Due spettri si aggirano: sovranismo* e razzismo.

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Ugo Giannangeli

luglio 2019

Nota redazionale: pubblichiamo volentieri su Zeitun questo contributo di Ugo Giannangeli, giurista e da anni impegnato nella solidarietà con la lotta del popolo palestinese per la libertà e la giustizia. Partendo da un articolo scritto da Patrizia Cecconi, anche lei nota attivista a favore dei palestinesi, Giannangeli disegna il contesto giuridico internazionale e suggerisce la necessità di collegare le varie lotte contro razzismo e discriminazione con quella contro le politiche di Israeliane, che è diventato un modello sia ideologico che pragmatico per ogni tipo di sovranismo.

L’articolo di Patrizia Cecconi a cui fa riferimento la prima parte del contributo è il seguente:

https://www.pressenza.com/it/2019/07/uno-spettro-si-aggira-ma-non-e-il-comunismo/

Nell’articolo pubblicato su Pressenza il 23 luglio Patrizia Cecconi, sull’onda dello sdegno per l’ennesimo crimine sionista (la demolizione di palazzi costruiti a Sur Bahig nella zona A della Palestina con tanto di autorizzazione della ANP), ripercorre le tappe più importanti della marcia del sionismo, individuandone conseguenze nefaste non limitate all’area mediorientale. L’articolo ricorda la assoluta inanità del Diritto universale umanitario, la vanificazione della legalità internazionale a partire dalle Convenzioni di Ginevra; ricorda l’insipienza dell’Onu, l’impunità assoluta di Israele; ricorda la nascita di Israele sulla base di una preteso diritto su quella terra promessa agli ebrei dal loro dio, l’interesse delle potenze occidentali all’insediamento di uno Stato “occidentale” in Medio Oriente e giunge a definire “nuova Shoah” la tragedia del popolo palestinese, precisato il significato della parola ebraica e fatto il dovuto distinguo tra la volontà nazista di eliminazione degli ebrei e la volontà sionista di espulsione di tutti i palestinesi dalla loro terra.

Cecconi ricorda infine il ricatto dell’accusa di antisemitismo che va a colpire qualsiasi critica al disegno sionista e alla politica di Israele e torna, in conclusione, sul concetto di “ falsa legalità” che governa Israele ma non gli impedisce di essere ritenuto una democrazia: l’Alta corte di giustizia, ad esempio, ha attribuito la patente di legalità anche a questo ultimo crimine di demolizione creando la nuova figura del “crimine legale” con insanabile e inconciliabile contrapposizione tra la pretesa legalità interna e la legalità internazionale. L’articolo forse per questa sua capacità di sintesi, forse per la narrazione sofferta (si leggano le ultime righe) ha provocato in me una reazione: di fronte a queste verità palesi e inoppugnabili da decenni, come dimostrato anche dalla necessità di fare ricorso alla farsa dell’accusa di antisemitismo in assenza di qualsiasi possibilità di contrasto reale, che senso ha continuare a denunciare l’inanità del diritto internazionale e l’inutilità dell’Onu? Dopo 71 anni di violazioni ha senso ancora attribuire la perenne impunità sionista solo a un certo benevolo lassismo nei confronti di Israele derivante principalmente dalla Shoah (Golda Meir fu facile profeta: “Dopo la Shoah tutto ci sarà permesso”)? La prima insubordinazione alla legalità internazionale risale al 1948 (risoluzione 181); i primi crimini di guerra e contro l’umanità risalgono allo stesso anno (la Nakba), senza tenere conto dei crimini sionisti precedenti la nascita dello Stato (il terrorismo ebraico di Irgun e Banda Stern); gli ultimi crimini sono dell’altro ieri.

Mai una sanzione, mai qualcosa che andasse al di là del buffetto sulla guancia, buffetto puntualmente dato dall’ONU anche per queste ultime demolizioni. Nulla dopo il parere della Corte di giustizia de L’Aia sulla illegalità del muro nel 2004; nulla dopo la risoluzione n. 2334 del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 26 dicembre 2016 di condanna delle colonie. Non solo, ma ad ogni timida critica ad Israele, e, soprattutto, ad ogni modesta concessione ai diritti dei palestinesi, Israele ha sempre risposto contrattaccando: ammessa la Palestina all’Onu come Stato osservatore? Il giorno dopo deliberate nuove colonie; ammessa all’Unesco? Nuove colonie; sottoscritta la adesione palestinese al Tribunale penale internazionale? Nuove colonie. Gli attacchi sono a largo raggio: all’ UNRWA; al Consiglio dei diritti umani definito da Yair Lapid “Consiglio per i diritti dei terroristi”; ai sostenitori del Bds, a livello nazionale con la legge che ne vieta l’ingresso in Israele, a livello internazionale con la richiesta (accolta in alcuni casi) di leggi o sentenze repressive e criminalizzanti il movimento.

