Essere donne a Gaza

Donne gazawi lavorano in un piccolo laboratorio di profumi a Rafah nel gennaio 2012 (Abed Rahim Khatib/Flash90)
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Qamar Taha

8 marzo 2019 , +972 Magazine

Le donne di Gaza si ergono ogni giorno al di sopra del blocco israeliano e continuano a progredire nonostante l’alto tasso di disoccupazione e le infrastrutture carenti.

Negli ultimi due anni ho potuto conoscere decine di donne straordinarie provenienti dalla Striscia di Gaza: donne imprenditrici, creative, impegnate nel sociale, che sono riuscite a costruirsi carriere incredibili tra le tante difficoltà e gli ostacoli a cui sono sottoposte dalla vita e dall’assedio israeliano.

Miriam Abu-Ata ha studiato architettura. Dopo aver tentato per anni invano di trovare un impiego aveva pensato di emigrare in un altro Paese, ma alla fine ha deciso di rimanere a Gaza per servire la sua comunità. Adesso dirige il reparto di progettazione e sviluppo presso l’associazione Aisha Per La Protezione di Donne e Bambini. Hanan Khashan, laureata in informatica, ha lavorato due anni nel suo campo di studio inseguendo il suo sogno di passare al marketing digitale. Ha sviluppato un progetto con lo scopo di promuovere le donne nel settore informatico e progetta di espandersi anche negli altri Paesi arabi. Fathieh Timraz è un’artista. Quando il suo compagno è morto tre anni fa lasciandola con due figli piccoli, ha avviato un’impresa per vendere oggettistica in legno da lei intagliata.

Secondo l’Istituto Centrale di Statistica della Palestina, nel 2018 il 29.4% delle donne di Gaza era inserito nel mondo del lavoro, con un tasso di disoccupazione che restava al 74,6%. Per le donne tra i 15 e i 29 anni il tasso di disoccupazione saliva addirittura all’88,1%. Nonostante l’aumento dell’impiego delle donne nella forza lavoro negli ultimi anni, gran parte degli impieghi è ancora considerato una prerogativa maschile. Ne campo medico, ed esempio, le donne erano il 13,3%, di cui il 59,2% lavorava nel settore farmaceutico e il 47,8% in quello infermieristico. La percentuale di donne in campo giuridico era del 23,4%. Nell’agricoltura, del 6,5%. Circa due terzi delle donne lavorava nel settore privato, e il tasso di povertà tra le donne ha raggiunto il 53,8%.

A spiegare tali numeri ci sono molti fattori in gioco: le condizioni sociali, la devastazione economica, la mancanza di stabilità al valico di Rafah al confine con l’Egitto, la divisione interna della politica palestinese, ma soprattutto il blocco della Striscia da parte di Israele. Questi fattori hanno un impatto diretto significativo sulla vita delle donne e sul loro accesso al mondo del lavoro. A causa della mancanza di lavoro, molte donne sono costrette a lavorare in settori diversi da quello di specializzazione, mentre è raro per loro trovare impiego fuori dalla Striscia di Gaza.

Dal 2007 a oggi c’è stato un aumento del numero di famiglie guidate da donne, dal 7% al 9,4%. L’incremento può essere attribuito alle guerre e ai continui attacchi contro Gaza che hanno provocato molte morti. Le donne vedove a Gaza costituiscono il 4,5%.

Secondo i dati del Comitato Palestinese per gli Affari Civili, nel 2018 il numero di donne che ha ricevuto permessi di uscita da Israele ha raggiunto il 30%, meno di un terzo di tutti i permessi concessi. Le donne detengono solo il 3% di tutti i permessi per commercio, che garantiscono uscite e entrate multiple alle persone d’affari che vendono beni da e a Gaza. La maggior parte delle imprese gestite da donne sono di piccola entità e dunque il loro giro di affari non soddisfa i severi criteri di Israele per ottenerne uno. In tal modo le donne subiscono restrizioni negli spostamenti, cosicché il blocco influisce direttamente sulle loro opportunità di impiego e sulle loro vite.

Dal 2000 Israele ha impedito agli studenti di Gaza di frequentare le università in Cisgiordania. Se fosse stato loro consentito di studiare lì, proprio a poche ore dalle loro case, sicuramente gli abitanti di Gaza avrebbero avuto molte più opportunità formative e professionali. Le politiche di segregazione israeliane puntano a allontanare tra loro i palestinesi che vivono fisicamente in territori divisi, separando mariti da mogli, genitori da figli e turbando la vita familiare. Trasferirsi dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania è un’impresa quasi impossibile.

Bisogna infine riconoscere come ciò impatti sulla salute delle donne. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, nel 2018 sono stati richiesti 11.759 permessi da parte di donne per cure mediche non disponibili a Gaza, di cui 7.651 autorizzati, 740 negati e 3.368 senza risposta. Per quanto riguarda gli accompagnatori dei pazienti, la maggior parte dei quali sono donne, su 19.396 permessi richiesti sono state ricevute 10.546 autorizzazioni, 1.724 rifiuti e 7.126 richieste senza riscontro in tempi utili per le cure. La mancata risposta è una pura mancanza di rispetto verso le vite dei pazienti che necessitano cure vitali. La sofferenza si somma alle difficili condizioni di vita a Gaza, costituite da infrastrutture in rovina, carenza di energia elettrica e un sistema sanitario al collasso.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna voglio dunque omaggiare queste donne autorevoli e di successo e dire che ho avuto l’onore di lavorare con loro e di essere coinvolta nelle loro vite. Esse sono la testimonianza dell’immenso potenziale di Gaza. È tempo di rimuovere le restrizioni alla loro libertà di movimento nonché il blocco soffocante che Israele impone sugli abitanti di Gaza, per concedere a questi uomini e donne la vita normale e sicura che meritano.

Qamar Taha è coordinatrice di ricerca a Gisha. Questo articolo è stato inizialmente pubblicato in ebraico sul Local Call.

(traduzione di Maria Monno)