In violazione dei diritti umani, Netanyahu sostiene la pena di morte per i palestinesi

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Ramzy Baroud

14 novembre 2018, Palestine Chronicle

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, appartenente alla destra, sta intensificando la sua guerra al popolo palestinese, anche se per ragioni quasi interamente legate alla politica israeliana. Ha appena dato il via libera a una legge che renderebbe più facile per le corti israeliane emettere condanne a morte contro i palestinesi accusati di compiere atti “terroristici”.

La decisione di Netanyahu è stata presa il 4 novembre, ma la disputa sul tema è in corso da qualche tempo.

Il disegno di legge sulla pena di morte è stato il grido di battaglia del partito “Israel Beiteinu” (“Israele casa nostra”, ndtr.), guidato dal politico israeliano ultranazionalista Avigdor Lieberman, attuale ministro della Difesa, durante la sua campagna elettorale del 2015.[Lieberman si è dimesso per contrasti con Netanyahu sulla tregua con Hamas, accettata di fatto dal primo ministro. Ndt]

Ma quando Lieberman ha tentato di far passare il disegno di legge alla Knesset israeliana (il parlamento) subito dopo la formazione dell’attuale governo di coalizione nel luglio 2015, il progetto è stato clamorosamente sconfitto con 94 voti contro 6, e Netanyahu stesso a opporsi.

Da allora è stato battuto più volte. Tuttavia, l’umore politico in Israele si è spostato tanto da obbligare Netanyahu ad accogliere le richieste dei politici più aggressivi, i falchi nel suo governo.

Quando la coalizione di Netanyahu si è fatta più audace e instabile, il primo ministro israeliano si è unito al coro. È tempo di “cancellare il sorriso dalla faccia dei terroristi”, ha detto nel luglio 2017, mentre visitava l’insediamento ebraico illegale di Halamish, a seguito dell’uccisione di tre coloni. All’epoca, chiese la pena di morte per i “casi gravi”.

Alla fine, la posizione di Netanyahu sul problema si è evoluta fino a diventare una copia carbone di quella di Lieberman. Quest’ultimo aveva fatto della “pena di morte” una delle principali precondizioni per unirsi alla coalizione di Netanyahu.

Lo scorso gennaio, la proposta di legge di “Israel Beiteinu” è stata approvata durante la lettura preliminare alla Knesset. Mesi dopo, il 4 novembre, la legge è stata approvata dai legislatori israeliani in prima lettura con il sostegno di Netanyahu stesso.

Lieberman ha vinto.

Questo riflette la realtà delle correnti in lotta nella politica israeliana, con il primo ministro israeliano, da lungo tempo in carica, sempre più attaccato, con accuse provenienti sia dall’interno della sua coalizione che da fuori, di essere troppo debole nella gestione della resistenza a Gaza.

C’è anche il cerchio che si stringe nelle indagini della polizia sulla corruzione di Netanyahu, della sua famiglia e dei suoi più stretti collaboratori, e al leader israeliano non resta che picchiare sui palestinesi ad ogni minima occasione di mostrare la propria bravura.

Persino il leader dell’ex partito laburista, Ehud Barak, sta tentando di rispolverare la sua fallita carriera di politico confrontando le proprie passate violenze contro i palestinesi con la presunta debolezza di Netanyahu.

Netanyahu è “debole”, “impaurito” e non è in grado di prendere provvedimenti risolutori per tenere a freno Gaza, “quindi dovrebbe tornare a casa”, ha detto di recente Barack in un’intervista alIa TV israeliana Channel 10.

Confrontando il proprio presunto eroismo con la “resa” di Netanyahu alla resistenza palestinese, Barack si è vantato di aver ucciso “più di 300 membri di Hamas (in) tre minuti e mezzo”, quando era Ministro della Difesa del Paese.

