzi di tessuto ricamato e più tardi interi vestiti.

Dopo la Nakba, Betlemme era tagliata fuori da Gerusalemme e da molti villaggi intorno. Molti abitanti di questi villaggi sono diventati profughi a Betlemme, vivendo in spazi angusti o nei campi profughi. Queste persone erano abituate a lavorare nei campi che avevano curato per secoli. Avevano tradizioni, costumi e comportamenti diversi tra loro, che definivano la loro identità. Io ho cominciato a collezionare i vestiti insieme alle storie delle donne che li hanno portati.

Per me, il ricamo palestinese riflette l’identità, la società e la terra. Riflette l’identità perché ogni villaggio in Palestina aveva la propria cultura per mezzo della quale faceva orgogliosamente riferimento alla tradizione. È una rappresentazione della società, un caleidoscopio di storie diverse, di vestiti, culture e colori preparati insieme. Il vestito palestinese testimonia del tempo passato, che fu quando le donne costituivano una parte attiva della società, e nel loro tempo a disposizione si riunivano nei pomeriggi estivi ventilati e lavoravano insieme sui vestiti mentre si scambiavano le proprie conoscenze.

Rappresenta anche la terra perché i simboli e i colori sono stati ispirati dalla terra. L’albero di cipresso è un simbolo famoso che troviamo spesso nei disegni dei vestiti. Tante persone erano solite piantare cipressi intorno alle loro proprietà per segnare i confini e proteggere i raccolti dai forti venti. I colori di solito derivavano dalle piante del luogo, come il sommacco [arbusto utilizzato per uso cucina, salutistico e per tingere, ndt.] per colorare di rosso.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama


Khazna al-Sahli, 88 anni, campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut. Proveniente da Balad al-Sheikh, vicino ad Haifa.

Il mio villaggio era bellissimo. Posso ancora vedere i campi come vedo te. Coltivavamo ogni sorta di ortaggi, melanzane, pomodori, grano. Mio padre era un contadino, ma mia madre veniva dalla città. Era di Haifa. Amavo andare con mio padre ad Haifa a vendere i nostri prodotti. Una volta non ho trovato le mie ciabatte per andare con lui e così sono andato a piedi nudi.

Tutto è cominciato quando il capo del villaggio ha bussato alla nostra porta. Ci ha detto che gli inglesi avevano consegnato tutto agli ebrei e ora questi stavano arrivando per cacciarci. “Dovete nascondervi”. Fino ad allora non c’erano stati problemi con gli ebrei di Neshar (una colonia sionista). Le case della colonia erano molto diverse dalle nostre. Gli ebrei vivevano in piccole case colorate. Vendevano i loro prodotti nel nostro villaggio e noi vendevamo i nostri a Neshar.

Il giorno che fuggimmo il capo del villaggio arrivò con tre automobili. Ci ha portato a Nazareth e da lì siamo andati in Siria, a Tel-Mnin. Siamo rimasti per tutto un mese in una stalla. Dopo siamo andati a quello che in seguito prese il nome di Yarmouk, il campo profughi a Damasco.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Wael Abdo al-Sajdi, 88 anni, Amman. Proveniente da Gerusalemme.

Mio padre era un ingegnere civile che lavorava per le autorità del Mandato britannico e avrebbe lavorato in diversi luoghi della Palestina. La famiglia è originaria di Nablus, ma io sono nato nel 1930 a Gerusalemme, dove in quel periodo mio padre lavorava. Considero Gerusalemme come la mia casa. Ho studiato e passato l’infanzia lì. Ancora ricordo ogni strada e posso guidarti in qualunque percorso o scorciatoia.

La Nakba è cominciata prima del 1948. Ricordo che una volta mio padre venne mandato per un anno a Nablus. Ci fu un attacco dei combattenti per la libertà contro le truppe inglesi e questi decretarono il coprifuoco in città. Mi annoiavo, così uscii sul balcone. Tutte le strade erano vuote, tranne che per la presenza di un veicolo blindato dell’esercito con un grande fucile sopra che pattugliava la zona.

Un anziano, che tutti in città sapevano essere sordo, doveva non aver sentito l’annuncio del coprifuoco. Il soldato gli puntò l’arma contro, ma lui continuò a camminare. Lo ricordo ancora mentre cadeva a terra. Chiaramente non costituiva nessuna minaccia, ma il soldato non esitò a sparargli. Nessuno poté rimuovere il suo cadavere fino al giorno dopo.

Nel 2000, quando ho compiuto 70 anni, volevo veramente visitare Gerusalemme. Era impossibile in quel momento avere un permesso per entrare in città, ma ero determinato ad andarci in un modo o in un altro. Indossai un tipico abbigliamento occidentale, calzoncini, un cappello, una camicia vistosa e mi misi al collo la mia videocamera. Mi impegnai a pagare da solo il prezzo di un taxi collettivo perché l’autista mi portasse per vie secondarie a Gerusalemme. Gli dissi che avrei potuto entrare in città senza problemi.

Sfortunatamente c’era davvero un checkpoint. I soldati parlarono all’autista e quando mi chiesero la carta d’identità risposi solamente in italiano gesticolando. Mi credettero e ci lasciarono andare. In città avrei parlato solamente in italiano con i soldati. Andai alla mia vecchia casa che ora è un centro culturale turco. Chiesi se potevo fare un giro e accettarono quando gli dissi che avevo abitato lì con la mia famiglia. Visitai anche la mia scuola e i ristoranti dove con la famiglia eravamo soliti mangiare. Camminai per le strade e per i mercati che mi erano ancora familiari.

Ho pianto in ognuno di quei posti.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Amena ElAshkar è un giornalista e fotografo del campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut.

Ali Ibrahim è un giornalista di Amman.

Nadine Osama è una ricercatrice e fotografa di Amman.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)