Questo sul piano delle relazioni. Sul terreno, ai bombardamenti indiscriminati di civili inermi nelle varie “ operazioni” contro Gaza nel 2008/ 2009, 2012, 2014 ha fatto seguito lo sterminio mirato di vecchi, donne, bambini, medici, infermieri, giornalisti durante la Grande marcia del ritorno. L’Occidente ha parlato solo di “uso eccessivo della forza”! Dobbiamo allora dare ragione a Trump quando, quattro giorni dopo la risoluzione n.2334, ha twittato: “L’ONU è un club dove le persone si riuniscono, chiacchierano e si divertono”?

Tutto questo, rapidamente riassunto in una sintesi incompleta, è sotto gli occhi di tutti, è palese, incontrovertibile da sempre. Sono giunto allora a una conclusione e attendo speranzoso una smentita: non è forse tutto voluto e pianificato? Se non dal 1948, almeno dal 1967 quando tutti hanno tifato Israele credendo alla frottola della guerra difensiva e continuando a crederci anche dopo che tre generali israeliani protagonisti della guerra dei 6 giorni nel 1972 hanno smentito la versione ufficiale. Cos’è la legge sullo Stato nazione del luglio 2018 che proclama Israele Stato degli ebrei e solo degli ebrei se non un atto di guerra al diritto internazionale? Se le colonie, fresche della condanna ad opera della risoluzione n.2334, sono da valorizzare e incrementare; se Gerusalemme, definita unica e indivisibile, è proclamata capitale dello Stato ebraico in spregio al diritto internazionale, quale significato attribuire a questi articoli della legge se non che Israele è autorizzato a fare quello che vuole? Se non c’è reazione agli omicidi mirati sul border di Gaza, c’è da stupirsi se il dovere di soccorso dei profughi in mare è diventato un diritto e infine un crimine da pagare con la galera? L’imbarbarimento indotto dalle leggi e dalle pratiche israeliane dilaga a favore dei sovranismi e dei razzismi nel mondo. Quale Stato è più sovranista e più razzista, ora anche per legge, di Israele? Chi, se non Israele, faceva affari con il Sudafrica dell’apartheid in violazione del boicottaggio internazionale? E’ casuale il feeling di Israele con Orban e tutti i Paesi di Visegrad o non c’è forse una comunanza di amorosi sensi politici ed economici? Così si può chiudere un occhio, anzi entrambi, sull’antisemitismo (questo sì, vero) di questi signori (Orban: “noi perdoniamo la vostra occupazione, voi il nostro antisemitismo”).

Fermiamoci un attimo a casa nostra: Renzi va alla Knesset e neppure cita la questione palestinese; Salvini prosegue il “lavoro” di Minniti sui profughi, va in Israele, attacca Hezbollah e si trova in buona sintonia con Netanyahu; è stata approvata una legge che aumenta la pena se l’istigazione all’odio razziale riguarda la Shoah; pende un progetto di legge di criminalizzazione del Bds. Il servilismo è assoluto; l’omaggio ad Israele è obbligatorio per chiunque aspiri a carriere politiche.

Se tutto ciò è vero, com’è vero, ha senso continuare a fare riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di cui Israele viola praticamente tutti gli articoli, alle Convenzioni di Ginevra, pacificamente applicabili ai Territori occupati e continuamente violate, alle convenzioni internazionali a tutela dei bambini, metodicamente imprigionati in Israele, o contro la tortura, regolarmente praticata, si veda l’ultimo rapporto di B’Tselem? ( per inciso: quanto sdegno, mentre scrivo, attorno alla benda sugli occhi del giovane assassino statunitense del carabiniere a Roma quando questa pratica è normalmente in uso contro le migliaia di prigionieri palestinesi nella più assoluta indifferenza!); ha senso sperare in una sentenza della Corte penale internazionale (dinanzi alla quale pende un procedimento fermo da anni in fase preliminare) la cui attività istruttoria andrebbe a scontrarsi inevitabilmente con l’omertà anzi la complicità dell’autorità israeliana che mai consegnerebbe gli indagati o fornirebbe prove a loro carico? Mai Israele ha collaborato con le commissioni d’inchiesta dell’Onu anzi ne ha impedito addirittura l’ingresso sul proprio territorio (Goldstone docet), figuriamoci con un Tribunale internazionale cui neppure ha aderito e di cui contesta la giurisdizione.

