I Democratici stanno abbandonando Israele?

Share on FacebookTweet about this on Twitter
image_pdfimage_print

Rod Such

7 agosto 2018, The Electronic Intifada

Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine/Israel di Ben White, Pluto Press (2018)

Recentemente la deputata del Minnesota Betty McCollum ha preso la parola alla Camera dei Rappresentanti degli USA invitando i suoi colleghi a firmare una legge senza precedenti che vieterebbe ad Israele l’uso degli aiuti militari USA per incarcerare minori palestinesi.

Questo sviluppo evidenzia quello che il giornalista e scrittore Ben White descrive nel suo ultimo libro, Cracks in the Wall [“Crepe nel Muro, ndtr.] come l’inizio della fine dell’appoggio bipartisan allo Stato di Israele [negli USA].

White identifica tre fratture che hanno importanti conseguenze per il futuro della Palestina: Democratici USA che parlano a favore dei diritti dei palestinesi, ebrei americani che si oppongono all’occupazione e in qualche caso appoggiano il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni [contro Israele] e il crescente numero di autorità locali che in Europa stanno aderendo al BDS.

White esamina in modo sintetico e senza esagerazioni la strada percorsa finora dal partito Democratico. Peraltro dimostra in modo convincente che le crepe esistono davvero, notando solo come esempio l’inequivocabile opposizione dei Democratici alla nomina di David Friedman come ambasciatore USA in Israele da parte del presidente Donald Trump.

Laddove in precedenza una tale nomina è passata senza alcuna complicazione nel congresso USA, questa volta 46 senatori democratici hanno votato contro la nomina di Friedman, un esplicito sostenitore della colonizzazione illegale da parte di Israele.

La cosa ancora più importante, forse, sono i passi avanti evidenti nella base progressista del partito Democratico. White cita un sondaggio del 2015 che ha rilevato che il 47% della “élite d’opinione” democratica – una categoria descritta come molto colta e politicamente attiva – vede Israele come un “Paese razzista”. Ora che una percentuale molto maggiore di repubblicani rispetto ai democratici appoggia Israele, White nota che l’impopolarità di Trump tra i democratici e gli indipendenti non farà che accelerare la tendenza. Gli elettori repubblicani, per esempio, hanno approvato l’iniziativa di Trump di spostare l’ambasciata USA a Gerusalemme con il 76% contro l’11%, rispetto al solo 12% di approvazione tra i democratici – con il 65% di contrari.

Allo stesso modo le crescenti divisioni all’interno della comunità ebraica USA promettono di stravolgere il concetto secondo cui le critiche alle politiche del governo israeliano sono indice di antisemitismo. L’autore cita in particolare la crescente solidarietà con i palestinesi ed il loro diritto all’autodeterminazione tra gli ebrei USA, come esemplificato dalla rapida crescita di “Jewish Voice for Peace” [gruppo di ebrei USA contrari all’occupazione, ndtr.] con le sue oltre 70 sezioni, più di 250.000 sostenitori on line e 15.000 iscritti paganti.

Potere in diminuzione” della lobby

Ma non esclude da questa tendenza il gruppo progressista sionista “J Street” [ebrei USA moderatamente critici nei confronti del governo israeliano, ndtr.], notando che, nonostante il suo programma conservatore, “ha giocato un ruolo fondamentale nella crescente divisione tra gli ebrei americani riguardo ad Israele.”

Inoltre, sia “J Street” che “Jewish Voice for Peace” si sono uniti a sostegno dell’accordo sul nucleare iraniano, che ha rappresentato una sfida significativa per la tradizionale lobby israeliana e per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Netanyahu si è inimicato molti nella la comunità ebraica e nel partito Democratico quando si è sfrontatamente allineato ai repubblicani scavalcando la Casa Bianca di Barak Obama, cosa mai avvenuta prima, per rivolgersi ad una sessione congiunta del Congresso nel 2015.

