Repressione delle proteste in Israele

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La repressione delle proteste da parte di Israele sfida il concetto di “democrazia”

Documenti da poco resi pubblici mostrano come la polizia israeliana si sia adoperata per eludere il diritto dei cittadini a protestare

 

Shir Hever

22 agosto 2019 – Middle East Eye

 

Un appello per la libertà d’informazione da parte di sostenitori israeliani dei diritti civili ha rivelato che la polizia israeliana ha segretamente elaborato una serie di politiche per reprimere i diritti dei cittadini di tenere manifestazioni e assemblee, evidenziando la falsa natura della “democrazia” di Israele.

Due anni fa la Corte Suprema israeliana ha stabilito che i cittadini possono tenere manifestazioni senza permesso, dopo che la polizia aveva tentato di impedire proteste settimanali contro la corruzione a Petah Tikva. La sentenza non è stata una sorpresa, in quanto i manifestanti erano ebrei israeliani laici di classe medio-alta che probabilmente consideravano Israele una democrazia e davano per scontato il proprio diritto di protestare.

Tuttavia il precedente creato dall’Alta Corte minacciava di pregiudicare la lunga tradizione israeliana di repressione delle proteste delle minoranze, compresi gli ebrei ultraortodossi, gli ebrei di colore, i mizrahim [ebrei di origine araba, ndtr.] e, più frequentemente, i cittadini palestinesi di Israele.

 

Arresti preventivi

Documenti rivelati di recente mostrano che, per aggirare la decisione della Corte, la polizia si è concentrata su una parte marginale della sentenza che le consente di limitare gli assembramenti in casi estremi, quando vi sia un’alta probabilità di pericolo per l’ordine pubblico.

La polizia ha inventato il nuovo termine giuridico di “evento di protesta”, quando più di 50 persone si riuniscono per diffondere un messaggio. In questo caso, la polizia può chiedere che gli organizzatori presentino preventivamente richiesta di un permesso.

Nel 2009 venni invitato a testimoniare alla commissione Goldstone dell’ONU sull’invasione israeliana di Gaza nel 2008-09. Uno degli argomenti che mi fu chiesto di trattare fu la repressione delle proteste all’interno di Israele. Avevo solo pochi giorni per prepararmi, e feci un corso accelerato con l’aiuto di organizzazioni israeliane per la libertà di parola.

Dissi alla commissione che, durante l’invasione, avevo partecipato liberamente a Gerusalemme e a Tel Aviv alle manifestazioni di attivisti ebrei-israeliani, ma che i cittadini palestinesi dello Stato non avevano goduto del diritto di protestare, con centinaia di arresti con la falsa accusa di “protestare senza permesso”. Alcuni cittadini vennero anche arrestati preventivamente per evitare che manifestassero.

In una società colonialista, il ruolo della polizia non è garantire legge e ordine, ma preservare l’egemonia della classe dominante.

Fin dalla fondazione stessa dello Stato, la polizia israeliana ha represso i palestinesi ed ha usato violenza per impedire loro di manifestare contro l’ingiustizia e la discriminazione. Il 30 marzo 1976 la violenza poliziesca contro i palestinesi raggiunse un punto critico con l’uccisione di sei cittadini che commemoravano come ogni anno il Giorno della Terra.

 

Repressione colonialista

Tentando di ingraziarsi gli elettori palestinesi, l’ex-primo ministro Ehud Barak che ora guida il Partito Democratico di Israele, ha recentemente chiesto scusa per l’uccisione di 13 cittadini palestinesi di Israele da parte della polizia israeliana nell’ottobre 2000.

Poco dopo, tuttavia, ha twittato che “Petah Tikva non è Umm al-Hiran, alla gente è permesso manifestare” – suggerendo che secondo lui i cittadini palestinesi di Israele a Umm al-Hiran non hanno il diritto di protestare.

La repressione va oltre i palestinesi. Nel passato la polizia ha usato una violenza mortale per reprimere il movimento delle “Pantere nere” mizrahi, e lo scorso mese le strade israeliane si sono riempite di manifestanti dopo che un ebreo di colore è stato ucciso dalla polizia.

Anche gli ebrei ultraortodossi che protestano contro la politica di reclutamento obbligatorio nell’esercito hanno imparato ad aspettarsi manganellate, cavalli, granate assordanti, cannoni ad acqua e lacrimogeni. Negli ultimi cinque anni la polizia israeliana ha ucciso 14 cittadini israeliani senza un solo rinvio a giudizio contro i poliziotti.

Il diritto di tenere manifestazioni senza fare richiesta di permesso è un diritto collettivo fondamentale e democratico. Questo diritto è insito nelle leggi israeliane ed è stato inteso come un diritto fondamentale dall’Alta Corte nel 2017, ma in uno Stato colonialista le leggi vengono applicate solo quando le autorità lo ritengono conveniente.

La legge sullo Stato-Nazione di Israele, approvata lo scorso anno, ha chiarito che i diritti collettivi si applicano solo ai cittadini ebrei, escludendo quindi Israele dall’essere considerato una democrazia.

 

Chiudere il cerchio

Infatti la scorsa settimana la polizia israeliana ha caricato una manifestazione nella Gerusalemme est occupata, aggredendo un membro della Knesset [parlamento, ndtr.] israeliana, Ofer Cassif, e il suo assistente parlamentare. Cassif è ebreo, ma stava sventolando una bandiera palestinese. Benché ciò non sia illegale, la polizia lo ha aggredito, ha arrestato il suo assistente e gli ha confiscato la bandiera. In uno Stato colonialista la legge è uno strumento utilizzato dalle autorità – ma mai per limitarne il potere.

E così il cerchio ora si è chiuso. Gli ebrei israeliani sono stati quasi del tutto silenziosi riguardo alla negazione dei diritti civili delle minoranze, pensando che i tribunali avrebbero difeso i loro diritti. Ma con la polizia israeliana che ha trovato il modo per ignorare le decisioni della Corte e per limitare i diritti di protestare persino dei cittadini israeliani più privilegiati, le richieste di difendere la “democrazia” israeliana suonano vuote.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Shir Hever è un membro del direttivo di “Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East” [Voci Ebraiche per una Giusta Pace in Medio Oriente, organizzazione di ebrei contrari all’occupazione attiva in Germania, ndtr.].

 

(traduzione di Amedeo Rossi)