Proteste, boicottaggio e dimissioni dalla Knesset: come rispondere alla legge di Israele sullo Stato-Nazione

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Hatim Kanaaneh

Lunedì 30 luglio 2018, Middle East Eye

Si fa un gran parlare riguardo a manifestazioni, scioperi e quant’altro. Ma nulla di ciò raggiunge il livello di una vera disobbedienza civile e di una seria presa in considerazione di unirsi al [movimento] BDS

La mattina del 27 luglio sto di nuovo cogliendo fichi dai miei alberi, ascoltando il programma di notizie di Jack Khoury che dura un’ora sulla stazione radio locale araba nei pressi di Nazareth. Khoury, un cittadino di Israele arabo cristiano, funge da corrispondente per Haaretz.

Se non fosse per il suo nome, e basandosi solamente sulle sue relazioni, lo si potrebbe scambiare per un israeliano qualunque. Io non ho letto il testo della nuova legge di Israele sullo Stato-Nazione e non sono certo se ora Khoury debba portare sul braccio un contrassegno di identità razziale. Appena dopo aver citato l’argomento della nuova legge, ha trasmesso una deliziosa e malinconica canzone araba riguardo al nostro legame con la terra.

Mi domando: la nuova legge specifica la punizione per un simile reato di pensiero? O le autorità hanno fiducia nel fatto che i responsabili di Haaretz mettano in riga i loro dipendenti? Il mio amico ebreo kamikaze, Gideon Levy, accusa i media israeliani di autocensura e definisce una finzione il loro status di stampa libera.

Una questione sensibile

Il successivo argomento del programma di Khoury era la reazione dell’opinione pubblica araba alla demolizione di una casa a Sakhnin. Ha parlato al telefono con il proprietario della casa demolita, che ha messo in guardia sul fatto che la sua è stata una delle migliaia di case arabe destinate alla demolizione.

Poi c’è stata l’opinione professionale del dott. Hanna Swaid, ex membro della Knesset, urbanista e capo dell’‘Alternative Planning Center’, che ha evidenziato il fondamento giuridico dell’aggressione del governo israeliano.

Pare che nessuno si interroghi sul diretto rapporto tra la tempistica del feroce atto di cui si parlava e la nuova legge. Mi chiedo se qualcuno abbia notato una questione apparentemente secondaria: mentre tutti manifestavano a Sakhnin, l’intero villaggio beduino di Al-Araqib nel Negev veniva demolito per la 131esima volta.

Poi Khoury si è spostato su un altro argomento sensibile, almeno per quanto riguarda i drusi in Israele: l’intera comunità sembra pronta alle armi (scusate l’espressione agghiacciante– i maschi drusi servono nell’esercito israeliano e detengono armi) per il modo in cui la nuova legge ha declassato loro e la loro presunta consanguineità con il popolo ebraico.

Uno dei loro villaggi in Galilea una volta si è vantato del fatto di essere il primo per numero di soldati uccisi in combattimento in tutto Israele. Improvvisamente le cose sono cambiate e loro sono relegati al livello di normali ‘goyim’ [parola ebraica per indicare, a volte in modo spregiativo, i non ebrei, ndtr.], non migliori di altri arabi privi di valore. 

I drusi sono stati pugnalati alle spalle”, strillava un titolo di giornale. “Abbiamo dimenticato i nostri fratelli drusi”, ha ammesso Naftali Bennet, ministro e primo firmatario della nuova legge. Tre deputati drusi hanno impugnato la legge davanti alla Corte Suprema. E i capi della comunità, sia politici che spirituali, sono stati convocati ad un incontro conciliatorio con Netanyahu ed alcuni dei suoi principali ministri.

Ma all’incontro il premier è stato irremovibile, offrendo di pensare alla promulgazione di un’ulteriore “legge fondamentale” per favorire i drusi rispetto ad altri comuni ‘ goyim’, invece di recedere sulla legge o su parti di essa. Asa’ad Nafa’a, un avvocato druso di sinistra recentemente intervistato da Khoury, ha rilevato che Netanyahu, invece di prendere una scala per scendere dall’alto albero su cui si era arrampicato, ha offerto ai drusi una scaletta per salire appena al di sopra della testa degli altri arabi in Israele.