La sinistra dichiarazione di Barack si riferisce all’omicidio di centinaia di abitanti di Gaza, tra cui donne, bambini e neo-cadetti di polizia, avvenuto a Gaza il 27 dicembre 2008, inizio di una guerra che uccise e ferì migliaia di palestinesi e preparò il terreno per altre, altrettanto letali, guerre a seguire.

Quando commenti così inquietanti sono fatti da una persona considerata nel lessico politico di Israele una “colomba”, si può solo immaginare la violenza del discorso politico di Netanyahu e della sua coalizione estremista.

In Israele, le guerre – così come le leggi razziste mirate ai palestinesi – sono spesso il risultato di manovre politiche israeliane. Incontrastati da un partito forte e imperterriti alle accuse delle Nazioni Unite, i leader israeliani continuano a mostrare i muscoli, ad appellarsi al loro elettorato radicalizzato e a marcare il proprio terreno elettorale a spese dei palestinesi.

La Legge sulla pena di morte non fa eccezione.

Il disegno di legge, una volta acquisito come legge israeliana, sarà applicato solo ai palestinesi, perché in Israele il termine “terrorismo” si riferisce quasi sempre agli arabi palestinesi, e difficilmente, se mai, agli ebrei israeliani.

Aida Touma-Suleiman, cittadina palestinese di Israele e fra i pochi membri arabi della Knesset, come la maggior parte dei palestinesi capisce bene le intenzioni del disegno di legge.

La legge è “destinata principalmente al popolo palestinese”, ha detto ai giornalisti lo scorso gennaio. “Non sarà certamente mai impugnata contro gli ebrei che commettono attacchi terroristici contro i palestinesi “, essendo il disegno di legge redatto e sostenuto dall’estrema destra del paese.

Infine, il disegno di legge sulla pena di morte deve essere compreso nel più ampio contesto del crescente razzismo e sciovinismo di Israele, che sta scalzando qualsiasi debole appello alla democrazia presente in Israele fino a poco tempo fa.

Il 19 luglio di quest’anno, il governo israeliano ha approvato la “Legge dello Stato Nazione” ebraico che designa Israele come “stato nazionale del popolo ebraico”, svalutando apertamente i cittadini arabi palestinesi del Paese, la loro cultura, lingua e identità.

Come molti hanno temuto, l’auto-definizione razzista di Israele sta ora ispirando una serie di nuove leggi che mirano ulteriormente ai palestinesi, abitanti nativi del paese, sempre più marginalizzati.

La legge sulla pena di morte sarebbe la ciliegina sulla torta in questa orribile e incontrastata agenda israeliana che oltrepassa le linee di partito e unisce la maggioranza dei cittadini e dei politici ebrei del Paese in un’ininterrotta festa dell’odio.

Certamente, Israele ha già giustiziato centinaia di palestinesi in quelli che sono noti come “assassinii mirati” e “neutralizzazioni”, uccidendone anche di più a sangue freddo.

Quindi, in un certo senso, la proposta di legge israeliana, una volta divenuta legge, cambierà ben poco delle sanguinose dinamiche che muovono il comportamento di Israele.

Tuttavia, l’esecuzione di palestinesi perché resistono alla violenta occupazione israeliana evidenzierà ulteriormente il crescente estremismo della società israeliana e la crescente vulnerabilità dei palestinesi.

Proprio come la “Legge dello Stato Nazione”, la legge sulla pena di morte contro i palestinesi esibisce la natura razzista di Israele e sancisce il totale disprezzo per le leggi internazionali, una realtà dolorosa che dovrebbe essere urgentemente e apertamente messa in discussione dalla comunità internazionale.

Quelli che sinora si sono permessi di “lavarsene le mani” mentre Israele brutalizzava i palestinesi, dovrebbero immediatamente rompere il silenzio.

A nessun governo, nemmeno a Israele, dovrebbe essere permesso di farsi razzista e violare i diritti umani in modo così spudorato e senza assumersene alcuna responsabilità.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

(traduzione di Luciana Galliano)