Immagino la critica più immediata a questa mia reazione: ma cos’altro abbiamo a disposizione? Rispondo: il rafforzamento delle lotte, migliorando il loro coordinamento. In particolare il Bds ma in generale tutte le lotte. Perché devono essere distinte le lotte a favore dei profughi (costretti a fuggire da guerre e carestie quasi sempre indotte dall’Occidente) da quelle per i palestinesi che, invece, vogliono rimanere nella loro terra? Quelle per il disarmo, quando Israele detiene armi atomiche ma non sottoscrive trattati di non proliferazione, e testa armi e sostanze sperimentali sui gazawi? Quelle contro il razzismo sempre più diffuso e che riprende piede in Europa anche nella sua veste militarizzata con la recente scoperta di vere e proprie organizzazioni armate neonaziste (ad esempio in Ucraina) quando è Israele a distinguere i diritti della propria popolazione su base etnica e religiosa? Quelle contro il TAV e per la tutela del territorio e dell’ambiente, quando Israele è un reticolato di muri, filo spinato, checkpoints, by pass roads e colonie? Quelle per la riaffermazione di principi fondamentali proclamati nell’immediato dopoguerra e poi mano a mano affondati nella palude della impunità di Israele. I Paesi occidentali hanno appoggiato la nascita di Israele come avamposto occidentale contro la cosiddetta barbarie araba. Da tempo l’Occidente e il suo avamposto soffrono di un grave deficit di valori e di democrazia. Da quando le guerre sono state chiamate umanitarie o sono diventate operazioni di polizia internazionale imperialismo e capitalismo hanno avuto gioco più facile dovunque. Paesi sovrani sono stati distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq), con altri si è tentato in vario modo (Siria, Venezuela), altri sono in guerra perenne ( l’Afghanistan da 18 anni). La lotta per i diritti del popolo palestinese si inserisce a pieno titolo in questo contesto di lotte: contro l’imperialismo, contro il capitalismo, contro il razzismo, contro la guerra.

Occorre sviluppare la solidarietà internazionale e mobilitare un sostegno popolare internazionale, così come fa il BDS per la Palestina, movimento che non a caso si vuole criminalizzare fingendo di dimenticare che analogo strumento è stato usato vittoriosamente contro il Sudafrica e contro i boicottatori dei neri negli USA.

Tornando in conclusione all’uso del diritto, faccio mie le parole di Nicola Perugini e Neve Gordon nel loro splendido “Il diritto umano di dominare”: “Se l’uso della legge conferisce legittimità al dominante, bisogna creare un cortocircuito che combini i diritti umani a discorsi e pratiche di emancipazione per spezzare il nesso tra legge e legittimità; ci sembra che questa possa essere una raccomandazione valida per tutti quei contesti nei quali l’osservanza della legge, invece che la sua critica, riproduce i meccanismi della dominazione” ( op.cit. pagg. 209-210). Si pensi al caso delle leggi razziali del 1938 che conferivano “legittimità” all’odio razziale o, oggi, ai decreti sicurezza che rendono “legittime” le stragi nel mare.

Sul piano internazionale l’uso dell’arma giuridica è stato parificato al ricorso al terrorismo. Perugini e Gordon ricordano un rapporto del Pentagono intitolato “La strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti d’America” in cui si legge: ”La nostra forza di Stato nazionale continuerà ad essere messa in discussione da coloro che useranno la strategia dei deboli ricorrendo a forum internazionali, cause giudiziarie e terrorismo” (op.cit.pag.99). Ben in sintonia Israele:” Nel novembre 2010 il Ministero degli Affari esteri israeliano pubblicò un lungo rapporto dal titolo” La campagna per diffamare Israele” nel quale sosteneva che “ ……….. se il teorico militare tedesco Carl von Clausewitz ha affermato che la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi, bisogna riconoscere che anche la guerra giuridica è la continuazione della attività terroristica con altri mezzi” (op. cit. pag. 102).

Questa opera denigratoria (anzi: criminalizzante) nei confronti dello strumento giuridico potrebbe indurre a pensare che, quindi, questo strumento qualche timore lo suscita e che, quindi, il suo uso potrebbe portare a risultati positivi. Così non è: si vuole semplicemente tacitare ogni forma di critica e dissenso.

In un mondo senza regole, senza arbitri e senza voci critiche conta solo una legge, quella della forza, sia essa politica, militare, economica, mediatica.

Per questo la lotta per i diritti del popolo palestinese è in realtà una lotta per i diritti di noi tutti.

Luglio 2019 Ugo Giannangeli

*In questo contesto uso il termine “sovranismo”, dai molteplici significati, per intendere la pretesa di uno Stato di non rispettare normative sovranazionali anche se sottoscritte e ratificate.