Gli arabi e la leadership drusa

Mi ha fatto venire in mente lo status intermedio dei ‘coloured’ nel Sudafrica dell’apartheid e il “test della matita” [metodo per determinare l’identità razziale: si infilava una matita tra i capelli e se rimaneva attaccata ai ricci si veniva classificati come meticci, ndtr.] per smascherare i casi limite. Alcuni giovani drusi, che devono aver discusso se andare in prigione piuttosto che fare il servizio militare nell’esercito israeliano, sono contenti dei nuovi sviluppi. “È positivo che sia venuto da loro”, si sono rallegrati insieme a Nafa’a.

Nessuno, tra i giornalisti e i loro intervistati, sembra rendersi conto della differenza nell’approccio tra la leadership drusa e quella delle altre minoranze arabe in Israele. I leader drusi (e alcuni ex generali beduini che hanno osato uscire allo scoperto e dire la propria opinione) protestano a gran voce, ma solo entro i limiti delle strutture israeliane riconosciute, affrettandosi a presentare richieste alla Corte Suprema israeliana o a scrivere lettere di protesta ai dirigenti dei rispettivi partiti politici, gli stessi che avevano fatto molta pressione per far passare la legge.

Al contrario, le due leadership parallele degli altri cittadini palestinesi di Israele, i membri della Lista Unita [ coalizione tra tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.] eletti alla Knesset e il gruppo della leadership politica rappresentata dall’Alto Comitato per i Cittadini Arabi di Israele e dal suo militante leader, Mohammad Baraki, si sono rivolte direttamente a Bruxelles e a Ginevra, invitando la comunità internazionale a assumersi le proprie responsabilità morali, ammonendo Israele perché torni sui suoi passi. Questa, a giudicare dall’esperienza, non è una prospettiva promettente.

L’unico anello mancante – finora – è quello del più vasto ambito della società civile. Si fa un gran parlare di manifestazioni, scioperi e quant’altro. Ma nulla di tutto ciò arriva a livello di una vera disobbedienza civile, come la chiusura dei municipi in tutte le comunità arabe in Israele, seguita anche da quella di rispettabili comunità ebree che simpatizzino [con i cittadini arabi di Israele, ndtr].

Un partito binazionale

Per essere efficace, deve essere palestinese ed ebrea, senza il solito balbettio della sinistra israeliana. E deve essere sostenuta per mesi se non per anni, prendendo anche seriamente in considerazione di unirsi alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

Ma il primo colpo d’avvertimento a Netanyahu e compagnia devono essere le dimissioni collettive di tutti i membri della Lista Unita dal parlamento israeliano e la creazione di un partito politico binazionale che auspichi un unico Stato laico e democratico ad ovest del fiume Giordano.

Sarebbe molto opportuno che un ugual numero di deputati ebrei simpatizzanti desse le dimissioni e si unisse alla lotta.

Continuiamo a sognare! Ecco la citazione su ‘Palestine Square’ [giornale di studi palestinesi, ndtr.] di Hasan Jabareen di Adalah [Centro Giuridico per i Diritti della minoranza araba in Israele, ndtr.]: “Come ha scritto Adalah nel suo documento, la legge mostra chiaramente che il regime israeliano è un regime coloniale di apartheid, che viola la Convenzione sull’apartheid, la quale lo considera un crimine contro l’umanità.”

Come può un onesto e sensato politico palestinese in Israele continuare a lavorare in questa situazione? Talvolta il suicidio per auto immolazione è la sola azione corretta. Credo che siamo a questo punto.

  • Hatim Kanaaneh è medico della sanità pubblica e cittadino palestinese di Israele, che ha vissuto e praticato la professione nel suo villaggio natale in Galilea per oltre 40 anni. È autore della raccolta di racconti brevi ‘Chief Complaint: a country doctor’s tales of life in Galilee’ (Just World Books, 2015) e di un libro di memorie, ‘A doctor in Galilee: the life and struggle of a Palestinian in Israel’ (Pluto press, 2008).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)