Questo discorso non è riuscito ad evitare la successiva approvazione dell’accordo [con l’Iran] da parte del Senato USA, con solo quattro senatori democratici che hanno votato contro insieme ai Repubblicani. Al Congresso, 25 Democratici hanno votato con i Repubblicani, ma quel voto è servito solo come rifiuto dell’accordo del presidente Obama e non è riuscito a far fallire il patto, nonostante gli intensi tentativi da parte del gigante della lobby israeliana, l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, principale gruppo di pressione filoisraeliano negli USA, ndtr.].

Il “New York Times” ha affermato che il voto “ha messo in rilievo il ridotto potere della forza lobbystica israeliana,” un’affermazione che rimane vera nonostante la decisione di Trump di revocare l’accordo.

La terza crepa nel muro che White mette in evidenza è la crescente adesione al BDS in Europa, un mercato fondamentale delle esportazioni di Israele. L’adesione al BDS da parte di consigli comunali in Spagna e in parte di Italia, Francia, Irlanda e Gran Bretagna minaccia di ridurre le esportazioni di Israele e lo isola ulteriormente sul piano internazionale.

Ristabilire l’umanità

Nonostante le crescenti divisioni, White comprende che nessuna crepa sembra essersi aperta tra gli ebrei israeliani. Analizzando i risultati delle elezioni israeliane nel corso dei decenni, conclude che gli ebrei israeliani continuano ad essere uniti attorno alle politiche governative.

Non c’è un blocco di sinistra visibile in Israele, scrive, e l’unica divisione è tra quelli che vogliono mantenere lo status quo e quelli che vogliono annettere esplicitamente la Cisgiordania. Attribuisce questa situazione all’ideologia sionista, che gli ebrei israeliani continuano ad accettare come il loro sguardo sul mondo.

Ciò rende il superamento dell’apartheid più difficile, ma non impossibile.

Indagando sul suo sottotitolo – “Oltre l’apartheid in Palestina/Israele” – White suggerisce che garantire agli ebrei israeliani la loro sicurezza e la loro possibilità di vivere in una società democratica basata su uguali diritti rimane un compito importante. Citando figure quali Edward Said, Virginia Tilley e Omar Barghouti, White enfatizza l’importanza di catturare l’immaginazione degli oppressori dei palestinesi e di convincerli che decolonizzare Israele significa porre fine alla dominazione, non ai diritti o alla sicurezza.

La creazione di un unico Stato democratico prospetta il ritorno dell’umanità per gli stessi colonizzatori, che altrimenti, egli suppone, continueranno a disumanizzare tutto.

Cracks in the Wall” apre una discussione attesa da tempo all’interno del movimento di solidarietà con la Palestina sul significato di queste crescenti fratture e su come approfondirle. Anche altre crepe nella società civile, tuttavia, meritano attenzione, ma purtroppo White le ignora – soprattutto quelle tra le denominazioni cristiane progressiste e gli evangelici di destra, e tra gli stessi movimenti della sinistra progressista, che sempre più appoggiano i diritti dei palestinesi come cogenti nelle alleanze tra vari settori.

Solo questo tipo di sostegno di base sempre più ampio a favore dei palestinesi può mettere alla prova l’establishment del partito Democratico, che continua a vedere Israele come un alleato egemone in Medio Oriente, piuttosto che come il peso che esso rappresenta.

Il lettore che intraprende con White questa esplorazione di fratture e possibili risultati illuminati riceverà in cambio la sua lucida e sintetica prosa che di tanto in tanto raggiunge vette di eloquenza.

White lo è in particolare quando fornisce il più convincente risultato che vede per la regione, citando anche il libro “I saw Ramallah” [“Ho visto Ramallah”] di Mourid Barghouti:

Quindi un unico Stato democratico offre qualcosa di straordinariamente ordinario: la prospettiva di ebrei israeliani e palestinesi che sfuggono al ‘cerchio infernale della disumanità’ creato dalla ‘radicale distinzione sionista tra ebrei privilegiati in Palestina e non ebrei senza privilegi,’ andando oltre l’apartheid, e quindi, cooperando e discutendo, amando e odiando, pregando e protestando, lavorando e riposando – in altre parole, vivendo– come cittadini uguali di una patria comune.”

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Book” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)